NOI NON VOGLIAMO LA MACROREGIONE CON VENETO E TRENTINO ALTO ADIGE!

26730816_1380804132030573_2074324507405674320_nLo diciamo forte, così che capiscano tutti.
Lo diciamo il giorno dopo che l’on. Roberto Morassut del PD ribadisce che il suo partito vuole le macroregioni.
Lo diciamo rileggendo la proposta di legge 862 del Gruppo Parlamentare di Forza Italia.
Lo diciamo ricordando le ondivaghe dichiarazioni di Salvini e dei Grillini (alias 5 stelle) su questo tema.
L’autonomia, vera, speciale, del F
riuli – Venezia Giulia è il presupposto indispensabile per immaginare un futuro migliore per le nostre Comunità, per ricostruire spazi di autogoverno, per riportare l’economia al servizio delle persone e non della finanza globale.
Lo dice la nostra Storia, lo dicono le lingue che si parlano nei nostri territori, lo dicono i risultati straordinari che abbiamo ottenuto, ad esempio, nella gestione della Sanità e della Protezione civile; poi è arrivato il doppio renzismo di Tondo (Renzo) e di Serracchiani (vice Renzi) e rischiamo di mettere tutto in discussione.
C’è un’unica strada per difendere con certezza la nostra Specialità e si chiama Patto per l’Autonomia.
Tutto il resto è noia.

Bon cop de falç, defensors de la terra!

Il mio primo impulso nello scrivere questa confusa noterella era di intitolarla Homage to Catalonia come il celebre libro in cui George Orwell racconta le sue esperienze di volontario nella guerra civile spagnola sul fronte dell’Aragona. Alla fine ho scelto come titolo il verso centrale del ritornello dell’inno nazionale catalano Els segadors (i mietitori): Buon colpo di falcetto, difensori della Terra! L’inno celebra una delle prime sollevazioni della Catalogna contro l’oppressione della monarchia spagnola, la Guerra dels segadors (1640-1659). L’allora re di Spagna, Filippo IV, aveva annullato l’autogoverno della Catalogna, come poi farà Filippo V nel 1707, e Filippo VI nel 2017 (sì è vero: il nome Filippo porta una jella tremenda ai sovrani spagnoli). Il 7 giugno 1640, giorno del Corpus Domini, i contadini catalani impegnati nella mietitura entrarono, armati di falci, in Barcellona e ne scacciarono le truppe spagnole. In seguito alla liberazione della città, il Presidente della Generalitat Pau Claris proclamò la (prima) Repubblica Catalana. Nella sua meccanica, il Corpus de sang catalano è stato una replica della nostra Zoiba Grassa del 1511 ma con Strumieri e Zamberlani in ruoli invertiti.

Nei giorni di Filippo IV la libertà della Catalogna è stata riconquistata (per un breve periodo) dai contadini, ovvero dalla base della piramide sociale. Lo stesso è accaduto adesso, al tempo di Filippo VI. I politici dei partiti catalanisti hanno commesso i loro errori (anche se non proprio tutti quelli che gli attribuiscono i giornali italiani). La causa della Catalogna pareva compromessa, e il governo renziano di Madrid ne ha approfittato per dare un’ulteriore stretta alla repressione: ha sospeso l’autonomia della Catalogna, commissariato la Generalitat, arrestato o costretto all’esilio il Governo legittimo, introdotto la censura preventiva ai mezzi di comunicazione sospetti di indipendentismo, costretto ad andarsene alcune imprese per poter gridare alla sciagura economica in caso di vittoria catalanista, scatenato contro i “secessionisti” tutti i giornali e le tivù e mobilitata ogni possibile risorsa del centralismo: il tutto senza farsi alcun scrupolo né morale né legale. I catalani, hanno affrontato l’impari sfida con mani e bocche legate, e con tutti i leader in carcere o in esilio. Si è trattato di una prova di resistenza in condizioni estreme. Ma i catalani hanno vinto: mantengono la maggioranza assoluta nel Parlament. E stato un miracolo, ma i suoi artefici non sono le (pur ottime) persone che dirigono i partiti catalanisti in assenza dei capi. È stato il popolo, la gente spicciola che si è mobilitata e non ha mai smesso di inviare sms e tweet ad amici e vicini, che ha organizzato migliaia di incontri, cene, manifestazioni culturali, esibizioni musicali, ripetendo senza sosta poche parole d’ordine ma di una chiarezza estrema: #FemRepública, o #LlibertatPresosPolítics. È stata la mobilitazione capillare e spontanea di centinaia di migliaia di cittadini semplici che ha sconfitto la (per nulla gioiosa) macchina da guerra dello Stato. A livello della politica-spettacolo tra leader hanno vinto i centralisti (che schieravano una graziosa candidata), ma nelle urne ha prevalso il popolo cosciente di esserlo. I leader catalanisti, poverini, neppure c’erano (M. Rajoy si è vantato di avere “decapitato” l’indipendentismo).

La prima lezione è questa: è la gente che fa la Storia, non le élite, non le Leopolde e neppure le Genoveffe. La nostra deferente ammirazione va all’attivista ignoto che si è mobilitato da sé, senza attendere direttive da un “alto” che non c’era, e ha lavorato senza posa per settimane perché nel suo paesino o nel suo quartiere nessun voto mancasse alla Repubblica:

Bon cop de falç!

Si merita una segnalazione anche il partito renziano di M. Rajoy. In Catalogna i renziani hanno perso i 3/4 dei loro seggi. Ne avevano 11 (lo stesso numero dei parlamentari PD in FVG nel 2016) ora ne hanno 3 (il numero di parlamentari PD-FVG previsti dai sondaggi). Male! Sono sempre 3 in più di quelli che si meritano.

