La parte di popolo Curdo arbitrariamente annessa allo stato iracheno ha potuto votare per la propria #indipendenza. Le logiche coloniali, storiche ed attuali, nulla hanno potuto nei confronti del diritto di un popolo ad esprimersi sul proprio futuro. Che in Irak esista uno stato democratico può essere oggetto di discussione ma molti danno per scontato che tutti gli stati europei sono democrazie. Che dire del governo centralista spagnolo che impedisce un referendum democraticamente indetto, nostalgia del Franchismo o paura della libertà di espressione. I popoli ed i territori che compongono la nostra Europa sono molti e non sempre corrispondono agli stati nazione attuali, l’Europa che vogliamo è quella dei popoli e delle loro diversità. Il patrimonio più prezioso dell’Europa è la diversità che deve essere confronto, e non scontro, quale stimolo migliore per lo sviluppo culturale ed economico di comunità, popoli, territori, liberi di decidere a casa propria, che scelgono spontaneamente di collaborare.

Il ruolo del porto di Trieste è una grande opportunità per tutta la regione ma solo se la Regione lo saprà governare in un’ottica di rilancio dell’intero territorio regionale. La presidente  Seracchiani cita spesso la visione del “porto-regione” -elaborata peraltro in area friulana-, con lo scopo di dimostrare che oggi, un porto internazionale, non può essere inteso come un settecentesco porto-città ma come un porto dai complessi legami infrastrutturali, logistici, produttivi e di governance con  sistemi territoriali vasti alle volte come grandi regioni. Tuttavia le politiche del porto di Trieste, soprattutto dopo il rilancio del punto franco,  rimangono “settecentesche” e rischiano di diventare sempre più politiche centrate sulla sola città di Trieste! Anche l’Autorità portuale, che è diventata “di sistema”, è sempre e solo incentrata su Trieste. E, di un tanto, il caso Seleco è solo una prova che più evidente di così non si poteva. Va detto chiaramente, o il porto viene inteso e governato come “porto-regione” e, quindi, con indirizzi strategici ed attuativi che siano in capo alla Regione (l’attuale Titolo V della Costituzione afferma la concorrenza, tra Stato e Regione, sulla materia dei “porti e grandi reti di trasporto”) o il punto franco rischia di trasformarsi in un boomerang, prima per il Friuli e poi per Trieste stessa perché non potrà assolvere, contemporaneamente, a due ruoli in conflitto tra di loro e cioè punto franco e capitale regionale. Ma, in fin dei conti, si trasformerà in un boomerang per l’esistenza stessa dell’intera regione. La Regione, quindi, intervenga subito e non a chiacchiere, con un disegno di governo della portualità e delle logistica che riequilibri, integrandolo e rilanciandolo, tutto il complesso di funzioni che definiscono e generano il “porto-regione”, compresi i ruoli di Monfalcone e Porto Nogaro. Inoltre, gli interporti di Cervignano e di Pordenone, la ferrovia Pontebbana e tutta la rete stradale friulana non siano intese solo come un “retroporto” inerte di sole infrastrutture “di servizio”. Il livello va alzato e spostato dal piano economico e infrastrutturale a quello logistico, politico e giuridico: il “porto-regione” deve diventare un quadro unitario atto a rilanciare la regione nel suo complesso. Ma intanto, la vicenda dimostra come il destino della Regione sia oggi in mano ad apprendisti stregoni pronti a farne strame per obiettivi spesso personali e dimostra, infine, come vada al più presto “riscritto” il Patto che lega tra di loro i territori della Regione.

