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Referendum costituzionale. Il Patto per l’Autonomia sul fronte del “no”

 Il presidente Maurmair: «Questa riforma non produrrà né efficienza né efficacia, e ridurrà fortemente la democrazia sacrificando il peso di territori e minoranze»

Il 20 e il 21 settembre ci sarà il referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari. Si tratta di una proposta semplice, che crea consenso nell’opinione pubblica dopo anni in cui la politica e i politici sono nell’occhio del ciclone. In questo contesto, il Patto per l’Autonomia si schiera dalla parte del “no”, confermando la posizione già espressa lo scorso mese di febbraio – quando molti sceglievano il silenzio pur di non fare scelte impopolari – e invitando a una seria riflessione sull’importanza delle riforme costituzionali quando in gioco c’è la revisione delle dinamiche di rappresentatività politica e territoriale, con effetti significativi sulle piccole Regioni, come il Friuli-Venezia Giulia. Una decisione, la nostra, estranea alle logiche della convenienza immediata e della semplificazione dei problemi, dettata dalla coerenza e dalla volontà di fare gli interessi della nostra terra e delle sue comunità. Quali sono le ragioni della nostra contrarietà alla riforma costituzionale? Meno parlamentari corrispondono a un minor livello di democrazia rappresentativa. In pratica, si consegneranno le chiavi del Parlamento alle segreterie dei partiti italiani, che saranno libere di decidere quali candidati imporre. Tanto più se si tiene conto che lo specchietto per le allodole è il taglio delle teste senza, però, fornire indicazioni su come saranno scelti i nuovi deputati e senatori. Leggiamo spesso dell’ipotesi dell’introduzione di un sistema elettorale proporzionale con sbarramenti che variano in ragione dell’interesse del singolo partito di maggioranza, ma nessuna indicazione sulla modalità della scelta di chi ci rappresenterà a Roma. Le preferenze sono troppo pericolose, perché non gestibili e allora l’ipotesi più plausibile saranno nuovamente i listini bloccati che legheranno mani e piedi degli eletti ai vari capipopolo di Roma o Milano dimenticandosi dei cittadini popolazione che dovrebbero essere rappresentati in Parlamento. Meno parlamentari significa poi che ancora una volta non sarà garantito il “diritto di tribuna politica” alle minoranze linguistiche che “sono” tutelate ai sensi di leggi dello Stato italiano, ma di cui non ci si ricorda quando si tratta di dare voce alle comunità che compongono l’Italia. Si enfatizza il risparmio economico che deriverà da questa riforma, ma che riguarderà le indennità, mentre i costi del Parlamento si ridurranno del 3,7 per cento, vale a dire 57 milioni di euro contro 1,5 miliardi di euro per il funzionamento di Camera e Senato: una cifra che presa singolarmente colpisce, ma che diventa irrisoria rispetto alla spesa pubblica nazionale che supera gli 800 miliardi l’anno. Stiamo parlando di minori spese per lo 0,007 per cento! Non ci saranno miglioramenti in termini di accelerazione dell’attività parlamentare: per approvare una legge sarà comunque necessaria la convalida da parte di entrambi i rami del Parlamento, con le relative tempistiche, rimpalli e binari morti. Analizzando la suddivisione regionale dei parlamentari, qualora l’esito referendario ne approvasse il taglio, si scopre che ancora una volta saranno sacrificate le minoranze linguistiche: il Friuli-Venezia Giulia avrà un taglio del 42 per cento dei senatori e del 39 per cento dei deputati con una riduzione in termini assoluti di 8 dei 20 parlamentari finora espressi. Altri, però, non incorreranno in questa “mutilazione”: le Province autonome di Trento e di Bolzano e la Valle d’Aosta, sapendo far valere le proprie prerogative negoziali, hanno avuto la forza di mantenere un alto numero di rappresentanti soprattutto al Senato dove il peso di ogni singolo voto spesso è determinante per il conseguimento della maggioranza e lo sarà ancor di più nel momento in cui i senatori dovessero ridursi a 200. Perché il Friuli-Venezia Giulia non è capace di far valere le sue ragioni? Infine, un’ultima considerazione. Se la logica e matrice perseguita dal taglio dei parlamentari, approvato da una rilevante maggioranza dei parlamentari e dei partiti, è la seguente: meno politici ci sono in giro, meglio si sta, è doveroso evidenziare che sarà così soltanto se ci si riferisce a politici incompetenti o corrotti, allora, senza di essi, migliori saranno le leggi prodotte dal Parlamento, ma è evidente che questo obiettivo non è garantito in alcun modo dalla semplice riduzione del loro numero. Questa riforma costituzionale non produrrà né efficienza né efficacia, e ridurrà fortemente la democrazia, le possibilità di rappresentanza delle minoranze e il peso dei territori. Noi non ci stiamo. Markus Maurmair Presidente del Patto per l’Autonomia


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