Inauguriamo oggi una nuova rubrica, un commento settimanale a firma di Sergio Cecotti. Vi ricordate le scempiaggini che dicevano quelli del PD durante la campagna per il referendum? Dicevano che il Senato alla Boschi-Renzi, camera di "rappresentanza dei territori", avrebbe salvaguardato l'autonomia. Dicevano anche che il loro geniale modello di Senato era quello in vigore nella maggior parte dei Paesi europei, tra cui la Spagna. E, in effetti, la costituzione spagnola sul punto e' molto simile alla Boschi-Renzi e qualifica il Senato come camera di rappresentanza territoriale. Ora, nel caso della Spagna, questo senato di garanzia delle autonomie territoriali, sta per attivare l'articolo 155 (ovvero la clausola si supremazia boschiana) mentre al congresso dei deputati (la camera Non di garanzia delle autonomie) forse non c'è una maggioranza per l'attivazione (che non importa, visto che solo il senato e' chiamato a votare secondo le logiche alla Boschi via). AVETE CAPITO QUALI RISCHI ABBIAMO EVITATO? NON CAPISCO COME QUELLI DEL PD OSINO ANCORA MOSTRARE LA FACCIA IN GIRO. Mandi, Sergio  

La Catalogna Comunque vada a finire la vicenda catalana è uno spartiacque. E se scenderemo dal versante giusto anche l'attuale moribonda Europa potrà goderne. Identità e quattrini: la secessione catalana si inquadra qui. Al netto della repressione violenta, a gran parte dei cittadini italiani sembra una cosa assurda che per vecchie storie, per una lingua e per meno di 20 miliardi all’anno, si possa rompere l’unità di uno stato nazione. Una minoranza di cittadini italiani valuta invece che uno stato debba rispettare i suoi territori per le diversità storiche ed economiche che esprime, e che, se non lo si fa, sia giusto ribellarsi anche alle regole di convivenza dettate da una maggioranza. La vicenda catalana permette anche posizioni grigie, cioè di chi depreca non solo l’uso della forza da parte del governo spagnolo ma anche la forzatura del diritto attuata nel negare richieste normative tutto sommato sensate. E d’altro lato c’è chi ritiene spropositata la deriva indipendentista imboccata da alcune forze politiche e sociali. Al netto delle mediazioni, la profondità della frattura tra diritti costituzionali vigenti in stati nazione unitari e aspirazioni politiche e sociali di territori, è evidente. E questa frattura è oggi esportabile praticamente in ogni stato europeo. Le ripercussioni in Italia Lo stesso referendum previsto per il 22 ottobre in Veneto e Lombardia, che genericamente chiede di applicare una norma prevista dalla costituzione italiana, è visto come potenziale innesco di processi incontrollati che possono attentare alla sacra unità e inviolabilità del territorio “nazionale”. E' ben vero che qui quasi tutti concordano che alla base vi sia soprattutto un problema di “schei” e non di identità storica, ma i pericoli che si intravvedono sono gli stessi. Una “secessione” di fatto dalla responsabilità di pensare lo stato italiano come una cosa unica e quindi dall'obbligo di fornire ad esso le risorse che una “florida” economia produce. Minore e quasi nulla udienza nell’informazione italiana hanno le spinte “secessioniste” di friulani e triestini, le cui motivazioni, giuridiche, economiche e storico identitarie avrebbero ben più solide fondamenta di quelle veneto lombarde. Il luogo comune ripetuto come un mantra è: cosa vogliono friulani, trentini e tedeschi dell’Alto Adige, visti i soldi garantiti dalle autonomie? Interpretando un recente sondaggio SWG, va rilevato che questi ragionamenti non appartengono a specifici orientamenti politici, come sembrerebbe di dovere per le concezioni “nazionaliste italiche” di destra, ma sono anche il pensiero comune di una ampia fetta di belle anime di sinistra che continuano a credere nei sacri destini unitari della repubblica democratica. Purtroppo quella non c’è più e i suoi principi sono solo “grida manzoniane”. Una lezione da studiare con le sue conseguenze Allora, per chi vuole capire il futuro di quello che nei fatti già oggi è chiaro, cosa insegna la frattura catalana? Quando avvenimenti di questo tipo si palesano vuol dire che qualcosa di cui non ci eravamo accorti è già avvenuto. U. Beck le ha chiamate metamorfosi che improvvisamente riusciamo a percepire. Provo a farne un elenco ed a trarne le conseguenze: Gli stati nazione non sono più soggetti sovrani nel gestire le condizioni di vita sociali, economiche, culturali e relazionali dei propri cittadini e comunità, E non hanno più nulla a che fare con il progetto fondativo di solidarietà tra territori, base costitutiva per una “crescita” comune garantita dalla espansione della “modernità” con l’allargamento e la parificazione di servizi e delle opportunità di accesso ad un mercato condiviso. La macchina statale diventa sempre più un regolatore amministrativo di leggi esterne che sancisce gli interessi prevalenti. Il confronto politico non ha come obiettivo la definizione dialettica di un “interesse generale”, che ormai viene individuato unicamente nella crescita del PIL, ma la definizione delle condizioni di prevalenza.  In questo quadro diventa sempre più pressante impedire alle diversità territoriali di esprimersi e di gestire le risorse che producono. Lo scontro sull’uso delle risorse disponibili tra centralismo statale nazionale  e territori diventa esasperato poiché da esso dipende il dominio dello stato centrale nella gestione dei rapporti di potere e di scambio, anche elettorale. Nei territori, come è successo in Italia dalla crisi del 2008, ciò si è tradotto in impoverimento e di fatto frustrazione delle potenzialità di intervento. A questa guerra ha contribuito un fronte costituito da storici, studiosi di diritto, politologi, che ha cercato di scaricare sulle rappresentanza politiche locali di Regioni e Comuni la responsabilità di una gestione dissipativa della cosa pubblica, con il prevalere delle occasioni di clientelismo e corruzione. L’informazione si è fatta portatrice di tale tragica mistificazione il cui prodotto finale è stata la distruzione di potenzialità democratiche e l’indicazione di una centralizzazione del potere nelle mani di oligarchie politiche, burocratiche e finanziarie. Il disinnesco delle conflittualità che si sono aperte (e continuano ad aprirsi) tra stati nazione e territori non verrà dai muscoli e dalla repressione; anzi il conflitto continuerà  e non solo potrà rifarsi a identità storiche e differenziazioni esistenti, ma ne produrrà delle nuove, costruendo pericolosità estreme in un mondo dove altri conflitti potranno svilupparsi anche