Bon cop de falç, defensors de la terra!

Il mio primo impulso nello scrivere questa confusa noterella era di intitolarla Homage to Catalonia come il celebre libro in cui George Orwell racconta le sue esperienze di volontario nella guerra civile spagnola sul fronte dell’Aragona. Alla fine ho scelto come titolo il verso centrale del ritornello dell’inno nazionale catalano Els segadors (i mietitori): Buon colpo di falcetto, difensori della Terra! L’inno celebra una delle prime sollevazioni della Catalogna contro l’oppressione della monarchia spagnola, la Guerra dels segadors (1640-1659). L’allora re di Spagna, Filippo IV, aveva annullato l’autogoverno della Catalogna, come poi farà Filippo V nel 1707, e Filippo VI nel 2017 (sì è vero: il nome Filippo porta una jella tremenda ai sovrani spagnoli). Il 7 giugno 1640, giorno del Corpus Domini, i contadini catalani impegnati nella mietitura entrarono, armati di falci, in Barcellona e ne scacciarono le truppe spagnole. In seguito alla liberazione della città, il Presidente della Generalitat Pau Claris proclamò la (prima) Repubblica Catalana. Nella sua meccanica, il Corpus de sang catalano è stato una replica della nostra Zoiba Grassa del 1511 ma con Strumieri e Zamberlani in ruoli invertiti.

Nei giorni di Filippo IV la libertà della Catalogna è stata riconquistata (per un breve periodo) dai contadini, ovvero dalla base della piramide sociale. Lo stesso è accaduto adesso, al tempo di Filippo VI. I politici dei partiti catalanisti hanno commesso i loro errori (anche se non proprio tutti quelli che gli attribuiscono i giornali italiani). La causa della Catalogna pareva compromessa, e il governo renziano di Madrid ne ha approfittato per dare un’ulteriore stretta alla repressione: ha sospeso l’autonomia della Catalogna, commissariato la Generalitat, arrestato o costretto all’esilio il Governo legittimo, introdotto la censura preventiva ai mezzi di comunicazione sospetti di indipendentismo, costretto ad andarsene alcune imprese per poter gridare alla sciagura economica in caso di vittoria catalanista, scatenato contro i “secessionisti” tutti i giornali e le tivù e mobilitata ogni possibile risorsa del centralismo: il tutto senza farsi alcun scrupolo né morale né legale. I catalani, hanno affrontato l’impari sfida con mani e bocche legate, e con tutti i leader in carcere o in esilio. Si è trattato di una prova di resistenza in condizioni estreme. Ma i catalani hanno vinto: mantengono la maggioranza assoluta nel Parlament. E stato un miracolo, ma i suoi artefici non sono le (pur ottime) persone che dirigono i partiti catalanisti in assenza dei capi. È stato il popolo, la gente spicciola che si è mobilitata e non ha mai smesso di inviare sms e tweet ad amici e vicini, che ha organizzato migliaia di incontri, cene, manifestazioni culturali, esibizioni musicali, ripetendo senza sosta poche parole d’ordine ma di una chiarezza estrema: #FemRepública, o #LlibertatPresosPolítics. È stata la mobilitazione capillare e spontanea di centinaia di migliaia di cittadini semplici che ha sconfitto la (per nulla gioiosa) macchina da guerra dello Stato. A livello della politica-spettacolo tra leader hanno vinto i centralisti (che schieravano una graziosa candidata), ma nelle urne ha prevalso il popolo cosciente di esserlo. I leader catalanisti, poverini, neppure c’erano (M. Rajoy si è vantato di avere “decapitato” l’indipendentismo).

La prima lezione è questa: è la gente che fa la Storia, non le élite, non le Leopolde e neppure le Genoveffe. La nostra deferente ammirazione va all’attivista ignoto che si è mobilitato da sé, senza attendere direttive da un “alto” che non c’era, e ha lavorato senza posa per settimane perché nel suo paesino o nel suo quartiere nessun voto mancasse alla Repubblica:

Bon cop de falç!

Si merita una segnalazione anche il partito renziano di M. Rajoy. In Catalogna i renziani hanno perso i 3/4 dei loro seggi. Ne avevano 11 (lo stesso numero dei parlamentari PD in FVG nel 2016) ora ne hanno 3 (il numero di parlamentari PD-FVG previsti dai sondaggi). Male! Sono sempre 3 in più di quelli che si meritano.

