Massimo D’Alema ha dichiarato che la colpa di quello che sta succedendo in Catalogna è di due “nazionalismi di destra”, quello dei “leghisti” catalani e quello, “simmetrico”, del PP di Mariano Rajoy. Credo che il leader maximo non abbia fatto caso a un aspetto che illustra in modo estremamente limpido la diversa natura delle due posizioni che si confrontano. “Stranamente” nessun commentatore ha ricordato questo dato. Provvedo io a colmare la lacuna. Una premessa. Il territorio della Comunità Autonoma della Catalogna (corrispondente allo storico Principato di Catalogna) non è tutto di lingua catalana: la valle d’Aran, nei Pirenei, è di lingua occitana come gran parte del Midì francese e alcune valli piemontesi. Gli occitani in Catalogna sono una minoranza riconosciuta e tutelata (dalla Generalitat), a differenza dei loro connazionali che vivono negli Stati francese e italiano. I catalani si sono posti il seguente problema: per effetto della dichiarazione di indipendenza dalla Spagna, la Catalogna avrebbe assurto il ruolo di Stato che domina una porzione di un altro popolo, quello occitano. Per evitare questo rischio, nella medesima legge che ha indetto il referendum sulla propria autodeterminazione, il Parlamento catalano ha esplicitamente riconosciuto il diritto alla autodeterminazione della valle d’Aran, ovvero ha garantito l’inalienabile diritto degli occitani a secedere dalla Catalogna stessa. Veda un po’ D’Alema se questo modo di comportarsi può definirsi “simmetrico” a quello tenuto da Rajoy, come il massimo sembra pensare. L’ironia della vicenda è che il Tribunale Costituzionale spagnolo ha dichiarato nulle tutte le norme della legge sul referendum catalano, tranne quelle che garantiscono il diritto dell’Aran alla sua autodeterminazione nazionale. Perciò la Spagna, attraverso la sua Corte suprema, riconosce il diritto dell’Aran a staccarsi dalla Repubblica Catalana. Ma questo significa, implicitamente, riconoscere la Repubblica Catalana? Sergio Cecotti | Riproduzione riservata (C) 

Forse c'è qualcosa di sbagliato. Siamo tutti in attesa dei risultati delle elezioni siciliane perché da esse dovrebbero venire delle indicazioni su cosa avverrà a marzo e a maggio anche qui da noi. Berlusconi promette tutto come da 25 anni, Salvini con le sue quattro battute spera di sfondare al sud per poi precedere FI nel totale, il PD parla di voto utile con una sinistra che nei sondaggi sembra uguagliarlo, e un M5S imperterrito continua a propagandare ad un popolo ansioso di vendetta che i costi della politica sono i principali mali della "nazione". Insopportabile. Ed ancora più il pensare che da questo dibattito sul nulla possa dipendere anche il nostro futuro. "Ma mi faccia il piacere" direbbe il principe de Curtis. Usciamo da questo avanspettacolo e costruiamoci un teatro tutto per noi.   Giorgio Cavallo

Molti si stanno domandando da cosa dipende la decadenza della Regione F-VG e della sua specialità. Mentre in giro per l’Italia si continua a pensare ed a descrivere le Regioni autonome come delle galline dalle uova d’oro gestite da politici intrallazzoni e ladri, forse si comincia a capire che lo statuto del 1963 per il F-VG e le norme di attuazione non costituiscono più un insieme di strumenti di per sé sufficienti per l’oggi. La decadenza peraltro ha più motivi: quadro giuridico insufficiente, governanti di bassa qualità e succubi delle consorterie politiche cui appartengono, ma anche forte deficit cognitivo in materia “aritmetica”. Le polemiche di questi giorni tra destra e sinistra sui conti della Regione ne danno conferma in un susseguirsi di affermazioni e risposte che creano una confusione indicibile. Sarebbe ora di fare chiarezza e perlomeno arrivare ad una condivisione dei numeri. Finalmente nel corso del 2017 ci si è accorti dell’effetto devastante per l’economia regionale dei contributi dati dagli enti pubblici territoriali per il risanamento delle finanze dello stato. Le cifre variano in relazione ai modelli di calcolo ma sicuramente in questi anni di “crisi” si è arrivati ad una riduzione della spesa pubblica regionale e locale di almeno 1500 milioni di euro all’anno senza nessun aumento di quella qui effettuata dallo stato e dalle sue “agenzie”. E partire il 1 gennaio con un deficit di PIL del 5% che si cumula a quello degli anni precedenti è di per sé disastroso. C’è quindi una diretta relazione tra questa mancata spesa pubblica, che percentualmente non ha eguali in altre parti d’Italia, e il peggioramento esasperato degli indici economici e sociali. Oggi c’è una certa ripresa legata ad alcuni settori produttivi rivolti alla esportazione, c’è forse anche una maggior fiducia nel futuro, ma i dati strutturali della crisi sono ancora presenti come macigni. Da tempo osservatori indipendenti e lo stesso Patto per l’Autonomia segnalano questa situazione. Ora esponenti del centro destra e della sinistra non più governativa cominciano a chiederne ragione a chi ci ha governato negli ultimi cinque anni, Serracchiani e Peroni in primis. E in questo modo si assolvono da ogni complicità. La campagna elettorale per le elezioni politiche e regionali del 2018 si sta aprendo quindi con due caratteristiche: quale risposta dare, o meglio negare, alla domanda di trasformazione dello stato italiano così come emerge dal “tumulto” dei territori di cui il referendum veneto è il segnale più appariscente. Ne sono un esempio le considerazioni del solito Rizzo sul sito web di Repubblica del 29 ottobre 2017 a proposito della specialità della Valle d’Aosta e dei suoi improvvidi amministratori. Un intensificarsi delle beghe di bottega tra (centro) destra e (centro) sinistra in F-VG su chi è da considerarsi responsabile delle perdite di entrate finanziarie