Patto per l'Autonomia | Pat pe Autonomie | Pakt Za Avtonomijo | Pakt für die Autonomie

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Il Porto di Trieste è una opportunità che non deve diventare una minaccia

IMG-20170929-WA0000Il ruolo del porto di Trieste è una grande opportunità per tutta la regione ma solo se la Regione lo saprà governare in un’ottica di rilancio dell’intero territorio regionale. La presidente  Seracchiani cita spesso la visione del “porto-regione” -elaborata peraltro in area friulana-, con lo scopo di dimostrare che oggi, un porto internazionale, non può essere inteso come un settecentesco porto-città ma come un porto dai complessi legami infrastrutturali, logistici, produttivi e di governance con  sistemi territoriali vasti alle volte come grandi regioni. Tuttavia le politiche del porto di Trieste, soprattutto dopo il rilancio del punto franco,  rimangono “settecentesche” e rischiano di diventare sempre più politiche centrate sulla sola città di Trieste! Anche l’Autorità portuale, che è diventata “di sistema”, è sempre e solo incentrata su Trieste. E, di un tanto, il caso Seleco è solo una prova che più evidente di così non si poteva. Va detto chiaramente, o il porto viene inteso e governato come “porto-regione” e, quindi, con indirizzi strategici ed attuativi che siano in capo alla Regione (l’attuale Titolo V della Costituzione afferma la concorrenza, tra Stato e Regione, sulla materia dei “porti e grandi reti di trasporto”) o il punto franco rischia di trasformarsi in un boomerang, prima per il Friuli e poi per Trieste stessa perché non potrà assolvere, contemporaneamente, a due ruoli in conflitto tra di loro e cioè punto franco e capitale regionale. Ma, in fin dei conti, si trasformerà in un boomerang per l’esistenza stessa dell’intera regione. La Regione, quindi, intervenga subito e non a chiacchiere, con un disegno di governo della portualità e delle logistica che riequilibri, integrandolo e rilanciandolo, tutto il complesso di funzioni che definiscono e generano il “porto-regione”, compresi i ruoli di Monfalcone e Porto Nogaro. Inoltre, gli interporti di Cervignano e di Pordenone, la ferrovia Pontebbana e tutta la rete stradale friulana non siano intese solo come un “retroporto” inerte di sole infrastrutture “di servizio”. Il livello va alzato e spostato dal piano economico e infrastrutturale a quello logistico, politico e giuridico: il “porto-regione” deve diventare un quadro unitario atto a rilanciare la regione nel suo complesso. Ma intanto, la vicenda dimostra come il destino della Regione sia oggi in mano ad apprendisti stregoni pronti a farne strame per obiettivi spesso personali e dimostra, infine, come vada al più presto “riscritto” il Patto che lega tra di loro i territori della Regione.
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Kurdistan, Catalogna e Veneto: tre referendum, tre storie diverse, una lezione unica

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Nel Kurdistan iracheno si è già votato. Affluenza intorno al 70%, i si all’indipendenza al 95%. L’Irak non riconosce la legittimità del #referendum ma la cosa è piuttosto ininfluente. Il potere territoriale dei curdi iracheni è forte, così come le relazioni estere e soprattutto la ricchezza petrolifera. Il vero problema è che i curdi (30 milioni) stanno anche nella ex Siria, con il controllo di un ampio territorio autogovernato, “Rojava”, in una parte minore dell’Iran, e soprattutto in #Turchia (10 milioni). Tra le componenti curde delle diverse parti non c’è unità politica, ma è sempre presente il sogno di uno stato nazione curdo che le grandi potenze non hanno voluto alla fine del primo conflitto mondiale. Risolvere “diplomaticamente” la questione curda in medio oriente sarà quindi molto complicato. In Catalogna il referendum sull’indipendenza deve ancora farsi. Il governo spagnolo, a norma della costituzione, lo considera illegittimo e sta usando ogni mezzo per impedirlo. L’aspirazione alla indipendenza dei catalani fino a poco tempo fa non era maggioritaria (tra il 20 e il 30%) e non aveva un preciso fronte politico di riferimento. L’iniziativa popolare ha convinto alcuni partiti politici ad approfittarne, soprattutto per dare forza alla trattativa con Madrid per un riequilibrio di poteri e risorse finanziarie alla Catalogna. Ma l’ottusa risposta del governo centrale e una impetuosa crescita “top down” dell’istanza indipendentista ha ribaltato il tavolo.

Oggi soluzioni di mediazione sembrano quasi impossibili. E la questione, ancor più di quanto è avvenuto per la #Scozia, sta massacrando l’Unione Europea, incapace di concepire qualcosa di più che un insieme di stati nazione immobilizzati dagli Accordi di Helsinky del 1975. Il #Veneto (e la #Lombardia) andrà al voto referendario il 22 ottobre. Non chiede l’indipendenza ma di applicare seriamente il titolo V della Costituzione italiana per quanto riguarda poteri e risorse al territorio. Probabilmente non siamo molto lontani da quanto chiedeva all’inizio la Catalogna. I riferimento storici sono però del tutto differenti. La #Catalogna è diventata suo malgrado parte dello stato spagnolo ed ha sempre evidenziato le proprie differenze storiche e linguistiche. Il Veneto ha avuto il ruolo di un elemento fondante dello Stato nazione italiano, sia come geografia che come lingua. Ma questa differenza permette ancora più di valorizzare la modernità della questione veneta (e lombarda). Depurata da romanticismi e sentimentalismi è una chiara questione di “schei” e permette di mettere in evidenza la differenza di un punto di vista territoriale sui temi del governo del territorio, dell’economia e della socialità, non più gestibili dalla concezione centralizzatrice dello stato nazione Italia. Il ruolo dello stato nazione non riesce più ad essere quello di una redistribuzione di risorse tra territori e quindi di riequilibrio di differenze, ma è ormai identificabile come quello di una macchina dissipatrice che gira a vuoto. La questione del Nord #Veneto e #Lombardo, ma anche dell’Emilia, è tutta qui. Speriamo che la lezione politica che verrà tratta da questo referendum non si traduca in una farsa a causa delle ambiguità che sono ormai il “marchio di fabbrica” delle forze politiche italiane. Un PD che invita a votare si dopo essere stato il perno di una centralizzazione statalista con la proposta di riforma della Costituzione. Ed una Lega (Nord) che da un lato presenta Zaia come campione riconosciuto dell’autonomismo e dall’altro tuona con Salvini per conquistare ad un neo sovranismo italico anche il sud, assieme ai Fratelli vetero nazionalisti.