Nel Kurdistan iracheno si è già votato. Affluenza intorno al 70%, i si all’indipendenza al 95%. L’Irak non riconosce la legittimità del #referendum ma la cosa è piuttosto ininfluente. Il potere territoriale dei curdi iracheni è forte, così come le relazioni estere e soprattutto la ricchezza petrolifera. Il vero problema è che i curdi (30 milioni) stanno anche nella ex Siria, con il controllo di un ampio territorio autogovernato, “Rojava”, in una parte minore dell’Iran, e soprattutto in #Turchia (10 milioni). Tra le componenti curde delle diverse parti non c’è unità politica, ma è sempre presente il sogno di uno stato nazione curdo che le grandi potenze non hanno voluto alla fine del primo conflitto mondiale. Risolvere “diplomaticamente” la questione curda in medio oriente sarà quindi molto complicato. In Catalogna il referendum sull’indipendenza deve ancora farsi. Il governo spagnolo, a norma della costituzione, lo considera illegittimo e sta usando ogni mezzo per impedirlo. L’aspirazione alla indipendenza dei catalani fino a poco tempo fa non era maggioritaria (tra il 20 e il 30%) e non aveva un preciso fronte politico di riferimento. L’iniziativa popolare ha convinto alcuni partiti politici ad approfittarne, soprattutto per dare forza alla trattativa con Madrid per un riequilibrio di poteri e risorse finanziarie alla Catalogna. Ma l’ottusa risposta del governo centrale e una impetuosa crescita “top down” dell’istanza indipendentista ha ribaltato il tavolo. Oggi soluzioni di mediazione sembrano quasi impossibili. E la questione, ancor più di quanto è avvenuto per la #Scozia, sta massacrando l’Unione Europea, incapace di concepire qualcosa di più che un insieme di stati nazione immobilizzati dagli Accordi di Helsinky del 1975. Il #Veneto (e la #Lombardia) andrà al voto referendario il 22 ottobre. Non chiede l’indipendenza ma di applicare seriamente il titolo V della Costituzione italiana per quanto riguarda poteri e risorse al territorio. Probabilmente non siamo molto lontani da quanto chiedeva all’inizio la Catalogna. I riferimento storici sono però del tutto differenti. La #Catalogna è diventata suo malgrado parte dello stato spagnolo ed ha sempre evidenziato le proprie differenze storiche e linguistiche. Il Veneto ha avuto il ruolo di un elemento fondante dello Stato nazione italiano, sia come geografia che come lingua. Ma questa differenza permette ancora più di valorizzare la modernità della questione veneta (e lombarda). Depurata da romanticismi e sentimentalismi è una chiara questione di “schei” e permette di mettere in evidenza la differenza di un punto di vista territoriale sui temi del governo del territorio, dell’economia e della socialità, non più gestibili dalla concezione centralizzatrice dello stato nazione Italia. Il ruolo dello stato nazione non riesce più ad essere quello di una redistribuzione di risorse tra territori e quindi di riequilibrio di differenze, ma è ormai identificabile come quello di una macchina dissipatrice che gira a vuoto. La questione del Nord #Veneto e #Lombardo, ma anche dell’Emilia, è tutta qui. Speriamo che la lezione politica che verrà tratta da questo referendum non si traduca in una farsa a causa delle ambiguità che sono ormai il “marchio di fabbrica” delle forze politiche italiane. Un PD che invita a votare si dopo essere stato il perno di una centralizzazione statalista con la proposta di riforma della Costituzione. Ed una Lega (Nord) che da un lato presenta Zaia come campione riconosciuto dell’autonomismo e dall’altro tuona con Salvini per conquistare ad un neo sovranismo italico anche il sud, assieme ai Fratelli vetero nazionalisti. E’ bene che il #Friuli e #Trieste guardino con serenità e simpatia a quanto sta avvenendo ad ovest ma sappiano rivendicare in pieno le proprie differenze. E, per salvaguardare la propria salute, comincino seriamente a liberarsi del sistema politico italiano. Giorgio Cavallo

Dopo le prime notizie dei giorni scorsi, oggi la certezza. Il PICCOLO di TS spiega la decisione della proprietà del marchio SELECO, a suo tempo storica azienda produttrice di televisori ed elettronica nata a PN dalla Zanussi e con un importante stabilimento anche a Campoformido, di collocarsi in un Punto Franco del Porto di Trieste per un suo rilancio produttivo. Nei mesi passati c’erano stati degli accordi per una riapertura a Vallenoncello ma oggi la scelta è diversa. A Pordenone non l’hanno presa bene anche perchè la sua nomenclatura, a partire da Agrusti e Ciriani, uno scherzo simile se lo sarebbero aspettato dagli udinesi e non certo dai triestini. Va detto che il Punto Franco permette ad una attività produttiva di ricevere merci semilavorate dall’estero, lavorarle ed assemblarle, e poi rispedirle all’estero in totale esenzione doganale e senza che lo stato italiano metta il becco nei risvolti finanziari. Probabilmente nel settore dell’elettronica e del digitale questo è un grosso vantaggio. Ma se questo avviene a spese del settore produttivo regionale non ci siamo proprio. Dopo la questione della Camera di Commercio questo è il secondo sgarbo che viene fatto a PN. Nell’insieme un ulteriore brutto segnale per una Regione che deve cominciare a capire che il rispetto dei territori è un suo dato costitutivo e non un opzional. 