Le categorie della politica a volte sembrano possedere un senso dell’ironia. Penso alla teoria della “Repubblica una e indivisibile” dei giacobini. Parrà strano a chi non è avvezzo alle sottigliezze della Storia, ma in questo momento quella teoria è rivendicata dagli indipendentisti catalani, non dai renziani di Madrid che difendono la “unità” del regno di Spagna. No, i catalani non sono impazziti (e non lo sono neppure io). Il punto è che i giacobini, avendo la pretesa di essere espressione della “volontà della Nazione”, e volendo al contempo negare alle minoranze linguistiche il diritto a esprime una loro “volontà della Nazione” di separarsi dallo Stato giacobino per formarne uno proprio, sono stati costretti a formulare una teoria della “Nazione” opposta a quella storico-naturalista secondo cui la nazione è una realtà oggettiva determinata dalla comunanza di lingua, tradizioni, etc. Se si accetta l’idea che l’esistenza di una nazione sia un fatto “oggettivo”, basato
in primo luogo sulla lingua, diventa impossibile negare, per esempio, che i friulani formino una nazione — “Non c’è nulla di più scientifico della glottologia”, rispondeva Pasolini ai comunisti “scientifici” che negavano questo ovvio sillogismo. Ma i giacobini non possono certo accettare questa conclusione; ecco allora che si inventano una teoria alternativa della “Nazione” sintetizzata nella famosa formula: “La Nazione è un plebiscito di ogni giorno”.

Per i giacobini, la Nazione esiste in quanto ciascun cittadino si riconosce, in ogni suo atto della vita quotidiana, nell’appartenenza alla comunità politica scegliendo di condividerne il “destino storico”. Questo sentirsi parte della comunità politica, della Repubblica, è il referendum implicito che si tiene ogni giorno, e che dà legittimità alle Istituzioni politiche. Per i giacobini, questa è la Costituzione sostanziale della Repubblica, che è “una e indivisibile” perché (e finché) unica  è la coscienza dei cittadini. Pier Paolo Pasolini ha espresso lo stesso concetto nello scritto Il Friuli Autonomo (1948): L’appartenenza ad una data Patria non è un fatto, ma un atto di coscienza.

Ora, dicono i catalani, se l’essenza della Repubblica è l’esistenza di milioni di cittadini che in essa si riconoscono e che si sentono impegnati a costruirne il futuro, allora la Repubblica Catalana esiste ed è una realtà molto più solida e concreta del Regno di Spagna o dell’Impero di Renzonia. La Catalogna ha i suoi cittadini – coscienti e impegnati – e finché la Catalogna avrà i suoi cittadini, nessun Renzi di Spagna riuscirà a cancellarla. Ancora Pasolini, nell’ultimo testo che ha scritto, con l’intento che fosse il suo Testamento spirituale (Saluto e augurio, 1974):

La Repùblica a è drenti, tal cuàrp da la mari.

La Repubblica è dentro di noi cittadini coscienti e costruttori di futuro, non nei Palazzi di Roma e tanto meno nella reggia di Re Borbone a Madrid.

Visca la terra lliure!

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata 

La Corsica dimenticata

Sulla Catalogna è calato il silenzio, vietato parlare, guai ricordare le battaglie democratiche di quel popolo. Sul 56% degli indipendentisti Corsi silenzio totale, guai ricordare che l’Europa possibile è sempre più quella dei popoli e non quella dei fallimentari “stati nazione” attuali. La conquista di 41 seggi su 63 ovvero della maggioranza assoluta da parte degli indipendentisti non ha diritto di essere ricordata come una affermazione di autonomia dalla Francia. Il figlio di un combattente storico del movimento indipendentista (Edmond Simeoni) Gilles Simeoni assieme a Guy Talamoni storico indipendentista in una coalizione “pé a Corsica” hanno dimostrato che senza dimenticare o rinnegare il passato si può democraticamente e civilmente proporre  un progetto di rinnovamento che vada oltre la semplice richiesta di autonomia. Hanno vinto con una proposta rassicurante di riaffermazione della propria identità ma soprattutto con un progetto di ricostruzione e recupero del territorio.

Pensando alla Corsica mi ritorna in mente un menu di un ristorante di quell’isola, che alla fine riportava la dicitura “buchi” e il prezzo di riferimento, certificava uno strano modo di festeggiare le ricorrenze, sparare sul soffitto. Contemporaneamente a quel ricordo mi venne in mente la frase pronunciata durante un incontro a Roma dall’allora ministro per gli affari regionali, durante un incontro con i rappresentanti Friulani che rivendicavano i loro diritti, dicendo: ma voi non siete come i SudTirolesi, non siete pericolosi per l’integrità dello stato, che tradotto voleva dire voi non mettete bombe non siete pericolosi quindi le vostre richieste possono essere disattese. Strano concetto di democrazia, ma a pensarci bene è il fattore unificante di tutte le democrazie centraliste. Certo i baschi avevano scelto la lotta armata e quindi la loro pericolosità implicava una concessione di maggiore autonomia e diritti conseguenti. I Catalani avendo scelto la via pacifica si possono reprimere con la violenza.

Semplici ricordi di chi ha avuto la fortuna di incontrare persone che avevano dedicato la loro vita alla difesa del loro popolo, nessuna giustificazione della violenza ma una semplice considerazione per capire i risultati ottenuti in quei paesi e i conseguenti successi elettorali.

Il coraggio è il filo conduttore, non il coraggio di usare la violenza, ma il coraggio di difendere le proprie idee fino in fondo.  Come possiamo rivendicare diritti e autonomia se ai nostri figli diciamo che la coerenza è meno importante della convenienza, se ci preoccupiamo della loro voglia di cambiare chiedendogli di lottare per i loro diritti, ma in maniera morbida accontentando tutti ovvero non scontentando nessuno, “no si sa mai di cui ca si a bisugna”.

Come possiamo pretendere maggiore autonomia senza rompere gli schemi classici delle rivendicazioni autonomiste locali, preoccupati della difesa di un passato e incapaci di un progetto per il futuro.

Tradizione e novità devono e possono coesistere in un progetto che superi i personalismi.

La paura di chiedere, la paura di rivendicare i diritti, la discrezione che ci fa chiedere meno di quello che ci serve è il vero handicap da superare, e il vero coraggio come sappiamo non è non avere paura, ma superarla.

Roberto Visentin

 

Un’altra scemenza renziana nella pattumiera della storia

Ve le ricordate le leggi “renzianissime”?