E’ bene che il #Friuli e #Trieste guardino con serenità e simpatia a quanto sta avvenendo ad ovest ma sappiano rivendicare in pieno le proprie differenze. E, per salvaguardare la propria salute, comincino seriamente a liberarsi del sistema politico italiano.

Giorgio Cavallo

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Uno scippo con destrezza che apre una assurda guerra tra territori

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Dopo le prime notizie dei giorni scorsi, oggi la certezza. Il PICCOLO di TS spiega la decisione della proprietà del marchio SELECO, a suo tempo storica azienda produttrice di televisori ed elettronica nata a PN dalla Zanussi e con un importante stabilimento anche a Campoformido, di collocarsi in un Punto Franco del Porto di Trieste per un suo rilancio produttivo. Nei mesi passati c’erano stati degli accordi per una riapertura a Vallenoncello ma oggi la scelta è diversa.

A Pordenone non l’hanno presa bene anche perchè la sua nomenclatura, a partire da Agrusti e Ciriani, uno scherzo simile se lo sarebbero aspettato dagli udinesi e non certo dai triestini. Va detto che il Punto Franco permette ad una attività produttiva di ricevere merci semilavorate dall’estero, lavorarle ed assemblarle, e poi rispedirle all’estero in totale esenzione doganale e senza che lo stato italiano metta il becco nei risvolti finanziari. Probabilmente nel settore dell’elettronica e del digitale questo è un grosso vantaggio.

Ma se questo avviene a spese del settore produttivo regionale non ci siamo proprio. Dopo la questione della Camera di Commercio questo è il secondo sgarbo che viene fatto a PN. Nell’insieme un ulteriore brutto segnale per una Regione che deve cominciare a capire che il rispetto dei territori è un suo dato costitutivo e non un opzional. 

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Una richiesta di stop alla riforma per un confronto costruttivo.