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Pubblichiamo il testo integrale della lettera aperta sulla riforma delle Autonomie Locali - Modifiche Legge Regionale 26/2014 -  inviata al Presidente della Regione, ai Componenti della Giunta Regionali, ai Capigruppo e Consiglieri Regionali del Friuli - Venezia Giulia da cinque sindaci che appartengono a PATTO PER L'AUTONOMIA,  Bossi Battista Giovanni – Sindaco di BICINICCO (UD),  Mario Battistuta – Sindaco di BERTIOLO (UD),   Maurmair Markus – Sindaco di VALVASONE ARZENE (PN),  Moretuzzo Massimo – Sindaco di MERETO DI TOMBA (UD) e   Navarria Diego – Sindaco di CARLINO (UD) ,  assieme ai colleghi Piccinin Edi – Sindaco di PASIANO DI PORDENONE (PN), Vaccher Christian – Sindaco di FIUME VENETO (PN), Mario Della Toffola – Sindaco di POLCENIGO (PN), Andrea Attilio Gava – Sindaco di CANEVA (PN), Clarotto Lavinia – Sindaco di CASARSA DELLA DELIZIA (PN), Leon Michele – Sindaco di SAN GIORGIO DELLA RICHINVELDA (PN). La necessità di rinnovare il sistema di organizzazione dello Stato e, in particolare, delle Autonomie Locali è un dato di fatto che deriva direttamente dalla situazione economica oltre che dalla volontà di offrire nuovi servizi e opportunità ai cittadini. In questo processo di cambiamento ed evoluzione dell’organizzazione delle Autonomie Locali è comunque opportuno rilevare che a livello regionale i Comuni, principali protagonisti della riforma, hanno, nella attuale fase di avvio, diversità profonde sia dal punto di vista dello spazio geografico che nelle risposte organizzative individuate nel tempo. Infatti, è del tutto palese la complessità di un territorio che va dal mare alla montagna, nella distanza di poco più di 100 chilometri, e la capacità autonoma di costruirsi delle soluzioni amministrative distinte portata avanti nel tempo. Pertanto, immaginare un reticolo normativo che inquadri e imponga una soluzione omogenea comporta rilevanti criticità che possono essere risolte solo consentendo una reale flessibilità. La forza principale dell’organizzazione attuale degli enti locali sta nella vicinanza, garantita dalla figura del Sindaco e degli altri amministratori comunali, ai fruitori dei servizi. L’amministratore locale rappresenta un’interfaccia per il cittadino con la pubblica amministrazione che consente un effettivo controllo sui servizi erogati messa in discussione dalla creazione di un ente molto più grande che svuoterebbe di significato il concetto di prossimità attribuendo valore centrale alla struttura burocratica che sfugge al controllo diretto dell’utente. Il processo di cambiamento delle Autonomie Locali, incardinato con la riforma costituzionale, che porterà alla chiusura delle Province, già anticipato in Friuli Venezia Giulia, impone l’individuazione di soluzioni concrete per la gestione delle tematiche di area vasta. La scelta di prevedere un percorso obbligato per tutti i Comuni, con la programmazione calendarizzata delle attività e dei tempi di applicazione della riforma introdotta con la legge regionale 26/2014, e la contrapposizione politica che essa ha avuto, con metodi e forme forti di contrarietà, hanno portato a uno slittamento dell’effettiva attuazione e nascita delle Unioni Territoriali Intercomunali. In una fase di stallo, come quella in cui ci troviamo, ci preme avanzare delle proposte di rimodulazione di alcuni punti della riforma al fine di favorire un dialogo che porti alla ripartenza del processo rinnovatore, mantenendo fisso l’obiettivo finale di riorganizzare la struttura del sistema delle Autonomie Locali, ma aggiornandola alle effettive necessità di buona amministrazione e di ampliamento qualitativo e quantitativo dei servizi per i cittadini, oltre ad avere un compito per lo sviluppo di territori più estesi del singolo comune. Rispetto ai contenuti della riforma prevista con la legge regionale 26/2014, alcune premesse chiarificatrici sono opportune: Deve essere chiara l’irreversibilità del processo in corso: un ente che compie determinate