attraverso forme di guerra o di insurrezione-terrorismo. Conclusioni Il tema storico che abbiamo davanti deve vedere gli stati nazione saper gestire una propria trasformazione. Rinuncino ai presupposti ottocenteschi che li hanno connotati nel secolo XX: si autodistruggano nella loro convinzione di portatori di sovranità assoluta e valorizzino alcuni portati ancora gestibili della loro esperienza: servizi formativi e culturali, modalità di gestione del sociale e del welfare, della sicurezza e delle tradizioni giuridiche, etc. Ne deriverà una macchina statale più snella e sostanzialmente costituita da reti che si possano connettere a nuovi protagonismi dei territori capaci, per conto loro, di selezionare i propri rapporti con la globalizzazione secondo gli interessi e le visioni interpretative delle proprie comunità. Questo percorso può perciò anche essere la base per una rifondazione e ricostruzione della Unione Europea, non più prigioniera di veti basati su sovranità inesistenti ma capace di rappresentare la sintesi democratica sia della nuova organizzazione leggera e duttile degli stati, sia il portato dei territori. Le costituzioni storiche degli stati nazione erano un patto tra una pluralità di cittadini, con le loro aspettative di miglioramento delle prospettive di vita, e le strutture istituzionali a cui venivano affidati i compiti di governo. Ora il quadro potrà cambiare individuando nella Unione Europea la sovranità praticabile in un sistema mondiale dove sono determinanti i rapporti di forza. Ed attribuendo all’intreccio tra stati e territori, con strumenti elastici nella loro connessione multi livello e nella definizione dei confini interni, le regolamentazioni applicative. Naturalmente tutto questo potrà produrre del panico nei docenti ed esperti di diritto costituzionale, singolo o comparato. Ma la scienza cambia spesso i propri paradigmi e mi pare che valga la pena di accettare la scommessa. Tradurre in una nuova “carta costituzionale europea” nuovi principi non è impossibile, anche se al momento tutto ciò appare lontano dalle visioni tedesca e francese sul tappeto. Ma la paura di una moltiplicazione della “crema” catalana può fare il miracolo e salvare l’Europa. Autore: Giorgio Cavallo

Il mondo della sanità è in subbuglio per le performance poco esaltanti segnalate nei mesi scorsi dal rapporto del Crea che marca la retrocessione del Friuli Venezia Giulia dal 2° al 20° posto fra i sistemi sanitari regionali, e ora anche per il mancato raggiungimento da parte delle Aziende dei target sulle liste d’attesa programmati come obiettivo per il 2016. Ma cosa sta succedendo nella sanità regionale? E che cosa si può fare per riportare questo comparto ai livelli d’eccellenza che gli sono sempre stati propri? Il Patto per l’Autonomia entra nel vivo del dibattito tentando di dare risposta a questi interrogativi attraverso un convegno pubblico su “Sistema sanità: lo scenario attuale e le strade percorribili”, in programma venerdì 20 ottobre alle 20.30 all’Auditorium comunale di Precenicco. L’occasione sancisce anche l’inizio della collaborazione attiva con Patrie Furlane e Manovali per l’Autonomia, che concorrono all’organizzazione di questo appuntamento. Ospiti dell’incontro saranno nomi di rilievo come il direttore del Dipartimento di Chirurgia Generale  dell’Ospedale di Udine Roberto Petri, il direttore della Struttura Complessa di Radiologia  dell’Ospedale di Palmanova-Latisana Stefano Meduri e due ex assessori regionali alla sanità come il biologo Giorgio Mattassi e il Direttore del Dipartimento di Oncologia Ospedale di Udine Gianpiero Fasola. A tirare le conclusioni del confronto sarà il professor Sergio Cecotti, già presidente della Regione e sindaco di Udine. L’incontro sarà aperto dal saluto del sindaco di Precenicco Andrea De Nicolò e dall’introduzione del coordinatore del Patto per l'Autonomia Massimo Moretuzzo.

Pubblichiamo qui sotto la seconda parte dell'intervento di Sandro Fabbro* dedicato alle azioni possibili per reagire alla crisi. Ammesso che siamo ancora in tempo a reagire, cosa dovremmo fare? C’è solo una ricetta: subito una massiccia strategia regionale anti-crisi! Che significa: fermare subito l’emorragia di risorse pubbliche dai bilanci regionali e locali; rimettere in piedi “il malato” con una cura da cavallo; rompere la gabbia con una «grande spinta» e cioè puntare a sfruttare, con un massiccio piano di investimenti pubblici e privati, tutti i possibili effetti di sinergia economica nel breve (entro 5 anni) ma con un occhio anche al lungo termine. Come e dove? Nelle filiere economiche a più alto moltiplicatore occupazionale, che attirano più finanziamenti privati e che, contemporaneamente, rinnovano le prestazioni e l’attrattività del territorio ed elevano la qualità del capitale umano e sociale complessivo. La filiera dell’edilizia (antisismica, della riqualificazione energetica, della sicurezza idrogeologica, del recupero, bonifica e anche rinaturalizzazione di aree dismesse) ha tutte le caratteristiche per accendere ed avviare i motori. Complessivamente, la dimensione dell’intervento anticrisi dovrebbe essere pari a di 5/6 miliardi di euro circa. Comparabile, cioè, con quanto è venuto a mancare, nelle casse regionali e nel PIL regionale, negli ultimi anni. Non devono essere tutti miliardi pubblici, ovviamente. L’intervento pubblico regionale dovrebbe essere pari a circa ¼ del totale e cioè a circa 250 milioni all’anno per cinque anni (pari, appunto ad 1-1,5 miliardi, cifra che è del tutto compatibile con l’attuale bilancio regionale). Parte di queste risorse pubbliche rientrerebbero poi, nelle casse regionali, attraverso l’IVA. Queste risorse pubbliche regionali devono fare da leva finanziaria per attivare le altre risorse provenienti dai privati (essenzialmente risparmi delle famiglie da indirizzare verso la riqualificazione del bene durevole della casa). Insomma si tratta di un piano anticrisi certamente impegnativo ma fattibile! Una domanda finale è però d’obbligo: c’è, almeno in potenza, la volontà politica necessaria? Al momento viene da dire di no, perché, se si continua a negare che una crisi sia mai esistita o a dire che, se è esistita, ha riguardato tutti e che comunque oggi ne siamo largamente fuori, è chiaro che nessuno si impegnerà mai per un massiccio piano anticrisi. Non riconoscendo il male, anche una cura diventa inconcepibile. E qui il problema assume un'altra natura e da economico diventa culturale e morale. * Sandro Fabbro è professore di politiche urbane e regionali presso l’Università di Udine.