Sono le leggi che il PD ha approvato sul presupposto (errato) che la de-forma costituzionale Renzi-Boschi sarebbe stata “ovviamente” approvata dal popolo sovrano. Lo scopo delle leggi “renzianissime” era allineare la legislazione dei singoli settori al nuovo modello di Stato iper-centralizzato e totalmente renzianizzato. Per definizione, si tratta di leggi in palese contraddizione con lo spirito e la lettera della Costituzione vigente, leggi fondate sulla presunzione che il Senato e le Province sarebbero state soppresse e sostituite dal dominio personale del Signore di Palazzo Chigi. Per far felici i gonzi, le leggi “renzianissime” erano state presentate come provvedimenti utili ad accrescere “l’efficienza” delle Istituzioni, ma nella realtà erano unicamente finalizzate a blindare la presa del Giglio Magico sui gangli vitali del Potere: sul piano degli effetti concreti sul sistema-Paese erano norme disastrose, autentiche scemenze. Il popolo sovrano ha spazzato via la de-forma costituzionale Renzi-Boschi, mandando gambe all’aria il disegno autoritario. Ma, purtroppo, le leggi “renzianissime” ci sono rimaste sul groppone, a mo’ di punizione per non esserci piegati ai voleri del Signore.

Le leggi “renzianissime” fondamentali erano tre: la legge elettorale Italicum (un plebiscito peronista che presupponeva l’assenza di una seconda Camera), la de-forma Del Rio delle Autonomie Locali, e la legge Madia di “riordino” della Pubblica Amministrazione. L’Italicum è stato dichiarato incostituzionale e sconfessato dagli stessi renziani che lo hanno sostituito con un’altra legge elettorale tarocca, il Rosatellum. A suo tempo Renzi aveva proclamato che tutta Europa ci invidiava l’Italicum, e che presto tutti i Paesi l’avrebbero adottato. Meno di due anni dopo lo stesso Renzi ha gettato la sua geniale de-forma nella pattumiera. La de-forma Del Rio si è arenata nelle sue insanabili contraddizioni, e ha già raggiunto l’Italicum nel contenitore dei rifiuti non più riciclabili.
Il terzo testo “renzianissimo”, la legge Madia, è una raccolta davvero completa di tutte le assurdità e scemenze che si possono dire e fare nella Pubblica Amministrazione. L’avessero intitolata “I 1001 errori da non compiere mai”, sarebbe stata un utile catalogo dei provvedimenti da evitare; invece i renziani hanno preteso di implementarla. Male gliene incorse, a loro e a questo disgraziato Paese.

Un riassunto sommario delle assurdità della Madia richiederebbe decine di pagine. Per brevità mi limito a quella all’attenzione delle cronache di questi giorni. Tra le varie norme “renzianissime” vi è il “riordino” delle Camere di Commercio. Nella sostanza, la norma cancella il principio della coincidenza territoriale tra Camera di Commercio e Provincia, sul presupposto (rivelatosi poi infondato) dell’eliminazione della stessa Provincia dal novero degli Enti costituzionalmente necessari. Risultato: alcune Camere di Commercio venivano soppresse per essere accorpate ad altre. Con quale criterio? “Con quello dell’efficienza” – rispondono i renziani. “Ma come dell’efficienza” – risponde chi conosce la materia – “Sopprimete la Camera di Pordenone che è tra le più efficienti d’Italia (basta vedere l’andamento delle esportazioni), e tenete in piedi indegni baracconi clientelari”. Evidentemente i criteri di “efficienza” della Madia sono diversi dagli indicatori di
performance economica (e imperscrutabili).

Alcune Regioni ordinarie (Lombardia, Liguria, e Puglia) hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro questo uso fazioso e centralista del Potere. Le Regioni hanno lamentato che il provvedimento “renzianissimo” viola la loro autonomia. Sottolineo che si tratta di Regioni a Statuto ordinario, le cui competenze in materia di economia e ordinamento della Pubblica Amministrazione sono infinitamente inferiori a quelle della Regione a Statuto speciale Friuli Venezia Giulia. Se la legge Madia viola le loro scarse competenze ordinarie, significa che è un autentico stupro di quelle speciali della nostra Regione. Ma la Giunta del FVG si è guardata bene dal ricorrere alla Consulta in difesa della nostra Autonomia speciale. Come sempre, la Giunta Serracchiani è rimasta in ginocchio, in muta adorazione dell’Idolo di Rignano sull’Arno.

Il ricorso delle Regioni ordinarie è stato accolto. La legge Madia, come le sue sorelle “renzianissime” è stata ufficialmente dichiarata incostituzionale (in parte quo). I caporioni della nostra Regione hanno commentato più o meno con queste parole – “è andata come si voleva. Avete visto che abbiamo fatto bene e restarcene zitti e in ginocchio?”. È una buona notizia. A onta del nulla che occupa le Poltrone della nostra Regione, la realtà si è imposta sul delirio di onnipotenza renziano: il popolo sovrano ha bocciato il progetto del PD e la Corte costituzionale cancella le de-forme “renzianissime”. A questo punto tutto il “pensiero politico” e l’intera “opera storica” del renzismo sono stati archiviati nella famosa pattumiera.

Ottimo, ma c’è un rammarico. A livello statale, il popolo sovrano ha avuto la possibilità di esprimersi e urlare in faccia a Renzi: “vonde monadis”. A livello regionale, dove si è data la stura a molte nefande de-forme “renzianissime”, è stato negato il diritto di parola al popolo sovrano, proibendo i referendum sulla de-forma delle UTI e su quella della sanità, pur richiesti dai comitati. La maggioranza del Consiglio regionale, ovvero l’autore stesso dei misfatti “renzianissimi”, ha arrogantemente tappato la bocca agli elettori. Dite quello che volete, ma non mi convincerete mai del contrario: la de-forma delle UTI è stata prima di tutto una rivolta dell’élite casualmente al Potere contro il principio stesso della sovranità popolare. Renzi, almeno, a questo non è mai arrivato.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata

Regione FVG, autonomia e riforma delle Camere di Commercio

Come volevasi dimostrare, a suon di abdicare all’esercizio dell’autonomia si finisce per credere che lo Stato abbia ragione anche quando l’ultima parola spetterebbe a noi. E’ la triste conclusione a cui si giunge dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale che in merito alla riforma delle Camere di Commercio ha sancito l’illegittimità procedurale dell’iter seguito dal Mise nel decretare gli accorpamenti degli enti camerali.