Le categorie della politica a volte sembrano possedere un senso dell’ironia. Penso alla teoria della “Repubblica una e indivisibile” dei giacobini. Parrà strano a chi non è avvezzo alle sottigliezze della Storia, ma in questo momento quella teoria è rivendicata dagli indipendentisti catalani, non dai renziani di Madrid che difendono la “unità” del regno di Spagna. No, i catalani non sono impazziti (e non lo sono neppure io). Il punto è che i giacobini, avendo la pretesa di essere espressione della “volontà della Nazione”, e volendo al contempo negare alle minoranze linguistiche il diritto a esprime una loro “volontà della Nazione” di separarsi dallo Stato giacobino per formarne uno proprio, sono stati costretti a formulare una teoria della “Nazione” opposta a quella storico-naturalista secondo cui la nazione è una realtà oggettiva determinata dalla comunanza di lingua, tradizioni, etc. Se si accetta l’idea che l’esistenza di una nazione sia un fatto “oggettivo”, basato
in primo luogo sulla lingua, diventa impossibile negare, per esempio, che i friulani formino una nazione — “Non c’è nulla di più scientifico della glottologia”, rispondeva Pasolini ai comunisti “scientifici” che negavano questo ovvio sillogismo. Ma i giacobini non possono certo accettare questa conclusione; ecco allora che si inventano una teoria alternativa della “Nazione” sintetizzata nella famosa formula: “La Nazione è un plebiscito di ogni giorno”.

Per i giacobini, la Nazione esiste in quanto ciascun cittadino si riconosce, in ogni suo atto della vita quotidiana, nell’appartenenza alla comunità politica scegliendo di condividerne il “destino storico”. Questo sentirsi parte della comunità politica, della Repubblica, è il referendum implicito che si tiene ogni giorno, e che dà legittimità alle Istituzioni politiche. Per i giacobini, questa è la Costituzione sostanziale della Repubblica, che è “una e indivisibile” perché (e finché) unica  è la coscienza dei cittadini. Pier Paolo Pasolini ha espresso lo stesso concetto nello scritto Il Friuli Autonomo (1948): L’appartenenza ad una data Patria non è un fatto, ma un atto di coscienza.

Ora, dicono i catalani, se l’essenza della Repubblica è l’esistenza di milioni di cittadini che in essa si riconoscono e che si sentono impegnati a costruirne il futuro, allora la Repubblica Catalana esiste ed è una realtà molto più solida e concreta del Regno di Spagna o dell’Impero di Renzonia. La Catalogna ha i suoi cittadini – coscienti e impegnati – e finché la Catalogna avrà i suoi cittadini, nessun Renzi di Spagna riuscirà a cancellarla. Ancora Pasolini, nell’ultimo testo che ha scritto, con l’intento che fosse il suo Testamento spirituale (Saluto e augurio, 1974):

La Repùblica a è drenti, tal cuàrp da la mari.

La Repubblica è dentro di noi cittadini coscienti e costruttori di futuro, non nei Palazzi di Roma e tanto meno nella reggia di Re Borbone a Madrid.

Visca la terra lliure!

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata 

La Corsica dimenticata

Sulla Catalogna è calato il silenzio, vietato parlare, guai ricordare le battaglie democratiche di quel popolo. Sul 56% degli indipendentisti Corsi silenzio totale, guai ricordare che l’Europa possibile è sempre più quella dei popoli e non quella dei fallimentari “stati nazione” attuali. La conquista di 41 seggi su 63 ovvero della maggioranza assoluta da parte degli indipendentisti non ha diritto di essere ricordata come una affermazione di autonomia dalla Francia. Il figlio di un combattente storico del movimento indipendentista (Edmond Simeoni) Gilles Simeoni assieme a Guy Talamoni storico indipendentista in una coalizione “pé a Corsica” hanno dimostrato che senza dimenticare o rinnegare il passato si può democraticamente e civilmente proporre  un progetto di rinnovamento che vada oltre la semplice richiesta di autonomia. Hanno vinto con una proposta rassicurante di riaffermazione della propria identità ma soprattutto con un progetto di ricostruzione e recupero del territorio.