alla base del crollo della istituzione Regione. Con una battuta, rivolta all'improntitudine con cui interviene Tondo, si potrebbe dire che si è alla ricerca di una gestione dell’Autonomia Responsabile del disastro, non potendo aspettare che nel nostro caso lo scopra Rizzo. Il primo tema non è solo una questione italiana, ma in Italia assume aspetti politicamente paradossali per le contraddizioni politiche di una destra e di un M5S che cavalcano di fatto sia elementi di sovranismo che di federalismo come proprio collante politico, e che, essendo da cinque anni all’opposizione possono agitare qualsiasi argomento di fronte a cittadini arrabbiati. E si trovano di fronte una sinistra che, dilaniata da scontri tra leadership e oligarchie  anche economiche, sconfitta al referendum istituzionale del 2016 dove proponeva una sterzata centralizzatrice dei poteri, non sa più dove rivolgersi e oscilla tra una ormai ventennale tradizione neo liberista, una incerta affermazione di diritti civili e una fatale attrazione su aspetti marginali del populismo. In pratica sul piano della politica italiana non c’è oggi nulla di serio che possa rispondere alla domanda di riorganizzazione dello stato che proviene dai territori. La seconda questione, più squisitamente regionale, ha trovato sui quotidiani locali degli ultimi giorni espressione vivace con accuse e contraccuse.  E vengono tirati fuori alcuni spettri dall’armadio, al grido vicendevole di “la colpa è tua”. Il comparto unico dei dipendenti regionali e locali, la partita della terza corsia, il sotto finanziamento della sanità sono alcuni degli argomenti più gettonati. Ma ce ne sono molti altri (vedi nella tabella qui sotto) e vanno capiti sia per il significato sia per le partite di spesa che determinano. Tutto ciò va analizzato seriamente, al fine fondamentale di riattivare una trattativa con lo stato, ma è bene non dimenticare che c’è una domanda politica di fondo a cui rispondere. E’ opportuno o no affidarsi a rappresentanze che sono la pura articolazione nel territorio del sistema politico italiano? I siparietti a cui stiamo assistendo giorno dopo giorno suggeriscono una risposta fortemente negativa così come l’osservazione nella sentenza della Corte Costituzionale n. 188 del 2016 in cui invitava la stessa Regione F-VG a rappresentare meglio gli interessi dei suoi cittadini. Ma probabilmente una ulteriore chiarezza sui conti pubblici e sulla adeguatezza e qualità degli obiettivi perseguiti ci aiuterà molto di più. Patto Per l'Autonomia

Ve li ricordate i vari Serracchiani, Rosato, Iacob, e compagnia piddina, giurare e spergiurare che il PD renziano non è visceralmente contro le Autonomie Speciali? Ahimè, questa è una frottola che il PD non potrà più venirci a raccontare, a meno che non decida di trasformarsi da partito politico in Compagnia del Teatro dell’Assurdo (attività in cui riscuoterebbe un certo successo). L’on. Davide Faraone, siciliano e dirigente di spicco dell’area turbo-renziana del PD, ha proposto un referendum nella sua Regione per chiedere l’abolizione dell’Autonomia speciale e la riduzione della Sicilia a Regione a Statuto ordinario. Per carità, si tratta di una posizione del tutto legittima. Legittima, ma che rende manifesto quale sia la vera “cultura” politica del renzismo: un centralismo becero, destrorso, e anti-storico, che nel migliore dei casi riporta l’orologio indietro all’epoca di Giolitti, nel peggiore imita (male) il generalissimo Francisco Franco. Serracchiani e colleghi non vengano più a raccontarci frottole. La posizione culturale, politica, e (anti)storica del PD è esattamente quella espressa dall’on. Faraone: cancellare tutte le autonomie, a cominciare da quelle speciali. Non sappiamo cosa i siciliani pensino della proposta turbo-renziana. A sentire l’on. Faraone (che certamente ne sa più di noi) sembrerebbe che tutti gli isolani muoiano dalla voglia di rinunciare a trattenere il 100% delle tasse pagate in Sicilia, preferendo riceverne indietro dallo Stato solo il 30%, meglio ancora se di meno. Pensate: in questa “logica” faraonica, perfino l’accordo Serracchiani-Padoan acquisterebbe un senso. La proposta dell’on. Faraone cade a meno di due settimane dalle elezioni regionali siciliane. E' ragionevole pensare che l’onorevole turbo-renziano abbia fatto questa uscita per accrescere il bottino di voti PD, non certo per allontanare gli elettori dal suo partito. Quindi fra una decina di giorni sapremo: se il PD vincerà le elezioni siciliane, dovremo concludere (ahimè!!) che Faraone e Serracchiani hanno ragione, e che il popolo sovrano odia le autonomie quanto le odiano loro. Se invece il PD non vincerà, vorrà dire che il popolo sovrano li ha bocciati per la terza volta consecutiva. (C) Sergio Cecotti  | Riproduzione riservata

Una valanga travolgente che cambia il paesaggio Chi legge i commenti giornalistici odierni al voto referendario di domenica rimane colpito dagli innumerevoli sforzi di inquadrare secondo logiche normali quanto è accaduto. E di conseguenza vuole a tutti i costi inquadrare le future evoluzioni nell’ambito del sistema costituzionale italiano. Non c’è molta differenza tra Zaia, che chiede per il Veneto una specialità come quella di Bolzano, e il solito Bressa che assimila la richiesta di Zaia ad un progetto di secessione. Ma anche i politologi, costituzionalisti e giuristi, di sponda generale o locale, come Pasquino, Coen ed Antonini, sostanzialmente si chiedono, dando risposte diverse, quali modifiche stanno dentro l’attuale ordinamento costituzionale e quali no. Per capire quanto è successo in Veneto non basta la politica e il diritto. La dimensione del risultato è un fatto mai registrato dopo il farlocco plebiscito del 1866: questa volta, senza nessuno che inquadrasse gli elettori con musiche e gendarmi, il 70% dei cittadini (si, perché bisogna aggiungere il 10% di iscritti all’AIRE) ha votato in maniera univoca. Mi permetto di utilizzare qualche spicciolo di sociologia ed in particolare il libro postumo di U. Beck.  