IL NUOVO ART. 49 DELLO STATUTO REGIONALE E LA “VARIAZIONE DI BILANCIO ELETTORALE” DI DEBORA SERRACCHIANI.

L’approvazione del Bilancio dello Stato con la Legge 205/2017 ha di fatto chiuso la partita finanziaria attuale con la Regione autonoma F-VG modificando l’art.49 dello Statuto di autonomia e mantenendo in piedi tutta la normativa che impone alla regione contribuzioni per il risanamento dei conti pubblici e per la riduzione del debito pubblico superiori al miliardo di euro.
L’attenzione della pubblica opinione regionale è attualmente rivolta alla interpretazione del significato dei commi dal 817 al 827 dell’art.1 della Legge 205/2017 che stabiliscono la nuova platea di partecipazione regionale alle entrate erariali, il cambiamento della modalità di riscossione su IRPEF, IVA e IRES passando dal riscosso al “maturato” nel territorio regionale, nonché l’abrogazione di alcune leggi di contribuzione dello Stato a Regione ed Enti Locali a compensazione del maggior prevedibile introito della Regione sulla base del “maturato”. Qualche forte dubbio rimane sull’effetto futuro delle nuove aliquote di compartecipazione e dell’universo delle tasse contemplate. In un momento dove tutti parlano di ridurre il peso fiscale generale e in previsione di una crescita economica ridurre l’entrata regionale IVA (che è quindi l’unica gettito che dovrebbe aumentare) dal 91% al 59% non sembra il massimo della vita.

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Comunque per ora cambia tutto ma i totali per il 2018 dovrebbero essere invariati. A questo si aggiunge un “dono” apparente di 120 milioni di euro quale sconto dei versamenti regionali per il 2018 e 2019 sul Patto Tremonti-Tondo poi Padoan-Serracchiani originariamente di 370 milioni, poi diventati 250-270 negli anni 2015-2017 e ritornati 370 nel 2018 per mancanza di trattativa di rinnovo dello sconto. Il giro sembra vorticoso ma parliamo sempre della stessa cifra.
Tra i commi citati c’è però un elemento turbativo. Per poter applicare i nuovi parametri di partecipazione erariale e la nuova serie di entrate fiscali è necessaria la predisposizione da parte del Governo di un Decreto Legislativo delegato (ai sensi dell’art.65 dello statuto regionale) che definisca i criteri con cui si valuta il “maturato” al posto del riscosso per alcune tasse già citate. Questa norma di attuazione è necessaria per i nuovi calcoli che comportano un esubero di esborso dello stato rispetto al modello di calcolo in vigore fino al 2017 (la cifra indicata è di 88,3 milioni di euro). La legge 205/ 2017 prevede che questa norma di attuazione debba entrare in vigore entro il 2018.
E’ evidente quindi che la definitiva legge di Bilancio per il 2018 della Regione F-VG si potrà fare solo a norma di attuazione entrata in vigore. Nel frattempo si potrebbe comunque fare una variazione di Bilancio per utilizzare i 120 milioni dello sconto ma non si potrebbe dimenticare di inserire anche le minori entrate di almeno 88,3 milioni di euro determinata dalle norme statali di perequazione rispetto alla previsione del maturato e già entrate in vigore anch’esse a seguito della L. 205/2017.
Se vuol fare una bella variante elettorale di spesa Debora Serracchiani deve perciò rapidamente far approvare da un Governo in ordinaria amministrazione il Decreto Legislativo della norma di attuazione relativa ai criteri di calcolo del “maturato” ed è evidente che, se per caso ci fosse qualche elemento utile più alla regione che allo Stato, meglio subire e portare a casa il tutto che regalare la variante al futuri “padroni” della Regione.
La frittata per questo anno è fatta e mangiarla calda o fredda non cambierà molto. Ma non sarebbe male evitare di farci abbindolare dallo specchietto per le allodole dei 120 milioni e far capire a Roma che il clima dei rapporti tra Stato e Regione non potrà in futuro avere il senso di sudditanza distruttiva di questo decennio.

