Oggi è l’8 marzo, data scelta per celebrare la giornata internazionale della donna, istituita a memoria delle conquiste sociali femminili ma anche per riflettere sulle discriminazioni e le violenze di cui le donne sono ancora oggetto in molte parti del mondo.

L’istituzione di questa giornata ha la sua germinazione esattamente 110 anni fa, il 28 febbraio del 1909 a New York, quando le donne socialiste americane chiesero ed ottennero la istituzione di una “giornata nazionale della donna”. La manifestazione si estese rapidamente ad altri paesi, e l’8 marzo del 1917 (il 23 febbraio nel calendario giuliano) a San Pietroburgo le donne scesero in piazza in massa chiedendo “pane e pace”: la fine della guerra, dei razionamenti di cibo, dello zarismo. Fu l’inizio della Rivoluzione di Febbraio. Una germinazione di tipo politico quindi: se in Russia le donne chiedevano pane e pace, altrove domandavano il diritto di voto e di porre attenzione alla “questione femminile”, ovvero il ruolo della donna nella società.

Dopo oltre un secolo, quella delle donne è ancora una questione su cui discutere, interrogarsi, intervenire. E pare più che mai attuale in questo particolare periodo storico, in cui i legittimi diritti delle donne, che si davano per acquisiti, sono sempre più spesso messi sotto attacco.
Pensiamo alle norme in studio al Governo sulla modifica dell’istituto del divorzio, o agli interventi di alcune istituzioni avverse alla legge sul diritto di aborto, o alla proposta di modifica del codice penale per cui una violenza, per essere tale, deve essere sistematica (art. 572 c.p.), o infine di alcuni pronunciamenti giudiziari che portano in capo alle donne la causa di uno stupro, perché “provocano” o “non si difendono abbastanza”.
Poco tempo fa un noto psicoterapeuta ha asserito che le donne si sono evolute, mentre molti uomini (per fortuna non tutti), sovente, rimangono ferocemente aggrappati ai modelli di vita che li vedevano protagonisti non discutibili della sfera decisionale sia nel privato che nel pubblico. Di fronte al cambiamento dato dall’emancipazione si assiste perciò alla messa in atto azioni di respingimento, volte a confinare il ruolo delle donne e a impedire la loro presenza o anche partecipazione ai momenti decisionali.
Eppure gli Stati dove l’economia e il benessere sociale sono migliori sono proprio quelli dove le donne e gli uomini hanno parità di accesso e trattamento in ogni ambito della società. I paesi del nord Europa hanno, da oltre un secolo, attuato il suffragio universale, producendo una cultura di parità dei diritti e doveri che ha permesso di costruire Stati dalle politiche attente allo sviluppo sia economico che sociale.
Dove le norme hanno dato avvio ad una maggiore rappresentanza femminile nelle istituzioni sia pubbliche che private, i risultati attesi di maggiore crescita sono stati confermati, e conseguentemente le società sono state via via organizzate per avere oneri ed onori equamente distribuiti in carico alle donne o agli uomini. Sono stati sviluppati interventi di sostegno alla gestione delle dinamiche familiari, come congedi parentali più ampi, congedi di paternità, giorni dedicati all’assistenza familiare, e sono stati messi in campo servizi di supporto alla famiglia, quali asili, doposcuola, assistenza agli anziani.
Questo permette qualcosa che nel nostro paese è ben lontano dal vedersi realizzato: la parità tra i generi.
Secondo l’European Trade Union Institute, con un divario occupazionale di genere attorno al 20% il nostro paese si trova al penultimo posto nell’Unione Europea. E’ di poco tempo fa la relazione dell’Istituto nazionale del Lavoro che ha evidenziato come nel 2016 circa 30mila donne hanno rinunciato al proprio impiego dopo una gravidanza. Nelle dichiarazioni delle donne, la mancanza di servizi pubblici a supporto della gestione dei figli, e la seguente difficoltà nel conciliare il lavoro e la famiglia porta alla decisione di abbandonare il proprio impiego: con la conseguenza che oltre a non partecipare alla produttività del paese, non si producono imposte e contributi assistenziali.
Una società che dunque vuol crescere deve puntare a ridurre gli ostacoli che impediscono una realizzazione di piena parità nel trattamento sociale ed economico dei due generi.