Pubblichiamo il testo integrale della lettera aperta sulla riforma delle Autonomie Locali - Modifiche Legge Regionale 26/2014 -  inviata al Presidente della Regione, ai Componenti della Giunta Regionali, ai Capigruppo e Consiglieri Regionali del Friuli - Venezia Giulia da cinque sindaci che appartengono a PATTO PER L'AUTONOMIA,  Bossi Battista Giovanni – Sindaco di BICINICCO (UD),  Mario Battistuta – Sindaco di BERTIOLO (UD),   Maurmair Markus – Sindaco di VALVASONE ARZENE (PN),  Moretuzzo Massimo – Sindaco di MERETO DI TOMBA (UD) e   Navarria Diego – Sindaco di CARLINO (UD) ,  assieme ai colleghi Sindaci.jpgPiccinin Edi – Sindaco di PASIANO DI PORDENONE (PN), Vaccher Christian – Sindaco di FIUME VENETO (PN), Mario Della Toffola – Sindaco di POLCENIGO (PN), Andrea Attilio Gava – Sindaco di CANEVA (PN), Clarotto Lavinia – Sindaco di CASARSA DELLA DELIZIA (PN), Leon Michele – Sindaco di SAN GIORGIO DELLA RICHINVELDA (PN).
La necessità di rinnovare il sistema di organizzazione dello Stato e, in particolare, delle Autonomie Locali è un dato di fatto che deriva direttamente dalla situazione economica oltre che dalla volontà di offrire nuovi servizi e opportunità ai cittadini. In questo processo di cambiamento ed evoluzione dell’organizzazione delle Autonomie Locali è comunque opportuno rilevare che a livello regionale i Comuni, principali protagonisti della riforma, hanno, nella attuale fase di avvio, diversità profonde sia dal punto di vista dello spazio geografico che nelle risposte organizzative individuate nel tempo. Infatti, è del tutto palese la complessità di un territorio che va dal mare alla montagna, nella distanza di poco più di 100 chilometri, e la capacità autonoma di costruirsi delle soluzioni amministrative distinte portata avanti nel tempo. Pertanto, immaginare un reticolo normativo che inquadri e imponga una soluzione omogenea comporta rilevanti criticità che possono essere risolte solo consentendo una reale flessibilità. La forza principale dell’organizzazione attuale degli enti locali sta nella vicinanza, garantita dalla figura del Sindaco e degli altri amministratori comunali, ai fruitori dei servizi. L’amministratore locale rappresenta un’interfaccia per il cittadino con la pubblica amministrazione che consente un effettivo controllo sui servizi erogati messa in discussione dalla creazione di un ente molto più grande che svuoterebbe di significato il concetto di prossimità attribuendo valore centrale alla struttura burocratica che sfugge al controllo diretto dell’utente. Il processo di cambiamento delle Autonomie Locali, incardinato con la riforma costituzionale, che porterà alla chiusura delle Province, già anticipato in Friuli Venezia Giulia, impone l’individuazione di soluzioni concrete per la gestione delle tematiche di area vasta. La scelta di prevedere un percorso obbligato per tutti i Comuni, con la programmazione calendarizzata delle attività e dei tempi di applicazione della riforma introdotta con la legge regionale 26/2014, e la contrapposizione politica che essa ha avuto, con metodi e forme forti di contrarietà, hanno portato a uno slittamento dell’effettiva attuazione e nascita delle Unioni Territoriali Intercomunali. In una fase di stallo, come quella in cui ci troviamo, ci preme avanzare delle proposte di rimodulazione di alcuni punti della riforma al fine di favorire un dialogo che porti alla ripartenza del processo rinnovatore, mantenendo fisso l’obiettivo finale di riorganizzare la struttura del sistema delle Autonomie Locali, ma aggiornandola alle effettive necessità di buona amministrazione e di ampliamento qualitativo e quantitativo dei servizi per i cittadini, oltre ad avere un compito per lo sviluppo di territori più estesi del singolo comune. Rispetto ai contenuti della riforma prevista con la legge regionale 26/2014, alcune premesse chiarificatrici sono opportune: Deve essere chiara l’irreversibilità del processo in corso: un ente che compie determinate scelte non potrà più ritornare sui suoi passi. È opportuno che nasca un ente di secondo livello autonomo e con una sua personalità giuridica. Vi sono dei servizi che devono essere gestiti insieme, per motivi legati alla convenienza di sviluppare delle strategie condivise in ragione dell’interdipendenza tra tutti gli enti interessati (esempio la pianificazione sovracomunale del territorio) o per l’alto potenziale di risparmio che potrebbe derivare dalla gestione aggregata in ragione delle economie di scala (gestione del personale). Rispetto ai contenuti della riforma prevista con la legge regionale 26/2014, alcuni punti fondanti sono vissuti con grande difficoltà: L’obbligatorietà di individuare per tutti i Comuni raggruppati nelle UTI dei servizi/funzioni da gestire direttamente o per tramite dell’UTI stessa quando ci sono enti che, per dimensione od organizzazione, possono garantire una buona gestione degli stessi e, al contrario, la loro esternalizzazione potrebbe peggiorarne le performance. Le tempistiche troppo strette nell’avvio delle procedure anche in ragione dell’assenza di omogeneità dei servizi informativi (software diversi e assenza di connessione diretta tra i comuni). L’impossibilità a che un Comune decida di rimanere fuori dalle UTI se ha una determinata dimensione territoriale e di popolazione (ad esempio potrebbero essere i Comuni con più di 10.000 abitanti). La funzione puramente di coordinamento dei subambiti. Grandi incertezze in merito alle disponibilità del personale necessario a far partire le funzioni associate o all’eventuale assunzione di nuove figure non presenti in pianta organica dei Comuni interessati alle singole UTI. Le proposte avanzate partono dal presupposto di adeguatezza che una riforma troppo “rigida” nei suoi schemi sacrifica insieme a un’effettiva gradualità. In sintesi si propone di: Consentire che all’interno di ciascuna UTI non tutti i servizi siano gestiti da parte di tutti i Comuni coinvolti, prevedendo anche che alcuni Comuni possano continuare a farlo in via autonoma senza alcuna penalizzazione né dichiarata né celata nella riforma della finanza locale e dei conseguenti trasferimenti. Potrebbe altresì essere previsto che non vi siano servizi o funzioni gestiti in forma autonoma al di sotto di un certo numero di abitanti o che, anche se non raggiungono il numero minimo di abitanti, siano almeno un certo numero di Comuni a farlo. Con riferimento al punto precedente anche i subambiti potrebbero assumere un ruolo significativo e tangibile con una quantificazione puntuale di risorse assegnate e una forma organizzativa propria, questo permetterebbe ad alcuni Comuni, che sono pronti a un’integrazione maggiore, a poter procedere in tempi più spediti. Si potrebbe stabilire a priori gli obiettivi di budget sui quali misurarsi sull’efficacia della riforma in chiave di risparmi da produrre. Rivedere le funzioni assegnate attraverso una maggiore flessibilità e autonomia decisionale interna alle singole UTI. I principi ispiranti sono l’adeguatezza e la sussidiarietà, con lo sfruttamento delle economie di scala soprattutto sul piano dei servizi generali in capo alle UTI mentre le prestazioni dirette rimarrebbero in capo ai Comuni. Auspicabile è altresì la salvaguardia della possibilità di convenzionarsi per alcune funzioni che non sono obbligatoriamente gestite in UTI e che i Comuni potrebbero comunque voler gestire assieme. Le convenzioni restino strumento valido anche per i Comuni che non aderiscono a una UTI. Con riferimento a tale dirimente questione si propone la seguente distribuzione tra Comuni e UTI. FUNZIONI IN CAPO ALLE UNIONI TERRITORIALI INTERCOMUNALI Ambito socio assistenziale Pianificazione intercomunale Progettazione europea Gestione autorizzazioni ambientali e attività di controllo delle stesse Gestione e formazione del personale Avvocatura e ufficio legale Centrale unica di committenza Sportello unico attività produttive Gestione dell’informatizzazione, sia in termini hardware che software, con la creazione di un sistema di georeferenziazione uniforme Controllo di gestione Gestione del marketing territoriale e, in particolare, dell’incoming turistico Polizia locale (corpo unico ma gestito in sub-ambiti omogenei) FUNZIONI IN CAPO AI COMUNI CON POSSIBILITA' DI GESTIONE IN FORMA ASSOCIATA SU BASE VOLONTARIA IN RAGIONE DEI PRINCIPI DELL’ADEGUATEZZA E DELLA SUSSIDIARIETÀ Area tecnica (Opere pubbliche, edilizia privata e urbanistica) Tributi Protezione civile (Va prestata attenzione alla circostanza che è un servizio dipendente dal volontariato e sul quale le leve decisionali della pubblica amministrazione non incidono o incidono marginalmente) Servizi bibliotecari (possono però esserci delle aggregazioni sovracomunali diverse e su base più ampia, anche per preservare le sinergie e gli importanti investimenti che nel tempo sono stati realizzati dai sistemi bibliotecari esistenti) Sportello energia e politiche collegate FUNZIONI IN CAPO AI COMUNI Ragioneria Servizi scolastici Cultura Infine, si pongono due ulteriori temi di riflessione. L’opportunità di far coincidere gli esercizi amministrativi dei Comuni, dal 1° gennaio al 31 dicembre, con quelli del nuovo ente, e cioè far partire la vita amministrativa delle UTI con il 1° gennaio 2017 anche in considerazione della difficoltà di gestione dei bilanci previsionali 2016 dei Comuni, che ancora non prevedono trasferimenti e flussi finanziari verso Unioni). La previsione di non riconoscere un’indennità al Presidente del UTI rappresenta un’ulteriore riduzione della forma democratica di controllo dell’ente, in quanto si dà maggiore possibilità di conduzione dell’ente in capo agli amministratori dei Comuni più popolosi che, vista la differenziazione delle indennità, possono garantire in via preferenziale la possibilità di ricoprire tale ruolo. La soluzione potrebbe essere il riconoscimento al Presidente dell’UTI di un’indennità pari a quella prevista per il sindaco del Comune con maggior popolazione. Tale compenso sarebbe a carico dell’UTI ma al netto di quanto al sindaco nominato presidente competerebbe per il ruolo che ricopre nel proprio comune che rimarrebbe a carico di quest’ultimo. Rimanendo a disposizione per approfondire i contenuti delle proposte avanzate e per un costruttivo confronto, anche mediante un tavolo di lavoro, si porgono cordiali saluti.
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I sindaci del Patto per l’Autonomia: noi stiamo con le Bcc