scelte non potrà più ritornare sui suoi passi. È opportuno che nasca un ente di secondo livello autonomo e con una sua personalità giuridica. Vi sono dei servizi che devono essere gestiti insieme, per motivi legati alla convenienza di sviluppare delle strategie condivise in ragione dell’interdipendenza tra tutti gli enti interessati (esempio la pianificazione sovracomunale del territorio) o per l’alto potenziale di risparmio che potrebbe derivare dalla gestione aggregata in ragione delle economie di scala (gestione del personale). Rispetto ai contenuti della riforma prevista con la legge regionale 26/2014, alcuni punti fondanti sono vissuti con grande difficoltà: L’obbligatorietà di individuare per tutti i Comuni raggruppati nelle UTI dei servizi/funzioni da gestire direttamente o per tramite dell’UTI stessa quando ci sono enti che, per dimensione od organizzazione, possono garantire una buona gestione degli stessi e, al contrario, la loro esternalizzazione potrebbe peggiorarne le performance. Le tempistiche troppo strette nell’avvio delle procedure anche in ragione dell’assenza di omogeneità dei servizi informativi (software diversi e assenza di connessione diretta tra i comuni). L’impossibilità a che un Comune decida di rimanere fuori dalle UTI se ha una determinata dimensione territoriale e di popolazione (ad esempio potrebbero essere i Comuni con più di 10.000 abitanti). La funzione puramente di coordinamento dei subambiti. Grandi incertezze in merito alle disponibilità del personale necessario a far partire le funzioni associate o all’eventuale assunzione di nuove figure non presenti in pianta organica dei Comuni interessati alle singole UTI. Le proposte avanzate partono dal presupposto di adeguatezza che una riforma troppo “rigida” nei suoi schemi sacrifica insieme a un’effettiva gradualità. In sintesi si propone di: Consentire che all’interno di ciascuna UTI non tutti i servizi siano gestiti da parte di tutti i Comuni coinvolti, prevedendo anche che alcuni Comuni possano continuare a farlo in via autonoma senza alcuna penalizzazione né dichiarata né celata nella riforma della finanza locale e dei conseguenti trasferimenti. Potrebbe altresì essere previsto che non vi siano servizi o funzioni gestiti in forma autonoma al di sotto di un certo numero di abitanti o che, anche se non raggiungono il numero minimo di abitanti, siano almeno un certo numero di Comuni a farlo. Con riferimento al punto precedente anche i subambiti potrebbero assumere un ruolo significativo e tangibile con una quantificazione puntuale di risorse assegnate e una forma organizzativa propria, questo permetterebbe ad alcuni Comuni, che sono pronti a un’integrazione maggiore, a poter procedere in tempi più spediti. Si potrebbe stabilire a priori gli obiettivi di budget sui quali misurarsi sull’efficacia della riforma in chiave di risparmi da produrre. Rivedere le funzioni assegnate attraverso una maggiore flessibilità e autonomia decisionale interna alle singole UTI. I principi ispiranti sono l’adeguatezza e la sussidiarietà, con lo sfruttamento delle economie di scala soprattutto sul piano dei servizi generali in capo alle UTI mentre le prestazioni dirette rimarrebbero in capo ai Comuni. Auspicabile è altresì la salvaguardia della possibilità di convenzionarsi per alcune funzioni che non sono obbligatoriamente gestite in UTI e che i Comuni potrebbero comunque voler gestire assieme. Le convenzioni restino strumento valido anche per i Comuni che non aderiscono a una UTI. Con riferimento a tale dirimente questione si propone la seguente distribuzione tra Comuni e UTI. FUNZIONI IN CAPO ALLE UNIONI TERRITORIALI INTERCOMUNALI Ambito socio assistenziale Pianificazione intercomunale Progettazione europea Gestione autorizzazioni ambientali e attività di controllo delle stesse Gestione e formazione del personale Avvocatura e ufficio legale Centrale unica di committenza Sportello unico attività produttive Gestione dell’informatizzazione, sia in termini hardware che software, con