Quello di domenica è stato un “tumulto” che non segnala un semplice atteggiamento sociale verso una trasformazione, ma si è trattato di un evento che ha rivelato una vera e propria “metamorfosi”. “Metamorfosi di che?”. Di uno stato nazione che non solo non esiste più nelle sue fondamentali funzioni di garante della sicurezza (non solo quella dei confini ma anche quella derivante dai rischi umani e naturali) e di redistribuzione di equilibri tra territori diversi, ma che non ha oggi più alcuna risorsa culturale e politica per affrontare la “rabbia” dei suoi cittadini. La rabbia si esprime in forme diverse, spesso contro la politica ed i suoi costi, così come verso i flussi migratori, ma nell’ultimo anno ha trovato anche due momenti di espressione e di “dimensionamento” nei referendum del 4 dicembre 2016 e in quello di domenica scorsa, particolarmente nel Veneto. Questa rabbia ha origine da motivi profondi, situazioni sociali ed economiche, spaesamento rispetto a dinamiche relazionali, perdita di sicurezza nel proprio futuro, paura di doversi difendere da solo dalle aggressioni esterne. Non è un progetto politico ma può essere sfruttata politicamente e determinare valanghe di consensi in qualsiasi direzione, spesso soddisfacendo un desiderio di vendetta, ma può essere instabile e spostarsi quando si avvede del tradimento o del puro opportunismo. Una saggia indicazione per il futuro Ma i due momenti acuti della situazione italiana, 4 dicembre e 22 ottobre, possono permettere nel loro insieme una interpretazione positiva che ai più è sfuggita e che rappresenta ben altro che scombinate espressioni di populismo. All’atto “destruens” del 4 dicembre, contro una “riforma” costituzionale che all’occhio dei cittadini è apparsa un colpo di mano per la conquista del potere, è seguito domenica un atto “costruens” che ha indicato un percorso nuovo per la politica: quello del trasferimento della centralità del potere dallo stato nazione ai territori. Si tratta di un segnale molto forte la cui trasformazione in progetto istituzionale ed in percorsi reali di attuazione non è facile e deve oggi scontare molti ritardi anche per la mancanza di un solido pensiero teorico che lo possa supportare. Il nodo di fondo è la scelta della strada principale che questa riappropriazione di comando può prendere. C’è un bivio tra il pensare i territori solo nella loro potenziale competitività nel mercato globale delle economie e della finanza, o il farne luoghi dove i saperi, le conoscenze e le prassi specifiche possano costituire la base per comunità, non isolate né chiuse, in grado di porre in primo piano le caratteristiche durevoli di una condizione umana che dovrà e potrà confrontarsi con la questione del limite. Il “tumulto” del voto referendario ci indirizza verso questa lettura. E non ci si deve preoccupare che sia avvenuto nel Veneto e che possa avere ricadute non positive da noi. La realtà profonda del Friuli e di Trieste non è molto diversa, ed anzi, come sembrano indicare alcuni sondaggi, la nostra più radicata capacità di conoscere i percorsi autonomistici può meglio permetterci di costruire un confronto politico fuori dalle fitte nebbie del sistema politico italiano. La funzione politica del Patto per l’Autonomia è oggi quella di prendere atto della “metamorfosi” di uno stato nazione che è “altro” rispetto a quanto abbiamo visto in  esso fino ad ieri. Con la possibilità quindi di costruire un dibattito politico significativo sui temi del nostro futuro. Lo stato italiano non chiuderà né oggi né domani mattina per “fine gestione” ma, in un quadro di incertezza che coinvolgerà la natura degli altri stati nazione dell’Europa, si aprirà una fase di contese e di evoluzioni transitorie, a partire dalle rivendicazioni veneto - lombarde - emiliane. Sarà allora obbligatorio portare sul tappeto gli elementi ri-fondativi e ri-costruttivi di una specialità regionale del F-VG, oggi smantellata sia nelle sue competenze che nelle attribuzioni finanziarie. E qui appare necessaria una lucidità “profetica” di un soggetto politico organizzato quale potrà consolidarsi dalla proposta attuale del Patto per l’Autonomia. Con una raccomandazione. L’occhio del Patto per l’Autonomia non può rivolgersi solo alle dinamiche interne del Friuli e di Trieste ma deve anche essere in grado di capire e interpretare la “rabbia” territoriale di chi ci è geograficamente vicino e condivide con noi molti comuni problemi. Ben pochi in questi giorni si sono occupati del terzo referendum, quello relativo alla Provincia di Belluno dove agiscono pulsioni e risentimenti istituzionali differenziati da quelli dello stesso Veneto. Non ci si può limitare ad evidenziare possibili elementi di antagonismo sulla questione di Sappada, ma anche quella “rabbia” va compresa ed aiutata nella sua profonda parentela con molti temi che ci riguardano, sul futuro dell’area alpina e dei governi delle comunità locali. Giorgio Cavallo 