Andava sentita la Regione, ma il Governo non lo ha fatto. E la Regione non ha voluto nemmeno resistere in giudizio, dando per scontata la sconfitta. Il Friuli Venezia Giulia ha voluto essere più realista del re e mentre altre Regioni (non solo guidate dal centrodestra) reclamavano il diritto di essere consultate, la nostra taceva. Con l’aggravante che le ricorrenti sono Regioni a Statuto ordinario, mentre la nostra è a Statuto speciale e su questo terreno aveva ed ha precisi doveri nei confronti del sistema camerale e dei cittadini. Le imprese hanno diritto a un punto di riferimento efficiente e vicino e il sistema imprenditoriale pordenonese: e la collettività ha diritto ad avere personale politico che difende le prerogative della sua Regione, soprattutto quando il sistema territoriale glielo chiede.

Lo abbiamo già detto: se c’è la volontà politica di farlo, gestire in forma autonoma la materia delle Camere di Commercio si può. Due sono le strade percorribili. Lo evidenzia ciò che già è stato attuato in Trentino Alto Adige che ha richiesto e ottenuto competenza primaria su questi temi.

Primo, è necessario chiedere l’attribuzione della competenza legislativa primaria in materia, da inserire nell’art. 4 del nostro Statuto: in questo caso la richiesta nella legge-voto non può che essere “secca”, con l’eventuale accompagnamento della clausola per cui la Regione si accolla gli oneri derivanti dalla nuova attribuzione.

Secondo, nel frattempo serve utilizzare le norme di attuazione per ottenere almeno le competenze amministrativa in materia: in questo caso si fa leva sul norme già presenti nel nostro Statuto nel senso che la delega dell’esercizio delle funzioni amministrative statali alla Regione può essere fatta anche con norme di attuazione che, formalmente, sono una fonte statale (decreto legislativo). Quanto al contenuto, la Regione è titolata a chiederle perché trattasi di una “materia” che, sebbene assente dagli elenchi dello Statuto, è comunque riconducibile all’agricoltura, industria e commercio e artigianato, che invece ci sono (restano ovviamente esclusi i profili civilistici e tributari). Dal punto di vista della realizzabilità in concreto, si tratterebbe di una strada più percorribile. E il fatto che la Consulta sostenga la necessità dell’intesa Stato-Regione mostra che gli spiragli per ottenere queste competenze ci sono.

Quindi, anziché dipendere dalla volontà centrale dello Stato, in una logica di reale valorizzazione della nostra Autonomia, slegandosi dagli obblighi conseguenti dai partiti nazionali, si può rivendicare la competenza sulle Camere di commercio e decidere noi stessi sul loro destino.

Personalmente sono poi convinto che ci sono tutti i presupposti di salvaguardare le tre camere attualmente esistenti, e in particolare quella di Pordenone: ma ciò lo si potrà fare solo dopo aver fatto un reale esercizio della nostra Autonomia Speciale attraverso il Consiglio Regionale.

Markus Maurmair

 

Qui sotto l’articolo de Il Gazzettino:

Il principio di sussidiarietà e dell’autonomia tra crisi della democrazia rappresentativa e ricerca di nuove forme di partecipazione

La legge di revisione costituzionale che nel 2001 ha introdotto nella Costituzione il principio di sussidiarietà orizzontale, ha utilizzato questa formulazione: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” (art. 118, ultimo comma).

Il tema delle forme di partecipazione dei cittadini alla vita politica e amministrativa dei nostri territori è una delle questioni che stanno diventando ogni giorno più importanti.

Siamo in un periodo di crisi evidente della democrazia rappresentativa, resa manifesta non solo dal costante calo dei votanti nelle varie tornate elettorali, ma anche dalla situazione delle istituzioni locali che con la scelta dell’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti della Regione sono sempre più verticistiche e meno “popolari”.

A questa crisi la risposta non può essere quella della politica dei tweet e dell’accentramento dei poteri nelle mani di chi ha suonato le danze negli ultimi decenni.

Serve uno sforzo comune, dal basso, per cui le persone che hanno passione civile e senso di appartenenza al proprio territorio, partecipino alla costruzione di una nuova democrazia, basata innanzitutto sulla gestione condivisa dei beni comuni, sulla possibilità di incidere in modo forte e reale sulle scelte economiche e ambientali che riguardano le proprie Comunità.

Ci sono tante esperienze locali che ci dicono che tutto questo è possibile; storie di persone e associazioni che stipulano un “Patto” con le amministrazioni locali impegnandosi a prendersi cura di una parte del proprio territorio, sia essa un’area verde o un parco pubblico o una scuola da ritinteggiare.

Così come ci sono “Patti territoriali” che hanno messo attorno a un tavolo Comuni, imprese di produzione e di trasformazione, reti distributive e cittadini/consumatori, per costruire in modo partecipato delle filiere economiche locali, sostenibili e solidali, capaci di superare i limiti di una visione dello sviluppo e della crescita vincolata esclusivamente ai parametri del mercato globale.

Un percorso politico e amministrativo che si pone obiettivi di questo tipo e tiene presente un orizzonte etico che fa del coinvolgimento attivo dei cittadini e dell’autogoverno delle Comunità dei capisaldi irrinunciabili, deve trovare degli strumenti coerenti con questi scopi.

In questa fase storica, sicuramente complicata e per molti aspetti affascinante, i principi di Sussidiarietà e Partecipazione possano trovare casa solo in proposte politiche che si radicano nei territori e puntano a una nuova e creativa stagione dell’Autonomia.

Massimo Moretuzzo

Avevamo capito ed eravamo orgogliosamente malfidenti: per questo abbiamo votato no

Ad un anno di distanza dal referendum costituzionale Salvatore Spitaleri intervenendo sul Messaggero Veneto del 5 dicembre 2017 si chiede se “quegli saputi” di autonomisti abbiano capito il grande errore fatto allora e se quella scelta fu dovuta al “non aver capito o all’essere in malafede”.

