Un contributo di Tullio Avoledo sul Gazzettino di oggi: una riflessione sulla modernità e sull'attualità dell'autonomismo. Caro anno ti scrivo... È l’ora di svegliarci dal torpore: «Cari lettori, a 60 anni ho capito che i desideri non si realizzano da soli ma bisogna darsi da fare perché diventino realtà» «Ogni singolo individuo può partecipare al cambiamento: una moltitudine di gocce d’acqua unita dà vita all’oceano» Caro 2018, non ti scrivo un bel niente. Perché sei solo una misura del tempo, uno di quei trucchi che noi umani ci inventiamo per misurare la realtà. Mica si scrive ai metri, o ai litri. Perché, allora, dovrei scrivere a un anno? Scrivo invece ai lettori di questo giornale. Scrivo per raccontarvi il mio sogno per l’anno che verrà. A 60 anni ho ormai imparato che i desideri non si realizzano da soli. Che devi darti da fare, se vuoi che diventino realtà. Il mio desiderio per il 2018 è che gli uomini e le donne di buona volontà si sveglino dal torpore e decidano di riprendere in mano il loro destino. Si sente spesso dire «cosa può fare un individuo solo? Come può pensare di cambiare le cose? È come lottare contro i mulini a vento». A queste obiezioni rispondo con due battute di dialogo dal libro di David Mitchell, Cloud Atlas. «Qualsiasi vostra azione – dice un personaggio, per convincere un altro a desistere dal battersi contro la tratta degli schiavi – non sarà che una singola goccia in un oceano sconfinato». Ma l’altro risponde, sereno: «E che cos’è l’oceano, se non una moltitudine di gocce?». In un mondo come il nostro, ognuno di noi può sentirsi così, un’insignificante goccia tra miliardi di gocce. Può provare un senso d’impotenza, di sconforto. Ma l’oceano è fatto di gocce. Ogni nostra azione ha riflessi sulle vite di altre persone, ogni nostro pensiero pronunciato ad alta voce innesca un processo di comunicazione che può portare a grandi cambiamenti. E il cambiamento che mi auguro per il 2018 è che il nostro Paese – e il Friuli per primo – ritrovino dignità e onestà. A chi rimpiange il mondo del passato, un mondo povero di beni materiali ma ricco di dignità e di interazioni personali, faccio presente che la dignità non ti viene da fuori, dagli altri. La dignità - quella vera - nasce dentro di noi. Si può essere poveri, infermi, maltrattati dalla vita, ma essere grandi nella dignità. Un esempio nobile e commovente ce l’ha dato il poeta Pierluigi Cappello, la cui vita è stata una parabola luminosa di come l’anima possa superare ogni difficoltà terrena. Ma Pierluigi era un santo. Noi siamo uomini normali. La nostra forza viene dall'unione con gli altri. Il mondo d’oggi, il neofeudalesimo imposto da chi ci comanda, non a caso tende a favorire il nostro isolamento. Magari abbiamo (o crediamo di avere…) centinaia di “amici” su Facebook ma non sappiamo chi viva nell'appartamento accanto al nostro. Trascuriamo la politica, perché “tanto non si può cambiare niente”. Pensiamo, ben che vada, al nostro lavoro, alla famiglia, alla nostra casa, e intanto lasciamo che il mondo intorno si deteriori e s’incanaglisca. Abbiamo ormai delegato tutto ai manager, di ogni tipo. Se potessimo, la nostra pigrizia affiderebbe a loro anche il compito di pensare per noi. I manager amministrano le imprese, le banche, la politica. Non hanno timore di farlo, perché non fanno parte della comunità su cui le loro decisioni impattano. Non sono guidati dalla ricerca del benessere sociale o della giustizia, ma solo dall'ingordigia, loro e delle entità che rappresentano, siano esse una multinazionale o un governo. Quando li vediamo, quando li sentiamo parlare, risultano spesso evidenti la loro incompetenza e la loro disonestà, eppure deleghiamo a loro le scelte che decidono delle nostre vite, del nostro futuro. Io mi auguro che il 2018 faccia piazza pulita di tutto questo. Chiedo a chi mi sta leggendo di convincersi che noi, e solo noi, possiamo cambiare il mondo. Per la nostra Regione, le prossime elezioni non sono un’occasione qualunque: rappresentano l’ultima possibilità di cambiare le cose, di fermare il degrado prima che si trasformi in collasso. È l’ultima chiamata per tutti gli uomini e le donne di buona volontà perché escano dal guscio del privato e s’impegnino in politica. Anni di governi “tecnici” hanno distrutto il Paese. Le fabbriche chiudono, i pezzi più pregiati della nostra realtà produttiva sono stati svenduti a multinazionali straniere. La ripresa di cui si riempiono tanto la bocca non c’è o, se c’è, non è certo per tutti. Il degrado dell’ambiente e della convivenza sociale si respirano, si toccano. Aria e acqua sono contaminati, il suolo viene sprecato. Il divario tra chi ha e chi non ha diventa di giorno in giorno più grande. Per la prima volta dagli anni ‘70 la nostra regione è tornata, tristemente, a essere terra di emigrazione. A livello nazionale non sembriamo più in grado di fare nulla: né di realizzare infrastrutture decenti, né di ricostruire i paesi devastati dalle calamità naturali e nemmeno di accogliere in modo civile i profughi che lasciamo entrare e vagare per il Paese. È tempo di dire basta. Di gridare un sonoro NO in faccia a chi, come avrebbe detto Gaber, ha come slogan “far finta di essere sani”. Ecco, vorrei che il 2018 fosse un anno di impegno politico. Per me lo sarà. Bisogna sconfiggere i manager di un sistema fallimentare e bugiardo e al tempo stesso evitare che un voto di pura protesta ci consegni nelle mani di incapaci come quelli che pullulano in certi movimenti populisti. Dobbiamo votare non con la pancia, ma con la mente e col cuore, eleggendo donne e uomini onesti e capaci. Ma soprattutto dobbiamo ricordarci che le pulizie cominciano in casa propria. Che quello che sarebbe difficile, se non impossibile, realizzare subito a livello nazionale, possiamo farlo qui, ora, in Friuli. Bisogna ridare alla Regione un governo di persone libere, oneste e capaci, che sappia usare al meglio quel meraviglioso documento che è il nostro Statuto di regione autonoma. Leggetelo e vi stupirete per le possibilità che offre. Senza bisogno di fare rivoluzioni, semplicemente applicando lo Statuto, che gli ultimi governi hanno calpestato e ignorato ma fortunatamente non ancora abolito, saremmo in grado di rendere la nostra Regione autonoma di fatto nelle scelte fondamentali: il controllo del demanio pubblico e delle acque, le politiche industriali, la sanità, la scuola. Potremmo rovesciare le scelte fatte da manager pubblici idioti, quelle che stanno affossando il nostro sistema sanitario e attuando riforme territoriali costose, inutili e inconcludenti. Uomini e donne di buona volontà lottano ogni giorno nelle fabbriche, nelle aule scolastiche, nelle corsie degli ospedali, per lenire, con il loro impegno quotidiano, i guasti provocati da scelte sbagliate imposte dall’alto. Le elezioni del 2018 rappresentano la linea del Piave. È tempo di reagire, di battersi per quello che è giusto. Per usare le parole di Primo Levi: “Se non ora, quando?”. Il Friuli può decidere - ma deve farlo adesso, prima che sia troppo tardi - di riprendere nelle proprie mani il suo destino, diventando un esempio virtuoso per tutto il Paese. Insieme possiamo farcela. E’ tempo che il buon senso torni a guidare le nostre azioni e le nostre scelte. E’ tempo di costruire, di progettare il futuro, con amore e con gioia, con fiducia e senso di responsabilità. E’ tempo di curare le ferite della nostra terra, di ridare speranza ai nostri giovani. Il 2018 sarà l’anno in cui il voto di ognuno di noi avrà un peso formidabile, se dato con intelligenza e non sprecato. Possiamo realizzare un’autonomia virtuosa, un progetto inclusivo che ridia dignità e un futuro migliore a ogni abitante della nostra regione. Ecco, io ho solo questo desiderio, per l’anno che verrà. Ma è un desiderio grande come il mondo. Mi impegnerò, non da solo, perché possa realizzarsi, e spero - è questo il mio augurio - che molti altri si uniscano a noi. Perché cos’è un oceano, se non una moltitudine di gocce? Tullio Avoledo | Il Gazzettino

Domani, Sabato 30 dicembre alle ore 11.30 al Caffè Caucigh in Via Gemona a Udine, si svolgerà una conferenza stampa in cui il Patto Per l'Autonomia renderà note le proprie determinazioni a proposito delle future consultazioni elettorali, dalle elezioni politiche a quelle regionali. Per approfondire questi nuovi scenari prenderanno parte all’incontro: Massimo Moretuzzo, sindaco di Mereto di Tomba - Patto per l’Autonomia  Federico Simeoni, consigliere provinciale di Udine e segretario di Patrie Furlane Rosario Di Maggio, portavoce dei Manovali per l'Autonomia Markus Maurmair, sindaco di Valvasone Arzene - Patto per l’Autonomia.