Pensando alla Corsica mi ritorna in mente un menu di un ristorante di quell’isola, che alla fine riportava la dicitura “buchi” e il prezzo di riferimento, certificava uno strano modo di festeggiare le ricorrenze, sparare sul soffitto. Contemporaneamente a quel ricordo mi venne in mente la frase pronunciata durante un incontro a Roma dall’allora ministro per gli affari regionali, durante un incontro con i rappresentanti Friulani che rivendicavano i loro diritti, dicendo: ma voi non siete come i SudTirolesi, non siete pericolosi per l’integrità dello stato, che tradotto voleva dire voi non mettete bombe non siete pericolosi quindi le vostre richieste possono essere disattese. Strano concetto di democrazia, ma a pensarci bene è il fattore unificante di tutte le democrazie centraliste. Certo i baschi avevano scelto la lotta armata e quindi la loro pericolosità implicava una concessione di maggiore autonomia e diritti conseguenti. I Catalani avendo scelto la via pacifica si possono reprimere con la violenza.

Semplici ricordi di chi ha avuto la fortuna di incontrare persone che avevano dedicato la loro vita alla difesa del loro popolo, nessuna giustificazione della violenza ma una semplice considerazione per capire i risultati ottenuti in quei paesi e i conseguenti successi elettorali.

Il coraggio è il filo conduttore, non il coraggio di usare la violenza, ma il coraggio di difendere le proprie idee fino in fondo.  Come possiamo rivendicare diritti e autonomia se ai nostri figli diciamo che la coerenza è meno importante della convenienza, se ci preoccupiamo della loro voglia di cambiare chiedendogli di lottare per i loro diritti, ma in maniera morbida accontentando tutti ovvero non scontentando nessuno, “no si sa mai di cui ca si a bisugna”.

Come possiamo pretendere maggiore autonomia senza rompere gli schemi classici delle rivendicazioni autonomiste locali, preoccupati della difesa di un passato e incapaci di un progetto per il futuro.

Tradizione e novità devono e possono coesistere in un progetto che superi i personalismi.

La paura di chiedere, la paura di rivendicare i diritti, la discrezione che ci fa chiedere meno di quello che ci serve è il vero handicap da superare, e il vero coraggio come sappiamo non è non avere paura, ma superarla.

Roberto Visentin

 

Europa svegliati!

Ieri, 7 dicembre, al Parlamento Europeo si è svolto un seminario di studio dal titolo “Can Catalonia save Europe?” La risposta alla domanda la ha data nelle sue conclusioni George Kerevan (SNP): “If they can’t, no one and nothing else can!”.

La tesi di Kerevan è convincente. A riprova, nella stessa giornata di ieri a Bruxelles si è anche svolta la manifestazione “Wake up, Europe! Democracy for Catalonia” a cui hanno partecipato quasi 50.000 catalani. È stata una manifestazione commovente e stupefacente di “people power”. Il Presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, ha dichiarato che il tema della giornata non era se la Catalogna deve o non deve essere indipendente, ma cosa deve essere l’Europa. Nella sua visione (che condivido) l’Europa attuale è un club di anziane signore incartapecorite (gli Stati-nazione “ottocenteschi”) che si riuniscono per il tè delle cinque attorno a un tavolino ricoperto di vecchi merletti. Un gruppo di vegliarde sempre più distaccate dalla realtà, ignare del fatto che fuori dal loro salottino coperto di polvere c’è una storia e una società in vorticoso movimento. I catalani sono andati a gridarlo sotto le finestre delle vegliarde, cercando di smuoverle dal loro intorpidimento. Al club delle decrepite, Puigdemont contrappone una Unione politica europea fondata non sulla sovranità dei vecchi Stati ma sulla sovranità popolare: “The Europe that we are helping to build from Catalonia, is the same Europe that is being built from other points, Slovenia, Estonia, Wales, Flanders, a new Europe is in construction, of peace and democracy”.

Il maggiordomo delle vecchie signore, Jean-Claude Juncker, gli ha risposto che “tutti hanno il diritto di manifestare, ma non si può ignorare la legge in nome della democrazia” (cioè della sovranità popolare). Oibò, noi credevamo fossero le leggi a essere dettate dalla sovranità popolare, non viceversa. Evidentemente nel salottino la pensano diversamente.

