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Impianti idroelettrici, Moretuzzo replica a Cescutti

«Basta con la privatizzazione degli utili e la socializzazione dei costi.  Serve un nuovo modello di sviluppo locale, sostenibile e partecipato»

La produzione di energia da centrali idroelettriche è una delle partite più importanti e strategiche che la Regione Friuli-Venezia Giulia è chiamata a giocare nei prossimi mesi. L’evoluzione del quadro normativo statale offre un’occasione imperdibile all’amministrazione regionale per fare ciò che altri territori hanno fatto prima di noi: gestire direttamente le grandi derivazioni, trattenendone i ricavi sul territorio e a beneficio delle nostre comunità. 

Accanto a questo tema, assolutamente prioritario, insiste la questione dei micro e piccoli impianti disseminati lungo il nostro arco montano: 470 centraline che captano l’acqua dei torrenti naturali e che in molti casi hanno cambiato profondamente le caratteristiche dei corsi d’acqua e del paesaggio che li circonda. 

Credo che si possa affermare senza timore di essere smentiti, che in molti casi, questa forma di sfruttamento dei corsi d’acqua gestita da società private è stata più simile ad una speculazione che ad un’iniziativa rivolta all’interesse collettivo. 

Secondo i dati del Gestore dei Servizi Energetici – GSE, aggiornati al 2017, i 3085 impianti di potenza inferiore a 1 MW presenti in Italia, producono il 6% dell’energia idroelettrica e rappresentano quindi una percentuale infinitesimale della copertura del fabbisogno energetico italiano. 

In compenso si tratta di impianti piuttosto redditizi, contrariamente a quanto afferma il coordinatore della delegazione di Tolmezzo di Confindustria, Nicola Cescutti, nell’articolo apparso ieri (12 giugno, ndr) sul Messaggero Veneto. 

È evidente che le variabili nel rapporto costi/ricavi sono molteplici e che la determinazione dell’utile può variare molto in base al luogo in cui si realizza l’impianto e alle opere civili necessarie per la derivazione. 

È altrettanto evidente che in molte situazioni la redditività è legata esclusivamente alla presenza di generosi finanziamenti pubblici: è paradossale che si chieda di aumentare gli incentivi per rendere profittevole un investimento privato che altrimenti non starebbe in piedi, posto che l’utilità pubblica in termini di energie rinnovabili è di fatto irrilevante e invece l’impatto ambientale sui corpi idrici è notevole. 

Alti profitti per i privati, alto impatto ambientale, scarsi benefici per cittadini ed enti locali. Privatizzazione degli utili e socializzazione dei costi, nella migliore delle tradizioni italiche. 

È tempo di dire basta. Le grandi derivazioni devono essere gestite da società pubbliche e gli utili devono rimanere sul territorio, in particolare a beneficio delle comunità montane. 

L’assalto ai torrenti naturali deve essere fermato, il deflusso ecologico deve essere rispettato e attorno ai nostri fiumi dobbiamo costruire un nuovo modello di sviluppo locale, sostenibile e partecipato. 

 

Massimo Moretuzzo,

segretario e capogruppo in Consiglio regionale del Patto per l’Autonomia


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