Il mio primo impulso nello scrivere questa confusa noterella era di intitolarla Homage to Catalonia come il celebre libro in cui George Orwell racconta le sue esperienze di volontario nella guerra civile spagnola sul fronte dell’Aragona. Alla fine ho scelto come titolo il verso centrale del ritornello dell’inno nazionale catalano Els segadors (i mietitori): Buon colpo di falcetto, difensori della Terra! L’inno celebra una delle prime sollevazioni della Catalogna contro l’oppressione della monarchia spagnola, la Guerra dels segadors (1640-1659). L’allora re di Spagna, Filippo IV, aveva annullato l’autogoverno della Catalogna, come poi farà Filippo V nel 1707, e Filippo VI nel 2017 (sì è vero: il nome Filippo porta una jella tremenda ai sovrani spagnoli). Il 7 giugno 1640, giorno del Corpus Domini, i contadini catalani impegnati nella mietitura entrarono, armati di falci, in Barcellona e ne scacciarono le truppe spagnole. In seguito alla liberazione della città, il Presidente della Generalitat Pau Claris proclamò la (prima) Repubblica Catalana. Nella sua meccanica, il Corpus de sang catalano è stato una replica della nostra Zoiba Grassa del 1511 ma con Strumieri e Zamberlani in ruoli invertiti. Nei giorni di Filippo IV la libertà della Catalogna è stata riconquistata (per un breve periodo) dai contadini, ovvero dalla base della piramide sociale. Lo stesso è accaduto adesso, al tempo di Filippo VI. I politici dei partiti catalanisti hanno commesso i loro errori (anche se non proprio tutti quelli che gli attribuiscono i giornali italiani). La causa della Catalogna pareva compromessa, e il governo renziano di Madrid ne ha approfittato per dare un’ulteriore stretta alla repressione: ha sospeso l’autonomia della Catalogna, commissariato la Generalitat, arrestato o costretto all’esilio il Governo legittimo, introdotto la censura preventiva ai mezzi di comunicazione sospetti di indipendentismo, costretto ad andarsene alcune imprese per poter gridare alla sciagura economica in caso di vittoria catalanista, scatenato contro i “secessionisti” tutti i giornali e le tivù e mobilitata ogni possibile risorsa del centralismo: il tutto senza farsi alcun scrupolo né morale né legale. I catalani, hanno affrontato l’impari sfida con mani e bocche legate, e con tutti i leader in carcere o in esilio. Si è trattato di una prova di resistenza in condizioni estreme. Ma i catalani hanno vinto: mantengono la maggioranza assoluta nel Parlament. E stato un miracolo, ma i suoi artefici non sono le (pur ottime) persone che dirigono i partiti catalanisti in assenza dei capi. È stato il popolo, la gente spicciola che si è mobilitata e non ha mai smesso di inviare sms e tweet ad amici e vicini, che ha organizzato migliaia di incontri, cene, manifestazioni culturali, esibizioni musicali, ripetendo senza sosta poche parole d’ordine ma di una chiarezza estrema: #FemRepública, o #LlibertatPresosPolítics. È stata la mobilitazione capillare e spontanea di centinaia di migliaia di cittadini semplici che ha sconfitto la (per nulla gioiosa) macchina da guerra dello Stato. A livello della politica-spettacolo tra leader hanno vinto i centralisti (che schieravano una graziosa candidata), ma nelle urne ha prevalso il popolo cosciente di esserlo. I leader catalanisti, poverini, neppure c’erano (M. Rajoy si è vantato di avere “decapitato” l’indipendentismo). La prima lezione è questa: è la gente che fa la Storia, non le élite, non le Leopolde e neppure le Genoveffe. La nostra deferente ammirazione va all’attivista ignoto che si è mobilitato da sé, senza attendere direttive da un “alto” che non c’era, e ha lavorato senza posa per settimane perché nel suo paesino o nel suo quartiere nessun voto mancasse alla Repubblica: Bon cop de falç! Si merita una segnalazione anche il partito renziano di M. Rajoy. In Catalogna i renziani hanno perso i 3/4 dei loro seggi. Ne avevano 11 (lo stesso numero dei parlamentari PD in FVG nel 2016) ora ne hanno 3 (il numero di parlamentari PD-FVG previsti dai sondaggi). Male! Sono sempre 3 in più di quelli che si meritano. Le categorie della politica a volte sembrano possedere un senso dell’ironia. Penso alla teoria della “Repubblica una e indivisibile” dei giacobini. Parrà strano a chi non è avvezzo alle sottigliezze della Storia, ma in questo momento quella teoria è rivendicata dagli indipendentisti catalani, non dai renziani di Madrid che difendono la “unità” del regno di Spagna. No, i catalani non sono impazziti (e non lo sono neppure io). Il punto è che i giacobini, avendo la pretesa di essere espressione della “volontà della Nazione”, e volendo al contempo negare alle minoranze linguistiche il diritto a esprime una loro “volontà della Nazione” di separarsi dallo Stato giacobino per formarne uno proprio, sono stati costretti a formulare una teoria della “Nazione” opposta a quella storico-naturalista secondo cui la nazione è una realtà oggettiva determinata dalla comunanza di lingua, tradizioni, etc. Se si accetta l’idea che l’esistenza di una nazione sia un fatto “oggettivo”, basato in primo luogo sulla lingua, diventa impossibile negare, per esempio, che i friulani formino una nazione — “Non c’è nulla di più scientifico della glottologia”, rispondeva Pasolini ai comunisti “scientifici” che negavano questo ovvio sillogismo. Ma i giacobini non possono certo accettare questa conclusione; ecco allora che si inventano una teoria alternativa della “Nazione” sintetizzata nella famosa formula: “La Nazione è un plebiscito di ogni giorno”. Per i giacobini, la Nazione esiste in quanto ciascun cittadino si riconosce, in ogni suo atto della vita quotidiana, nell’appartenenza alla comunità politica scegliendo di condividerne il “destino storico”. Questo sentirsi parte della comunità politica, della Repubblica, è il referendum implicito che si tiene ogni giorno, e che dà legittimità alle Istituzioni politiche. Per i giacobini, questa è la Costituzione sostanziale della Repubblica, che è “una e indivisibile” perché (e finché) unica  è la coscienza dei cittadini. Pier Paolo Pasolini ha espresso lo stesso concetto nello scritto Il Friuli Autonomo (1948): L’appartenenza ad una data Patria non è un fatto, ma un atto di coscienza. Ora, dicono i catalani, se l’essenza della Repubblica è l’esistenza di milioni di cittadini che in essa si riconoscono e che si sentono impegnati a costruirne il futuro, allora la Repubblica Catalana esiste ed è una realtà molto più solida e concreta del Regno di Spagna o dell’Impero di Renzonia. La Catalogna ha i suoi cittadini – coscienti e impegnati – e finché la Catalogna avrà i suoi cittadini, nessun Renzi di Spagna riuscirà a cancellarla. Ancora Pasolini, nell’ultimo testo che ha scritto, con l’intento che fosse il suo Testamento spirituale (Saluto e augurio, 1974): La Repùblica a è drenti, tal cuàrp da la mari. La Repubblica è dentro di noi cittadini coscienti e costruttori di futuro, non nei Palazzi di Roma e tanto meno nella reggia di Re Borbone a Madrid. Visca la terra lliure! Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata 

Per sudditanza nei confronti del potere centrale, l’assenso rilasciato al Governo dalla Regione alla riscrittura dei patti finanziari grava il bilancio F-VG di prelievi inaccettabili da parte dello Stato. L’emendamento Morando alla legge di stabilità finanziaria nazionale riscrive i rapporti finanziari tra Stato e Regione F-VG, creando illusioni e strumentalizzazioni. Le aliquote di compartecipazione ai tributi erariali verranno modificate in maniera sostanziale e complessiva, riducendo la misura di alcune quote (v.Iva) ed ampliando la platea dei tributi a cui attingere rispetto a quanto finora previsto. I criteri di gestione della nuova normativa dovranno essere specificati nell’ambito di decreti attuativi da convenire tra Stato e Regione secondo le procedure previste dallo Statuto. Analizzando le conseguenze dell’emendamento Morando per il F-VG i flussi di entrata e uscita da e per Roma rimarranno gli stessi degli ultimi anni, con un prelievo da parte dello Stato (calcolato con precisione da parte della Corte dei Conti in occasione dei giudizi di parificazione relativi ai consuntivi 2015 e 2016) di 1,1-1,2 miliardi all’anno per obiettivi di risanamento della finanza pubblica e di abbattimento del debito pubblico. Di fatto su un insieme di entrate, tra tributi propri e quelli di compartecipazione, di 5,2-5,4 miliardi di euro, il 25% viene prelevato dallo Stato riducendo drasticamente la potenzialità di spesa della stessa regione. Questa situazione è iniziata a partire dal 2010 aggravandosi ogni anno fino al 2015 per poi stabilizzarsi sul livello più alto di esproprio. Il Patto Per l'Autonomia ritiene che gli investimenti non effettuati per questa enorme voragine nella nostra spesa pubblica, dilatata da altre norme relative al patto di stabilità ed anche operanti nei confronti degli enti locali, siano la concausa principale della crisi economica che ha colpito in questo decennio la Regione F-VG: e lo ha fatto in termini più forti che da altre parti dell’Italia, in termini di PIL e disoccupazione, anche perché la quota di prelievo statale per l’abbattimento del debito pubblico nella nostra Regione è del tutto spropositata in relazione alla sua popolazione e dimensione. La riduzione della spesa pubblica e di quella attivabile da essa per i privati ha superato i due miliardi di euro all’anno su un PIL complessivo di 35 miliardi di euro. C’è quindi massima necessità di rinegoziare i rapporti finanziari con lo Stato, determinati anche dalla scadenza nel 2017 del patto di contribuzione Padoan-Serracchiani. Ma l’assenso dato nello spazio di un giorno alla proposta dell’emendamento Morando dimostra esplicitamente la totale sudditanza al governo centrale ed una incapacità di esprimere da parte delle forze politiche del F-VG le ragioni di un profondo disagio territoriale. Il tutto è stato reso ancora più ridicolo dalla pantomima sui 120 milioni di euro di “sconto” che lo Stato dichiara di averci fatto e che saranno l’occasione per una finanziaria elettorale di spesa che la Giunta regionale gestirà nei prossimi mesi. In realtà si è trattato di uno “sconto” su un ingiustificato aumento, che fu di 370 milioni con Tondo e di “soli” 250 pagati da Serracchiani negli ultimi anni, in un quadro dove quello che conta è l’enorme cifra complessiva del taglio di entrate. Di fatto una solenne presa in giro. Va anche segnalata la grave infrazione istituzionale commessa nella procedura di attribuzione del “consenso” all’emendamento Morando tenendo all’oscuro di tutto ciò il Consiglio Regionale. Su questo terreno, si è aperto un vero e proprio baratro di legittimità costituzionale, come è stato segnalato in questi giorni sulla stampa dal dottor Giovanni Bellarosa. Se la Regione deve essere sentita, può farlo da solo la Giunta o addirittura il Presidente? Sulla ipotetica trattativa che dovrà aprirsi con il Governo chi e come agirà per conto della Regione? Va ricordato che gran parte delle leggi finanziarie dello Stato, che hanno ridotto le entrate della Regione F-VG negli ultimi anni per il risanamento della finanza pubblica, sono state approvate senza alcun assenso da parte della Regione e che la Corte Costituzionale con la sentenza 188/2016 ha richiamato con forza i nostri amministratori alla necessità di una INTESA, arrivando ad abrogare la normativa sul sovra-gettito IMU per questo motivo. Ed ha invitato la stessa Giunta Regionale ad occuparsi meglio degli interessi della società regionale. Per il Patto Per l'Autonomia siamo di fronte ad una vicenda politica determinante per il futuro della Regione. Al di sopra di ogni ragionamento tecnico, deve emergere come discriminante per la Regione F-VG l’intenzione di richiedere con forza la revisione con un drastico ribasso delle attuali contribuzioni allo Stato ed un recupero parziale ma sostanzioso delle disastrose contribuzioni di questi ultimi anni. Tutto il resto è fuffa, propaganda che però rischia di costare cara a noi e ai nostri figli. Questo difatti è un accordo che aiuta ad ingabbiare definitivamente l’autonomia finanziaria della Regione, già gravemente compromessa dal Patto Tondo-Tremonti, e ridurla ai minimi termini: con le conseguenze sui servizi per i cittadini che tutto questo comporta.  