Presidente Puigdemont, anche in Friuli Venezia Giulia c’è chi lavora alla costruzione di una nuova Europa. Un secolo e mezzo fa, il grande linguista goriziano Graziadio Isaia Ascoli scriveva nell’introduzione ai suoi fondamentali Studi Ladini che i friulani erano “mezzo milione di europei, e tra i più consapevoli di esserlo”. Presidente Puigdemont, non dubiti, siamo ancora tra gli europei più consapevoli e ancora impegnati a dare un futuro a questo continente. Isabella De Monte è un caso isolato, una residuale renziana, non infierisca.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata

María Dolores, ovvero della lucidità dell’élite

Ieri è accaduto un fatto divertente, in sé assolutamente irrilevante, ma che ben rappresenta lo stato di confusione mentale delle élite centraliste che governano l’Europa. Se questa è la classe dirigente, lunga vita ai “populisti”.

Il fatto è presto detto. Due comici della televisione russa, Alexei Stoliarov e Vladimir Kuznetsov, hanno telefonato alla ministra della difesa spagnola, tale María Dolores de Cospedal, spacciandosi l’uno per il ministro della difesa della Lettonia, l’altro per il suo braccio destro. Le telefonate sono state due, e piuttosto lunghe (circa un quarto d’ora). I due comici hanno spiegato alla ministra spagnola come la situazione in Catalogna sia stata creata “ad arte” dai servizi segreti russi che intendono riprodurre uno scenario simile a quello realizzato in Crimea e nel Donbass. Le hanno “rivelato” che il Presidente catalano, Carles Puigdemont, è un agente russo, nome in codice “cipollino” (personaggio di una fiaba per bambini di Gianni Rodari). L’hanno “informata” che più del 50% dei turisti russi che visita Barcellona sono in realtà agitatori professionali dei servizi segreti russi con la missione di sollevare l’indipendentismo catalano. Il sedicente ministro lettone si è offerto di inviare a Barcellona truppe del Paese baltico per aiutare l’esercito spagnolo a fronteggiare gli indipendentisti e i russi infiltrati.

La ministra spagnola ha ringraziato moltissimo il suo presunto omologo lettone, apprezzando in particolare la disponibilità ad inviare truppe. María Dolores ha spiegato ai suoi interlocutori che doveva riferire immediatamente queste cruciali notizie al primo ministro spagnolo Rajoy, assicurando che poi avrebbe richiamato il suo pari grado lettone per assumere decisioni operative.

E, in effetti, María Dolores ha richiamato poco dopo i due comici russi, riferendo loro che il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, si era dichiarato entusiasta delle accurate informazioni provenienti della Lettonia, e che era interessatissimo ad approfondirle. Attraverso la sua ministra, Rajoy ha proposto un incontro a quattr’occhi tra i due primi ministri, spagnolo e lettone, accompagnati dai rispettivi ministri della difesa, da tenersi a Göteborg in Svezia, per uno scambio di informazioni sulle operazioni clandestine russe, nonché per predisporre dettagliati piani per il dispiegamento dell’esercito lettone in Catalogna.

In serata l’agenzia di informazioni russa Sputnik ha messo in rete la registrazione delle due telefonate. María Dolores non ha battuto ciglio: ha spiegato che lei aveva subito capito che si trattava di due impostori perché il sedicente ministro lettone si era rifiutato di parlare in inglese, chiedendo che la conversazione si svolgesse con l’ausilio degli interpreti.

Non è invece confermata la voce, sparsasi ieri in tarda serata, che i due comici abbiano telefonato anche a Maria Sandra Telesca, spacciandosi per il ministro della sanità dell’Uzbeckistan che si complimentava per la sua eccellente “riforma”.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata

Renzi Matteo, “autonomista” involontario

Il ragionamento politico di noi progressisti storici (che i giornali chiamano impropriamente “autonomisti”) parte da un dato di fatto: lo Stato westfaliano* non solo è in crisi, ma è in tremendo ritardo rispetto allo sviluppo storico, ed è perciò fattore di involuzione sociale, politica, culturale ed economica.** L’obsolescenza dello Stato westfaliano non può sorprendere: si tratta di un marchingegno escogitato quattro secoli fa, e che già allora non era considerato questa gran “figata”, ma solo un “male minore” che rappresentava un arretramento rispetto alla visione democratica e locale-globale di Ramon de Penyafort e Marsilio da Padova (pensatori che, immagino, i nostri dottissimi politicanti definirebbero “populisti”).