la creazione di un sistema di georeferenziazione uniforme Controllo di gestione Gestione del marketing territoriale e, in particolare, dell’incoming turistico Polizia locale (corpo unico ma gestito in sub-ambiti omogenei) FUNZIONI IN CAPO AI COMUNI CON POSSIBILITA' DI GESTIONE IN FORMA ASSOCIATA SU BASE VOLONTARIA IN RAGIONE DEI PRINCIPI DELL’ADEGUATEZZA E DELLA SUSSIDIARIETÀ Area tecnica (Opere pubbliche, edilizia privata e urbanistica) Tributi Protezione civile (Va prestata attenzione alla circostanza che è un servizio dipendente dal volontariato e sul quale le leve decisionali della pubblica amministrazione non incidono o incidono marginalmente) Servizi bibliotecari (possono però esserci delle aggregazioni sovracomunali diverse e su base più ampia, anche per preservare le sinergie e gli importanti investimenti che nel tempo sono stati realizzati dai sistemi bibliotecari esistenti) Sportello energia e politiche collegate FUNZIONI IN CAPO AI COMUNI Ragioneria Servizi scolastici Cultura Infine, si pongono due ulteriori temi di riflessione. L’opportunità di far coincidere gli esercizi amministrativi dei Comuni, dal 1° gennaio al 31 dicembre, con quelli del nuovo ente, e cioè far partire la vita amministrativa delle UTI con il 1° gennaio 2017 anche in considerazione della difficoltà di gestione dei bilanci previsionali 2016 dei Comuni, che ancora non prevedono trasferimenti e flussi finanziari verso Unioni). La previsione di non riconoscere un’indennità al Presidente del UTI rappresenta un’ulteriore riduzione della forma democratica di controllo dell’ente, in quanto si dà maggiore possibilità di conduzione dell’ente in capo agli amministratori dei Comuni più popolosi che, vista la differenziazione delle indennità, possono garantire in via preferenziale la possibilità di ricoprire tale ruolo. La soluzione potrebbe essere il riconoscimento al Presidente dell’UTI di un’indennità pari a quella prevista per il sindaco del Comune con maggior popolazione. Tale compenso sarebbe a carico dell’UTI ma al netto di quanto al sindaco nominato presidente competerebbe per il ruolo che ricopre nel proprio comune che rimarrebbe a carico di quest’ultimo. Rimanendo a disposizione per approfondire i contenuti delle proposte avanzate e per un costruttivo confronto, anche mediante un tavolo di lavoro, si porgono cordiali saluti.

“Letto sui quotidiani locali il giudizio preoccupato del presidente della Federazione regionale delle Banche di Credito Cooperativo Giuseppe Graffi Brunoro sulla riforma che il Governo ha licenziato in Consiglio dei Ministri, non possiamo che riaffermare una sola cosa: noi stiamo con le Bcc, senza se e senza ma”. A latere della presentazione odierna del libro di Giorgio Cavallo “Ripensare la nazione”, il coordinatore Massimo Moretuzzo e il sindaco di Bicinicco Giovanni Battista Bossi hanno voluto manifestare il sostegno del Patto per l’Autonomia agli istituti di credito “che hanno un ruolo imprescindibile per l’economia ma anche per il tessuto sociale della nostra regione, se sia pensa che sono una trentina i Comuni del Friuli Venezia Giulia dove l’unico sportello bancario a disposizione dei cittadini è quello del Credito Cooperativo”. Se a questo si aggiunge che “nel periodo più duro della crisi – ricorda Moretuzzo – per le nostre imprese le Bcc sono state una colonna portante che non ha mai ceduto e ha dato sostegni mirati anche nei momenti peggiori della stretta creditizia”, si comprende la forte spinta dei sindaci a chiedere con forza una rivisitazione del Decreto. “Il Parlamento dovrà modificare per forza – sostiene Bossi - l’assetto di un provvedimento che rischia, oggi, di travolgere l’intero sistema del credito cooperativo, potenzialmente soggetto a fusioni speculative che rischiano di cancellare le caratteristiche proprie che da 130 anni caratterizzano il sistema del Credito Cooperativo: la mutualità e l’autonomia, che unite alla gestione partecipata e al sostegno al sociale da sempre rendono questi istituti fondamentali