Alcune menti eccelse del PD hanno dichiarato che il referendum lombardo-veneto sulla autonomia è stato inutile, e che lo stesso risultato si sarebbe ottenuto, con minor spesa, proponendo un negoziato al Governo centrale, come ha fatto il presidente dell’Emilia-Romagna. Chiediamoci: qual è la differenza tra mobilitare milioni di elettori, come hanno fatto i presidenti di Lombardia e Veneto, e intavolare un negoziato col Governo nelle segrete stanze, come hanno fatto Tondo (con Tremonti) e la sua gemella Serracchiani (con Padoan)? La differenza tra i due approcci è presto detta: il primo implica una intimidazione strategica del territorio verso il Governo centrale e i partiti e poteri (più o meno puliti) che lo sostengono. Il secondo implica una intimidazione politica del Governo centrale sui rappresentanti del territorio, rappresentanti minacciati nelle loro personali prospettive di carriera se non si adeguano alle logiche centraliste. Ho più volte ricordato come l’intimidazione strategica rappresenti l’unica prassi politica capace di limitare la rapacità del centralismo romano. I risultati parlano da soli; tutti sappiamo cosa hanno ottenuto i gemelli Tondo-Serracchiani col loro approccio “responsabile”: un fracco di legnate (non per i gemelli, per i cittadini del Friuli Venezia Giulia). Al contrario, il messaggio del referendum lombardo-veneto è arrivato a Roma forte e chiaro: il Governo e i suoi sottopancia hanno immediatamente capito che in una parte importante del Paese il PD, squalificato dalle sue posizioni iper-centraliste, è ormai sulla soglia della irrilevanza assoluta. Il Governo ha subito abbozzato, perché sente minacciata la sopravvivenza stessa del suo potere, l’unica cosa a cui tenga realmente. La concomitante crisi catalana insegna a tutti, perfino ai caporioni PD, che è meglio non sottovalutare milioni di cittadini che si mobilitano in difesa dell’autonomia del proprio territorio, perché altrimenti si rischia la delegittimazione totale del Governo centrale come è capitato a MR. Questi referendum autonomisti sono il secondo tempo del referendum costituzionale del 4 dicembre. Gli sconfitti sono gli stessi di allora. Il PD e i suoi tirapiedi l’hanno presa nei denti una seconda volta: ben gli sta! MR voleva uno Stato super-centralizzato a propria immagine e somiglianza, uno Stato che era la negazione dello spirito profondo del Paese. E' stato sonoramente bocciato dal popolo sovrano. Tuttavia il senso del pericolo che noi tutti abbiamo corso in quella occasione, e il timore che il PD, nella sua protervia, ritorni alla carica, ha prodotto per reazione una nuova consapevolezza del valore fondamentale delle autonomie, e ha mobilitato il popolo nella battaglia per un nuova Repubblica, basata sulla democrazia autentica e le autonomie, non sul becerume PD. E' sintomatico che MR non abbia commentato i risultati dei referendum. MR sa bene di essere il grande sconfitto. Come ha scritto Giorgio Cavallo, questo autunno ha segnato l’esplosione dell’idea autonomista. Paradossalmente, di questo dobbiamo essere grati a un centralista esasperato come MR che l’ha fatta talmente fuori dal vaso da costringere alla mobilitazione tutte le coscienze democratiche. (Ma chi sarà questo MR? Matteo Renzi? Mariano Rajoy? Boh?). Il risultato è stato particolarmente rotondo in Veneto e, all’interno del Veneto, nella Provincia di Treviso. Questo è interessante in vista delle prossime elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia. Come è noto la sociologia elettorale della (ex)Provincia di Pordenone è perfettamente sovrapponibile a quella della contermine Provincia di Treviso. Dai risultati del referendum possiamo desumere che la percentuale elettorale del PD nel Pordenonese sia oggi molto (ma proprio molto) inferiore al 10%. A Udine, forse vale qualche “zero virgola” in più, ma non chissà cosa. Un dato emerge con chiarezza assoluta: nella prossima legislatura regionale il Friuli Venezia Giulia dovrà esercitare l’intimidazione strategica verso il Governo centrale con la massima intensità, se vorrà riprendersi dal tracollo provocato dai gemelli Tondo-Serracchiani. Speriamo solo che non ci tocchi il terzo gemello!! Sarebbe la fine. Sergio Cecotti

Prima di domenica 22 ottobre si poteva ritenere che solo un miracolo avrebbe potuto permettere il raggiungimento del quorum del 50% in Veneto e nella provincia di Belluno (dove un referendum specifico chiedeva l’attribuzione di poteri alla Provincia). Ragionamenti tecnici relativi alle normali affluenze in elezioni politiche e locali, nonché una alta percentuale di iscritti all’AIRE (10% nella regione e oltre il 20% nel bellunese) facevano pensare difficile il risultato, anche tenendo conto dell’astensione degli scettici e dei contrari. Il miracolo è avvenuto e la presenza reale dei votanti è arrivata ad un numero molto vicino a quello di una consultazione politica, con un plebiscito per il SI. I commenti dei partiti politici tenderanno a confondere le acque, ognuno con la speranza di mettere il suo cappello sulla sedia. Zaia è raggiante perché comunque spetterà a lui cercare di incassare il premio. E magari a Belluno alcuni tenteranno di interpretare il risultato cercando di impedire il passaggio di Sappada al Friuli. Ma la sostanza della consultazione è ben più profonda: è la domanda secca di ridare ai territori il potere di decidere sui propri destini futuri di fronte ad uno stato non più credibile nella sua pretesa di rappresentare l’interesse generale. Questo non vuol dire soluzioni pre-costituite di destra, di sinistra o altrove, ma che la discussione politica e quindi la democrazia deve ripartire dal basso, con le sue difficoltà e le sue contraddizioni nell’interpretare la storia e l’economia. La domanda è prepotente e richiede che le forze politiche che si accingono a rispondervi capiscano che a loro è richiesto di confrontarsi ed “accordarsi” nella ricerca dell’interesse dei propri cittadini, e non a “competere” unicamente per conquistare le fette di potere disponibili. La domanda che proviene dai referendum non è solo di trasformare le istituzioni per dare più poteri ai territori, oggi massacrati da un centralismo violento e ottuso, ma anche di trasformare le stesse logiche della politica.