“Letto sui quotidiani locali il giudizio preoccupato del presidente della Federazione regionale delle Banche di Credito Cooperativo Giuseppe Graffi Brunoro sulla riforma che il Governo ha licenziato in Consiglio dei Ministri, non possiamo che riaffermare una sola cosa: noi stiamo con le Bcc, senza se e senza ma”. img_20160216_115005.jpg A latere della presentazione odierna del libro di Giorgio Cavallo “Ripensare la nazione”, il coordinatore Massimo Moretuzzo e il sindaco di Bicinicco Giovanni Battista Bossi hanno voluto manifestare il sostegno del Patto per l’Autonomia agli istituti di credito “che hanno un ruolo imprescindibile per l’economia ma anche per il tessuto sociale della nostra regione, se sia pensa che sono una trentina i Comuni del Friuli Venezia Giulia dove l’unico sportello bancario a disposizione dei cittadini è quello del Credito Cooperativo”. Se a questo si aggiunge che “nel periodo più duro della crisi – ricorda Moretuzzo – per le nostre imprese le Bcc sono state una colonna portante che non ha mai ceduto e ha dato sostegni mirati anche nei momenti peggiori della stretta creditizia”, si comprende la forte spinta dei sindaci a chiedere con forza una rivisitazione del Decreto. “Il Parlamento dovrà modificare per forza – sostiene Bossi - l’assetto di un provvedimento che rischia, oggi, di travolgere l’intero sistema del credito cooperativo, potenzialmente soggetto a fusioni speculative che rischiano di cancellare le caratteristiche proprie che da 130 anni caratterizzano il sistema del Credito Cooperativo: la mutualità e l’autonomia, che unite alla gestione partecipata e al sostegno al sociale da sempre rendono questi istituti fondamentali per le nostre comunità, dove ogni ipotesi di creare modelli di sviluppo alternativi passa attraverso un sistema bancario a misura di territorio”. Bossi ricorda: “siamo stati gli unici nell’intero quadro politico regionale a portare all’attenzione dell’opinione pubblica il rischio che una riforma calata dal Centro avrebbe avuto sull’intero sistema del credito cooperativo”. E mentre continua a stupirsi del “silenzio pressoché totale delle forze politiche della regione”, ribadisce: “L’Autonomia della regione F-VG dovrebbe passare anche per la potestà legislativa e amministrativa in materia di credito cooperativo. Questo, almeno, è quanto pensavano gli estensori dello Statuto regionale quando scrissero l’art. 5 dello Statuto, sancendo la potestà legislativa della Regione F-Vg in materia di ordinamento delle Casse rurali”. Eppure oggi “la musica è totalmente cambiata. Se la riforma vedrà la luce così come proposta, il sistema del Credito Cooperativo verrà indebolito e in ogni caso profondamente snaturato. Per questo noi e i nostri cittadini stiamo con le Bcc”.
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Credito e autonomia, il testo introduttivo di Giovanni Battista Bossi

Il testo integrale dell'introduzione di Giovanni Battista Bossi, Sindaco di Bicinicco, al convegno tenutosi a Codroipo il 29 gennaio 2016:
"Do il benvenuto a Voi tutti e Vi porgo i saluti da parte del Patto per l’Autonomia che ha organizzato questo incontro dal tema Credito e Autonomia quale ruolo per le BCC nell’economia locale. IL Patto per l’Autonomia è movimento culturale costituito da sindaci e amministratori locali, che persegue lo scopo di promuovere il dibattito politico ed amministrativo, sulla tutela dell’autonomia e specialità della regione F-VG, delle minoranze linguistiche presenti sul territorio regionale, nonché sulla valorizzazione della storia, della cultura e dell’economia, con particolare riguardo alle risorse locali ed ai beni collettivi. IMG_2831Presentato al pubblico in ottobre 2015, il Patto per l’Autonomia ha già organizzato una serie di iniziative che vanno nel senso citato, da menzionare l’incontro dal titolo “scuola speciale” per una regione Speciale”, tenutosi a Casarsa della Delizia il 26 novembre scorso. Anche riguardo al tema che andremo a trattare di seguito il Patto per l’Autonomia si è già prodigato organizzando un incontro tra gli esponenti del Patto stesso, il Presidente dott. Graffi, il dott. Occhialini e altri autorevoli rappresentanti del mondo del credito cooperativo, in quel di Bicinicco in data 09 novembre scorso. La serata fu occasione di approfondimento e di utile e franco scambio di idee reciproco. Oggi, allorquando la riforma sembra essere in procinto di prendere vita, non siamo più a parlare di timori bensì di concrete ipotesi di cambiamento delle realtà di credito cooperativo che, da quanto ci è dato capire dalla stampa che diffusamente ne ha riportato notizia in queste ore, dovrebbe essere improntato all’auspicato mantenimento delle caratteristiche principali che da oltre 130 anni caratterizzano le BCC: la mutualità e l’autonomia. Infatti, senza inutili giri di parole, agli amministratori locali sta a cuore, al di là dei tecnicismi dell’autoriforma, che le BCC continuino anche in futuro a sostenere i territori e le comunità locali, preservando lo spirito mutualistico e mantenendo condizioni di sana e prudente gestione, in coerenza con il dettato statutario delle medesime Bcc che all’art. 2 riporta tra gli obiettivi della Banca: la coesione sociale, la crescita responsabile e sostenibile del territorio e il bene comune. E’ evidente quindi che questo modello di “fare banca” non possa stare indifferente a chi ogni giorno cerca, come amministratore, di dare un contributo al proprio territorio e alla propria comunità. Dal decreto del Governo che dovrà costituire la cornice legislativa del processo di autoriforma del sistema del credito cooperativo speriamo venga confermato che: il modello recepito prevede una newco di controllo nata dall’aggregazione di ICCREA Holding e Cassa Centrale Banca: che il variegato mondo del Credito Cooperativo si sia ricompattato è cosa che riteniamo positiva per il bene stesso del Territorio; Confidiamo, altresì, che: il sistema delle BCC controllerebbe almeno il 51% del capitale della holding, senza che ne venga per altro fissata una quota massima, questo significherebbe: da un lato che la holding non dovrebbe necessariamente aprire il capitale al mercato, e dall’altro che così verrebbe garantita la capacità di mantenere sul territorio la possibilità per le Bcc di scegliere e sostenere un modello di sviluppo legato ai bisogni delle nostre Comunità e delle Nostre Imprese; Il Nostro auspicio è che la riforma in essere possa garantire, anzi, rafforzare, l’autonomia di gestione delle Bcc, in modo da permettere loro di erogare un servizio “a misura di territorio”. Così come ogni territorio è differente sotto il profilo socio economico anche l’accesso al credito possa essere un “abito cucito su misura” a sostegno dei differenti modelli di sviluppo locali connessi alle Nostre variegate Comunità. Per Noi tutti l’Autonomia passa anche attraverso questa capacità di mantenere sul territorio una diversità bancaria. Permangono, tuttavia, delle criticità: In alcune regioni del Mezzogiorno restano 15/17 aziende di credito cooperativo in situazioni tali che il loro funzionamento nei prossimi 18 mesi è in dubbio; Un altro centinaio di Bcc su 363, potrebbero avere poi problemi se e quando saranno sottoposte ad esame severo. Vi è il timore, inoltre, che le realtà territoriali più virtuose possano subire pregiudizi dalle realtà meno virtuose: cosa accadrebbe al sistema del Credito Cooperativo così riformato se dovessero ripetersi episodi quali quelli portati alla ribalta dalle più o meno recenti cronache giudiziarie? E’ proprio questo il maggiore timore dei cittadini con i quali ci confrontiamo quotidianamente: non fanno bene alle Istituzioni, di qualunque natura esse siano, vicende come quelle che hanno coinvolto la ex Banca di Credito cooperativo fiorentino e autorevoli personaggi politici e non solo, che le hanno animate. Quali amministratori responsabili è nostro compito stimolare momenti di pubblica informazione promuovendo un sapere diffuso. In tale senso, momenti di confronto e conoscenza come quelli di stasera, sono più che auspicabili, affinchè, ognuno nel proprio ruolo, contribuisca ad una reale crescita della Comunità. Con questo spirito, passo la parola al Prof Becchetti ringraziandolo nuovamente, a nome del Patto per l’Autonomia, per la Sua presenza.
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Domani a Codroipo la relazione dell’economista Becchetti davanti ai sindaci del Patto per l’Autonomia