In Italia qualcosa è stato fatto solo di recente, eppure ha dato significativi risultati.
Nel 2011 con la legge 120 (Golfo –Mosca) si è introdotta l’obbligatorietà che almeno un terzo dei posti nei consigli di amministrazione delle società quotate e controllate pubbliche fosse destinato alle donne.
I risultati eclatanti, analizzati nel Quaderno della Finanza della Consob “Boardroom gender diversity and performance of listed companies in Italy” dell’inverno 2018, mostrano come la presenza superiore al 20% di donne nei cda porti ad impatti fortemente positivi in termini di vendite, asset e capitali investiti. Un risultato economico tangibile.
Nel mondo della politica poi, solo la legge 215 del 2012 ha portato alla definizione di condizioni che limitassero la disparità tra i due sessi nelle competizioni elettive, introducendo la prescrizione che nelle liste dei candidati la rappresentanza dell’uno e dell’altro sesso non fosse maggiore a due terzi e avviando la possibilità di esprimere fino a due preferenze di voto, purchè riguardanti l’uno e l’altro genere. Gli effetti di questa legge, applicata dal 2013, hanno dimostrato in particolare l’importanza della possibilità di manifestare una doppia preferenza, che ha fatto aumentare il numero dei voti espressi favore dei candidati di sesso femminile. Una maggiore rappresentanza delle donne nei consigli comunali, soddisfa il principio di uguaglianza anche dando voce diretta alle esigenze delle donne, inoltre dà benefici alla spesa pubblica dei comuni. Infatti, è emerso che dove le donne sono significativamente presenti negli ambiti rappresentativi, la spesa pubblica, pur rimanendo complessivamente invariata, vede un aumento degli investimenti in educazione e ambiente. Le donne quindi pensano a lungo termine, fatto confermato da dati relativi agli investimenti di una ricerca pubblicata dal Sole24ore (Let the voters choose women).
La ricerca ha messo inoltre in evidenza come la maggior parte dei votanti sia gender-neutral, ovvero non vota un uomo o una donna in base ad una specifica preferenza per quel genere, ma in base alle capacità che la persona sa esprimere.
Ed è qui che entra in campo l’ostacolo più impattante.
Finchè la società dà per scontato che la gestione della famiglia e delle relazioni rimanga quasi esclusivamente in capo al mondo femminile, il tempo che le donne potranno dedicare ad altri impegni è, di fatto, più limitato rispetto a quello che possono dedicarvi gli uomini. Questo porta alla conseguenza che per arrivare a un medesimo risultato le donne devono faticare molto di più.
Non par proprio paritario.
Una società che vuol progredire in termini di popolazione e qualità della vita deve tenere conto dell’apporto che le donne possono esprimere non solo nell’ambito ristretto degli affetti. Le donne hanno dimostrato di essere capaci in tutto, alla pari degli uomini. Ma hanno dovuto dimostrarlo e ancora debbono dare costante prova del loro valore, per essere considerate senza pregiudizi.
Il nostro Stato non sta predisponendo buone pratiche che aiutino a risolvere questo gap di pensiero né che offrano la possibilità alle donne di poter gestire il proprio tempo al pari degli uomini. Il sottofondo culturale non solo non è mosso verso l’emancipazione, ma si arrocca sempre più spesso su posizioni di distinzione tra i ruoli, non interessandosi alla progressione della presenza femminile nei vari ambiti della società, e limitando così la possibilità che siano anche le donne a promuovere norme che riguardano questi aspetti.
A tal proposito è di questo periodo la notizia che la Regione Friuli-Venezia Giulia sta elaborando una nuova legge elettorale. La nostra Regione era tra le poche che non avevano introdotto la doppia preferenza di genere nelle competizioni elettorali regionali.
Ora potrebbe essere tra le poche, se non l’unica, che TOGLIERA’ la doppia preferenza alle elezioni comunali.
In nome di cosa e con che scopo?

Commenti (0)

Non ci sono ancora commenti

Lascia i tuoi commenti

  1. Invio commento come ospite. Registrati o Accedi con il tuo account.
Allegati (0 / 3)
Condividi la tua posizione
Digitare il testo presente nell'immagine qui sotto. Non è chiaro?

Iscriviti alla newsletter

Privacy e Termini di Utilizzo