Pubblichiamo qui sotto l'intervento di Sandro Fabbro*. Provate a domandare a qualche vertice della politica regionale, al presidente di qualche associazione imprenditoriale, a qualche sindacalista in prima linea, a qualche direttore di giornale, a qualche rettore o professorone universitario, a qualche importante sindaco se, in questa regione, c’è o no (o almeno se c’è stata) una crisi economica. Provate! Vi risponderanno che, no! Non c’è stata e che se c’è stata è stata come per tutti (tutta Italia? Tutta Europa?). Alle volte capita che qualcuno dell’élite dirigente si spinga a citare, come incipit dei suoi discorsi, la “più grave crisi dal dopoguerra”! Ma si accontenta dell’effetto retorico perché difficilmente ne trae conclusioni con effetti pratici, conoscitivi e propositivi. Ma sono soprattutto le massime istituzioni pubbliche, quelle deputate anche a dire alla gente come stanno le cose, che non rispondono, per “non alimentare polemiche populiste”. Ma molti, in questi anni, la crisi l’hanno invece duramente subita perdendo il lavoro o non trovandone, chiudendo l’azienda, vedendosi ridurre o azzerare i risparmi, anche decidendo di andarsene!  Sempre a seguito della crisi, molti si sono ammalati, alcuni sono morti di crepacuore o si sono suicidati. Per la verità, qualcuno, in questi anni, ha cercato di dire la verità. Alcuni soggetti privati, spesso a titolo personale, hanno sostenuto pubblicamente che, sul territorio regionale, una crisi c’è stata eccome e che forse c’è ancora. Qualche imprenditore coraggioso, qualche politico fuori dai giochi, qualche sindacalista o qualche studioso in odore di eresia. Ma sono stati trattati come una setta semiclandestina. Il “negazionismo” della crisi (da sinistra e da destra) rimane ancora la lettura dominante. Se poi qualcuno, alla fine, una certa coscienza dei fatti la recupera, è per richiamarti subito ad un acritico ottimismo futurologico del tipo “Cosa vuoi farci! Chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ha dato, scurdammoce 'o passato e guardiamo avanti”. La mia tesi di fondo è, invece, che: in FVG, su una preesistente cattiva situazione demografica, si sono accaniti anche gli effetti recessivi della crisi degli ultimi dieci anni rischiando di portare la regione su una china inarrestabile; che, dalla “gabbia” della contrazione recessiva regionale, non si esce con politiche regionali ordinarie, ancorché buone e mirate, ma che ci vorrebbe una “grande spinta” per uscire dalla gabbia nella quale siamo intrappolati, basata sia su grandi energie morali sia su un massiccio piano di investimenti pubblici e privati. La cattiva situazione demografica pone già, il FVG, tra le cosiddette «regioni in contrazione» (gli studi in merito dicono il problema è internazionale e riguarda l’altra faccia, quella perdente, della globalizzazione): il tasso di crescita naturale della popolazione è da tempo negativo e colloca il FVG al 19esimo posto (su 20 regioni) in Italia. L’invecchiamento è quasi il doppio rispetto alla media europea. Lo spopolamento di città (Trieste: -26% e Gorizia -17% in 40 anni) e della montagna friulana (-30% circa, a seconda delle delimitazioni, in 40 anni), continua. Ma ciò che preoccupa di più oggi è l’emigrazione dei giovani migliori. La nuova emigrazione registrata all’anagrafe italiana residenti estero (Aire), è raddoppiata in Italia dal 2006 al 2015 ed è composta per la maggior parte da giovani. Questa però, in FVG, è pari al doppio (14%) di quella del Veneto (7%) e molto superiore alla media italiana (8%). Il FVG, quindi, non solo si spopola ma ha smesso di attrarre popolazione e, ora, anche di trattenere in loco la popolazione residente più giovane.  Su questa situazione e in un contesto produttivo che, già dai primi anni duemila, appariva piuttosto statico, si sono abbattuti gli effetti della crisi e della successiva recessione. È la regione del nord Italia che ha perso più Pil dal 2008 al 2015 (-11% a fronte di -8% in Italia ma dove il Trentino AA è cresciuto invece del 2,7) (dati Istat). Ha perso 34 posizioni per livello di Pil pro capite in Europa (è passata, dal 2008 al 2015, dalla 49esima posizione alla 83esima, su 275 regioni europee) (dati Eurostat). Il saldo imprese nate/morte, che fino al 2007 è sempre stato positivo, dal 2007 al 2016 diventa negativo per 7 anni su dieci (anche gli ultimi tre sono negativi): è una perdita complessiva di 6mila imprese (7% delle imprese regionali) (dati Unioncamere) che costituisce, a meno che non ci sia stato un grande processo di concentrazione che ha assorbito, in poche grandi, una  marea di piccole imprese (ma di cui non ci siamo accorti), una perdita secca di capitale imprenditoriale e che forse certamente non era tutto da buttare. Il saldo occupazionale (differenza tra assunzioni e cessazioni), nel periodo 2008-2016, è sempre negativo. Ma in FVG è anche molto peggio della media italiana (-3,8% in FVG; - 1,4% in Italia) e, in provincia di Udine, è peggiore (-6,5%) delle regioni del mezzogiorno (-5,9%) (dati Istat). Il giudizio finale che diamo qui forse contrasta con la narrazione dominante secondo cui vivremmo nel migliore dei mondi possibili, ma non è un’opinione, è un fatto: siamo andati peggio della media italiana e siamo crollati rispetto alle precedenti posizioni in Europa! I fondamentali, quindi, non paiono essere