Tensioni fra territori per l’eliminazione di presidi essenziali, persistenza dei doppioni che si diceva di voler eliminare e un allontanamento della sanità dai cittadini, che finisce per creare forti disagi nella popolazione: sono solo alcuni degli strascichi che lascia la riforma sanitaria regionale ormai entrata a regime. Un regime non proprio virtuoso se l’analisi del CREA, organismo indipendente che ruota intorno all’Università di Tor Vergata, nel benchmarking dei sistemi sanitari regionali colloca la sanità friulana al 20° posto su 21 (e meno male che c’è il Molise).   Mentre la Giunta regionale rilancia sulla stampa amica rapporti datati e scientificamente non asseverati che dimostrerebbero l’eccellenza assoluta del sistema nel 2015, il rapporto performance del CREA mostra impietosamente che la sanità friulana nel 2016 è precipitata in tutta una serie di indicatori. Per completezza di informazione lo stesso CREA poneva nel 2014 il FVG al 2° posto in Italia. Quindi l’eccellenza c’era, ma poi un abisso chiamato “riforma” ha inghiottito il settore. Lo ha dimostrato l’approfondimento voluto da Patto per l’Autonomia, Patrie Furlane e Manovali per l’Autonomia che si è svolto venerdì sera a Precenicco alla presenza di oltre 200 persone in un auditorium gremito ed attento, ed ha visto confrontarsi professionisti di grande competenza ed indipendenza di giudizio, che hanno mostrato cosa vuol dire oggi lavorare in trincea nella Caporetto della sanità regionale. Un fiore all’occhiello fino all’altro ieri, e che tale deve tornare ad essere domani: ma serve superare i tanti problemi di organizzazione che oggi, nella realtà delle nostre corsie, impediscono di assicurare servizi di qualità a tempi e costi accettabili. Bisogna farlo: perché fra i rischi concreti c’è anche quello che, viste le carenze del sistema e dati ancora i buoni livelli medi di reddito della popolazione, la nostra Regione possa diventare terreno di conquista per i colossi della sanità privata. In questo momento, infatti, l’incoerenza nella gestione dei percorsi, la dislocazione illogica dei reparti (ad es. nella Bassa punto nascita e pediatria sono separati da un’autostrada spesso bloccata), l’utilizzo poco razionale della tecnologia e la poca attenzione ad una selezione autenticamente meritocratica del personale fanno del sistema sanitario regionale un colosso dai piedi d’argilla. Che si può rifondare a patto di rinsaldarlo alle fondamenta. I tempi stringono e forse è già troppo tardi. Ma farlo è interesse di tutti. Anche di coloro che hanno svenduto al ribasso le risorse della Regione sottoscrivendo Patti irresponsabili con i governi di Roma, salvo poi venirci a dire che “bisognava pensare a garantire le coperture” 20 anni fa quando la Regione si è assunta l’onere del settore sanitario. Quella competenza primaria è servita a costruire un sistema d’eccellenza che nessuno ha il diritto di portare allo sfascio. E le coperture ci sarebbero se qualcuno (tipo gli ultimi due presidenti FVG) non avesse regalato allo Stato un miliardo e mezzo di euro utili a garantire servizi ai cittadini di questa Regione. In particolare nella sanità: un settore che è un patrimonio di tutti e non si governa con gli slogan o con l’intimidazione sistematica degli operatori, ma col buon senso, l’ascolto, la premialità del merito e la qualità del management. Cose di cui in questi anni non si è visto granché… Qui sotto pubblichiamo l'articolo del Messaggero Veneto di ieri:

Potrà il referendum veneto lombardo rafforzare la domanda di autonomia dei territori dopo la grande ondata centralizzatrice degli anni 2011-2016? Cosa resterà di questo ottobre 2017? L’indipendenza catalana ed il referendum veneto lombardo sono eventi totalmente separabili ma nel loro insieme hanno profondamente colpito l’opinione pubblica in Italia. Disgrazie democratiche, come le ripetute fiducie sulla legge elettorale o i ripetuti sgambetti di Renzi a Gentiloni, pur avendo riempito le pagine dei quotidiani sono state viste quasi come normali avvenimenti nella commedia politica. Improvvisamente nell’immaginario collettivo si è presentata l’interesse per il rapporto di potere tra stato centrale e territori. Non è una novità in sé: da tempo la quasi totalità dell’informazione italiana attribuisce a regioni, provincie e comuni la patente di dissipatori dissoluti oltre che di luoghi dove ristagna inveterata corruzione. Anche alcuni storici seri, cito Crainz, Craveri, Soddu, in opere recenti hanno identificato nella nascita delle Regioni, e nelle proliferazione delle politiche di spesa da esse derivate, una delle cause del crollo della I Repubblica. Il referendum costituzionale del 2016 con le sue modifiche al Titolo VI era lì allo scopo di mandare in frantumi il tentativo del 2001 di introdurre alcuni parziali elementi di federalismo. Il risultato della consultazione del 4 dicembre 2017, pur non essendo stato letto fin da subito nella sua dimensione di difesa delle autonomie, ha cominciato nel 2017 ad assumere altre sfaccettature alla luce anche di alcuni semplici calcoli. Tra questi l’effetto congiunto di Patto di stabilità e “spending review” che ha provocato una distruzione delle capacità di intervento in diversi campi di competenza dei sistemi locali ed ha causato una cura dimagrante annuale di 25 miliardi di euro nelle possibilità di spesa. A