Il tema posto da Fulvio Mattioni e Roberto Muradore sul Messaggero Veneto di venerdì 4 ottobre in merito al riproporsi della Questione friulana è un tema vero, che merita una riflessione ampia e condivisa. 

Un ragionamento necessario soprattutto ora, che siamo alle soglie dell’ennesima riforma degli Enti locali del Friuli-Venezia Giulia, per la quale si profila, al solito, un azzeramento di quanto fatto nella legislatura precedente e una riorganizzazione dei territori.

Nell’incertezza vigente, appare con chiarezza un dato: ancora una volta si rimanda la riforma della Regione e si parte dall’organizzazione dei Comuni, che hanno bisogno di tutto – stabilità, personale, segretari comunali – tranne che di riforme che calano dall’alto con cadenza ormai insostenibile. Anche in questa occasione non si entra nel merito di quali funzioni si intende (ostinatamente) mantenere centralizzate e quali invece si delegano ai territori e alle diversità che li compongono, in un processo di vera riorganizzazione funzionale. Non si entra nel merito quindi della questione più importante: definire in modo chiaro quale visione abbiamo per i territori che compongono il Friuli-Venezia Giulia. Con la consapevolezza che questi non sono rappresentabili unicamente nelle città ex capoluoghi di provincia e che il complesso rapporto con le aree periferiche deve essere compreso e declinato istituzionalmente.Per quanto riguarda Trieste la strada che si sta delineando è abbastanza chiara. La partita della portualità, in parte ancora sospesa fra realtà e narrazione, è certamente interessante ed ha trovato una classe dirigente locale, imprenditoriale e politica in grado di interpretarla con personalità, a partire dall’idea della Città metropolitana. Sarebbe un errore, però, anche da parte dell’Intellighenzia triestina, compresa quella attualmente ai vertici dell’istituzione regionale, immaginare di procedere speditamente in questa direzione senza aprire un confronto vero su quello che serve a tutto il resto della regione. Soprattutto in un momento storico in cui ad ogni pubblicazione dei dati economici e demografici, compresi quelli drammatici evidenziati da Mattioni e Muradore, si manifesta in modo più evidente il declino che attanaglia Gorizia, Udine e Pordenone e che vede le classi dirigenti di questi territori in stallo, troppo prese da rivendicazioni e primogeniture che forse potevano essere comprensibili qualche decennio fa, o forse neanche allora. Serve quindi uno scatto in avanti, senza ulteriori indugi. Serve a Gorizia, per recuperare la sua vocazione e la sua dimensione storica sovranazionale, con progetti transfrontalieri veri, coraggiosi e condivisi con i partner sloveni. Serve a Pordenone, cui conviene giocare un ruolo da protagonista in accordo con gli altri territori regionali e resistere alle lusinghe dei potentati veneti, che non potrebbero riservargli altro che un ruolo di secondo piano, abbondantemente coperto dalle prime file indigene. Serve a Udine, che ridiventerà finalmente autorevole nella misura in cui sarà in grado di cooperare e non di competere con gli altri territori, di riconoscerne le peculiarità, di tessere e crescere relazioni che nel tempo si sono affievolite. Serve come l’aria ai territori delle cosiddette aree interne, a partire dalla montagna.Si tratta di una partita indubbiamente complicata, che ha bisogno di strumenti adeguati. Ben venga la Conferenza per il rilancio del Friuli invocata da Mattioni e Muradore, per la quale mi dichiaro da subito disponibile, ma credo che ci sia un passaggio ulteriore che non può più essere rimandato: la definizione di un Secondo Statuto di Autonomia del Friuli-Venezia Giulia. Il percorso lo hanno delineato, in modo come sempre lungimirante, le Province Autonome di Trento e Bolzano. Un percorso partecipato, condiviso, fortemente orientato a una prospettiva europea, capace di mettere da parte le beghe di piccolo cabotaggio delle forze politiche e di alzare il livello del confronto. Una partita indubbiamente complicata. Possiamo lasciare che siano altri a giocarla e continuare a lamentarci contro il destino cinico e baro, oppure possiamo raccogliere la sfida, mettere da parte personalismi e interessi di parte, e iniziare finalmente a segnare qualche punto.

Massimo Moretuzzo
Segretario del Patto per l’Autonomia

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