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Verso un nuovo Patto sociale

La proposta di Paolo Ermano sulla sospensione per tre mesi del pagamento degli affitti da parte degli esercizi commerciali, che rischiano di subire più pesantemente di tutti le conseguenze economiche dell’emergenza Covid19, può apparire una provocazione.

Si mette in discussione, seppur per una breve parentesi temporale, il diritto dei proprietari di immobili di ricavare dalla locazione di queste proprietà una rendita determinata dai prezzi di mercato. Fatto questo che in tempi ordinari non sarebbe mai stato preso in considerazione. Eppure credo che questa proposta apra una riflessione interessante su diversi fronti. Il primo è quello della ragionevolezza di una rinuncia limitata oggi (tre mesi di canone) a fronte del rischio di trovarsi domani senza affittuari e con una svalutazione del valore dell’immobile. Rinuncia che chiaramente dovrebbe essere in parte compensata da una pari rinuncia all’imposizione delle imposte da parte del fisco proporzionalmente al periodo interessato. Il secondo fronte è quello del “Patto sociale” sui cui fa leva la proposta. Si esce dai confini delle dinamiche del mercato e delle imposizioni di qualche istituzione, più o meno lontana, per costruire un accordo fra soggetti economici che antepongono l’interesse comune di medio-lungo periodo a quello individuale di immediato (e incerto) riscontro. Una prospettiva che apre scenari inediti e interessanti se allargata ad altri ambiti della vita socio-economica delle nostre comunità. Questa crisi per tanti aspetti drammatica può essere l’occasione per tentare di imboccare un sentiero, certamente stretto e incidentato, per superare quello che Pasolini chiamava il “centralismo della civiltà dei consumi, la peggiore delle repressioni della storia umana”. L’idea di costruire dei “Patti sociali” fra produttori e consumatori, fra chi mette a disposizione i propri mezzi, le proprie competenze, il proprio lavoro e chi da questi mezzi, competenze e lavoro può trovare risposta ai suoi bisogni di base, è a mio avviso una riflessione da sviluppare con coraggio e creatività. Dentro questi accordi potrebbero trovare spazio principi e pratiche che sono sempre più diffusi nel “senso comune”, ma che fanno fatica a emergere in modo determinante nelle dinamiche dell’economia di mercato: una radicale sostenibilità delle produzioni dal punto di vista ambientale, la valorizzazione del legame con il territorio, il riconoscimento degli effettivi costi di produzione e di equi margini di guadagno, il coinvolgimento della piccola distribuzione come sede di relazione e incontro (non solo economico). Riflessioni che potrebbero apparire molto distanti dal mondo che conosciamo. Ma forse è in momenti come questi che è bene provare a immaginare delle proposte che tentino di imboccare la strada del cambiamento. Strada che non può che partire dai territori e dalle comunità. Da una Storia che, nel caso della nostra terra, è necessariamente una Storia di resilienza, di capacità di resistere alle sferzate della frontiera, al destino di genti che hanno sempre saputo risollevarsi, senza far troppo rumore, quasi per non farsi notare da chi avrebbe potuto, ancora una volta, accanirsi contro questa parte di mondo.


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