per le nostre comunità, dove ogni ipotesi di creare modelli di sviluppo alternativi passa attraverso un sistema bancario a misura di territorio”. Bossi ricorda: “siamo stati gli unici nell’intero quadro politico regionale a portare all’attenzione dell’opinione pubblica il rischio che una riforma calata dal Centro avrebbe avuto sull’intero sistema del credito cooperativo”. E mentre continua a stupirsi del “silenzio pressoché totale delle forze politiche della regione”, ribadisce: “L’Autonomia della regione F-VG dovrebbe passare anche per la potestà legislativa e amministrativa in materia di credito cooperativo. Questo, almeno, è quanto pensavano gli estensori dello Statuto regionale quando scrissero l’art. 5 dello Statuto, sancendo la potestà legislativa della Regione F-Vg in materia di ordinamento delle Casse rurali”. Eppure oggi “la musica è totalmente cambiata. Se la riforma vedrà la luce così come proposta, il sistema del Credito Cooperativo verrà indebolito e in ogni caso profondamente snaturato. Per questo noi e i nostri cittadini stiamo con le Bcc”.

Il testo integrale dell'introduzione di Giovanni Battista Bossi, Sindaco di Bicinicco, al convegno tenutosi a Codroipo il 29 gennaio 2016: "Do il benvenuto a Voi tutti e Vi porgo i saluti da parte del Patto per l’Autonomia che ha organizzato questo incontro dal tema Credito e Autonomia quale ruolo per le BCC nell’economia locale. IL Patto per l’Autonomia è movimento culturale costituito da sindaci e amministratori locali, che persegue lo scopo di promuovere il dibattito politico ed amministrativo, sulla tutela dell’autonomia e specialità della regione F-VG, delle minoranze linguistiche presenti sul territorio regionale, nonché sulla valorizzazione della storia, della cultura e dell’economia, con particolare riguardo alle risorse locali ed ai beni collettivi. Presentato al pubblico in ottobre 2015, il Patto per l’Autonomia ha già organizzato una serie di iniziative che vanno nel senso citato, da menzionare l’incontro dal titolo “scuola speciale” per una regione Speciale”, tenutosi a Casarsa della Delizia il 26 novembre scorso. Anche riguardo al tema che andremo a trattare di seguito il Patto per l’Autonomia si è già prodigato organizzando un incontro tra gli esponenti del Patto stesso, il Presidente dott. Graffi, il dott. Occhialini e altri autorevoli rappresentanti del mondo del credito cooperativo, in quel di Bicinicco in data 09 novembre scorso. La serata fu occasione di approfondimento e di utile e franco scambio di idee reciproco. Oggi, allorquando la riforma sembra essere in procinto di prendere vita, non siamo più a parlare di timori bensì di concrete ipotesi di cambiamento delle realtà di credito cooperativo che, da quanto ci è dato capire dalla stampa che diffusamente ne ha riportato notizia in queste ore, dovrebbe essere improntato all’auspicato mantenimento delle caratteristiche principali che da oltre 130 anni caratterizzano le BCC: la mutualità e l’autonomia. Infatti, senza inutili giri di parole, agli amministratori locali sta a cuore, al di là dei tecnicismi dell’autoriforma, che le BCC continuino anche in futuro a sostenere i territori e le comunità locali, preservando lo spirito mutualistico e mantenendo condizioni di sana e prudente gestione, in coerenza con il dettato statutario delle medesime Bcc che all’art. 2 riporta tra gli obiettivi della Banca: la coesione sociale, la crescita responsabile e sostenibile del territorio e il bene comune. E’ evidente quindi che questo modello di “fare banca” non possa stare indifferente a chi ogni giorno cerca, come amministratore, di dare un contributo al proprio territorio e alla propria comunità. Dal decreto del Governo che dovrà costituire la cornice legislativa del processo di autoriforma del sistema del credito cooperativo speriamo venga confermato che: il modello recepito prevede una newco di controllo nata dall’aggregazione di ICCREA Holding e Cassa Centrale Banca: che il variegato mondo del Credito Cooperativo si sia