Poiché nel corso del 2016 mi sono trovato a guidare il comitato “Sono Speciale Voto No” e ad espandere il pensiero dei molti cittadini regionali che avevano annusato la truffa per anziani denominata “Carta di Udine”, mi pare doveroso interpretare le affermazioni di Spitaleri che, magari così non fosse, rappresentano con ogni probabilità un residuo pensiero di quell’area politica PD che ai contenuti di quel referendum aveva creduto. Se effettivamente molti della sua parte politica la pensano in questo modo mi pare rappresentino una pericolosità sociale da esorcizzare.

Al di là di alcune considerazioni che vorrebbero mettere in conflitto la esperienza della specialità del F-VG con quelle delle regioni ordinarie che oggi hanno cominciato a ribellarsi alla centralizzazione, mi stimola l’affermazione testuale che “oggi è certo più complesso attivare percorsi per nuove e più aggiornate competenze e soprattutto il rapporto tra Regione e Stato è rimasto un impari braccio di ferro”, peraltro da non lasciare alle “irose manine di bambini beccati in fallo” che “sbattono pugni sui tavoli romani”. Che tali appunto sono gli autonomisti.

Dice lo Spitaleri: vi avevamo proposto un bel po’ di modifiche della Costituzione che avrebbero risolto tutti i problemi fondamentali dello stato italiano, dalla governabilità alla messa in riga delle dissipatrici autonomie locali, e voi le avete rifiutate.

Oggi a causa del NO andiamo di male in peggio e tutti i problemi sono rimasti in piedi, compreso quello di salvaguardare e allargare l’autonomia speciale del F-VG. Dovreste, voi autonomisti del Friuli, cospargervi di cenere e dichiarare di non aver capito la bontà del prodotto e pentirvi di non averlo comprato.

A queste argomentazioni rispondo: “errare è umano, perseverare è diabolico!”

Hanno cercato di venderci una “patacca” per sostituire con norme raffazzonate e contraddittorie un impianto che arrancava per mancanza di manutenzione, ed oggi ci vengono a dire che abbiamo fatto male a sbattere la porta in faccia al piazzista. E nel frattempo i proprietari-concessionari dell’impianto hanno continuato a distruggerlo a martellate come è avvenuto con il “rosatellum”.

Mi limito alla questione dei rapporti tra stato centrale e territori. La proposta referendaria del 2016 era una pietra tombale ad ogni reale autonomia delle regioni in generale ed una ambigua norma transitoria rimandava al futuro le procedure di revisione delle specialità, attizzando ancor più il clima generale che voleva farne piazza pulita.

Spitaleri forse non ha capito che i “friulanisti” non si battevano solo per la loro specialità, da ridefinire, ampliare e riscrivere, ma in difesa dell’intero Titolo V della Costituzione e della sua applicazione, devastata da 15 anni di governi nemici dell’autonomia regionale e locale così come definita nel 2001.

Un vento impetuoso da nord ha cambiato il clima. Il referendum dell’ottobre 2017 in Veneto ha fatto piazza pulita della volontà centralizzatrice delle modifiche costituzionali del 2016 ed ha aperto una fase nuova di ricontrattazione tra territori e stato per la ripartizione dei poteri di competenza. Il referendum veneto non ha distrutto le specialità ma ha fatto diventare la specialità un obiettivo generale. Se abbiamo delle carte da giocare, il voto del Veneto permette al F-VG ed alle altre speciali di uscire dalla dannazione in cui erano state cacciate da una “pubblica opinione” deviata.

Chi ha a cuore il futuro dell’autonomia speciale del F-VG non è preoccupato per quanto riuscirà a strappare il Veneto al Governo ed al Parlamento, ma piuttosto dalla incapacità delle forze politiche, che in Regione F-VG si collegano al sistema politico italiano, di interpretare adeguatamente la rinnovata specialità di cui ha bisogno il Friuli – Venezia Giulia.

Negli ultimi anni il F-VG ha subito un salasso di risorse finanziarie che oggi tagliano il bilancio regionale del 25%, 1,2 miliardi su 5, ha visto il governo distruggere molte leggi approvate in regione contestandone la legittimità di competenza, e praticamente non ha portato a casa uno straccio di norma di attuazione che ampliasse il suo spazio di azione.

Forse come dice Spitaleri non abbiamo avuto sufficienti  “bambini che sbattessero i pugni sui tavoli romani”, ma ci siamo affidati a puri legami politici di sudditanza.

Un consiglio a quanti condividono quanto dice Spitaleri. Quando viene a mancare una cosa a cui eravamo affezionati dispiace, ma prima o poi ce ne facciamo una ragione. Ad un anno di distanza mi pare che il PD non abbia ancora rielaborato il lutto del 4 dicembre 2016. E appellarsi alla “macumba” è un po’ da primitivi.

Giorgio Cavallo

I nodi storici vengono al pettine

Il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, ha dichiarato che tra Di Maio e Berlusconi lui sceglie il secondo. Molti suoi estimatori si sono meravigliati e/o scandalizzati delle sue parole. A me sembra che Scalfari esprima una posizione perfettamente razionale dal suo punto di vista (che non è il mio).