per nulla a posto: meno reddito, meno imprese, meno occupati ma anche meno qualità ed attrattività complessiva del territorio. Il noto ciclo economico negativo impatta anche sulle famiglie, sulla comunità e sul territorio generando la “contrazione” complessiva del sistema regionale. Se il FVG è una «regione in contrazione” (e di ciò, sia chiaro, non siamo affatto contenti), la prognosi è di una regione: più vecchia e meno dinamica (contrazione del capitale umano); meno capace di innovazione (contrazione del capitale sociale); con un territorio meno attrattivo e più vulnerabile ai rischi (del cambiamento climatico ma anche di immigrazione incontrollata) e più costoso da gestire (contrazione del capitale territoriale). E dove anche la politica rischia di avvitarsi su sé stessa perché, più passa il tempo, più diventa difficile reagire a questa situazione. Situazione, questa, che rende inevitabili i conflitti tra territori per dividersi una torta in riduzione! Non è per colpa di un infausto destino! Da calcoli pubblicati (**) si può constatare che, nel periodo 2011-2017, si somma, a quanto detto, anche una contrazione della spesa pubblica degli enti locali e del bilancio regionale mediamente di oltre 1,4 miliardi l’anno. Tutti soldi, in un modo o nell’altro, trattenuti o trasferiti allo Stato per risanare il suo debito. È una spesa mancata, in regione, pari a circa 10 miliardi di euro (tra cui 3 miliardi circa “regalati” a Roma con i noti patti Tremonti-Tondo e Padoan-Serracchiani) di entità pari al doppio di quello che ci sarebbe spettato in termini di peso demografico nel Paese e che potrebbe spiegare la perdita di diversi dei punti di PIL regionale avvenuta in questi anni e la posizione, del FVG, peggiore della media italiana. E non si tratta solo di risorse in meno nella spesa pubblica regionale. La colpa vera è che nessuno, di coloro che dovevano farlo, si è accorto che eravamo in grave recessione e ha detto che le risorse regionali dovevano andare primariamente a finanziare massicce politiche anticrisi: dalle politiche di forte sostegno alla domanda interna e di rilancio dell’occupazione, alle politiche di forte sostegno alle famiglie, dalle politiche di rilancio dell’attrattività del territorio (turistiche, culturali, dell’agroalimentare ecc.) a quelle per organizzare e indirizzare un nuovo modello di sviluppo. Il nodo politico di fondo è, quindi, che i tagli ai bilanci pubblici locali hanno molto impoverito la regione (senza aiutare la riduzione del debito pubblico dello Stato che, nel frattempo, non è diventato più virtuoso di prima) ed hanno impedito anche il finanziamento di una forte politica di reazione alla crisi in atto. * Sandro Fabbro è professore di politiche urbane e regionali presso l’Università di Udine. ** Fonte: Associazione Friuli Europa. Clicca qui per visualizzare il documento.

La spesa pubblica del F-VG viene penalizzata dallo stato per 1,8 miliardi all’anno. Da tempo alcune voci, in particolare in Friuli, AFE e Patto per l’Autonomia, dicono: dobbiamo riprenderci questi soldi. Così dice ora anche Massimiliano Fedriga sul Piccolo del 5 ottobre ed è giusto. Finalmente si comincia a capire che il peggioramento delle condizioni di vita in F-VG non dipende solo dai soldi che spendiamo per i rifugiati. Per essere più precisi dobbiamo chiarire dove sta la ragione di quegli 1,8 miliardi. Anche perché qualcuno non comprende il senso e la provenienza della cifra, altri dicono “sono cose passate” e la crisi è superata. a) 1,2 miliardi annuali sono certificati dalla Corte dei Conti in sede di analisi e di parificazione dei Bilanci consuntivi della Regione F-Vg per il 2015 e il 2016. Sono soldi che entrano nel bilancio del F-VG grazie alle compartecipazioni erariali e a fiscalità di competenza e che “devono” essere poi versati a Roma per il risanamento della finanza pubblica. Una parte di questi soldi (370 dal 2010 in poi, e ridotti a 250-260 per gli anni 2015-17) sono stati garantiti dai Patti Tremonti-Tondo e Padoan-Serracchiani, gli altri sono stati definiti da leggi dello Stato. b) Una altra partita riguarda la riduzione delle entrate erariali causate da norme statali che le hanno indirettamente modificate. Ad es. gli 80 euro di defiscalizzazione per i redditi da lavoro fino a 25.000 euro hanno determinato una perdita di entrate per circa 100 milioni di euro. Cose analoghe sono avvenute per altri casi come IRAP, gettito IMU e così via. Va detto che in alcuni casi queste partite di riduzione determinano maggiori entrate per cittadini ed imprese, in altri no. Una vicenda importante è poi quella che si ripercuote sulla Regione F-VG a causa della gestione in proprio delle spese per la sanità: la partita finanziaria derivata dalle entrate erariali corrispondenti non parifica l’equivalenza con il Fondo sanitario nazionale e determina di fatto un passivo a favore dello Stato. La quantità complessiva di queste partite dovrebbe aggirarsi sui 300 milioni. c) E’ infine da mettere in conto la mancata spesa di regioni ed Enti Locali per l’applicazione del Patto di Stabilità concordato in ambito europeo. Gli effetti sono stati di due tipi, impossibilità di spendere risorse realmente già disponibili per interventi quali opere pubbliche, e riduzione ossessiva dell’indebitamento passato e futuro, anche a causa della cosiddetta armonizzazione