ricompattato è cosa che riteniamo positiva per il bene stesso del Territorio; Confidiamo, altresì, che: il sistema delle BCC controllerebbe almeno il 51% del capitale della holding, senza che ne venga per altro fissata una quota massima, questo significherebbe: da un lato che la holding non dovrebbe necessariamente aprire il capitale al mercato, e dall’altro che così verrebbe garantita la capacità di mantenere sul territorio la possibilità per le Bcc di scegliere e sostenere un modello di sviluppo legato ai bisogni delle nostre Comunità e delle Nostre Imprese; Il Nostro auspicio è che la riforma in essere possa garantire, anzi, rafforzare, l’autonomia di gestione delle Bcc, in modo da permettere loro di erogare un servizio “a misura di territorio”. Così come ogni territorio è differente sotto il profilo socio economico anche l’accesso al credito possa essere un “abito cucito su misura” a sostegno dei differenti modelli di sviluppo locali connessi alle Nostre variegate Comunità. Per Noi tutti l’Autonomia passa anche attraverso questa capacità di mantenere sul territorio una diversità bancaria. Permangono, tuttavia, delle criticità: In alcune regioni del Mezzogiorno restano 15/17 aziende di credito cooperativo in situazioni tali che il loro funzionamento nei prossimi 18 mesi è in dubbio; Un altro centinaio di Bcc su 363, potrebbero avere poi problemi se e quando saranno sottoposte ad esame severo. Vi è il timore, inoltre, che le realtà territoriali più virtuose possano subire pregiudizi dalle realtà meno virtuose: cosa accadrebbe al sistema del Credito Cooperativo così riformato se dovessero ripetersi episodi quali quelli portati alla ribalta dalle più o meno recenti cronache giudiziarie? E’ proprio questo il maggiore timore dei cittadini con i quali ci confrontiamo quotidianamente: non fanno bene alle Istituzioni, di qualunque natura esse siano, vicende come quelle che hanno coinvolto la ex Banca di Credito cooperativo fiorentino e autorevoli personaggi politici e non solo, che le hanno animate. Quali amministratori responsabili è nostro compito stimolare momenti di pubblica informazione promuovendo un sapere diffuso. In tale senso, momenti di confronto e conoscenza come quelli di stasera, sono più che auspicabili, affinchè, ognuno nel proprio ruolo, contribuisca ad una reale crescita della Comunità. Con questo spirito, passo la parola al Prof Becchetti ringraziandolo nuovamente, a nome del Patto per l’Autonomia, per la Sua presenza.

“Quale ruolo per le Bcc nell’economia locale?” è l’interrogativo che fa da titolo al vertice sul futuro del credito cooperativo che si terrà domani a Codroipo nella Sala convegni Bcc. Ai saluti del presidente della Bcc di Basiliano Luca Occhialini e all’introduzione del sindaco di Bicinicco Giovanni Battista Bossi seguirà la relazione di Leonardo Becchetti, ordinario di economia politica all’università Tor Vergata di Roma, opinionista di Repubblica, uno dei primi 80 economisti al mondo per numero di pagine pubblicate su riviste scientifiche secondo la classifica Repec. A promuovere l’appuntamento è il Patto per l’Autonomia, nato per iniziativa di sindaci e amministratori friulani. «Cercheremo di capire - spiega il primo cittadino di Mereto di Tomba e coordinatore del Patto, Massimo Moretuzzo - a quali trasformazioni andranno incontro questi istituti e quali ripercussioni potrà avere il loro nuovo assetto sul sistema del risparmio e sull’imprenditoria della nostra terra, che hanno sempre guardato al credito cooperativo come a un elemento fondamentale per l’economia locale». Il rischio, secondo il Patto, è che «anche la parte più sana e democratica del sistema bancario venga sacrificata alle logiche dell’accentramento dei poteri, sia politici che economici». «Non possiamo nasconderci - avverte ancora Moretuzzo - che la nostra autonomia passa anche attraverso la capacità di mantenere sul territorio la possibilità di scegliere e di sostenere un modello di sviluppo legato ai bisogni delle comunità e delle imprese».