Nella sua funzione di “male minore”, il modello westfaliano ha, in un modo o nell’altro, retto fino a tutto l’ottocento, tant’è che spesso si parla, erroneamente, di Stato “ottocentesco”. Nel corso del novecento il sistema ha manifestato tutte le sue insanabili contraddizioni, provocando alcune delle peggiori tragedie della storia umana, tra cui due guerre mondiali e la Shoah. Istituzioni come le Nazioni Unite e l’Unione Europea nascono per porre rimedio ai drammatici difetti del sistema westfaliano, ma vengono rapidamente fagocitate dal sistema stesso, tant’è che oggi queste Istituzioni sono in crisi e vengono percepite (giustamente!) come inutili dall’opinione pubblica che vede come esse non adempiano affatto alla missione storica per cui sono state create (superare Westfalia!) ma, al contrario, si comportano da “damigelle d’onore” del decrepito sistema.

In nessun luogo il rigetto del modello westfaliano è più evidente che in Catalogna. E’ una storia che viene da lontano: i catalani rivendicano la visione democratica locale-globale come il maggiore contributo della loro nazione alla civilizzazione umana (i catalani Ramon de Penyafort e Ramon Llull precedono il Defensor pacis di Marsilio di qualche decina d’anni). Pau Casals ha rivendicato questo merito storico di fronte alle Nazioni Unite nel suo celebre discorso “I am a Catalan” (1971). La Repubblica per cui lottano i catalani non è la Repubblica “una e indivisibile” e iper-westfaliana dei giacobini, ma il suo opposto, l’idea universale di Res Publica di Marsilio.

Le loro parole d’ordine, e le stesse tecniche di mobilitazione politica, sono penyafordiane più che gandhiane.

I catalani sono impegnati in un esperimento storico di portata eccezionale: costituire una Repubblica che non sia uno Stato. Infatti, se la indipendenza si riducesse alla costituzione di uno “Stato catalano”, si tratterebbe pur sempre di un processo tutto dentro la logica di Westfalia, che non aiuterebbe la storia a progredire.

Come possiamo essere certi che sia proprio questo il senso profondo dei fatti di Catalogna?

Lo sappiamo dal documento fondamentale degli indipendentisti catalani, il piano strategico per la Repubblica. E’ il medesimo documento che la magistratura dello Stato spagnolo usa come “prova regina” dei reati di ribellione, sedizione e disobbedienza imputati al Governo catalano; ampi stralci del documento sono riportati nelle motivazioni delle ordinanze di custodia cautelare dei ministri della Generalitat. In questo piano strategico si prefigura una Repubblica priva di Forze armate, elemento costitutivo dello Stato westfaliano, e da cui è lecito distaccarsi esercitando il diritto di autodeterminazione. Se per “separatisti” si intende un gruppo che vuole staccarsi da uno Stato per costituirne uno proprio, i catalani (e gli scozzesi) non lo sono affatto. Loro sono unionisti, da non confondersi con la categoria opposta, gli unitaristi.

Nonostante il sistema wesftaliano sia in ritardo rispetto all’evoluzione storica di circa due secoli, esso è ancora molto tenace. Questo perché è un sistema di dominio e Potere. E una regola generale: il Potere perpetua sé stesso ben oltre l’esaurirsi delle motivazioni storiche che lo avevano originato e legittimato. Il penultimo congresso del Partito comunista cinese (il campione mondiale di autoperpetuazione al Potere) ha testualmente stabilito che la dottrina fondamentale della politica estera cinese è la strenua difesa dell’ordine westfaliano in ogni angolo del pianeta. E, infatti, la Cina si è subito premurata di garantire a Mariano Rajoy che farà tutto quanto è in suo potere pur di garantire “l’unità” della Spagna.