Per capire la razionalità dell’asserzione bisogna partire da una lettura non convenzionale (ma proprio per questo realistica) della storia politica europea degli ultimi trenta, quaranta anni. All’inizio di questo periodo, le élite politiche eredi della classe dirigente che aveva gestito la Guerra Fredda erano ancora saldamente al comando in tutti i Paesi dell’Europa occidentale. Suddivisi nelle tradizionali articolazioni di centro-destra (i partiti aderenti al PPE e i liberali) e centro-sinistra (quelli affiliati al PSE), i partiti dell’élite assommavano, nel loro complesso, dal 80% al 98% dei voti in ciascun Paese europeo. Nella loro “narrazione” ad uso dei rispettivi elettorati nazionali, centro-destra e centro-sinistra si protestavano alternativi tra loro, ma la realtà era che le scelte di quadro generale – quelle decisive – venivano assunte a livello europeo, e l’Europa nel suo insieme era governata dalla grande coalizione permanente PPE-PSE-Liberali, il blocco storico che ha sempre espresso la Commissione europea, il Consiglio dell’Unione, e dettato tutte le scelte strategiche. Le differenze tra le politiche dei governi di supposto centro-destra e di supposto centro-sinistra, quando non meramente declamatorie, erano confinate a scelte di impatto simbolico ma che non mettevano in questione le scelte fondamentali di sistema. Anche se era una messinscena, la manfrina del centro-sinistra contro centro-destra ha avuto un grande potere evocativo ai fini della fidelizzazione delle rispettive tifoserie. La perversa genialità del marchingegno consisteva nell’“alternanza”: le due metà del blocco storico, centro-destra e centro-sinistra, si ruotavano periodicamente gli incarichi tra loro, ben sapendo che il giro dopo sarebbe di nuovo toccato a loro. Lo scopo del meccanismo era garantire il monopolio del Potere all’élite ma dando l’illusione ai cittadini di poter cambiare qualcosa con il loro voto, mentre le elezioni avviavano solo un altro giro di giostra dell’eterno ritorno del sempre uguale. I cittadini coscienti avevano un unico modo di ribellarsi: astenersi dal voto. E infatti la percentuale di votanti calava a ogni tornata elettorale.

La commedia, per quanto ben congeniata, funziona solo se è data una precisa condizione aritmetica: la somma dei voti dei partiti dell’élite deve essere sufficientemente vicina al 100% di modo che la metà di quello schieramento che di volta in volta prende qualcosina di più si ritrovi con una maggioranza di seggi in Parlamento e sia “autosufficiente” come prevede la narrazione dell’“alternanza”. All’inizio del periodo in considerazione questa condizione aritmetica era data in tutti i Paesi europei. Col passare del tempo la percentuale elettorale del raggruppamento PPE-PSE-Liberali è calata ovunque, rapidamente nei Paesi deboli, lentamente in quelli forti. Il meccanismo, nella sua forma originaria, si blocca nel momento che la percentuale aggregata dei partiti dell’élite scende al 70%.  Quando, in un determinato Paese, questa soglia critica veniva raggiunta, il connubio destra- sinistra si inventava la “riforma elettorale” ovvero un marchingegno legislativo capace di trasformare artificialmente una minoranza (la metà meno debole dell’élite) in maggioranza parlamentare, permettendo di tirare avanti con la narrazione tradizionale. In questa fase intermedia, in Italia abbiamo avuto qualcosa come otto riforme elettorali, tutte con la medesima finalità, garantire a minoranze sempre più piccole di essere maggioranze in Parlamento (alle politiche 2013 il PD prese il 25,43%, ovvero il 18% dell’elettorato, che gli valse il 48% dei seggi alla Camera).

Ma anche il meccanismo “riformato” ha la sua soglia aritmetica. Entra in crisi quando il voto aggregato dell’élite scende significativamente sotto il 60%.  A quel punto gli artifici della legge elettorale non aiutano più, anzi rischiano di complicare la vita all’élite, favorendo i “populisti” (termine che designa chiunque non sia partecipe del blocco storico destra-sinistra). In questa terza fase (l’attuale) l’élite riscopre il “valore” del proporzionale (seppur in versione tarocca) ed è costretta a mettere in campo soluzioni nuove. La più ovvia è rendere esplicita la grande coalizione destra-sinistra: quasi tutti i Paesi europei oggi sono governati da grandi coalizioni che uniscono la cosiddetta sinistra con la cosiddetta destra (Germania, Francia, Spagna, Italia,…). Quasi ovunque le due parti contraenti ancora pretendono di rappresentarsi come “non-alleate” cercando di tenere in piedi il loro show tradizionale; a questo fine utilizzano un vasto ventaglio di tartufismi verbali: in Spagna si tratta di un semplice “sostegno esterno”, in Francia Macron nega di essere l’unificazione dell’élite e si propone come un essere nuovo partorito dalla mente di Giove, l’Italia invece rigurgita di statisti responsabili (Alfano, Verdini, Casini,…), e così via narrando e chi più ne ha più ne metta.  La seconda manovra (più intelligente) è portata avanti da Angela Merkel: mira ad allargare il patto storico oltre i tradizionali confini PPE- PSE-Liberali. La cancelliera vorrebbe accogliere i Verdi nella confraternita.

Con le sue dichiarazioni Eugenio Scalfari prende semplicemente atto della realtà: la narrazione “sinistra contro destra” non è più funzionale ai fini del mantenimento del Potere nelle mani dei “soliti noti”, quindi è ciarpame da buttare.  Il problema (dal suo punto di vista) è fermare i “populisti”, cioè chiunque non sia parte dell’accordo spartitorio.

I “populisti” piu` pericolosi (per l’élite) sono quelli che iniziano a farsi chiamare “post-statalisti”, quelli che pensano che l’ordine mondiale costruito sulla sovranità assoluta degli Stati (l’equilibrio westfaliano) non solo sia storicamente obsoleto ma anche in crisi irreversibile (in Occidente). Quel modello era stato costruito su un assunto preciso sintetizzato dalla nota formula della Pace di Augusta, confermata dai trattati di Westfalia: cuius regio, eius religio, formula che assegna allo Stato la missione storica di uniformare al proprio interno coscienze, fedi, ideologie e culture, sradicando ogni possibile non-conformismo, e affermando un’artificiale “morale di Stato” (la ragion di Stato). E` evidente come questa missione sia oggi impraticabile nel “Villaggio globale” popolato da società laiche e disincantate le cui coscienze non è facile manipolare.  Perciò lo Stato va superato a norma dell’articolo 2484 del Codice Civile: per sopravvenuta impossibilità di conseguire il proprio oggetto sociale. I “populisti post-statalisti” (tra cui mi metto anch’io) vorrebbero rifondare l’ordine europeo su basi nuove, e costruire una Europa che in grado di adempiere alle missioni che la Storia assegna oggi, non nel 1648.