dei bilanci. In genere queste azioni vengono considerate “virtuose” poiché servono a mettere in sicurezza i conti della “famiglia pubblica” ma l’effetto di riduzione della spesa ha forti effetti recessivi. La cifra di 1,8 miliardi di euro è stata talvolta indicata anche da Debora Serracchiani. Rappresenta quindi oggi una dimensione convenzionale che indica il complesso della riduzione della spesa pubblica di Regione ed Enti Locali. I punti b. e c. di cui sopra non sono esattamente identificabili, ma la realtà non è sicuramente diversa da questa cifra. In relazione ai due Patti perversi che contribuiscono in maniera significativa al quadro generale vengono spesso portate delle giustificazioni. I difensori di Tondo asseriscono che quei 370 milioni vennero dati per un fondo a favore del federalismo a fronte di una entrata ben superiore proveniente dall’IRPEF delle pensioni per titolari residenti nel F-VG. Ma le entrate derivavano da un obbligo definito da una sentenza della Corte Costituzionale. E Il federalismo non si fece ma il fondo rimase: Tondo non versò nulla per alcuni anni ma poi si dovette provvedere. I difensori di Serracchiani mettono in evidenza uno sconto di 350 milioni nei tre anni 2015-2018, ma in cambio si rinunciò a cause sulla legittimità delle leggi e atti del governo, cause che altre regioni vinsero. Nel complesso su questa vicenda la classe politica regionale non ha fatto bella figura nel non difendere le entrate del proprio territorio denotando incapacità e subordinazione. C’è inoltre una considerazione di merito che non va sottovalutata e che risponde a chi osserva che comunque il F-VG doveva contribuire al risanamento dei conti pubblici ed alla riduzione del debito. Si prenda in considerazione la sola cifra certificata di 1,2 miliardi messa in evidenza dalla Corte dei Conti. Questa cifra va confrontata con la cifra ufficiale che i Commissari riferiscono in merito dell’effetto complessivo della “spending review”, cioè a quanto i soggetti pubblici hanno contribuito alla riduzione delle spese. La cifra italiana è nel suo insieme di 25 miliardi di euro, sostanzialmente tutti derivanti dai tagli effettuati alle regioni ed agli Enti Locali. Va rimarcato che il bilancio di spesa dello stato non si è ridotto e non è diminuita in questi anni la cifra globale dell’indebitamento dello stato. La Regione F-VG conta il 2,1% in peso rispetto all’Italia intera sia in termini di popolazione che, ormai, anche in termini di dimensione economica. La parte spettante di contribuzione avrebbe dovuto essere quindi di circa 525 milioni. 1,2 miliardi sono più del doppio e corrispondono al 4,9%. Perché? Chiedere indietro una parte dei soldi dati è una pura questione di giustizia. Dal 2011 al 2017 sono andati a Roma qualcosa come 7 miliardi di euro. Si possono fare degli sconti, ma almeno 2-2,5 devono ritornare in F-VG. Poi bisogna anche spenderli bene e ricostruire basi economiche ed occupazionali perdute in questi anni. Ma la scelta dei futuri governanti più capaci di quelli del passato spetta di norma agli elettori. Patto Per l'Autonomia

L'intervista di Fedriga al Piccolo del 5 ottobre va letta con attenzione e “devozione”. Ma prima riteniamo urgente informarlo che il F-VG è già una regione autonoma, si tratta quindi di difenderla e rafforzarla, non di chiederla. Esiste, è moribonda e circondata da molti nemici, anche del suo partito, ma è ancora viva. Chi si candida a Presidente di questa Regione dovrebbe saperlo. Veneto e Lombardia giustamente rivendicano il diritto all'autonomia, ma preoccupa non poco che il futuro candidato del centro destra (forse) creda di avere le stesse problematiche loro. Oggi tutti replicano a Fedriga parlando dell’inutilità di un referendum come nel Veneto, ma dimenticano che il massacro della operatività del F-VG non è solo di chi governa o di chi pensa che basti qualche decreto attuativo per mettere tutto a posto. 1,8 miliardi di risorse pubbliche in meno all’anno per la Regione: il 7% di quanto risparmia l’intera Italia. Come possiamo non condividere la frase "riprendiamoci quanto Roma ci ha tolto", ma chi ha fatto parte degli scippatori può dirlo solo dopo adeguato pentimento. Memoria corta caro Fedriga? Esiste l'accordo Serracchiani-Padoan, ma prima c'è stato il patto Tondo-Tremonti. Il peccato originale è anche di chi ha lanciato la prima pietra. Un consiglio, ricordi il buon Gasparri, che a domanda sulla legge delle telecomunicazioni che portava il suo nome sembra abbia risposto: "mica ho scritto io quella roba". Una morale: è lecito condividere analisi e proposte con altri, ma se non si è realmente credibili si possono fare più danni che utilità. Qui sotto l'articolo de Il Piccolo di ieri (clicca sopra per visualizzarlo interamente):