Il mondo del Credito Cooperativo della nostra Regione, il suo rapporto con il #territorio, la sua credibilità e la sua attenzione per i temi della solidarietà e della coesione sociale, rappresentano da sempre un riferimento importante per le Amministrazioni locali. E proprio per capire e conoscere i termini del dibattito in corso sul sistema bancario, in particolare rispetto alle ‪#‎BCC‬, grazie all’autorevole presenza del prof. #Becchetti, cercheremo di capire la relazione fra queste trasformazioni e la nostra economia locale. Consapevoli che la nostra #Autonomia passa anche attraverso la capacità di mantenere sul territorio la possibilità di scegliere e di sostenere un modello di sviluppo legato ai bisogni delle nostre Comunità e delle nostre imprese.

"Il Patto per l'autonomia, movimento nato nei giorni scorsi su azione di amministratori locali di diverso colore politico, ha messo come primo punto della sua agenda operativa la richiesta alla Regione di fermarsi per un tavolo di confronto rispetto ad una riforma comunque necessaria." ‪#‎Uti‬ ‪#‎riforma‬

Cambiare. Lo chiede la Bce, lo chiede la Banca d’Italia. Ma alle comunità del Friuli Venezia Giulia qualcuno ha mai chiesto cosa pensano della futura riforma delle Banche di Credito Cooperativo? Stupisce che un tema così importante e strategico per il futuro del Friuli-Venezia Giulia, dove le Bcc costituiscono l’ultima fetta del sistema creditizio ancora legata al territorio, sia discusso e determinato in un’atmosfera di quasi rassegnata attesa e, cosa che stupisce ancor di più, di assoluto silenzio della totalità delle forze politiche. Indipendentemente dal merito, le scelte in campo dovrebbero coinvolgere non solo gli addetti ai lavori ma anche i territori, le imprese e i cittadini che sono contributori e beneficiari di questi istituti di credito. Come amministratori locali, riteniamo che su scelte importanti come questa, su decisioni che mettono in discussione tanta parte della storia stessa del nostro sistema economico locale e dei suoi aspetti più genuinamente mutualistici e cooperativi, sia necessario trovare delle strategie condivise col territorio e con le comunità. La nostra gente oggi chiede di essere partecipe del cambiamento, specie quando si rischia di spostare altrove il baricentro di un’economia di prossimità che oggi sarebbe vitale non privare della linfa di cui necessita: anzi, una nuova ottica di sviluppo delle comunità richiede la disponibilità di un sistema finanziario e creditizio collegato in modo più forte alle economie locali che alle performances del mirabolante mercato finanziario globale. Tanto più in un periodo dove crisi e ristrutturazioni modificano sensibilmente il sistema bancario, non sarebbe comprensibile una riforma sistemica delle Bcc che passi sopra la testa dei cittadini risparmiatori senza essere condivisa né spiegata nelle sue implicazioni e nell’impatto che avrà su aziende e persone dei nostri paesi. Abbiamo chiesto pertanto agli attori della riforma un incontro che ci consenta di partecipare attivamente ad un processo in cui siamo indirettamente coinvolti quali primi rappresentanti delle nostre comunità, nella convinzione che chiunque vorrà venire a spiegarci quali sono gli scenari che ci si aprono davanti troverà le porte dei nostri municipi non aperte, ma spalancate. Proprio a Bicinicco lunedì 9 novembre organizzeremo quindi un momento di confronto su questo tema, cogliendo la disponibilità del presidente della Federazione delle Bcc F-Vg Giuseppe Graffi Brunoro a intervenire in un momento così delicato per rispondere a questi interrogativi. Siamo certi che la preoccupazione di tanti cittadini varrà bene uno sforzo di trasparenza e di condivisione che noi riteniamo necessario, prima che scelte definitive vengano prese all’insaputa di chi domani le dovrà subire. Giovanni Battista Bossi Sindaco di Bicinicco Patto per l’Autonomia

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