Mentre il Consiglio regionale ieri stava discutendo del Bilancio per il 2018, è giunta notizia che in Parlamento era stato presentato un emendamento del Governo alla legge di “stabilità nazionale” che aveva ottenuto “l’intesa” con la Regione F-VG. Questo emendamento riorganizza tutto il sistema di compartecipazione del F-VG per le entrate fiscali, diminuendo il singolo peso (ad es. per l’IVA non avrà più il 91% ma il 59%) ed aumentando le tipologie di tributi (ad es. bolli, ecc.) a cui accedere. Il tutto viene detto “ad invarianza di entrate per la Regione e costo per lo Stato”. Come regalo per l’intesa viene standardizzato a 250 milioni annui il contributo che la Regione deve allo stato in conseguenza degli accordi passati Tondo-Tremonti e Serracchiani-Padoan, che a partire dal 2018 avrebbe potuto ritornare ai 370 previsti inizialmente. Cosa significa ciò? E come si ripercuote sul bilancio regionale? Sui giornali si trova che le spese del bilancio regionale per il 2018 sono di circa 4 miliardi di euro suddivisi nelle varie voci. L’informazione non spiega quanto sono le entrate complessive, dalle compartecipazioni e dalle altre voci, che nella realtà attualmente sono di circa 5300 milioni di euro. Di questi circa 1300 vengono ritornati allo Stato in seguito a norme diverse (emanate dal 2011 in poi) che definiscono il contributo della Regione F-VG al risanamento della finanza pubblica dello Stato (debito, disavanzo,...). Tra questi ci sono anche i 370 milioni (o 250) del Patto prima descritto. Questi soldi oggi compaiono nel bilancio regionale. Con “l’intesa” della Giunta Serracchiani sull’emendamento governativo alla legge di stabilità questi soldi spariranno per sempre dalle entrate del bilancio regionale poiché le nuove aliquote di competenza sono calibrate sull’attuale spesa regionale dei 4 miliardi. Rimane da capire se i 120 milioni di cui molto si parla sono già nell’attuale bilancio regionale (con previsione di contribuzione allo Stato di 250) o se potranno essere inseriti solo dopo l’approvazione della manovra all’esame del Parlamento. Raccontare quanto è avvenuto ieri, come fanno i giornali regionali di oggi, come un risultato positivo è una “fake” colossale. Di fatto così si concludono 10 anni disastrosi per la specialità regionale. Giorgio Cavallo

Sulla Catalogna è calato il silenzio, vietato parlare, guai ricordare le battaglie democratiche di quel popolo. Sul 56% degli indipendentisti Corsi silenzio totale, guai ricordare che l’Europa possibile è sempre più quella dei popoli e non quella dei fallimentari "stati nazione" attuali. La conquista di 41 seggi su 63 ovvero della maggioranza assoluta da parte degli indipendentisti non ha diritto di essere ricordata come una affermazione di autonomia dalla Francia. Il figlio di un combattente storico del movimento indipendentista (Edmond Simeoni) Gilles Simeoni assieme a Guy Talamoni storico indipendentista in una coalizione "pé a Corsica" hanno dimostrato che senza dimenticare o rinnegare il passato si può democraticamente e civilmente proporre  un progetto di rinnovamento che vada oltre la semplice richiesta di autonomia. Hanno vinto con una proposta rassicurante di riaffermazione della propria identità ma soprattutto con un progetto di ricostruzione e recupero del territorio. Pensando alla Corsica mi ritorna in mente un menu di un ristorante di quell’isola, che alla fine riportava la dicitura “buchi” e il prezzo di riferimento, certificava uno strano modo di festeggiare le ricorrenze, sparare sul soffitto. Contemporaneamente a quel ricordo mi venne in mente la frase pronunciata durante un incontro a Roma dall’allora ministro per gli affari regionali, durante un incontro con i rappresentanti Friulani che rivendicavano i loro diritti, dicendo: ma voi non siete come i SudTirolesi, non siete pericolosi per l’integrità dello stato, che tradotto voleva dire voi non mettete bombe non siete pericolosi quindi le vostre richieste possono essere disattese. Strano concetto di democrazia, ma a pensarci bene è il fattore unificante di tutte le democrazie centraliste. Certo i baschi avevano scelto la lotta armata e quindi la loro pericolosità implicava una concessione di maggiore autonomia e diritti conseguenti. I Catalani avendo scelto la via pacifica si possono reprimere con la violenza. Semplici ricordi di chi ha avuto la fortuna di incontrare persone che avevano dedicato la loro vita alla difesa del loro popolo, nessuna giustificazione della violenza ma una semplice considerazione per capire i risultati ottenuti in quei paesi e i conseguenti successi elettorali. Il coraggio è il filo conduttore, non il coraggio di usare la violenza, ma il coraggio di difendere le proprie idee fino in fondo.  Come possiamo rivendicare diritti e autonomia se ai nostri figli diciamo che la coerenza è meno importante della convenienza, se ci preoccupiamo della loro voglia di cambiare chiedendogli di lottare per i loro diritti, ma in maniera morbida accontentando tutti ovvero non scontentando nessuno, “no si sa mai di cui ca si a bisugna”. Come possiamo pretendere maggiore autonomia senza rompere gli schemi classici delle rivendicazioni autonomiste locali, preoccupati della difesa di un passato e incapaci di un progetto per il futuro. Tradizione e novità devono e possono coesistere in un progetto che superi i personalismi. La paura di chiedere, la paura di rivendicare i diritti, la discrezione che ci fa chiedere meno di quello che ci serve è il vero handicap da superare, e il vero coraggio come sappiamo non è non avere paura, ma superarla. Roberto Visentin  

Ve le ricordate le leggi “renzianissime”? Sono le leggi che il PD ha approvato sul presupposto (errato) che la de-forma costituzionale Renzi-Boschi sarebbe stata “ovviamente” approvata dal popolo sovrano. Lo scopo delle leggi “renzianissime” era allineare la legislazione dei singoli settori al nuovo modello di Stato iper-centralizzato e totalmente renzianizzato. Per definizione, si tratta di leggi in palese contraddizione con lo spirito e la lettera della Costituzione vigente, leggi fondate sulla presunzione che il Senato e le Province sarebbero state soppresse e sostituite dal dominio personale del Signore di Palazzo Chigi. Per far felici i gonzi, le leggi “renzianissime” erano state presentate come provvedimenti utili ad accrescere “l’efficienza” delle Istituzioni, ma nella realtà erano unicamente finalizzate a blindare la presa del Giglio Magico sui gangli vitali del Potere: sul piano degli effetti concreti sul sistema-Paese erano norme disastrose, autentiche scemenze. Il popolo sovrano ha spazzato via la de-forma costituzionale Renzi-Boschi, mandando gambe all’aria il disegno autoritario. Ma, purtroppo, le leggi “renzianissime” ci sono rimaste sul groppone, a mo’ di punizione per non esserci piegati ai voleri del Signore. Le leggi “renzianissime” fondamentali erano tre: la legge elettorale Italicum (un plebiscito peronista che presupponeva l’assenza di una seconda Camera), la de-forma Del Rio delle Autonomie Locali, e la legge Madia di “riordino” della Pubblica Amministrazione. L’Italicum è stato dichiarato incostituzionale e sconfessato dagli stessi renziani che lo hanno sostituito con un’altra legge elettorale tarocca, il Rosatellum. A suo tempo Renzi aveva proclamato che tutta Europa ci