Mattia Pertoldi ha tentato oggi sul MV una operazione difficilissima. Descrivere un possibile percorso di unificazione dell’autonomismo friulano verso le elezioni regionali. Ed anche, in linea di massima, valutarne le possibilità di successo. Mi pare di poter dire che si è trattato di un lavoro più che dignitoso. Sono sfuggiti alcuni rivoli carsici, come ad es. Un Friûl Diferent che appoggiò la candidatura Serracchiani nel 2013, il MAF (Movimento Autonomista Friulano) che invece sempre nel 2013 appoggiò Tondo in Regione e Fontanini alle provinciali, e alcune importanti iniziative associative di carattere autonomista e friulanista molto attive anche su un piano di cultura politica come il “Comitât pe Autonomie e pal Rilanç dal Friûl” e Identità e Innovazione (fondate rispettivamente da Arnaldo Baraccetti e Marzio Strassoldo ed ancora ben attive). Il giornalismo quotidiano non è saggistica e quindi il lavoro di Pertoldi diventa utile anche ai lettori non frettolosi che non si accontentano del titolo. Probabilmente siamo di fronte ad un possibile momento di svolta del ruolo politico dell’autonomismo friulano la cui vivacità viene resa sempre più evidente nell’ambito della crisi “identitaria” e propositiva che colpisce le forze del sistema politico italiano. Così come non sono estranei a questo rinnovato interesse per punti di vista territoriali le agitazioni che colpiscono anche i consolidati stati nazione europei sempre più destrutturati dalla globalizzazione economica e finanziaria. Dalla Catalogna e Scozia al Veneto, tanto per intenderci. Ma proprio questo quadro di riferimento nuovo impone alle soggettività del territorio, nelle variegate realtà del Friuli così come a Trieste, di “ripensare” il proprio autonomismo calandolo in questo momento storico e nella dinamica dei conflitti sociali ed istituzionali che lo contraddistinguono. Vetero nazionalismi italici così come centralizzazioni del potere spacciate per efficienze sono l’obiettivo principale da sconfiggere. Ricostruire la Regione F-VG dando respiro alla complessità delle relazioni tra le sue varie componenti guardando dal proprio campanile quello che succede nel mondo ed intervenirvi è una operazione tutta proiettata verso il futuro di cui si vuole essere protagonisti e non “sotans”. Penso che questo sia il nocciolo principale del messaggio lanciato da S. Cecotti nella sua disponibilità a “servire” un progetto politico. E credo sia questo il senso del rapporto tra soggetti autonomisti di diversa origine e in parte ancora in fieri nel loro cammino verso una presenza elettorale ( Patrie Furlane, Manovali per l’Autonomia e Patto per l’Autonomia) ad accogliere il messaggio di Cecotti per la costruzione di una organizzazione funzionale ad esprimere forza di rappresentanza. Mattia Pertoldi suggerisce un motto per questo percorso con riferimento al Sud Africa ai tempi di Giorgio V di Inghilterra: “ex unitate vires”, la forza (deriva) dall’unità. Molti in Friuli ragionano in maniera più semplice e vorrebbero rifarsi al messaggio costitutivo degli USA “e pluribus unum”, da molti uno soltanto. A me è venuto in mente un ricordo giovanile, oggetto di una domanda all’esame di maturità. La scritta che intitola la biblioteca di M. Leopardi a Recanati: “ex viribus unum”, dalle forze l’unità. L’unità non è un puro processo meccanico ma il risultato della conoscenza, del dibattito e dell’approfondimento. E non rappresenta la scomparsa delle differenze e dei punti di vista ma la loro capacità di confronto e di trovare la soluzione di problemi complessi: tradotto in maniera semplice, l’unità deve venire da un modo serio e rispettoso di fare politica. Giorgio Cavallo - 4 ottobre 2017

Apprendiamo dalla stampa che un Comune della montagna friulana, Forni di Sotto, è stato citato al Tribunale superiore delle acque pubbliche da parte di una azienda privata, la Edipower spa. Il reato contestato al Comune è quello di voler realizzare un acquedotto per portare l’acqua potabile nelle case dei propri cittadini, utilizzando la sorgente del rio Chiaradia; invece la suddetta impresa ritiene che le acque di questo rio montano debbano essere prioritariamente disponibili per i propri fini di produzione di energia  idroelettrica. Quindi siamo nella situazione in cui un’Amministrazione comunale, democraticamente eletta a rappresentanza di una Comunità, che intende garantire ai suoi cittadini un diritto fondamentale come quello dell’accesso all’acqua potabile, utilizzando una risorsa che è presente sul suo territorio e che è innanzitutto un bene comune, viene citata in giudizio da parte di una impresa privata quotata in borsa che utilizza questo bene comune per produrre profitto e dividendi da spartire ai propri soci, che nulla hanno a che fare con i cittadini e le comunità di Forni di Sotto e della Carnia. Ritengo che questo sia inaccettabile da qualunque punto di vista. Non è accettabile perché ancora una volta alle comunità della Carnia e del Friuli viene negata la possibilità di utilizzare liberamente le risorse del proprio territorio, nel rispetto dei bisogni primari dei cittadini e della sostenibilità ambientale. Non è accettabile perché ancora una volta il profitto di pochi viene anteposto al diritto di molti. Non è accettabile perché si tratta dell’ennesima dimostrazione di come le nostre comunità stiano pagando le conseguenze di una politica regionale che sui temi dell’acqua e dell’energia è stata ed è tuttora impresentabile. Negli ultimi anni le centrali idroelettriche della Carnia sono state oggetto di scambi di pacchetti azionari fra società come A2A, multi utility lombarda cui appartiene Edipower, e SEL, Società elettrica altoatesina, che hanno trattato i nostri “tesori” montani come le proprietà di un cinico monopoli.Ora non serve essere ferocemente autonomisti per capire che a queste spregiudicate mosse industriali e finanziarie di player “foresti” sarebbe dovuta seguire una reazione forte da parte della Regione F-VG, anche in forza del proprio statuto di autonomia.Basterebbe copiare quanto altri, evidentemente più svegli dei nostri sorestans, hanno fatto: costituire una società pubblica regionale che gestisca le centrali idroelettriche del nostro territorio. Rivendicare la nostra autonomia non sulla carta ma nella gestione diretta delle nostre risorse, a beneficio delle nostre comunità e non di qualche azionista lombardo o tedesco. Invece chi ha guidato la regione negli ultimi dieci anni ha preferito tacere, per non dispiacere ai padroni che nelle segreterie dei partiti romani decidono chi deve guadagnare e chi deve subire. Massimo Moretuzzo Coordinatore Patto per l'Autonomia  