Giorgio Cavallo, gennaio 2018

Politiche per la famiglia, elezioni e bonus bebé

Pubblichiamo nel nostro blog un’interessante nota di Rosario Di Maggio sul tema delle politiche per la famiglia, il lavoro e il bonus bebè.

Anche recentemente il Presidente della nostra Regione, Debora Serracchiani, è intervenuta nel dibattito sulla difesa demografica dei nostri territori. In campagna elettorale, quasi sempre, sia per lei che per gli altri contendenti, questo significa, in soldoni, lanciare la promessa di qualche bonus economico, pensando che questo possa essere risolutivo. E, specialmente, sufficientemente appetibile a recuperare consensi.

Ma come stanno veramente le cose in Italia, ce lo spiega l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, nel suo annuale report. Le dimissioni volontarie per genitori con figli fino a 3 anni d’età sono state 37.738, di cui 29.879 donne. Di queste quasi 30.000 lavoratrici, appena 5.261 sono passate ad altra azienda, mentre tutte le altre (24.618) hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino, per i costi elevati e mancanza di nidi, e/o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia.

Per inciso, per gli uomini la situazione è capovolta: su 7.859 papà che hanno lasciato il lavoro, 5.609 sono passaggi ad altra azienda e solo gli altri hanno deciso di farlo per difficoltà familiari. I dati, lo ripetiamo, si riferiscono al 2016, i più recenti a disposizione per redigere il rapporto.

A titolo esemplificativo, in Lombardia, tra le donne dimesse dal lavoro (6.767 in tutto), quasi la metà si sono licenziate per mancato accoglimento al nido, per mancanza di parenti di supporto e per l’elevata incidenza dei costi di assistenza. Analizzando la qualifica delle donne che lasciano l’impiego, le statistiche indicano chiaramente come esista una relazione diretta tra bassi salari e dimissioni. Tra operaie e impiegate si arriva a 28.102 licenziamenti, mentre dirigenti e quadri ammontano a sole 680 unità.

Se si assume infatti, come ipotesi, un tipico stipendio da bassa qualifica (attorno ai 1.000 Euro), sottraendo in media 500 euro per baby sitter e asilo, dai 500 euro rimanenti è necessario comunque scomputare anche i costi base (ad esempio i pannolini). Resta talmente tanto poco da indurre alla scelta di restare a casa per dedicarsi solo ai figli. Peraltro, peggiorando la situazione, perché le dimissioni comportano l’automatica esclusione di altri piccoli benefici, come il Bonus baby sitter.

Questa è la fotografia reale della situazione. Altro che bonus bebè elettorale.

#quicedalavorare

Rosario Di MaggioClicca qui per scaricare il rapporto integrale

Quel che significa perdere un miliardo…

Oggi, dura prese di posizione della presidente Serracchiani in difesa delle sue “riforme”, delle sue grandi opere e del partito di maggioranza dei “Cittadini” contro la fake news degli oppositori.

La prima sostiene, davanti a una platea di imprenditori, che le sue sono state riforme e opere vere che hanno inciso a fondo nel tessuto socio-economico. I secondi sostengono che le riforme hanno fatto risparmiare soldi (31 milioni di euro quella delle UTI) ed offerto migliori servizi ai cittadini.  Meritano una risposta perché queste non sono fake news ma “prese per i fondelli”.

Le riforme di Serracchiani hanno inciso indubbiamente sul tessuto socio-economico ma, dai dati Istat, in modo disastroso: il saldo delle imprese (tra nate e morte) negli ultimi tre anni è sempre molto negativo: abbiamo perso, a saldo, 889 imprese nel 2014, 187 nel 2015, 642 nel 2016 (tra l’altro, con un tessuto imprenditoriale regionale che perde 1700 imprese negli ultimi tre anni, non si capiscono gli applausi degli imprenditori alle parole della Serracchiani). Gli occupati sono cresciuti sì, negli ultimi due anni, ma dello 0,6%,  in una misura cioè che è percentualmente meno della metà di quella nazionale dove invece la crescita è dell’1,3%.