invidiava l’Italicum, e che presto tutti i Paesi l’avrebbero adottato. Meno di due anni dopo lo stesso Renzi ha gettato la sua geniale de-forma nella pattumiera. La de-forma Del Rio si è arenata nelle sue insanabili contraddizioni, e ha già raggiunto l’Italicum nel contenitore dei rifiuti non più riciclabili. Il terzo testo “renzianissimo”, la legge Madia, è una raccolta davvero completa di tutte le assurdità e scemenze che si possono dire e fare nella Pubblica Amministrazione. L’avessero intitolata “I 1001 errori da non compiere mai”, sarebbe stata un utile catalogo dei provvedimenti da evitare; invece i renziani hanno preteso di implementarla. Male gliene incorse, a loro e a questo disgraziato Paese. Un riassunto sommario delle assurdità della Madia richiederebbe decine di pagine. Per brevità mi limito a quella all’attenzione delle cronache di questi giorni. Tra le varie norme “renzianissime” vi è il “riordino” delle Camere di Commercio. Nella sostanza, la norma cancella il principio della coincidenza territoriale tra Camera di Commercio e Provincia, sul presupposto (rivelatosi poi infondato) dell’eliminazione della stessa Provincia dal novero degli Enti costituzionalmente necessari. Risultato: alcune Camere di Commercio venivano soppresse per essere accorpate ad altre. Con quale criterio? “Con quello dell’efficienza” – rispondono i renziani. “Ma come dell’efficienza” – risponde chi conosce la materia – “Sopprimete la Camera di Pordenone che è tra le più efficienti d’Italia (basta vedere l’andamento delle esportazioni), e tenete in piedi indegni baracconi clientelari”. Evidentemente i criteri di “efficienza” della Madia sono diversi dagli indicatori di performance economica (e imperscrutabili). Alcune Regioni ordinarie (Lombardia, Liguria, e Puglia) hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro questo uso fazioso e centralista del Potere. Le Regioni hanno lamentato che il provvedimento “renzianissimo” viola la loro autonomia. Sottolineo che si tratta di Regioni a Statuto ordinario, le cui competenze in materia di economia e ordinamento della Pubblica Amministrazione sono infinitamente inferiori a quelle della Regione a Statuto speciale Friuli Venezia Giulia. Se la legge Madia viola le loro scarse competenze ordinarie, significa che è un autentico stupro di quelle speciali della nostra Regione. Ma la Giunta del FVG si è guardata bene dal ricorrere alla Consulta in difesa della nostra Autonomia speciale. Come sempre, la Giunta Serracchiani è rimasta in ginocchio, in muta adorazione dell’Idolo di Rignano sull’Arno. Il ricorso delle Regioni ordinarie è stato accolto. La legge Madia, come le sue sorelle “renzianissime” è stata ufficialmente dichiarata incostituzionale (in parte quo). I caporioni della nostra Regione hanno commentato più o meno con queste parole – “è andata come si voleva. Avete visto che abbiamo fatto bene e restarcene zitti e in ginocchio?”. È una buona notizia. A onta del nulla che occupa le Poltrone della nostra Regione, la realtà si è imposta sul delirio di onnipotenza renziano: il popolo sovrano ha bocciato il progetto del PD e la Corte costituzionale cancella le de-forme “renzianissime”. A questo punto tutto il “pensiero politico” e l’intera “opera storica” del renzismo sono stati archiviati nella famosa pattumiera. Ottimo, ma c’è un rammarico. A livello statale, il popolo sovrano ha avuto la possibilità di esprimersi e urlare in faccia a Renzi: “vonde monadis”. A livello regionale, dove si è data la stura a molte nefande de-forme “renzianissime”, è stato negato il diritto di parola al popolo sovrano, proibendo i referendum sulla de-forma delle UTI e su quella della sanità, pur richiesti dai comitati. La maggioranza del Consiglio regionale, ovvero l’autore stesso dei misfatti “renzianissimi”, ha arrogantemente tappato la bocca agli elettori. Dite quello che volete, ma non mi convincerete mai del contrario: la de-forma delle UTI è stata prima di tutto una rivolta dell’élite casualmente al Potere contro il principio stesso della sovranità popolare. Renzi, almeno, a questo non è mai arrivato. Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata

Come volevasi dimostrare, a suon di abdicare all’esercizio dell’autonomia si finisce per credere che lo Stato abbia ragione anche quando l’ultima parola spetterebbe a noi. E’ la triste conclusione a cui si giunge dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale che in merito alla riforma delle Camere di Commercio ha sancito l’illegittimità procedurale dell’iter seguito dal Mise nel decretare gli accorpamenti degli enti camerali. Andava sentita la Regione, ma il Governo non lo ha fatto. E la Regione non ha voluto nemmeno resistere in giudizio, dando per scontata la sconfitta. Il Friuli Venezia Giulia ha voluto essere più realista del re e mentre altre Regioni (non solo guidate dal centrodestra) reclamavano il diritto di essere consultate, la nostra taceva. Con l’aggravante che le ricorrenti sono Regioni a Statuto ordinario, mentre la nostra è a Statuto speciale e su questo terreno aveva ed ha precisi doveri nei confronti del sistema camerale e dei cittadini. Le imprese hanno diritto a un punto di riferimento efficiente e vicino e il sistema imprenditoriale pordenonese: e la collettività ha diritto ad avere personale politico che difende le prerogative della sua Regione, soprattutto quando il sistema territoriale glielo chiede. Lo abbiamo già detto: se c’è la volontà politica di farlo, gestire in forma autonoma la materia delle Camere di Commercio si può. Due sono le strade percorribili. Lo evidenzia ciò che già è stato attuato in Trentino Alto Adige che ha richiesto e ottenuto competenza primaria su questi temi. Primo, è necessario chiedere l'attribuzione della competenza legislativa primaria in materia, da inserire nell'art. 4 del nostro Statuto: in questo caso la richiesta nella legge-voto non può che essere "secca", con l'eventuale accompagnamento della clausola per cui la Regione si accolla gli oneri derivanti dalla nuova attribuzione. Secondo, nel frattempo serve utilizzare le norme di attuazione per ottenere almeno le competenze amministrativa in materia: in questo caso si fa leva sul norme già presenti nel nostro Statuto nel senso che la delega dell'esercizio delle funzioni amministrative statali alla Regione può essere fatta anche con norme di attuazione che, formalmente, sono una fonte statale (decreto legislativo). Quanto al contenuto, la Regione è titolata a chiederle perché trattasi di una "materia" che, sebbene assente dagli elenchi dello Statuto, è comunque riconducibile all'agricoltura, industria e commercio e artigianato, che invece ci sono (restano ovviamente esclusi i profili civilistici e tributari). Dal punto di vista della realizzabilità in concreto, si tratterebbe di una strada più percorribile. E il fatto che la Consulta sostenga la necessità dell’intesa Stato-Regione mostra che gli spiragli per ottenere queste competenze ci sono. Quindi, anziché dipendere dalla volontà centrale dello Stato, in una logica di reale valorizzazione della nostra Autonomia, slegandosi dagli obblighi conseguenti dai partiti nazionali, si può rivendicare la competenza sulle Camere di commercio e decidere noi stessi sul loro destino. Personalmente sono poi convinto che ci sono tutti i presupposti di salvaguardare le tre camere attualmente esistenti, e in particolare quella di Pordenone: ma ciò lo si potrà fare solo dopo aver fatto un reale esercizio della nostra Autonomia Speciale attraverso il Consiglio Regionale. Markus Maurmair   Qui sotto l'articolo de Il Gazzettino:

Una scuola autonoma “made in Friuli” come antidoto ai guasti della “Buona Scuola” del Governo Renzi? Alla Conferenza regionale di valutazione della legge sulla tutela della lingua friulana Sergio Bolzonello è parso appoggiare questa tesi quando ha detto testualmente “Da quando ho lanciato il tema della regionalizzazione della scuola tutti mi sono venuti dietro. C’è da chiedersi perché finora nessuno ci avesse pensato”: peccato che solo due mesi fa Debora Serracchiani a Villa Manin sosteneva che «Acquisire la competenza sulla scuola è una proposta concreta che abbiamo fatto solo noi, aprendo una trattativa con lo Stato». Verrebbe da dire “Mettetevi d’accordo”, perché fanno un po’sorridere presidente e vice che si arrogano a vicenda l’una il merito di qualcosa di avviato, l’altro la primogenitura di qualcosa di mai prima rivendicato. E si sarebbe portati a dire “Meglio tardi che mai”, se non ci fosse il sospetto che si tratti di una boutade ormai quasi fuori tempo massimo. Si parla di competenza, ma quanto fatto dalla Giunta sinora è solo l’avvio della richiesta di regionalizzazione dell’Ufficio Scolastico Regionale (Usr) del FVG. Cosa ben diversa, e tuttavia avviata tardivamente. Ben difficilmente questo percorso, attualmente al vaglio della Paritetica, sarà infatti portato a compimento nel breve spazio che resta fino alla fine della legislatura da un governo già in palese crisi di operatività dovuta alle manfrine prelettorali dei partiti romani. Vien da chiedersi se fosse necessario aspettare quattro anni e mezzo di legislatura per porre sul tavolo la questione, se davvero c’era la convinzione che questa fosse la strada giusta. Ma lo è? Va fugato subito un equivoco di fondo, perché andrebbe spiegato in cosa consiste esattamente la “regionalizzazione” di cui si parla e in che modo concorrerebbe a risolvere la situazione drammatica nella quale si dibatte la scuola friulana tra carenze di organici, dirigenze vacanti e reggenze a macchia di leopardo, ora pure la difficoltà nel coprire i ruoli di Direttore dei servizi generali amministrativi (Dsga) che sono nevralgici per ogni istituzione scolastica. Solo l’abnegazione e la preparazione del personale scolastico a tutti i livelli (dirigenti, docenti e personale tecnico-amministrativo Ata) permettono oggi alla nostra scuola di primeggiare nei test Ocse Pisa a livello europeo, ma è difficile pensare che si possa incidere ulteriormente sulla qualità del sistema con il semplice trasferimento della competenza sull’Usr, se essa dovesse configurarsi come il mero trasferimento degli stipendi dei dipendenti dallo Stato alla Regione e poco altro. Questa regionalizzazione dell’Usr, qualora si conseguisse a tempo di record, porterebbe sicuramente vantaggi diretti in materia di dimensionamento degli istituti, di ridefinizione degli orari scolastici, di formazione dei docenti e di integrazione degli alunni stranieri. Ma il reclutamento degli insegnanti, la copertura delle dirigenze e delle direzioni amministrative e degli organici Ata, l’adozione di programmi più mirati al territorio e la creazione di un sistema di valutazione indipendente? Resterebbero comunque tutti problemi aperti. E a farne le spese sono gli studenti e le famiglie. Invece di mirare basso a nostro parere è nevralgico volare alto, e partire dal presupposto che se la scuola regionale vuol essere speciale non deve essere indifferente al territorio. E solo uno strumento potrebbe darci la possibilità di un effettivo autogoverno della scuola: la competenza primaria sull’istruzione. Sarebbe una soluzione efficace a più livelli: organizzativo, gestionale e didattico. Invece questa Regione, salvo assistere a tentativi maldestri di lanciarla a sei mesi dalle elezioni da parte di chi per 4 anni non ne a voluto sentir parlare, ha finora sempre mancato di rivendicarla. Perché? In Friuli Venezia Giulia non c’è per ora la cornice istituzionale per creare una vera e propria scuola regionale, ma per superare i limiti istituzionali fissati dallo Statuto occorre avere una visione politica chiara che finora è mancata. Bene che si porti la questione in Paritetica, ma si poteva e si doveva essere più ambiziosi e puntare più in alto, se non altro a livello di rivendicazione. Le altre Regioni possono farci da modello: ad esempio in Trentino Alto Adige le scuole dell’infanzia sono provinciali e i programmi li decidono loro. E nella scuola superiore si studia un manuale di storia trentina nel programma curricolare ordinario. Non solo: i trentini hanno il loro sistema di valutazione, che è già considerato un fiore all’occhiello della scuola italiana. In Val d’Aosta poi la cornice della lingua francese serve a creare un sistema dell’istruzione fortemente differenziato. Bravi loro? Ma anche da noi i modelli ci sono, a partire dalle scuole slovene delle province di Gorizia e Trieste e dall’Istituto Bilingue di San Pietro al Natisone. Sono modelli che funzionano, anche se la maggior parte dei cittadini della Regione magari nemmeno sa che esistono. Eppure costituiscono un modello per una scuola regionale plurilingue che deve ottimizzare le lingue del territorio per poi aprirsi a tutte le altre, come sta avvenendo in Valcanale per il nuovo progetto di una scuola plurilingue a servizio di tutto il Tarvisiano. Frutto di amministratori coraggiosi che andrebbero sostenuti in ogni modo. Per poter diffondere capillarmente questi esempi sul territorio, le competenze che si dovrebbero richiedere allo Stato centrale sono tante: a partire da quella sul governo del personale scolastico che Roma dovrebbe cedere, ovviamente con le relative risorse. Quindi bisognerebbe ottenere la competenza sulla programmazione dei curricoli e sul governo del sistema paritario. E serve anche che la dotazione  dell’assessorato regionale non si limiti al personale amministrativo ma comprenda un’equipe scientifica di alto livello per  affrontare al meglio questa sfida. Insomma, non basta cambiare la targhetta sulla porta dell’Ufficio scolastico per cambiare la scuola della Regione. Serve rivendicare con forza la competenza primaria e anche le risorse. In un convegno da noi organizzato nel 2015 a Casarsa Daniele Galasso, membro della Paritetica Stato- Regione, quantificava il costo della gestione autonoma dell’istruzione in Regione in qualcosa meno di 800 milioni, ovvero la stessa cifra del patto Serracchiani-Padoan: se lo Stato ci restituisse questa parte di maltolto, ecco che la scuola regionale diventerebbe realtà. In pochissimi anni. Mario Battistuta e Walter Tomada