“Quale ruolo per le Bcc nell’economia locale?” è l’interrogativo che fa da titolo al vertice sul futuro del credito cooperativo che si terrà domani a Codroipo nella Sala convegni Bcc.
Ai saluti del presidente della Bcc di Basiliano Luca Occhialini e all’introduzione del sindaco di Bicinicco Giovanni Battista Bossi seguirà la relazione di Leonardo Becchetti, ordinario di economia politica all’università Tor Vergata di Roma, opinionista di Repubblica, uno dei primi 80 economisti al mondo per numero di pagine pubblicate su riviste scientifiche secondo la classifica Repec.
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A promuovere l’appuntamento è il Patto per l’Autonomia, nato per iniziativa di sindaci e amministratori friulani. «Cercheremo di capire - spiega il primo cittadino di Mereto di Tomba e coordinatore del Patto, Massimo Moretuzzo - a quali trasformazioni andranno incontro questi istituti e quali ripercussioni potrà avere il loro nuovo assetto sul sistema del risparmio e sull’imprenditoria della nostra terra, che hanno sempre guardato al credito cooperativo come a un elemento fondamentale per l’economia locale». Il rischio, secondo il Patto, è che «anche la parte più sana e democratica del sistema bancario venga sacrificata alle logiche dell’accentramento dei poteri, sia politici che economici». «Non possiamo nasconderci - avverte ancora Moretuzzo - che la nostra autonomia passa anche attraverso la capacità di mantenere sul territorio la possibilità di scegliere e di sostenere un modello di sviluppo legato ai bisogni delle comunità e delle imprese».
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Incontro su Credito e autonomia, Codroipo 29 gennaio 2016

12631151_1086746291371176_406673285_oIl mondo del Credito Cooperativo della nostra Regione, il suo rapporto con il #territorio, la sua credibilità e la sua attenzione per i temi della solidarietà e della coesione sociale, rappresentano da sempre un riferimento importante per le Amministrazioni locali. E proprio per capire e conoscere i termini del dibattito in corso sul sistema bancario, in particolare rispetto alle ‪#‎BCC‬, grazie all’autorevole presenza del prof. #Becchetti, cercheremo di capire la relazione fra queste trasformazioni e la nostra economia locale. Consapevoli che la nostra #Autonomia passa anche attraverso la capacità di mantenere sul territorio la possibilità di scegliere e di sostenere un modello di sviluppo legato ai bisogni delle nostre Comunità e delle nostre imprese.
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Autonomia ed economia locale: dove vanno le Bcc?

Cambiare. Lo chiede la Bce, lo chiede la Banca d’Italia. Ma alle comunità del Friuli Venezia Giulia qualcuno ha mai chiesto cosa pensano della futura riforma delle Banche di Credito Cooperativo? Stupisce che un tema così importante e strategico per il futuro del Friuli-Venezia Giulia, dove le Bcc costituiscono l’ultima fetta del sistema creditizio ancora legata al territorio, sia discusso e determinato in un’atmosfera di quasi rassegnata attesa e, cosa che stupisce ancor di più, di assoluto silenzio della totalità delle forze politiche. Indipendentemente dal merito, le scelte in campo dovrebbero coinvolgere non solo gli addetti ai lavori ma anche i territori, le imprese e i cittadini che sono contributori e beneficiari di questi istituti di credito. Come amministratori locali, riteniamo che su scelte importanti come questa, su decisioni che mettono in discussione tanta parte della storia stessa del nostro sistema economico locale e dei suoi aspetti più genuinamente mutualistici e cooperativi, sia necessario trovare delle strategie condivise col territorio e con le comunità. La nostra gente oggi chiede di essere partecipe del cambiamento, specie quando si rischia di spostare altrove il baricentro di un’economia di prossimità che oggi sarebbe vitale non privare della linfa di cui necessita: anzi, una nuova ottica di sviluppo delle comunità richiede la disponibilità di un sistema finanziario e creditizio collegato in modo più forte alle economie locali che alle performances del mirabolante mercato finanziario globale. Tanto più in un periodo dove crisi e ristrutturazioni modificano sensibilmente il sistema bancario, non sarebbe comprensibile una riforma sistemica delle Bcc che passi sopra la testa dei cittadini risparmiatori senza essere condivisa né spiegata nelle sue implicazioni e nell’impatto che avrà su aziende e persone dei nostri paesi. Abbiamo chiesto pertanto agli attori della riforma un incontro che ci consenta di partecipare attivamente ad un processo in cui siamo indirettamente coinvolti quali primi rappresentanti delle nostre comunità, nella convinzione che chiunque vorrà venire a spiegarci quali sono gli scenari che ci si aprono davanti troverà le porte dei nostri municipi non aperte, ma spalancate. Proprio a Bicinicco lunedì 9 novembre organizzeremo quindi un momento di confronto su questo tema, cogliendo la disponibilità del presidente della Federazione delle Bcc F-Vg Giuseppe Graffi Brunoro a intervenire in un momento così delicato per rispondere a questi interrogativi. Siamo certi che la preoccupazione di tanti cittadini varrà bene uno sforzo di trasparenza e di condivisione che noi riteniamo necessario, prima che scelte definitive vengano prese all’insaputa di chi domani le dovrà subire.