Ciò vuol dire che, se si è avuto qualche occupato in più, è solo perché si è goduto di un po’ di trascinamento nazionale. Le grandi opere citate, in ultima analisi, non hanno migliorato per nulla la situazione occupazionale rispetto al resto del Paese. Questo perché non ci sono state vere politiche economiche anticrisi diffuse sul territorio! Infatti, è noto che la riduzione degli investimenti pubblici, in FVG (dai dati CGIA di Mestre per il periodo 2005-2015), è stata più del doppio (-51%) di quella, già drasticamente ridotta, di livello nazionale (-23%). Ma, invece di contrastare questo arretramento degli investimenti, il governo Serracchiani, come già quello Tondo in precedenza, ha proseguito nella auto-mutilazione del bilancio regionale e nella decurtazione degli investimenti pubblici, con quella convinta “devoluzione al contrario” che si chiama “patto” Serracchiani-Padoan e che ha regalato 1 md di euro, della Regione, allo Stato! Un miliardo che, quindi, non è andato a finanziare opere pubbliche e private diffuse e a rilanciare vera occupazione e qualità della vita sul territorio.

Come fanno, quindi, i nostri “Cittadini” a decantare, di fronte a questa voragine, il risparmio di 31 ml di euro. Se gli altri fanno fake news, questo in italiano si chiama “prendere la gente per i fondelli”.

 

Qualcuno ricorda la “Carta di Udine”?

Ricordate la gloriosa “Carta di Udine”?

Probabilmente l’avete completamente rimossa dalla vostra memoria, vista la sua assoluta irrilevanza. Permettetemi di ricordarvi di cosa si trattava.
Erano gli infuocati giorni della campagna referendaria sulla de-forma costituzionale Renzi-Boschi; il PD del Friuli Venezia Giulia si trovava nelle scomodissime vesti di chi propone il ritorno allo Stato centralista postrisorgimentale, con lo svuotamento di tutte le autonomie, a iniziare dalle Speciali. I dirigenti locali del PD avevano subito capito che tirava un bruttissimo vento per i neo-centralizzatori. Pensa che ti pensa, hanno avuto un’idea brillante: “Organizziamo una grande vetrina propagandistica sull’autonomia” — si sono detti — “Una convention in cui diamo fondo a tutte le nostre riserve di banalità e aria fritta, diamo fiato ai tromboni, e riempiamo le pagine dei giornali amici per due settimane”. Hanno quindi organizzato un convegno in pompa magna (derogando alla legge sulla par condicio) il cui piatto forte era appunto la proclamazione della storica “Carta di Udine”.

Purtroppo per il PD, la messinscena è risultata troppo smaccatamente propaganda stile venditore di pentole, e non ha convinto i friulani, come ben si è visto nelle urne. A onor del vero, qualcuno è rimasto affascinato dalla “Carta”. E non parlo del solito Bastian Contrario, bensì delle innumerevoli schiere del Partito di Angelino Alfano, che si è mobilitato sul tema come un sol uomo (ma erano in due).

Perché ritorno su questa insulsa pagina di propaganda renziana?

In quella occasione Serracchiani e amici avevano incoronato quale “supremo garante” dell’autonomia della nostra Regione il sottosegretario Giancarlo Bressa. Io, che ho una lingua affilata, commentai: “Seguo l’on. Bressa da un quarto di secolo, e so quanto egli odi l’autonomia in generale e l’autonomia speciale del FVG in particolare”. Mi spinsi anche più in là e aggiunsi: “Invitare l’on. Bressa come ospite d’onore a una manifestazione in difesa della autonomia della nostra Regione è come invitare il capo dei neo-nazisti a tenere la commemorazione ufficiale della Shoah”. Apriti cielo: tutti a dire che ero il solito esagerato, uno che parla per iperboli.

Esagerazioni? Iperboli?