La vicenda catalana ha scatenato le reazioni più diverse in tutte le forze politiche italiane ed ha messo a nudo la fragilità di concezioni radicate come quella della immutabilità dei confini degli stati nazione europei. Molti ragionano: se è capitato in Spagna può capitare anche da noi. Zaia è lì come un avvoltoio. Il diritto interno agli stati va rispettato altrimenti ci troveremo di fronte alla balcanizzazione dell’Europa. Da qui parte poi l’appello o il rimprovero all'UE per non aver fatto capire ai catalani che non c’è aria per la loro indipendenza o per non aver cercato di favorire una mediazione tra le parti. Per molti, anche a sinistra, c’è l’esecrazione del comportamento della “guardia civil” ma in fin dei conti quando “ci vuole, ci vuole”. Certo, anche parte dell’opinione pubblica italiana è convinta del “diritto alla autodeterminazione dei popoli”, sancita da accordi internazionali, ma, si sa, il “popolo” è una definizione un po’ sfuggente, spesso variabile come quella di nazione, e fin che non prende le armi non si è mai sicuri. L’impressione è che la Catalogna, con la sua aspirazione storica ed economica, abbia aperto una questione irrisolvibile con le logiche della politica e del diritto attuale. Ma è proprio così? Sicuramente, se continuiamo a considerare esistente una sovranità assoluta degli stati nazione ed una UE che non può far altro che prendere atto di essere solo una federazione di stati nazione. Quindi dai confini intoccabili. Il XXI secolo tuttavia è ormai altro. Forse non ce ne siamo accorti ma alcune metamorfosi sono davanti a noi. Le sovranità politiche storiche sono scomparse e, là dove va bene, è rimasta un po’ di sovranità amministrativa. L’Unione Europea può sperare, a determinate condizioni, di poter ancora esprimere una qualche sovranità politica nel complesso del gioco globale. Tutte le costituzioni dei singoli stati europei prevedono la possibilità di modificare i confini delle proprie istituzioni territoriali, regioni, comuni, distretti. E ne stabiliscono precise procedure, magari defatiganti come nel caso di Sappada per la loro realizzazione. E non dimentichiamo il Molise. Perché non pensare che, se l’attuale confronto sul futuro della UE si concluderà con il fare di essa una vera sovranità politica (democratica) in grado di contare nel mondo, si debba considerare tutte le sue componenti interne nella loro prevalente funzione amministrativa, prendendo atto di ciò che già oggi è la realtà. Le nazioni non scompariranno di certo ma assumeranno un significato ben più importante sul piano sociale, culturale e formativo. A quel punto ogni assoluta sovranità territoriale apparirà per quello che effettivamente è: uno sbiadito ricordo di un retaggio assurdo e spesso “criminale” del secolo passato. Ci dovrà essere una Costituzione Europea e in essa, così come oggi per quelle relative ai singoli stati, la possibilità di modificare i confini delle istituzioni “amministrative” attraverso procedure democratiche e rispettose della volontà popolare. Ragionando su questo terreno si aprono prospettive incredibili di saggezza territoriale che permetteranno di affrontare i problemi nella loro sostanza. La Catalogna potrà così diventare una “regione-stato” dell’UE, ma pure realtà trans nazionali come l’intero Tirolo potranno avere una loro collocazione non conflittuale. E, per quel che riguarda il Friuli, anche Gorizia potrà pensare ad un suo futuro nella direzione di quanto da sempre la geografia e la storia indicano, lungo l’intero corso dell’Isonzo, il Collio ed il Carso. Giorgio Cavallo - 3 ottobre 2017

[gallery ids="287,288" type="rectangular"] Alcune migliaia di individui inquadrati in gruppi organizzati, vestiti di scuro, con il capo protetto da simil caschi, e armati con oggetti e dispositivi atti a fracassare quello che veniva a tiro sono stati visti in azione ieri a Barcellona e in tutta la Catalogna. Recavano una probabilmente falsa dicitura “guardia civil” sicuramente recuperata da venditori di ricordi del franchismo. Hanno tentato di provocare disordini all’interno di pacifiche manifestazioni ma sono stati isolati dal servizio d’ordine dei manifestanti Oltre ai danni materiali si parla di centinaia di feriti curati negli ospedali e pronto soccorso della zona. Qualcuno ha ipotizzato si trattasse di Black Bloc anarchici provenienti dall’estero, infatti parlavano un altra lingua, che la polizia non era riuscita a intercettare e fermare prima dell’arrivo in città. La notizia non è tuttavia attendibile. Nessun procedimento giudiziario risulta in corso, nè si sa se qualcuno dei facinorosi sia stato arrestato.