La legge di revisione costituzionale che nel 2001 ha introdotto nella Costituzione il principio di sussidiarietà orizzontale, ha utilizzato questa formulazione: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” (art. 118, ultimo comma). Il tema delle forme di partecipazione dei cittadini alla vita politica e amministrativa dei nostri territori è una delle questioni che stanno diventando ogni giorno più importanti. Siamo in un periodo di crisi evidente della democrazia rappresentativa, resa manifesta non solo dal costante calo dei votanti nelle varie tornate elettorali, ma anche dalla situazione delle istituzioni locali che con la scelta dell’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti della Regione sono sempre più verticistiche e meno “popolari”. A questa crisi la risposta non può essere quella della politica dei tweet e dell’accentramento dei poteri nelle mani di chi ha suonato le danze negli ultimi decenni. Serve uno sforzo comune, dal basso, per cui le persone che hanno passione civile e senso di appartenenza al proprio territorio, partecipino alla costruzione di una nuova democrazia, basata innanzitutto sulla gestione condivisa dei beni comuni, sulla possibilità di incidere in modo forte e reale sulle scelte economiche e ambientali che riguardano le proprie Comunità. Ci sono tante esperienze locali che ci dicono che tutto questo è possibile; storie di persone e associazioni che stipulano un “Patto” con le amministrazioni locali impegnandosi a prendersi cura di una parte del proprio territorio, sia essa un’area verde o un parco pubblico o una scuola da ritinteggiare. Così come ci sono “Patti territoriali” che hanno messo attorno a un tavolo Comuni, imprese di produzione e di trasformazione, reti distributive e cittadini/consumatori, per costruire in modo partecipato delle filiere economiche locali, sostenibili e solidali, capaci di superare i limiti di una visione dello sviluppo e della crescita vincolata esclusivamente ai parametri del mercato globale. Un percorso politico e amministrativo che si pone obiettivi di questo tipo e tiene presente un orizzonte etico che fa del coinvolgimento attivo dei cittadini e dell’autogoverno delle Comunità dei capisaldi irrinunciabili, deve trovare degli strumenti coerenti con questi scopi. In questa fase storica, sicuramente complicata e per molti aspetti affascinante, i principi di Sussidiarietà e Partecipazione possano trovare casa solo in proposte politiche che si radicano nei territori e puntano a una nuova e creativa stagione dell’Autonomia. Massimo Moretuzzo

Pubblichiamo qui sotto il testo integrale dell'articolo-intervista di oggi a Sergio Cecotti, pubblicato nel giornale "Il Piccolo" (a cura di Marco Ballico).  Purtroppo il titolo dato all'intervista non rende bene l'idea di Sergio Cecotti, anzi la distorce. Non fatevi fuorviare dal titolo malizioso: se si leggerà in modo completo il domanda-risposta si comprenderà come l'attestato di stima è sulla oggettiva superiorità politica di Riccardo Illy rispetto agli attuali due competitor di centrosinistra e centrodestra: Bolzonello e Riccardi.   «A volte succede che sei costretto a partire anche tu». Non è il «mi candido» della scorsa estate, ma pare comunque un altro segnale: Sergio Cecotti è pronto a candidarsi alle regionali alla guida del Patto per l'Autonomia. Ma l'ex presidente del Friuli Venezia Giulia e sindaco di Udine, in vista del 2018, aggiunge un clamoroso endorsement a favore di Riccardo Illy: una possibile soluzione per il dopo Tondo-Serracchiani. Cecotti, come procede il percorso verso le regionali del Patto? Sta lavorando bene: lasciano ad altri la politica chiacchierata e si concentrano sul mettere radici profonde nel territorio e nella società, ambiti lasciti sguarniti dal ceto politico. Il tema però ha carattere storico, non elettorale. Questa regione vuole la discontinuità col decennio Tondo-Serracchiani, oppure è già rassegnata a una terza legislatura all'insegna di un declino sempre più rapido? Che cosa auspica? L'unità di tutti quelli che vogliono archiviare questo desolante decennio. Non parlo solo dei soggetti politici, ma anche sociali, sindacali, professionali, culturali, territoriali. L'intera coscienza civile del Friuli Venezia Giulia. Perché è sempre così critico verso Tondo e Serracchiani? (Sorride). A suo tempo sono stato critico verso la giunta Illy. Dopo averlo comparato ai successori, oggi Illy mi appare un gigante illuminato d'immenso. Sarebbe un buon candidato presidente? Non ho né titolo né velleità di suggerire candidature. Ma è vero che oggi Illy gode di una forte carica simbolica: è il presidente precedente al decennio maledetto, rappresenta la continuità con la Regione com'era prima di venire dirottata su un binario morto. Verrebbe vissuto da molti come la prova provata che il decennio 2008-2018 è stato rimosso come errore della storia. Quali sono i punti programmatici che lei ha suggerito al Patto? Più che suggerire, ho orecchiato il loro dibattito. La lista dei temi da affrontare è lunga e impegnativa. Ricostruire la sanità pubblica che è stata terremotata. Ricucire la coesione sociale e territoriale che è stata lacerata. Bloccare le leggi "renzianissime", come la soppressione della Camera di commercio di Pordenone, una delle più efficienti d'Italia. Farsi restituire dallo Stato i soldi che Tondo-Serracchiani gli hanno indebitamente regalato. Ridare alla Regione la funzione per cui era nata: essere il luogo istituzionale dove si elabora un progetto di futuro per il territorio e si governano i processi con coerenza per trasformare quel futuro in realtà. Si è lasciato il processo ingovernato, col risultato che siamo tra i sistemi territoriali maggiormente penalizzati dalla globalizzazione. Le porte sono chiuse a qualsiasi intesa? L'hanno cercata centrodestra o Pd per aprire una trattativa? Credo che i dirigenti del Patto parlino con tutti quelli che hanno qualcosa da dire in buona fede. Per quanto riguarda me, non mi ha cercato né il centrodestra né il Pd. Del resto, perché mai dovrebbero farlo? È pronto a guidare il Patto alle regionali? Egoisticamente, mi piacerebbe poter dire ai tanti che vogliono rompere col Tondo-Serracchianismo: "armiamoci e partite". Ma a volte succede che poi sei costretto a partire anche tu. Pd, sinistra, centrodestra, M5S. Qual è il male minore? Non ha senso disquisire su chi sia il male minore tra il clone di Tondo e il clone della Serracchiani. La lista di sinistra non sembra competitiva per il governo, ma ha il merito di denunciare il Tondo-Serracchianismo. Sul M5S mi mancano alcuni dati cruciali per esprimere un giudizio: vogliono la discontinuità con questi dieci anni o no? Sono disposti a impegnarsi per impedire la terza legislatura del declino? Intendono mettere in campo una proposta competitiva di governo, o si accontentano di presentare una lista per assicurarsi un certo numero di consiglieri d'opposizione? Che ne pensa di Honsell federatore della sinistra? Vedi alla voce Pisapia. Il suo ex vicesindaco Martines può continuare la serie di vittorie del centrosinistra a Udine? Io penso che la città sia profondamente insoddisfatta di come è stata governata dal Pd. A Martines ho detto che può sperare di vincere solo se tutti gli altri si suicidano. Confortato dai precedenti, lui ci spera; ma è spes contra spem. Come giudica l'addio di Serracchiani dopo un solo mandato? Non mi permetto di esprimere giudizi, posso solo riferire l'impressione che ne ho ricevuto. Mi è sembrata una triplice fuga: dal giudizio degli elettori, dalle responsabilità delle scelte fatte e dalla realtà. Verrebbe da dirle: cara presidente, se sei tanto convinta di aver governato bene, perché non resti a prenderti gli applausi dei cittadini? D'altra parte, se non ne è convinta lei, perché dovremmo esserne convinti noi elettori?  