Leggetevi quello che l’on. Bressa ha dichiarato in questi giorni sul passaggio di Sappada alla nostra Regione (passaggio che lui ha ostacolato in ogni modo): vedete quanto veleno ci vomita contro! Del resto la sua storia politica è questa: l’onorevole si è costruito una carriera politica fomentando l’invidia (immotivata) dei bellunesi contro i friulani. Lo si può accusare di molte cose, ma non di non essere una persona coerente: sono venticinque anni che ripete lo stesso mantra!
Su Sappada però gli è andata male. L’on. Bressa si è trovato di fronte un piddino ancora più potente di lui, l’on. Ettore Rosato, con interessi di carriera diametralmente opposti ai suoi. L’onorevole triestino non è uno sciocco:  è lucidamente consapevole del fatto che, dopo cinque anni di Serracchiani, per il PD del FVG le elezioni (politiche e regionali) sono un passaggio alquanto impervio. Rosato ha capito che il PD doveva sbrigarsi a produrre un qualche risultato da sventolare in campagna elettorale, qualcosa da dare in pasto a una opinione pubblica convinta che in questi cinque anni il PD abbia svenduto e deriso gli interessi del Friuli Venezia Giulia. Il voto finale sulla legge che riconosce il diritto dei sapaddini a ritornare nella loro Regione d’origine è caduta al momento giusto: l’astuto Rosato non  se l’è fatta scappare. Bravo! Anche se le sue motivazioni sono tutte politicistiche, alla fine è il risultato che conta.
Ma non facciamoci illusioni. La stragrande maggioranza del PD è sulla linea di Bressa. Anche se ogni tanto qualcuno di loro sembra rinsavire, ma solo quando mancano meno di due mesi alle elezioni.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata

Non sempre le offerte degli shopping days sono le migliori: c’è ancora spazio per il futuro politico di Debora?

Ho completato il lavoro e me ne vado! No, fuggi perché nessuno in Regione ti vuole più tra i piedi! I poli dei commenti oscillano tra queste due considerazioni: anche se a badare ai social sono più gli insulti che i ringraziamenti per i 5 anni di Debora Serracchiani come skipper della Regione F-VG.

Non voglio entrare nel merito per un giudizio sulle “riforme” fatte, su quelle trascurate e nemmeno sulla qualità della attività legislativa ed amministrativa.
Da sostenitore “attivo” di Debora nel 2013 mi aspettavo di meglio dopo il disgraziato quinquennio di Tondo, ma condizioni oggettive e soggettive ne hanno determinato una sostanziale continuità.
Ci si è messa di mezzo anche la sfortuna che ha portato al governo il giovanotto Renzi ed ha costretto la Presidente a fare la spola tra Trieste e Roma sia per dimostrare la fedeltà del F-VG al governo amico, sia per monotone ripetizioni mass mediali del verbo del capo. Di volta in volta neo liberista, centralista dittatoriale, populista, fautore di diritti civili e neo Keynesiano, come l’opportunità del momento sembrava indicare. E chi ripeteva pedissequamente il verbo Renziano non poteva che perdere la sua credibilità anche nei confronti di chi l’aveva sostenuta.
Ma veniamo alla Regione. La continuità e l’aggravamento della situazione istituzionale proviene da tre fatti oggettivi:

1. Le entrate di compartecipazione della Regione sono diminuite dal 2010 ad oggi di 1200 milioni annuali, secondo i dati della Corte dei Conti, per prelievi parlamentari e governativi, nonché per “donazione liberale” della Regione stessa. Su un complesso di 5 miliardi questo significa il 25%, aggiungendosi ad altri motivi di riduzione delle entrate e di blocco della spesa pubblica;

2. I decreti attuativi di norme statutarie approvati nel quinquennio attuale (2013-2018) sono stati due, uno voluto dal governo per completare il trasferimento alla Regione della sanità penitenziaria, ed uno in maniera da creare spazio alla regione in materia fiscale, ma solo per le entrate erariali al 100% di competenza della Regione. Praticamente nulla. Analogo giudizio va sulla Presidenza Tondo, mentre diverso significato hanno avuto gli 8 decreti dell’era Illy, pur sempre con governi contrari ad ogni concessione;

3. L’aumento a dismisura della conflittualità tra i territori regionali, a partire da decisioni statali (giustizia, Camere di Commercio, Ufficio  scolastico, etc.) per continuare con scelte regionali anticipatrici (Provincie, ripartizioni sanitarie, enti locali, etc.) secondo logiche talvolta incomprensibili. Con il risultato di convincere gli abitanti di qualsiasi comune (anche di 100 abitanti) che non è il caso di rischiare qualche unificazione. Per non parlare del continuo stillicidio di recriminazioni per le ripartizioni amministrative regionali e per gli interventi direttamente emanati dallo stato.