Bossi-1Giovanni Battista Bossi Sindaco di Bicinicco Patto per l’Autonomia

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Nuovi modelli di sviluppo locale

L'allargamento degli spazi di #autogoverno delle nostre comunità passa necessariamente per un nuovo modello di sviluppo locale. Questo incontro vuole essere l'avvio di un processo che va in questa direzione, "ostinata e contraria", come avrebbe cantato Fabrizio De André... conferenza mercalli sedegliano
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Una rinnovata idea di autonomia

L’accelerazione nel dibattito sui nuovi assetti istituzionali mette in guardia molti dei sindaci e degli amministratori che hanno guardato con interesse al “Laboratori di Autonomie”, per riportare in testa all’agenda delle priorità il rilancio della specialità regionale. “Patto per l’autonomia” mira a creare i presupposti per una coalizione territoriale ampia e inclusiva. «Abbiamo scoperto di condividere non solo il fatto di essere stati eletti a rappresentare le nostre comunità, ma di sentire la responsabilità del nostro ruolo in modo così forte che il nostro sguardo non può limitarsi ai confini comunali», ha spiegato il sindaco di Mereto di Tomba, Massimo Moretuzzo. IMG_20151009_211703«Batterci per una rinnovata idea di autonomia significa quindi ragionare su un nuovo modello di democrazia locale, partecipata e capace di coinvolgere le comunità e i territori nelle scelte che impattano su di essi», hanno aggiunto gli altri sindaci del gruppo.
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Specialità e autonomia sono troppo preziosi per lasciarli in balia dei giochi di palazzo

Facendo il “mestiere” di Sindaci, assessori o di consiglieri comunali, siamo – ahinoi – abituati a interloquire con frequenza con i cosiddetti “organi sovra ordinati”. E siamo ormai avvezzi all’ambiguità e all’indeterminatezza della maggior parte delle indicazioni che da questi arrivano sui nostri tavoli: siamo in perenne esercizio di interpretazione dei voleri superiori.

Succedono cose strane nei municipi friulani. In questi giorni, ad esempio, molti di noi stanno lavorando alle variazioni dei propri bilanci comunali, alcuni con deliberazioni di consiglio, sulla base delle notizie sugli agognati maggiori trasferimenti regionali, a loro volta dipendenti da accordi con i ministeri romani. La cosa bizzarra è che queste “notizie” arrivano quasi per vie traverse, grazie a telefonate con gli uffici condite da “dovrebbero” e “quasi certamente”; facciamo quindi scelte amministrative e relativi atti formali senza la certezza delle risorse disponibili!

Un tanto per dire che siamo necessariamente avvezzi a questo rapporto poco salutare con i vari poteri. Ne eravamo consapevoli anche venerdì scorso, quando con la conferenza stampa di lancio del “Patto per l’Autonomia” abbiamo denunciato il rischio incombente che corrono l’autonomia regionale e, conseguentemente, i residui e già risicati spazi di autogoverno delle nostre comunità.

Le reazioni alla nostra denuncia ci lasciano però basiti ben oltre il livello cui siamo, come dicevo, purtroppo abituati. Abbiamo sentito la Presidente Serracchiani e molti rappresentanti del PD dire che “la Specialità non è in pericolo” e che “le macroregioni non sono nell’agenda di questa legislatura”. Abbiamo anche letto le dichiarazioni dell’onorevole Fedriga che afferma che “l’idea di autonomia in questo momento non è conciliabile con quella di macroregione, se poi qualcosa dovesse cambiare … beh vedremo”.

Queste prese di posizione sono arrivate dopo che, non più tardi di giovedì scorso, il Sottosegretario PD Luciano Pizzetti si è impegnato in Senato, a nome del Governo, a presentare una riforma del sistema regionale che cancella il Friuli Venezia Giulia e dopo che un paio di settimane fa il segretario federale della Lega Nord Salvini ha dichiarato che la macroregione è auspicabile, anche per contrastare le politiche europee.

Ora, delle due l’una: o il sottosegretario Pizzetti non è un leale rappresentante del Governo italiano, motivo per cui – anche in virtù delle pressioni della Presidente Serracchiani – immaginiamo sarà costretto a dare le dimissioni entro breve, e Salvini quando parlava di macroregione in Friuli Venezia Giulia era, se possibile, più distratto del solito, motivo per cui manderà presto un messaggio di scuse a tutti; oppure siamo nella solita situazione per cui la gente ha l’impressione che qualcuno gliela stia raccontando.

[caption id="attachment_42" align="alignleft" width="161"]moretuzzo foto Massimo Moretuzzo coordinatore del Patto per l'Autonomia[/caption]

Da amministratori locali sappiamo che, se così fosse, la già forte distanza fra cittadini e istituzioni corre il rischio di diventare una distanza siderale; per questo Vi chiediamo di dirci le cose come stanno e soprattutto di compiere atti conseguenti.               La Specialità del Friuli Venezia Giulia e l’autonomia delle nostre Comunità sono un bene troppo prezioso per lasciarlo in balia dei giochi di palazzo.

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Le identità locali come punto di forza

[caption id="attachment_35" align="alignright" width="165"]del negro Marco Del Negro[/caption] Insomma, come affermato da Marco Del Negro, sindaci e amministratori non sono rassegnati a fare da ‘passacarte’, a gestire l’ordinario o a subire imposizioni. [caption id="attachment_34" align="alignleft" width="171"]MARKUS_MAURMAIR Markus Maurmair[/caption] “O a pietire aiuti da Roma – continua Markus Maurmair – come capitava un tempo, quando per mettere a posto una scuola si doveva bussare alla porta del deputato locale. Oggi, grazie alla buona scuola, siamo tornati a questi livelli”. “Solo in una cornice di autonomia, sostengono gli amministratori, si potranno costruire nuove forme di welfare e di cittadinanza territoriale capaci di dare risposta ai cambiamenti in corso. E immaginare quale modello di sviluppo dare a questa regione per i prossimi 15 o 20 anni, sperimentando anche altri modelli di economia, complementari a quelli esistenti, ma basati sulla qualità dei prodotti e dei processi produttivi, sulla sostenibilità ambientale e sociale, sulla priorità dell’interesse generale rispetto a quello di pochi, su un capitale territoriale che fa delle identità locali un suo punto di forza”. [caption id="attachment_36" align="alignleft" width="166"]Coren_Michele Michele Coren[/caption]

Discorsi, questi, che hanno ottenuto l’appoggio del vicesindaco di Drenchia Michele Coren, vicesegretario dell’Unione slovena, e di Federico Simeoni, Patrie Furlane, che ha sottolineato la gravità della situazione attuale e la necessità di tutelare le diverse identità regionali attraverso la difesa della specialità.