Con la conferenza stampa del 25 febbraio 2017 il Patto per l’Autonomia ha commentato la proposta di legge per l’elezione della Camera dei Deputati allora all’esame del Parlamento. In quella occasione ha posto all’attenzione della opinione pubblica alcuni problemi di discriminazione delle possibilità di rappresentanza delle minoranze linguistiche del F-VG sia nella legislazione in vigore che in quella proposta. Il Patto per l’Autonomia fece pure delle proposte emendative che potevano superare la situazione esistente. La stessa questione venne anche sollevata dalla Assemblea della Comunità Linguistica Friulana. Poi tutto si è bloccato quando la Camera dei Deputati votò l’emendamento che abrogava la legislazione speciale per il Trentino-Sudtirolo. Oggi alcune forze politiche ci riprovano ora con un testo che viene giornalisticamente chiamato Rosatellum 2 ma che noi preferiamo identificare come Truffaldellum2. Il lupo perde il pelo ma non il vizio... Si tratta di un mix di maggioritario e proporzionale, con valore doppio dei voti utilizzati dai vincenti nel maggioritario, quindi dilatando la rappresentanza delle liste più votate. Per quanto ci riguarda, nella sostanza in questo nuovo testo vengono modificate le norme per il Trentino-Sudtirolo confezionando un vestito che comunque salvaguarda la Sudtiroler Volkspartei, rimangono le specifiche disposizioni per la Valle d’Aosta, ma tutte le altre minoranze definite dalla L. 482/1999 vengono discriminate. La posizione del Patto per l’Autonomia era chiara a febbraio e viene ribadita oggi. Al di là dei tecnicismi, la legge elettorale deve prevedere che vi sia una parità di trattamento tra i voti necessari per ottenere un seggio da parte dei partiti “italiani” e quelli che servono in una particolare regione per rappresentare le minoranze linguistiche che lì vivono. La questione riguarda certamente il Friuli-Venezia Giulia e la Sardegna. Il limite esistente del raggiungimento del 20% nelle Circoscrizioni regionali (oltre ad ambigue condizioni di dettaglio) è assurdo e discriminante: a suo tempo è nato unicamente per salvaguardare la SVP rispetto ad altri partiti della minoranza tedesca. La proposta Rosatellum-Truffaldellum 2 inoltre prevede per ogni regione, sia alla Camera che al Senato, collegi uninominali e plurinominali. Il numero e le dimensioni di questi collegi, a partire dal 1993, dovrebbe essere rapportati alle caratteristiche delle minoranze linguistiche presenti. Purtroppo in F-VG questo è diventato un trucco per favorire la rappresentanza di una parte del territorio (in questo caso #Trieste) a scapito del resto. Anche ciò non può essere accettato in #Friuli e con adeguato emendamento si può rimediare, come dalle proposte del Patto elaborate a febbraio. C’è infine una novità clamorosa che mai prima le “aquile” romane avevano osato. Il Truffaldellum 2 “omogeinizza” il meccanismo di elezione del Senato a quello della Camera affinché vi sia lo stesso risultato. Per poter accedere al riparto dei seggi nei collegi plurinominali del Senato è necessario superare determinate soglie di voto a livello statale (10% per le coalizioni e 3% per le liste singole), salvo il quasi impossibile risultato regionale per le minoranze linguistiche (20% o la vittoria in 2 collegi uninominali). Il tentativo di assimilare l’elezione del Senato a quello della Camera è del tutto contraria alla lettera ed al senso della Costituzione repubblicana che prevede per il Senato il dimensionamento regionale. E’ questa una violazione gravissima da parte del Truffaldellum 2 che il Capo dello Stato Mattarella dovrebbe immediatamente segnalare. All’avvio in Commissione parlamentare sono stati presentati alcuni emendamenti secondo la logica di salvaguardia per le minoranze linguistiche ma pare che i 4 (PD, centristi, Forza Italia e Lega Nord) vogliano marciare spediti alla meta. Hanno fatto i loro calcoli. Ma hanno dimenticato che la Corte Costituzionale ha bocciato la legge in vigore nel 2013 per uno spropositato premio di maggioranza.  Non ci siamo proprio. Con l’attuale proposta, applicata ad es. al risultato delle elezioni tedesche, la CDU-CSU della Merkel con il 30% dei voti avrebbe ottenuto il 54% dei voti.

Debora Serracchiani ha chiamato a raccolta ieri a Palmanova i resti delle sue truppe dopo quattro anni e mezzo di governo regionale devastante non solo per alcune scelte di gestione del territorio e delle sue necessità ma proprio nei confronti di chi precedentemente l’ha sostenuta e del PD in particolare. Ancora una volta nessuna autocritica e, se il messaggio sulla riforma sanitaria riportato dal MV è vero, “è il nostro Obamacare che nessuno potrà modificare”, vuol dire che non è solo Facebook il luogo ideale delle “fakes”. E’ giusto motivare i propri fedeli ma non è corretto prenderli in giro. Quella di Palmanova era una conferenza programmatica da costruire con il metodo di tanti piccoli tavoli di confronto: di questo i giornali non riferiscono ma speriamo che i militanti siano stati più saggi dei loro roboanti capi ed abbiano saputo anche analizzare gli errori del governo di questi anni e non solo esprimere i loro sogni. Bolzonello ha dichiarato: “nel 2013 abbiamo trovato una regione devastata economicamente e politicamente”. E’ vero, di Tondo nessuno può avere nostalgia. Ma oggi la devastazione del bilancio regionale è sotto gli occhi di tutti. Almeno 1500 milioni di meno all’anni per i tagli del governo sulle entrate di competenza e misure di repressione della spesa. Un sistema di partiti italiani incapaci di cosruire prospettive ed alla ricerca spasmodica del consenso spesso in contraddizione con le proprie caratteristiche sociali e culturali. Sembrerebbe che Debora Serracchiani abbia evocato la figura di S. Cecotti per verificarne la disponibilità ad un percorso comune dopo il muro contro muro del referendum costituzionale. Ma forse non ha capito che questa non è una delle tante guerriciole a sinistra ma rappresenta la necessità di un modo nuovo di difendere e costruire un futuro per il territorio del Friuli-Venezia Giulia. Se vuole diventare credibile e forse un interlocutore di chi ha a cuore la prospettiva dell’autonomia regionale, Il PD può rompere con il soffocante sistema dei partiti politici italiani e diventare realmente una forza “socialdemocratica europea” al servizio delle necessità delle comunità e dei popoli che vivono in questa terra. Il vice ministro De Vincenti ha affermato che “ D. Serracchiani ha già avviato la discussione per la stipula di un nuovo Patto con lo Stato che consolidi l’autonomia del territorio con il doveroso spirito dell’unità nazionale”. Vorremmo sapere quanti euro degli sproporzionati 7 miliardi portati via in questi ultimi 7 anni potranno tornare a casa anche per dare respiro ad un sistema economico distrutto proprio anche da questa esagerata contribuzione. E vorremmo anche capire se le competenze in materia scolastica di cui tanto si parla siano qualcosa di diverso dalla semplice gestione dello stipendio di insegnanti e bidelli.

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