Ieri, 7 dicembre, al Parlamento Europeo si è svolto un seminario di studio dal titolo “Can Catalonia save Europe?” La risposta alla domanda la ha data nelle sue conclusioni George Kerevan (SNP): “If they can’t, no one and nothing else can!”. La tesi di Kerevan è convincente. A riprova, nella stessa giornata di ieri a Bruxelles si è anche svolta la manifestazione “Wake up, Europe! Democracy for Catalonia” a cui hanno partecipato quasi 50.000 catalani. È stata una manifestazione commovente e stupefacente di “people power”. Il Presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, ha dichiarato che il tema della giornata non era se la Catalogna deve o non deve essere indipendente, ma cosa deve essere l’Europa. Nella sua visione (che condivido) l’Europa attuale è un club di anziane signore incartapecorite (gli Stati-nazione “ottocenteschi”) che si riuniscono per il tè delle cinque attorno a un tavolino ricoperto di vecchi merletti. Un gruppo di vegliarde sempre più distaccate dalla realtà, ignare del fatto che fuori dal loro salottino coperto di polvere c’è una storia e una società in vorticoso movimento. I catalani sono andati a gridarlo sotto le finestre delle vegliarde, cercando di smuoverle dal loro intorpidimento. Al club delle decrepite, Puigdemont contrappone una Unione politica europea fondata non sulla sovranità dei vecchi Stati ma sulla sovranità popolare: “The Europe that we are helping to build from Catalonia, is the same Europe that is being built from other points, Slovenia, Estonia, Wales, Flanders, a new Europe is in construction, of peace and democracy”. Il maggiordomo delle vecchie signore, Jean-Claude Juncker, gli ha risposto che “tutti hanno il diritto di manifestare, ma non si può ignorare la legge in nome della democrazia” (cioè della sovranità popolare). Oibò, noi credevamo fossero le leggi a essere dettate dalla sovranità popolare, non viceversa. Evidentemente nel salottino la pensano diversamente. Presidente Puigdemont, anche in Friuli Venezia Giulia c’è chi lavora alla costruzione di una nuova Europa. Un secolo e mezzo fa, il grande linguista goriziano Graziadio Isaia Ascoli scriveva nell’introduzione ai suoi fondamentali Studi Ladini che i friulani erano “mezzo milione di europei, e tra i più consapevoli di esserlo”. Presidente Puigdemont, non dubiti, siamo ancora tra gli europei più consapevoli e ancora impegnati a dare un futuro a questo continente. Isabella De Monte è un caso isolato, una residuale renziana, non infierisca. Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata

Ad un anno di distanza dal referendum costituzionale Salvatore Spitaleri intervenendo sul Messaggero Veneto del 5 dicembre 2017 si chiede se “quegli saputi” di autonomisti abbiano capito il grande errore fatto allora e se quella scelta fu dovuta al “non aver capito o all’essere in malafede”. Poiché nel corso del 2016 mi sono trovato a guidare il comitato “Sono Speciale Voto No” e ad espandere il pensiero dei molti cittadini regionali che avevano annusato la truffa per anziani denominata “Carta di Udine”, mi pare doveroso interpretare le affermazioni di Spitaleri che, magari così non fosse, rappresentano con ogni probabilità un residuo pensiero di quell’area politica PD che ai contenuti di quel referendum aveva creduto. Se effettivamente molti della sua parte politica la pensano in questo modo mi pare rappresentino una pericolosità sociale da esorcizzare. Al di là di alcune considerazioni che vorrebbero mettere in conflitto la esperienza della specialità del F-VG con quelle delle regioni ordinarie che oggi hanno cominciato a ribellarsi alla centralizzazione, mi stimola l’affermazione testuale che “oggi è certo più complesso attivare percorsi per nuove e più aggiornate competenze e soprattutto il rapporto tra Regione e Stato è rimasto un impari braccio di ferro”, peraltro da non lasciare alle “irose manine di bambini beccati in fallo” che “sbattono pugni sui tavoli romani”. Che tali appunto sono gli autonomisti. Dice lo Spitaleri: vi avevamo proposto un bel po’ di modifiche della Costituzione che avrebbero risolto tutti i problemi fondamentali dello stato italiano, dalla governabilità alla messa in riga delle dissipatrici autonomie locali, e voi le avete rifiutate. Oggi a causa del NO andiamo di male in peggio e tutti i problemi sono rimasti in piedi, compreso quello di salvaguardare e allargare l’autonomia speciale del F-VG. Dovreste, voi autonomisti del Friuli, cospargervi di cenere e dichiarare di non aver capito la bontà del prodotto e pentirvi di non averlo comprato. A queste argomentazioni rispondo: “errare è umano, perseverare è diabolico!” Hanno cercato di venderci una “patacca” per sostituire con norme raffazzonate e contraddittorie un impianto che arrancava per mancanza di manutenzione, ed oggi ci vengono a dire che abbiamo fatto male a sbattere la porta in faccia al piazzista. E nel frattempo i proprietari-concessionari dell’impianto hanno continuato a distruggerlo a martellate come è avvenuto con il “rosatellum”. Mi limito alla questione dei rapporti tra stato centrale e territori. La proposta referendaria del 2016 era una pietra tombale ad ogni reale autonomia delle regioni in generale ed una ambigua norma transitoria rimandava al futuro le procedure di revisione delle specialità, attizzando ancor più il clima generale che voleva farne piazza pulita. Spitaleri forse non ha capito che i “friulanisti” non si battevano solo per la loro specialità, da ridefinire, ampliare e riscrivere, ma in difesa dell’intero Titolo V della Costituzione e della sua applicazione, devastata da 15 anni di governi nemici dell’autonomia regionale e locale così come definita nel 2001. Un vento impetuoso da nord ha cambiato il clima. Il referendum dell’ottobre 2017 in Veneto ha fatto piazza pulita della volontà centralizzatrice delle modifiche costituzionali del 2016 ed ha aperto una fase nuova di ricontrattazione tra territori e stato per la ripartizione dei poteri di competenza. Il referendum veneto non ha distrutto le specialità ma ha fatto diventare la specialità un obiettivo generale. Se abbiamo delle carte da giocare, il voto del Veneto permette al F-VG ed alle altre speciali di uscire dalla dannazione in cui erano state cacciate da una “pubblica opinione” deviata. Chi ha a cuore il futuro dell’autonomia speciale del F-VG non è preoccupato per quanto riuscirà a strappare il Veneto al Governo ed al Parlamento, ma piuttosto dalla incapacità delle forze politiche, che in Regione F-VG si collegano al sistema politico italiano, di interpretare adeguatamente la rinnovata specialità di cui ha bisogno il Friuli - Venezia Giulia. Negli ultimi anni il F-VG ha subito un salasso di risorse finanziarie che oggi tagliano il bilancio regionale del 25%, 1,2 miliardi su 5, ha visto il governo distruggere molte leggi approvate in regione contestandone la legittimità di competenza, e praticamente non ha portato a casa uno straccio di norma di attuazione che ampliasse il suo spazio di azione. Forse come dice Spitaleri non abbiamo avuto sufficienti  “bambini che sbattessero i pugni sui tavoli romani”, ma ci siamo affidati a puri legami politici di sudditanza. Un consiglio a quanti condividono quanto dice Spitaleri. Quando viene a mancare una cosa a cui eravamo affezionati dispiace, ma prima o poi ce ne facciamo una ragione. Ad un anno di distanza mi pare che il PD non abbia ancora rielaborato il lutto del 4 dicembre 2016. E appellarsi alla “macumba” è un po’ da primitivi. Giorgio Cavallo

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