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Rilanciare con forza la nostra specialità

[caption id="attachment_31" align="alignleft" width="212"]moretuzzo Massimo Moretuzzo[/caption] “Noi amministratori - esordisce Moretuzzo - abbiamo scoperto di condividere non solo il fatto di essere stati eletti a rappresentare le nostre comunità, ma di sentire la responsabilità del nostro ruolo in modo così forte che il nostro sguardo non può limitarsi ai confini comunali. Ci rendiamo conto che oggi più che mai la specialità della Regione è a forte rischio. Proprio nel momento in cui le conseguenze della crisi imporrebbero un allargamento degli spazi di autogoverno del territorio, forti derive neo centraliste stanno mettendo in discussione l’autonomia regionale. La nostra funzione è legata all’autonomia della Regione e siamo preoccupati. Non possiamo pensare di ‘stare sereni’ (ogni riferimento è voluto). Le dichiarazioni di Ettore Rosato e di Matteo Salvini sulla macroregione non sono state delle boutade, come dimostra l’ordine del giorno presentato in Senato da Ranucci e fatto proprio dal governo. Certo, ci sono posizioni diverse, come quelle di Lodovico Sonego e Carlo Pegorer, peraltro definiti ‘politici veneti’ dall’Ansa, ma non basta Quella della regione triveneta è una proposta inaccettabile, sia dal lato della democrazia, sia da quella della coesione sociale. Di fronte a quest’attacco senza precedenti, il “Patto per l’autonomia” si rivolge invece a chi vuole rilanciare con forza la specialità che è un bene dell’intero territorio regionale e del suo straordinario insieme di diversità geografiche, linguistiche, culturali ed economiche che in questa fase devono fare quadrato e trovare una strategia comune”.
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Conferenza stampa di presentazione #pattoperlautonomia

Tanti i politici presenti, vecchi e nuovi, alla presentazione del PATTO PER L’AUTONOMIA.

presentazioneDal lato dei relatori c’erano, per il Medio Friuli, i sindaci di Mereto di Tomba e di Basiliano, Massimo Moretuzzo e Marco Del Negro, per la Bassa il primo cittadino di Bicinicco Giovanni Battista Bossi e la consigliera di Carlino Miriam Causero e per il Friuli Centrale iconsiglieri di Premariacco e Martignacco, Elisabetta Basso e Gianluca Casali. Ma sono arrivati giovani amministratori anche dalle province di Gorizia (Fabrizio Mascarin, consigliere di Dolegna del Collio) e di Pordenone (i sindaci di Valvasone e di Tramonti di Sotto, Markus Maurmair e Gianpaolo Bidoli).

pubblicoDall’altra parte, sul lato degli spettatori, tante le facce conosciute: il consigliere regionale Claudio Violino, gli autonomisti Roberto Visentini e Paolo Fontanelli, il leghista Mario Pittoni e anche esponeti del Pd come il segretario cittadino Enrico Leoncini, l’onorevole Paolo Coppola, il consigliere regionale Vincenzo Martines e il vicesindaco di Udine Carlo Giacomello.
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Un Patto per l'Autonomia per rilanciare la specialità regionale

Un ‘Patto per l’Autonomia’ che non sia una semplice difesa dell’esistente, ma che punti ad allargare gli spazi di autogoverno del territorio e a ricostruire gli spazi di cecottidemocrazia che sembrano progressivamente restringersi.  E’ questo l’obiettivo dei sindaci e amministratori della Fvg che oggi hanno voluto riportare in testa all’agenda delle priorità il rilancio della specialità regionale durante un’incontro al Caffé Caucigh di Udine. ‘Nume tutelare’ dell’iniziativa l’ex sindaco di Udine ed ex presidente della Regione, Sergio Cecotti, che ha suonato la ‘carica’: “dobbiamo accelerare, il futuro del Fvg sarà deciso nelle prossime settimane”.
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Patto per l'Autonomia – Udine 9 ottobre 2015