In nessun luogo la crisi dello Stato è oggi più manifesta che in Catalogna. Si tratta di una vicenda storica “nuova” che ha analogie solo superficiali con altri eventi che abbiamo visto in passato e a cui osservatori disattenti l’associano. Il motore degli eventi non sono i dirigenti dei partiti catalanisti, ottime persone che si muovono dentro un solco già segnato, quanto la “pancia” della società catalana che è molto più avanti della propria dirigenza politica.  Sotto questa spinta sociale la Questione Catalana sta mutando natura: il significato del termine “Repubblica Catalana”, e la stessa percezione della sua esistenza o meno nella realtà, sta evolvendo rapidamente in direzioni inesplorate.

Teniamo gli occhi aperti.  La Catalogna è un laboratorio storico interessantissimo, i cui esiti sono al momento imprevedibili. Se confrontiamo quello che accade oggi tra Catalogna e Fiandre con la sequenza di eventi che portarono a Westfalia, non possiamo non notare come la Storia sia dotata di un notevole senso dell’ironia. Ma non ditelo a Eugenio Scalfari.

Sergio Cecotti (c) Riproduzione riservata.

Qualcuno ricorda la “Carta di Udine”?

Ricordate la gloriosa “Carta di Udine”?

Probabilmente l’avete completamente rimossa dalla vostra memoria, vista la sua assoluta irrilevanza. Permettetemi di ricordarvi di cosa si trattava.
Erano gli infuocati giorni della campagna referendaria sulla de-forma costituzionale Renzi-Boschi; il PD del Friuli Venezia Giulia si trovava nelle scomodissime vesti di chi propone il ritorno allo Stato centralista postrisorgimentale, con lo svuotamento di tutte le autonomie, a iniziare dalle Speciali. I dirigenti locali del PD avevano subito capito che tirava un bruttissimo vento per i neo-centralizzatori. Pensa che ti pensa, hanno avuto un’idea brillante: “Organizziamo una grande vetrina propagandistica sull’autonomia” — si sono detti — “Una convention in cui diamo fondo a tutte le nostre riserve di banalità e aria fritta, diamo fiato ai tromboni, e riempiamo le pagine dei giornali amici per due settimane”. Hanno quindi organizzato un convegno in pompa magna (derogando alla legge sulla par condicio) il cui piatto forte era appunto la proclamazione della storica “Carta di Udine”.

Purtroppo per il PD, la messinscena è risultata troppo smaccatamente propaganda stile venditore di pentole, e non ha convinto i friulani, come ben si è visto nelle urne. A onor del vero, qualcuno è rimasto affascinato dalla “Carta”. E non parlo del solito Bastian Contrario, bensì delle innumerevoli schiere del Partito di Angelino Alfano, che si è mobilitato sul tema come un sol uomo (ma erano in due).

Perché ritorno su questa insulsa pagina di propaganda renziana?

In quella occasione Serracchiani e amici avevano incoronato quale “supremo garante” dell’autonomia della nostra Regione il sottosegretario Giancarlo Bressa. Io, che ho una lingua affilata, commentai: “Seguo l’on. Bressa da un quarto di secolo, e so quanto egli odi l’autonomia in generale e l’autonomia speciale del FVG in particolare”. Mi spinsi anche più in là e aggiunsi: “Invitare l’on. Bressa come ospite d’onore a una manifestazione in difesa della autonomia della nostra Regione è come invitare il capo dei neo-nazisti a tenere la commemorazione ufficiale della Shoah”. Apriti cielo: tutti a dire che ero il solito esagerato, uno che parla per iperboli.

Esagerazioni? Iperboli?

Leggetevi quello che l’on. Bressa ha dichiarato in questi giorni sul passaggio di Sappada alla nostra Regione (passaggio che lui ha ostacolato in ogni modo): vedete quanto veleno ci vomita contro! Del resto la sua storia politica è questa: l’onorevole si è costruito una carriera politica fomentando l’invidia (immotivata) dei bellunesi contro i friulani. Lo si può accusare di molte cose, ma non di non essere una persona coerente: sono venticinque anni che ripete lo stesso mantra!
Su Sappada però gli è andata male. L’on. Bressa si è trovato di fronte un piddino ancora più potente di lui, l’on. Ettore Rosato, con interessi di carriera diametralmente opposti ai suoi. L’onorevole triestino non è uno sciocco:  è lucidamente consapevole del fatto che, dopo cinque anni di Serracchiani, per il PD del FVG le elezioni (politiche e regionali) sono un passaggio alquanto impervio. Rosato ha capito che il PD doveva sbrigarsi a produrre un qualche risultato da sventolare in campagna elettorale, qualcosa da dare in pasto a una opinione pubblica convinta che in questi cinque anni il PD abbia svenduto e deriso gli interessi del Friuli Venezia Giulia. Il voto finale sulla legge che riconosce il diritto dei sapaddini a ritornare nella loro Regione d’origine è caduta al momento giusto: l’astuto Rosato non  se l’è fatta scappare. Bravo! Anche se le sue motivazioni sono tutte politicistiche, alla fine è il risultato che conta.
Ma non facciamoci illusioni. La stragrande maggioranza del PD è sulla linea di Bressa. Anche se ogni tanto qualcuno di loro sembra rinsavire, ma solo quando mancano meno di due mesi alle elezioni.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata

Sappada, la questione veneta e il Friuli-Venezia Giulia

Pubblichiamo qui sotto alcune riflessioni sul tema a cura di Giorgio Cavallo.

Oggi canederli e champagne

Salvo pasticci burocratico-amministrativi e qualche cavillo giurisprudenziale il Comune di Sappada/Plodn è entrato a far parte della Regione F-VG, sulla base di una iniziativa popolare partita 10 anni fa. Tutto è bene quel che finisce bene.

La vicenda tuttavia negli ultimi tempi ha assunto significati più estesi di quelli iniziali che personalmente ho sempre inquadrato nella logica di far coincidere confini istituzionali con quelli storico diocesani.  Molto del passato di Sappada è legata al Patriarcato, così come molto del presente ha avuto come riferimento non solo il turismo triestino ma anche via Treppo.

E, detto per inciso, non sarebbe male se la Regione F-VG nel riorganizzare il suo rapporto con i territori prendesse a riferimento come parametro la storia religiosa al pari di altre forniture di servizi e pianificazioni.