Noi pensiamo che — a dispetto del Partito comunista cinese — la storia si stia riallineando sul modello democratico, pur tra mille difficoltà e contraddizioni. L’indicatore più evidente del cambio di paradigma è il fatto che in quasi tutti i Paesi europei i partiti del sistema (nelle loro tradizionali articolazioni di “destra” e “sinistra”) non raggiungono, nel loro complesso, il 50% dei voti espressi, ovvero la loro influenza aggregata sulla società è ridotta a meno di un quarto, tenendo conto degli astenuti che certo non sono “pilastri” del sistema. La storia, e quindi la politica, si sta riposizionando sul doppio livello locale e globale (che nel nostro caso significa europeo). L’azione politica giocoforza seguirà la realtà dello sviluppo storico, e anch’essa si riorganizzerà su questi due livelli. Detto in termini rozzi: i partiti “nazionali” (rectius westfaliani) andranno sempre più in crisi, e lasceranno il posto a soggetti politici locali, associati in reti europee, molto meglio attrezzati per affrontare le contraddizioni del presente.

Il lettore dirà: “Tutto bello, ma cosa ci azzecca Renzi Matteo? Lui è un westfaliano del tipo più arcaico”.

Il punto è che la storia procede secondo il principio di necessità, e anche le azioni di chi pretenderebbe di invertire le lancette dell’orologio (come il segretario del PD) alla fine si rivelano funzionali al corso obbligato degli eventi. Per fare un esempio: i partiti “nazionali” sono destinati a lasciare il passo ai nuovi soggetti globo-locali. Ora chiediamoci: alla fine, quale risultato avrà prodotto Renzi Matteo? Avrà trasformato un primordiale partito “nazionale”, quale il PD, in un moderno partito locale organizzato e votato solo in Toscana.

Amici, non parliamo male di Renzi Matteo.
Lui non lo sa, ma è anche lui uno dei “nostri”.

Sergio Cecotti (C) | Riproduzione riservata 

* Per una storia critica del sistema westfaliano vedi e.g. Henry Kissinger, World Order, Penguin, 2014.
** Il testo base della critica al sistema westfaliano nel pensiero politico del Plaid Cymru, a cui si ispira anche lo Scottish National Party, è la prolusione di Saunders Lewis alla prima Summer school del partito (1926) “Egwyddorion Cenedlaetholdeb”, tradotto in inglese con il titolo Principles of Nationalism, Cardiff, 1975.

D’Alema, informati meglio

Massimo D’Alema ha dichiarato che la colpa di quello che sta succedendo in Catalogna è di due “nazionalismi di destra”, quello dei “leghisti” catalani e quello, “simmetrico”, del PP di Mariano Rajoy.
Credo che il leader maximo non abbia fatto caso a un aspetto che illustra in modo estremamente limpido la diversa natura delle due posizioni che si confrontano. “Stranamente” nessun commentatore ha ricordato questo dato.
Provvedo io a colmare la lacuna.
Una premessa. Il territorio della Comunità Autonoma della Catalogna (corrispondente allo storico Principato di Catalogna) non è tutto di lingua catalana: la valle d’Aran, nei Pirenei, è di lingua occitana come gran parte del Midì francese e alcune valli piemontesi. Gli occitani in Catalogna sono una minoranza riconosciuta e tutelata (dalla Generalitat), a differenza dei loro connazionali che vivono negli Stati francese e italiano.
I catalani si sono posti il seguente problema: per effetto della dichiarazione di indipendenza dalla Spagna, la Catalogna avrebbe assurto il ruolo di Stato che domina una porzione di un altro popolo, quello occitano. Per evitare questo rischio, nella medesima legge che ha indetto il referendum sulla propria autodeterminazione, il Parlamento catalano ha esplicitamente riconosciuto il diritto alla autodeterminazione della valle d’Aran, ovvero ha garantito l’inalienabile diritto degli occitani a secedere dalla Catalogna stessa. Veda un po’ D’Alema se questo modo di comportarsi può definirsi “simmetrico” a quello tenuto da Rajoy, come il massimo sembra pensare.
L’ironia della vicenda è che il Tribunale Costituzionale spagnolo ha dichiarato nulle tutte le norme della legge sul referendum catalano, tranne quelle che garantiscono il diritto dell’Aran alla sua autodeterminazione nazionale.
Perciò la Spagna, attraverso la sua Corte suprema, riconosce il diritto dell’Aran
a staccarsi dalla Repubblica Catalana. Ma questo significa, implicitamente,
riconoscere la Repubblica Catalana?

Sergio Cecotti | Riproduzione riservata (C)