Dire quindi che ci sia stato un vantaggio ricavato dal F-VG dal doppio ruolo della sua Presidente è una assurdità. Anzi oggi, dopo 10 anni di pessima presenza istituzionale, è proprio la natura della specialità del F-VG come strumento adeguato al governo delle diversità di queste terre, ad essere messo in discussione, quasi sempre in nome di privilegi finanziari, che nemmeno più esistono.
Il futuro del F-VG è ormai in altre mani, per ora ignote. Ma comunque l’uscita da questo scenario di D. Serracchiani è un fatto triste che rischia di farla uscire di scena e non certo di proiettarla ad una dimensione “nazionale”.
Siamo nel centenario di Caporetto e qualcosa quella ritirata ci insegna. Che per proteggere la ritirata si è dovuto combattere anche in condizioni disperate. E credo che per D. Serracchiani la linea del Piave può essere conquistata solo con una vittoria in un collegio uninominale alle prossime elezioni politiche.

Giorgio Cavallo

Dopo il voto: l’intervista a Sergio Cecotti

Cecotti, guardando i risultati elettorali in Sicilia e a Ostia si direbbe che la sua “profezia” sull’evaporazione del PD si stia avverando. Lei cosa ne pensa?
Sul risultato del PD ho poco da dire. Mi riconosco appieno nel giudizio dato dal coordinatore della segreteria nazionale del PD, Lorenzo Guerini: “sconfitta devastante, ma ampiamente prevista”. Prevista da osservatori ben più autorevoli di me. Il risultato del PD non presenta nessuna sorpresa; sappiamo tutti che, con l’eccezione della Toscana e dell’Emilia-Romagna, il PD renziano viaggia su quelle percentuali lì: a riprova, il PD ha preso il 13% tanto in Sicilia come a Ostia. Questo però non significa che il voto siciliano non fornisca indicazioni interessanti: vi sono un paio di lezioni che sarebbe bene non sottovalutare.

La Serracchiani però dice che si è trattato di un voto locale.
Ha assolutamente ragione. Il voto in Sicilia era connotato da tre elementi locali che non hanno parallelo nel resto del Paese, e tanto meno in Friuli Venezia Giulia. Li elenco: 1) in Sicilia il PD godeva dell’“effetto Orlando”, capace solo pochi mesi fa di stravincere le comunali al primo turno. E’ un serbatoio di voti aggiuntivi che il PD non ha nel resto del Paese; 2) la Sicilia è il bastione elettorale del principale alleato del PD, Alfano, che qui ha (nonostante la pesante débacle) percentuali cinque volte superiori a quelle medie: altri voti che mancheranno al PD in FVG; 3) come è noto, la lista fiancheggiatrice del PD “Gattopardi & Affini” ha in Sicilia un radicamento sconosciuto nel resto del Paese. Nel loro insieme, questi tre fattori locali hanno apportato alla coalizione del PD un valore aggiunto del 12,4%. Perciò la Serracchiani fa benissimo a mettere in guardia i suoi colleghi di partito dal lasciarsi prendere da facili entusiasmi sull’onda del risultato siciliano. La Governatrice sa che nel PD regionale qualcuno coltiva l’illusione che le liste Honsel e Tesolat apporteranno il 12,4%, e provvede a disilluderli, prima che
vadano a sbattere.

Lei parlava di lezioni dal voto siciliano. Quali sono?
Forse per deformazione professionale, a me piace estrarre dai risultati elettorali regole aritmetiche più che fumose considerazioni politologiche che, alla fine, lasciano il tempo che trovano. La prima lezione aritmetica riguarda il partito di Alfano.