Il festeggiare questo avvenimento deve andare però di pari passo all’interpretare quanto sta succedendo nel Veneto in conseguenza del referendum sul “rinvigorimento” dell’autonomia. Proprio da qui sono nate alcune difficoltà interpretative che hanno messo in difficoltà una vicenda tutto sommato banale, creando un clima conflittuale tra F-VG e Veneto ad uso e consumo dei personaggi politici che nelle due realtà rappresentano i partiti che si contendono il futuro potere.

Così Rosato e Fedriga possono rimettersi una aureola di santità dopo il fattaccio del Rosatellum. e tutto sommato a Salvini fa comodo aver mandato un segnale di non onnipotenza a Zaia.

Ma aprendo gli occhi su un campo più vasto, c’è da domandarsi quale è la prospettiva che aspetta la Regione F-VG sulla base degli avvenimenti dell’ultimo anno.

Una prospettiva di default per il F-VG

Quando la storia si mette in moto in maniera evidente travolge tutto. E stare fermi ad aspettare gli eventi non è mai cosa saggia.

La richiesta legittima del Veneto di vedersi riconoscere più competenze e risorse rispetto a quelle attualmente godute dal F-VG apre scenari da valutare. Non si tratta di criticare le pretese del Veneto, ma di capire cosa determinano su un piano più generale e quali elementi di azione possono incidere sul F-VG.

Per qualcuno può valere questo ragionamento: se l’autonomia è un valore per il territorio e se il treno veneto viaggia celermente forse conviene che il vagone del F-VG si agganci a quel convoglio.

Il processo è avviato ed i risultati delle prossime elezioni politiche determineranno una situazione del tutto nuova sul piano della riorganizzazione territoriale dello stato italiano. Se non mancheranno i profeti di sventura che si stracciano le vesti per i “privilegi” delle speciali e per la necessità di sfoltire il numero delle regioni in nome dell’efficienza, ci saranno anche gli emergenti ras del territorio che dovranno portare a casa risultati concreti. E al nord questa può essere una miscela propellente molto forte.

Si lasci perdere per il momento il Sud Tirolo le cui garanzie internazionali, pur blande e forse giuridicamente inesistenti dopo la liberatoria degli anni 80, saranno comunque messe sul tappeto in ogni occasione. Ma non appare improbabile che le tre entità del Veneto, della Provincia di Trento e del F-VG si trovino ad essere inquadrate in modalità autonomistiche tra loro comparabili, magari con il F-VG nel ruolo di fratello povero.

Diventa allora abbastanza logico pensare ad un ulteriore passo di integrazione differenziata tra le tre entità che assimili le caratteristiche montane della Provincia di Belluno a quella di Trento, che riconosca a Trieste il ruolo di città metropolitana, e che magari dia qualche strumento di rappresentanza identitaria all’unità del Friuli. La proposta di “tuttiperilfriuli”, che riscalda molto il cuore e agita i sentimenti del Friuli profondo, non mi pare confliggere molto con questa visione.

La nuova macro regione del nord est può così molto intelligentemente essere servita in tavola. Una macro regione “speciale” con possibilità di graduare poteri e competenze al suo interno. Con Doge e luogotenenti eletti democraticamente.

C’è una alternativa?

Ma è questo quanto serve al Friuli oggi? O meglio, è questa l’unica prospettiva che si può intravvedere nel futuro del Friuli?

Oggi il legame tra territori e centralità statale è in contrastata trasformazione. Gli scossoni “regionali” in Italia come altrove non possono restare privi di conseguenze e prima o dopo, con l’Europa o senza, daranno luogo a scenari diversi.

La trattativa Veneto-Governo sarà la prima fase di questa trasformazione con al centro la richiesta del Veneto non solo di soldi e competenze ma della “mano libera a nord est”.

Il Friuli può accettare questa logica già vissuta dal 1420 al 1797, o può tentare di guardare un po’ più indietro, al 1077 non solo per l’affidamento al Patriarca di Aquileia del Ducato del Friuli ma anche per averne legato le sorti alla Carniola e all’Istria. I Patriarchi, maciullati dalle beghe tra i “sorestans” dell’epoca non ce la fecero mai a introdurre un efficace governo dell’area e dopo Bertrando il leone marciano si mangiò quello che interessava per il controllo dei traffici di terra verso il nord.

Se il progetto del grande Veneto ha la sua logica, altrettanta può averne la visione del Friuli all’interno di una Regione europea di Alpe Adria che chiuda definitivamente con le disgrazie del XX secolo e dia alle comunità coinvolte gli strumenti per governare “specificatamente” i problemi di fondo del territorio: le Alpi, il mare nord Adriatico e l’organizzazione del sistema logistico dell’area.

Non c’è nessun conflitto da guerra con il progetto Veneto, ma solo l’avvio di una concorrenza competitiva tra territori limitrofi sulla qualità del governo del territorio, sulle dinamiche sociali ed economiche, sulle rispettive crescite culturali.

Diventa vitale per la comunità friulana, in tutte le sue componenti, mantenere aperta una propria libertà di connessioni e relazioni, rivendicando in una fase storica ambigua come quella attuale il rafforzamento della sua dimensione istituzionale che, per la prima volta, ha permesso un luogo unitario di sintesi e di compensazione: la Regione F-VG.

Per il Friuli e le sue tribù va inoltre compreso che la questione di Trieste non è un fastidio da esorcizzare ma uno strumento centrale in questa prospettiva, da governare e condividere con gli altri attori dello scenario. Dove Slovenia e Croazia non stanno certo ad aspettare il nostro consenso per rispondere alle celestiali musiche che le sirene della globalità stanno suonando.

La rottura, a qualsiasi titolo, della Regione F-VG  oggi null’altro è che un passo più o meno decisivo per un nuovo 1420. E’ quindi necessario farlo capire anche alle “famiglie” che si combattono per il controllo di Trieste, e lavorare affinché nel breve-medio periodo si costruisca in F-VG un nuovo Patto tra territori che permetta di salvare e rifondare una sua particolare specialità, sostanzialmente distrutta da 10 anni di governi “amici” della destra e della sinistra.

Giorgio Cavallo