fronte di uno stato centrale che non ha risparmiato un euro ed ha anche significativamente aumentato il proprio debito pubblico. Le comunità locali si accorgono di essere “cornute e mazziate” ed il gioco ormai in voga da alcuni anni di dare le responsabilità agli amministratori in carica, che vengono quindi regolarmente cacciati via, comincia a puzzare. Si scopre così che “le fedi regalate per la patria” sono andate in ben altre tasche di un centro avido e senza fondo. Si comincia a respirare un nuovo clima con la consapevolezza che stringere la cinghia per gli oligopoli industriali e finanziari con i loro sponsor politici non ci porteranno al di là del guado. Certo non scompaiono le convinzioni che la politica tutta è fatta da malfattori,  e che gli immigrati oltre a portarci via i posti di lavoro ci rubano soldi che servirebbero per i servizi sociali dei cittadini italiani, ma si fa strada l’idea che si può meglio governare le proprie comunità prendendo qui le decisioni che ci riguardano. Il potere non può essere delegato ad uno stato sostanzialmente in dissoluzione nelle sue strutture fondamentali e che non trova il coraggio di aprirsi a prospettive nuove se non di pura accettazione di quanto gli equilibri finanziari globali propongono. Il neo sovranismo statale non convince quasi più nessuno così come c’è difficoltà a credere in una Europa futura. E di conseguenza l’autonomia territoriale diventa il “nuovo” spazio da scoprire. L’indipendenza catalana, pur con tutti i rischi che sta correndo, ed i costituzionalmente banali referendum del nord sono comunque l’occasione per cominciare a pensare ad un futuro diverso. I risultati del Veneto e della Lombardia potranno essere interpretati in modi non univoci, personalmente ritengo che per ragioni tecniche sarà un miracolo il raggiungimento del quorum veneto, ma il “mito” delle “regioni speciali” diventerà sempre più polo di attrazione non solo per i soldi ma nella convinzione di poter fare bene quello che vogliono le proprie comunità. Noi sappiamo che la “specialità”, specie in F-VG, è oggi soprattutto una realtà statutaria da ricostruire nelle sue stesse basi e che i conti differenziali che si presentano in giro sono fantasiosi e non hanno alcuna caratteristica di comparabilità, ma sappiamo anche che senza una “specialità” rapportata alle caratteristiche del territorio non c’è né amministrazione né democrazia. Quindi auguri ai cittadini del Veneto e della Lombardia. Il gioco delle decadenti forze politiche italiane sta facendo un po’ di tutto per mandare in rovina questo nuovo “vento del nord”, ma credo che né le ambiguità della Lega e dei suoi alleati, né le blandizie del PD con l’accordo burletta tra governo ed Emilia Romagna, né le mentalità centraliste del M5S e di sinistre sparse potranno, per ora, fermare questa spinta. Giorgio Cavallo

Inauguriamo oggi una nuova rubrica, un commento settimanale a firma di Sergio Cecotti. Vi ricordate le scempiaggini che dicevano quelli del PD durante la campagna per il referendum? Dicevano che il Senato alla Boschi-Renzi, camera di "rappresentanza dei territori", avrebbe salvaguardato l'autonomia. Dicevano anche che il loro geniale modello di Senato era quello in vigore nella maggior parte dei Paesi europei, tra cui la Spagna. E, in effetti, la costituzione spagnola sul punto e' molto simile alla Boschi-Renzi e qualifica il Senato come camera di rappresentanza territoriale. Ora, nel caso della Spagna, questo senato di garanzia delle autonomie territoriali, sta per attivare l'articolo 155 (ovvero la clausola si supremazia boschiana) mentre al congresso dei deputati (la camera Non di garanzia delle autonomie) forse non c'è una maggioranza per l'attivazione (che non importa, visto che solo il senato e' chiamato a votare secondo le logiche alla Boschi via). AVETE CAPITO QUALI RISCHI ABBIAMO EVITATO? NON CAPISCO COME QUELLI DEL PD OSINO ANCORA MOSTRARE LA FACCIA IN GIRO. Mandi, Sergio  

La Catalogna Comunque vada a finire la vicenda catalana è uno spartiacque. E se scenderemo dal versante giusto anche l'attuale moribonda Europa potrà goderne. Identità e quattrini: la secessione catalana si inquadra qui. Al netto della repressione violenta, a gran parte dei cittadini italiani sembra una cosa assurda che per vecchie storie, per una lingua e per meno di 20 miliardi all’anno, si possa rompere l’unità di uno stato nazione. Una minoranza di cittadini italiani valuta invece che uno stato debba rispettare i suoi territori per le diversità storiche ed economiche che esprime, e che, se non lo si fa, sia giusto ribellarsi anche alle regole di convivenza dettate da una maggioranza. La vicenda catalana permette anche posizioni grigie, cioè di chi depreca non solo l’uso della forza da parte del governo spagnolo ma anche la forzatura del diritto attuata nel negare richieste normative tutto sommato sensate. E d’altro lato c’è chi ritiene spropositata la deriva indipendentista imboccata da alcune forze politiche e sociali. Al netto delle mediazioni, la profondità della frattura tra diritti costituzionali vigenti in stati nazione unitari e aspirazioni politiche e sociali di territori, è evidente. E questa frattura è oggi esportabile praticamente in ogni stato europeo. Le ripercussioni in Italia Lo stesso referendum previsto per il 22 ottobre in Veneto e Lombardia, che genericamente