Siamo amministratori locali, provenienti da tante Comunità del FVG; dal Medio Friuli, alla Bassa friulana, alla Provincia di Gorizia, al Friuli centrale, alla Provincia di Pordenone. Per tanti motivi nell’esercizio della nostra funzione abbiamo avuto in questi mesi molti momenti di scambio e di confronto. Abbiamo scoperto di condividere non solo il fatto di essere amministratori dei nostri Comuni, di essere stati eletti a rappresentare i nostri concittadini, ma di essere innamorati dei nostri territori e delle nostre comunità, di sentire la responsabilità del nostro ruolo in modo così forte che il nostro sguardo non può limitarsi ai confini comunali, ma deve necessariamente guardare anche a quei fatti e a quelle decisioni che su questi territori ricadono. Crediamo doveroso oggi capire quali spazi queste comunità hanno per decidere del loro destino, per discutere sulla gestione delle proprie risorse, per immaginare e determinare il proprio futuro. Ci chiediamo quindi cosa le nostre comunità devono aspettarsi nei prossimi anni e cosa deve aspettarsi l’intera comunità regionale in termini di possibilità di autodeterminazione e autogoverno. Siamo consapevoli e convinti che la capacità di autodeterminazione delle nostre comunità sia legata a doppio filo con gli spazi di autonomia che ha la nostra Regione. In questo senso oggi quantomeno non possiamo “stare sereni” (con tutte le sfumature semantiche di questa espressione …). Oggi sappiamo bene che questi spazi sono costantemente e progressivamente messi in discussione. La cronaca degli ultimi mesi riporta dichiarazioni inequivocabili di protagonisti di primo piano della classe politica italiana che auspicano una più o meno rapida dissoluzione della nostra specialità in una più “congeniale” macroregione. Dichiarazioni peraltro bipartisan, dal capogruppo del PD alla camera Rosato al leader della Lega Nord Salvini, che non possono essere considerate delle semplici boutade. C’è da dire che fino a ieri c’era ancora qualcuno affetto dalla sindrome di Pollyanna, problema cognitivo che fa percepire solo gli aspetti positivi dei fatti che ci circondano – una sorta di ottimismo idiota, che sosteneva che in realtà Morassut non è un esponente così importante nel partito di appartenenza, che Rosato non voleva proprio dire che serve la macroregione e che comunque per ora il problema non si pone, che Salvini in fondo non è al governo, ecc … Da ieri anche queste considerazioni sono state spazzate via da quanto successo al Senato: il fatto che il Governo abbia fatto proprio l’ordine del giorno del senatore Ranucci sull’opportunità di procedere alla riduzione del numero delle Regioni prima dell’entrata in vigore della riforma costituzionale esclude ogni ambiguità. E pazienza se i due senatori veneti del PD, come definisce l’Ansa di ieri sera Sonego e Pegorer (prendendosi quindi per tempo sulla macroregione …), hanno contestato il testo. Questa posizione per noi è inaccettabile perché mette in discussione l’idea stessa di specialità del Friuli Venezia Giulia e con essa la possibilità di lavorare con prospettive nuove e diverse su almeno due piani che sono imprescindibili per chi ha a cuore il bene comune. Il primo ambito è quello dell’idea stessa di democrazia locale: più lontani sono i centri decisionali e più si amplifica lo iato che divide cittadini e istituzioni; questo è ancora più vero in un momento storico in cui gli stati nazionali stanno perdendo progressivamente quote di sovranità, non solo economica. Batterci per una rinnovata idea di autonomia significa quindi ragionare su un nuovo modello di democrazia locale, partecipata e capace di coinvolgere le comunità e i territori nelle scelte che su questi territori vanno ad impattare; meno autonomia significa quindi meno democrazia, o quantomeno meno possibilità di sperimentare nuovi percorsi democratici. Il secondo ambito è quello della coesione sociale: il Friuli Venezia Giulia, a differenza di altre Regioni italiane, è stato capace di vincere alcune sfide epocali (pensiamo al terremoto del 1976) grazie a un forte legame sociale, che ha caratterizzato le sue comunità. Oggi la difesa e il mantenimento di questo sistema di relazioni è indispensabile per costruire nuove forme di welfare e di cittadinanza territoriale capaci di dare risposta ai cambiamenti in corso. In questa prospettiva e a partire dal rapporto forte fra comunità, territorio e cittadini difendere l’autonomia regionale significa anche immaginare una nuova narrazione su come vogliamo sia questa regione fra 15 o 20 anni, su quale modello di sviluppo abbiamo in mente. Significa capire se è inevitabile continuare a recitare il mantra della crescita infinita, che guarda alla quantità invece che alla qualità, che sacrifica le peculiarità ambientali e paesaggistiche del FVG sull’altare della competitività globale, replicando schemi e modelli che poco hanno a che fare con l’innovazione e la lettura attenta di quello che sta succedendo all’interno di quello che alcuni chiamano il supermercato globale. Oppure se possiamo immaginare scenari nuovi e creativi, dove la crescita della nostra economia si basa su indicatori che non si riducono al PIL, scenari in cui siamo in grado di valorizzare le straordinarie e diverse identità della nostra regione come un vero e proprio capitale territoriale, da non disperdere. In questa direzione molti di noi stanno già sperimentando percorsi e progetti di economia locale e sostenibile, che sta coinvolgendo in circoli virtuosi attori economici e sociali dei territori e che può e deve essere messa a sistema. Ecco, a partire da queste riflessioni abbiamo seguito con attenzione il dibattito sulla specialità che ha visto intervenire vari attori in queste ultime settimane. Di questo dibattito due sono stati gli interventi che a nostro avviso meritano oggi di essere sottolineati. Uno è rilevabile nella presa di posizione netta e inequivocabile dell’Università di Udine, che nel convegno svoltosi nel luglio scorso ha posto in modo evidente i termini della questione: la specialità delle Regioni autonome è messa progressivamente in discussione da una serie di provvedimenti e di sentenze dei massimi organi istituzionali dello stato italiano. In questo contesto i governi regionali e i rispettivi territori devono scegliere se continuare a giocare in difesa, cercando di limitare i danni e la crescente aggressività delle politiche centraliste; oppure se decidere che questo tipo di gioco non paga più (se mai ha pagato) e che è arrivato il momento di rilanciare la palla nel campo avversario, e rivendicare con la forza necessaria un progressivo allargamento degli spazi di autonomia. Se mai avessimo avuto qualche dubbio su quale delle due tattiche di gioco scegliere, questi dubbi sono stati spazzati via, anzi “asfaltati”, dalle parole pronunciate attraverso le colonne del Messaggero Veneto da Sergio Cecotti. Ci ha convinto l’analisi sulla necessità e sull’urgenza di una reazione da parte dei cittadini e delle comunità di questa Regione, di tutta questa Regione, sul fatto che oggi è indispensabile porre i termini del confronto con il potere centrale sul piano della rivendicazione forte del nostro diritto alla specialità. Condividiamo l’auspicio che questa rivendicazione diventi la rivendicazione di tutte le molteplici e straordinarie diversità che compongono il FVG, che deve finalmente essere capace di confrontarsi al suo interno e parlare con una voce unica e senza cedimenti verso ciò che mette in discussione la sua autonomia. Per questi motivi abbiamo scelto di assumerci fino in fondo la nostra responsabilità di amministratori locali, di custodi delle possibilità di autogoverno delle nostre comunità e di lanciare l’idea di un nuovo, rinnovato PATTO PER L’AUTONOMIA. Abbiamo lavorato e lavoreremo quindi a una rete di amministratori, di esponenti del modo della cultura, del lavoro, delle imprese, della cosiddetta società civile; una rete capace di rilanciare questi temi, di costruire un percorso fatto di partecipazione e di coinvolgimento dei cittadini; un percorso territoriale capace di superare le divisioni fra destra e sinistra, categorie che oggi non sono più sufficienti per interpretare gli attuali sistemi di potere. Sappiamo che questa sfida sarà difficile e alcuni ci dicono essere poco ragionevole; ma sappiamo anche che chi, come noi, è innamorato, alle ragioni del buon senso antepone le ragioni del cuore.

Massimo Moretuzzo

Sindaco di Mereto di Tomba

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