Cosa dice l’aritmetica sul ministro degli esteri?
In passato la Sicilia era la roccaforte elettorale di quel partito con percentuali complessive del 10%, e punte in provincia di Agrigento del 40%. Nelle loro strategie, la Sicilia avrebbe dovuto essere il granaio di voti che garantiva al partito di superare la soglia del 3% a livello nazionale, compensando gli “zero virgola” in molte parti del Paese. Ma il partito del ministro degli esteri è sul 4% nello stesso asserito granaio. A questo punto, il raggiungimento della soglia a livello nazionale è matematicamente impossibile. Per entrare in parlamento, gli alfaniani dovranno pietire posti in lista dal PD che, con questi chiari di luna, non avrà molti seggi da regalare a terzi.

Veniamo alla seconda lezione.
La seconda lezione è più interessante perché è un lemma aritmetico di carattere universale, che si applica a tutti i partiti e a tutte le elezioni regolate da una legge maggioritaria a turno unico.

Anche alle elezioni regionali del FVG?
Soprattutto alle nostre regionali, ma vediamo di formulare il principio aritmetico in termini generali. In una elezione regionale, il candidato-presidente che parte con lo sfavore dei sondaggi si pone il problema di ridurre il divario con il front runner. Per raggiungere l’obiettivo, spesso non sa far di meglio che “allargare la coalizione” cioè, nel concreto, costruire in laboratorio una pletora di liste di appoggio — una di finta-sinistra, una di finto-centro, una finto-autonomista, etc. — riempiendole di tutti gli ascari che riesce a raccattare.

Forse non sarà un metodo elegantissimo, ma è pur sempre una strategia razionale. Non crede?
Vediamo cosa dice l’aritmetica. Per mera semplicità di esposizione, uso il PD come esempio. Il punto centrale è che gli ascari prendono pochi voti, ma qualcuno lo prendono. Il meccanismo è semplice: un elettore convinto che il renzismo sia cosa buona vota direttamente PD, mentre uno che ne pensa tutto il male possibile non vota certo gli ascari del PD. Gli ascari però prendono il voto degli elettori filo-renziani a cui i candidati delle liste collegate stanno più simpatici di quelli ufficiali del PD. Con questo meccanismo, ciascuna lista collegata prende pochi voti, ma poiché le liste sono tante, la somma complessiva dei loro voti è comunque un numero apprezzabile. Al 90% sono voti che, in assenza di liste artificiose, sarebbero andati direttamente al PD.
Risultato aritmetico: in Sicilia il PD ha preso il 13% guadagnando 11 seggi, “Sicilia Futura” il 6% con 2 seggi, AP il 4,2% con zero seggi e “Arcipelago” il 2,2% con zero seggi. Se le liste collaterali non ci fossero state, nella divisione dei seggi il PD avrebbe pesato per il 25% (o poco meno) non per il 13%, e lo schieramento di “centro-sinistra” avrebbe ottenuto 4 o 5 seggi in più. Seggi del PD che sono stati regalati a centro-destra e MS5. Il paradosso aritmetico è che il centro-destra col 39,9% non avrebbe avuto la maggioranza assoluta nell’Assemblea regionale senza questo grazioso omaggio del PD. La maggioranza assoluta è stata letteralmente regalata a Musumeci dagli strateghi PD. E le pare che una simile strategia possa definirsi razionale?

Quindi la regola aritmetica generale è?
Se tu, candidato-presidente, e il tuo competitore siete spalla spalla, con uno 0,1% di scarto, allora aggrega tutte le liste fiancheggiatrici che puoi, perché ogni voto può fare la differenza. Ma al contrario, se sei indietro, non devi costruire liste d’appoggio perché il loro effetto sarà quello di regalare parte dei tuoi seggi agli avversari. Finiresti con l’ottenere risultati paradossali.

Quali paradossi?
Faccio un esempio pratico. Il sindaco di Udine, Honsell, ha dichiarato che alle regionali farà una lista fiancheggiatrice del PD con l’obiettivo, parol testuali, di “arginare la destra e i populisti”. Aritmeticamente, l’unico risultato della sua operazione sarà sottrarre uno, o anche due, seggi al PD per regalarli alla destra o ai “populisti”. La medesima prodezza è già riuscita al sindaco di Palermo. Un perfetto esempio di eterogenesi dei fini.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione Riservata