chiede di applicare una norma prevista dalla costituzione italiana, è visto come potenziale innesco di processi incontrollati che possono attentare alla sacra unità e inviolabilità del territorio “nazionale”. E' ben vero che qui quasi tutti concordano che alla base vi sia soprattutto un problema di “schei” e non di identità storica, ma i pericoli che si intravvedono sono gli stessi. Una “secessione” di fatto dalla responsabilità di pensare lo stato italiano come una cosa unica e quindi dall'obbligo di fornire ad esso le risorse che una “florida” economia produce. Minore e quasi nulla udienza nell’informazione italiana hanno le spinte “secessioniste” di friulani e triestini, le cui motivazioni, giuridiche, economiche e storico identitarie avrebbero ben più solide fondamenta di quelle veneto lombarde. Il luogo comune ripetuto come un mantra è: cosa vogliono friulani, trentini e tedeschi dell’Alto Adige, visti i soldi garantiti dalle autonomie? Interpretando un recente sondaggio SWG, va rilevato che questi ragionamenti non appartengono a specifici orientamenti politici, come sembrerebbe di dovere per le concezioni “nazionaliste italiche” di destra, ma sono anche il pensiero comune di una ampia fetta di belle anime di sinistra che continuano a credere nei sacri destini unitari della repubblica democratica. Purtroppo quella non c’è più e i suoi principi sono solo “grida manzoniane”. Una lezione da studiare con le sue conseguenze Allora, per chi vuole capire il futuro di quello che nei fatti già oggi è chiaro, cosa insegna la frattura catalana? Quando avvenimenti di questo tipo si palesano vuol dire che qualcosa di cui non ci eravamo accorti è già avvenuto. U. Beck le ha chiamate metamorfosi che improvvisamente riusciamo a percepire. Provo a farne un elenco ed a trarne le conseguenze: Gli stati nazione non sono più soggetti sovrani nel gestire le condizioni di vita sociali, economiche, culturali e relazionali dei propri cittadini e comunità, E non hanno più nulla a che fare con il progetto fondativo di solidarietà tra territori, base costitutiva per una “crescita” comune garantita dalla espansione della “modernità” con l’allargamento e la parificazione di servizi e delle opportunità di accesso ad un mercato condiviso. La macchina statale diventa sempre più un regolatore amministrativo di leggi esterne che sancisce gli interessi prevalenti. Il confronto politico non ha come obiettivo la definizione dialettica di un “interesse generale”, che ormai viene individuato unicamente nella crescita del PIL, ma la definizione delle condizioni di prevalenza.  In questo quadro diventa sempre più pressante impedire alle diversità territoriali di esprimersi e di gestire le risorse che producono. Lo scontro sull’uso delle risorse disponibili tra centralismo statale nazionale  e territori diventa esasperato poiché da esso dipende il dominio dello stato centrale nella gestione dei rapporti di potere e di scambio, anche elettorale. Nei territori, come è successo in Italia dalla crisi del 2008, ciò si è tradotto in impoverimento e di fatto frustrazione delle potenzialità di intervento. A questa guerra ha contribuito un fronte costituito da storici, studiosi di diritto, politologi, che ha cercato di scaricare sulle rappresentanza politiche locali di Regioni e Comuni la responsabilità di una gestione dissipativa della cosa pubblica, con il prevalere delle occasioni di clientelismo e corruzione. L’informazione si è fatta portatrice di tale tragica mistificazione il cui prodotto finale è stata la distruzione di potenzialità democratiche e l’indicazione di una centralizzazione del potere nelle mani di oligarchie politiche, burocratiche e finanziarie. Il disinnesco delle conflittualità che si sono aperte (e continuano ad aprirsi) tra stati nazione e territori non verrà dai muscoli e dalla repressione; anzi il conflitto continuerà  e non solo potrà rifarsi a identità storiche e differenziazioni esistenti, ma ne produrrà delle nuove, costruendo pericolosità estreme in un mondo dove altri conflitti potranno svilupparsi anche attraverso forme di guerra o di insurrezione-terrorismo. Conclusioni Il tema storico che abbiamo davanti deve vedere gli stati nazione saper gestire una propria trasformazione. Rinuncino ai presupposti ottocenteschi che li hanno connotati nel secolo XX: si autodistruggano nella loro convinzione di portatori di sovranità assoluta e valorizzino alcuni portati ancora gestibili della loro esperienza: servizi formativi e culturali, modalità di gestione del sociale e del welfare, della sicurezza e delle tradizioni giuridiche, etc. Ne deriverà una macchina statale più snella e sostanzialmente costituita da reti che si possano connettere a nuovi protagonismi dei territori capaci, per conto loro, di selezionare i propri rapporti con la globalizzazione secondo gli interessi e le visioni interpretative delle proprie comunità. Questo percorso può perciò anche essere la base per una rifondazione e ricostruzione della Unione Europea, non più prigioniera di veti basati su sovranità inesistenti ma capace di rappresentare la sintesi democratica sia della nuova organizzazione leggera e duttile degli stati, sia il portato dei territori. Le costituzioni storiche degli stati nazione erano un patto tra una pluralità di cittadini, con le loro aspettative di miglioramento delle prospettive di vita, e le strutture istituzionali a cui venivano affidati i compiti di governo. Ora il quadro potrà cambiare individuando nella Unione Europea la sovranità praticabile in un sistema mondiale dove sono determinanti i rapporti di forza. Ed attribuendo all’intreccio tra stati e territori, con strumenti elastici nella loro connessione multi livello e nella definizione dei confini interni, le regolamentazioni applicative. Naturalmente tutto questo potrà produrre del panico nei docenti ed esperti di diritto costituzionale, singolo o comparato. Ma la scienza cambia spesso i propri paradigmi e mi pare che valga la pena di accettare la scommessa. Tradurre in una nuova “carta costituzionale europea” nuovi principi non è impossibile, anche se al momento tutto ciò appare lontano dalle visioni tedesca e francese sul tappeto. Ma la paura di una moltiplicazione della “crema” catalana può fare il miracolo e salvare l’Europa. Autore: Giorgio Cavallo

Il mondo della sanità è in subbuglio per le performance poco esaltanti segnalate nei mesi scorsi dal rapporto del Crea che marca la retrocessione del Friuli Venezia Giulia dal 2° al 20° posto fra i sistemi sanitari regionali, e ora anche per il mancato raggiungimento da parte delle Aziende dei target sulle liste d’attesa programmati come obiettivo per il 2016. Ma cosa sta succedendo nella sanità regionale? E che cosa si può fare per riportare questo comparto ai livelli d’eccellenza che gli sono sempre stati propri? Il Patto per l’Autonomia entra nel vivo del dibattito tentando di dare risposta a questi interrogativi attraverso un convegno pubblico su “Sistema sanità: lo scenario attuale e le strade percorribili”, in programma venerdì 20 ottobre alle 20.30 all’Auditorium comunale di Precenicco. L’occasione sancisce anche l’inizio della collaborazione attiva con Patrie Furlane e Manovali per l’Autonomia, che concorrono all’organizzazione di questo appuntamento. Ospiti dell’incontro saranno nomi di rilievo come il direttore del Dipartimento di Chirurgia Generale  dell’Ospedale di Udine Roberto Petri, il direttore della Struttura Complessa di Radiologia  dell’Ospedale di Palmanova-Latisana Stefano Meduri e due ex assessori regionali alla sanità come il biologo Giorgio Mattassi e il Direttore del Dipartimento di Oncologia Ospedale di Udine Gianpiero Fasola. A tirare le conclusioni del confronto sarà il professor Sergio Cecotti, già presidente della Regione e sindaco di Udine. L’incontro sarà aperto dal saluto del sindaco di Precenicco Andrea De Nicolò e dall’introduzione del coordinatore del Patto per l'Autonomia Massimo Moretuzzo.

Pubblichiamo qui sotto la seconda parte dell'intervento di Sandro Fabbro* dedicato alle azioni possibili per reagire alla crisi. Ammesso che siamo ancora in tempo a reagire, cosa dovremmo fare? C’è solo una ricetta: subito una massiccia strategia regionale anti-crisi! Che significa: fermare subito l’emorragia di risorse pubbliche dai bilanci regionali e locali; rimettere in piedi “il malato” con una cura da cavallo; rompere la gabbia con una «grande spinta» e cioè puntare a sfruttare, con un massiccio piano di investimenti pubblici e privati, tutti i possibili effetti di sinergia economica nel breve (entro 5 anni) ma con un occhio anche al lungo termine. Come e dove? Nelle filiere economiche a più alto moltiplicatore occupazionale, che attirano più finanziamenti privati e che, contemporaneamente, rinnovano le prestazioni e l’attrattività del territorio ed elevano la qualità del capitale umano e sociale complessivo. La filiera dell’edilizia (antisismica, della riqualificazione energetica, della sicurezza idrogeologica, del recupero, bonifica e anche rinaturalizzazione di aree dismesse) ha tutte le caratteristiche per accendere ed avviare i motori. Complessivamente, la dimensione dell’intervento anticrisi dovrebbe essere pari a di 5/6 miliardi di euro circa. Comparabile, cioè, con quanto è venuto a mancare, nelle casse regionali e nel PIL regionale, negli ultimi anni. Non devono essere tutti miliardi pubblici, ovviamente. L’intervento pubblico regionale dovrebbe essere pari a circa ¼ del totale e cioè a circa 250 milioni all’anno per cinque anni (pari, appunto ad 1-1,5 miliardi, cifra che è del tutto compatibile con l’attuale bilancio regionale). Parte di queste risorse pubbliche rientrerebbero poi, nelle casse regionali, attraverso l’IVA. Queste risorse pubbliche regionali devono fare da leva finanziaria per attivare le altre risorse provenienti dai privati (essenzialmente risparmi delle famiglie da indirizzare verso la riqualificazione del bene durevole della casa). Insomma si tratta di un piano anticrisi certamente impegnativo ma fattibile! Una domanda finale è però d’obbligo: c’è, almeno in potenza, la volontà politica necessaria? Al momento viene da dire di no, perché, se si continua a negare che una crisi sia mai esistita o a dire che, se è esistita, ha riguardato tutti e che comunque oggi ne siamo largamente fuori, è chiaro che nessuno si impegnerà mai per un massiccio piano anticrisi. Non riconoscendo il male, anche una cura diventa inconcepibile. E qui il problema assume un'altra natura e da economico diventa culturale e morale. * Sandro Fabbro è professore di politiche urbane e regionali presso l’Università di Udine.

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