Accordo Padoan – Serracchiani, siamo al bis di un accordo che non porta vantaggi economici ai cittadini del Friuli Venezia Giulia

La sottoscrizione in piena campagna elettorale e a fine mandato vincola il bilancio della Regione fino al 2019 e temiamo impegni la futura amministrazione a non poter ricorrere contro eventuali provvedimenti discriminatori in materia di trasferimenti a danno dei nostri interessi: non proprio un gran affare se non forse per Serracchiani che pensa di aver costruito un percorso a spot dall’evidente finalità di propaganda elettorale per la sua fuga dalla nostra Regione.

Di fatto, le rinnovate concessioni ottenute con il cappello in mano, altro che “risultato strategico e Autonomia premiata”, lasciano nel bilancio regionale le cifre inalterate, come anticipato alcune settimane fa dallo stesso assessore regionale Peroni, poiché i famosi 120 milioni di euro in più non sono altro che una ripetizione dello sconto, di circa il 10 percento, che ci è stato elargito a partire dal 2014 con il primo accordo Padoan – Serracchiani, a fronte di una compartecipazione di oltre 1,2 miliardi di euro all’indebitamento nazionale. La conferma nei dati della Corte dei Conti. Infatti nella sua relazione sullo stato del bilancio regionale 2016, si veda l’allegata tabella, si evince che la nostra Regione, al netto dello sconto praticato, versa annualmente allo Stato centrale 1,1 miliardi di euro per compartecipare alla riduzione del debito nazionale che, paradossalmente, continua a crescere, anche perché la sensazione che abbiamo è che i nostri soldi servano a ben altro.

Pertanto, se nel bilancio regionale sono previste uscite di compartecipazione per 370 milioni, fissi e immutati, la riduzione per due anni dovrebbe portare giovamento ma è da comprendere fino a che punto.

Il primo dubbio sorge rispetto all’opportunità del passaggio al “maturato”, in sostituzione del “riscosso”, con la riduzione delle aliquote di compartecipazione, ad esempio, su un tributo solido e certo come l’IVA, passando dal 91 al 59 percento, in cambio dell’estensione della compartecipazione a un maggior numero di tassazioni cui attingere. Ne vale la pena soprattutto quando sono sempre incombenti gli effetti delle clausole di salvaguardia con i probabili aumenti delle aliquote dell’IVA?

Secondariamente, la soluzione del “maturato” dovrebbe avvantaggiare la Regione ma si omette il fatto che nella stessa finanziaria dello Stato sono state introdotte l’eliminazione di alcune leggi esistenti di contribuzione dello Stato verso enti regionali onde preservare questa parità: è il caso della legge che prevedeva il rimborso dello Stato per l’IMU sulla prima casa abrogata.

E naturalmente l’incubo dei 370 milioni incombe sempre dal 2020 all’eternità ed è questo il motivo per cui continuiamo ad avanzare la nostra proposta di partito territoriale. Il Patto per l’Autonomia nasce per valorizzare la nostra Regione a statuto speciale e per difendere i suoi cittadini dall’ingiustizia di continuare a contribuire al risanamento dello Stato in maniera più che proporzionale rispetto la sua popolazione che rappresenta il 2 percento del totale nazionale a fronte di un esborso di 1,1 miliardi pari a un 4,4 percento del totale di contribuzione richiesto alle regioni per la riduzione dell’indebitamento di 25 miliardi di euro l’anno.

Markus Maurmair

CHIEDIAMO IL COPYRIGHT!

Evidentemente il Partito Democratico è a corto di slogan, ma soprattutto di idee…
Dopo che il candidato #Bolzonello – a corto di tempo per affrontare in modo serio il tema nei 5 anni in cui ha fatto il vicepresidente della Giunta Regionale – ha lanciato il “PATTO per il lavoro”, ora la candidata (in fuga) #Serracchiani, dopo aver fatto per 5 anni la PresidenteSSA di una Regione che si trova al penultimo posto in Italia per crescita naturale della popolazione e ha un tasso di invecchiamento doppio rispetto alla media europea, lancia il “PATTO per la natalità”.

CHIEDIAMO IL COPYRIGHT E I DIRITTI D’AUTORE! Non a scopo di lucro ovviamente, ma perché considerando la pochezza di idee espresse dai dirigenti congedanti, siamo sicuri che pescheranno ancora nei nostri programmi e siccome la campagna elettorale ce la stiamo totalmente autofinanziando, magari con i diritti d’autore le nostre tasche respiranno un po’.

Visto che siamo stati i primi, in tempi non sospetti, a dire che per ricostruire questa Regione serve un PATTO fra i territori del F-VG che si riconoscono nella sua specialità, ci sentiamo in dovere di proporre, al PD e alle altre forze politiche che si contendono il panorama italiano e regionale, una serie di altri patti che potrebbero fare al caso loro:
– un Patto per la riabilitazione del Renzismo (necessario dopo le ultime batoste subite e soprattutto per quelle che arriveranno).
– un Patto per la tutela della razza padana (necessario al varesotto Fontana e più che mai utile per aiutare i leghisti disorientati dalla svolta salviniana).
– un Patto per la detassazione della chirurgia estetica (necessario dopo le recenti apparizioni televisive di Silvio e che devono essergli costate un patrimonio).
– un Patto per il trasferimento online degli uffici di collocamento (necessario agli aspiranti candidati 5 stelle, alias grillini, per non fare confusione con gli sportelli).

Massimo Moretuzzo

#PattoPerLautonomia #MassimoMoretuzzo

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Simeoni: la memoria del terremoto sia patrimonio di tutti, non materia di propaganda elettorale

Università e Regione nascondono la vera essenza di un momento cardine della nostra storia: la sua custodia andrebbe eretta ad esempio nazionale, per far capire il valore del decentramento e della sussidiarietà. Inascoltati gli appelli dei sindaci e dei consiglieri protagonisti della ricostruzione.

La “lingua batte dove il dente duole”. Non c’è espressione più appropriata per spiegare le giravolte di Regione e Università di Udine sui temi, ancora scottanti, della ricostruzione post-terremoto e del “Modello Friuli”. Le due istituzioni, che dovrebbero esser aliene da logiche gerarchiche, autoritarie ed accentratrici nei confronti delle tematiche territoriali cercano ora, “in zona Cesarini” rispetto alle prossime scadenze elettorali, di recuperare il terreno perduto lisciando il pelo al territorio friulano con una “gestione della memoria” rielaborata ad hoc.

La Regione, dopo aver mortificato la rappresentatività del territorio friulano, scopre, in campagna pre-elettorale, gli infiniti pregi del “Modello Friuli” e lancia, con una delibera del 14 dicembre 2017, la realizzazione di un “Archivio storico” per il recupero, studio, archiviazione, conservazione e valorizzazione della documentazione della ricostruzione. Benissimo! Ma perché lo fa in periodo pre-elettorale? E perché lo fa in questo modo? Con una Convenzione, cioè, che mette tutto in mano ad un singolo docente del Dipartimento Politecnico dell’Università di Udine, disattendendo così le richieste delle Associazioni dei sindaci e dei consiglieri regionali della ricostruzione che ancora più di un anno fa chiedevano la gestione dell’Archivio da parte di un Comitato scientifico autonomo e allargato? Nulla, ovviamente, contro il singolo docente. Ma la “ricostruzione della memoria” di un simile evento è questione troppo delicata per essere lasciata nelle mani di una singola persona! L’Università, dopo almeno due anni che se ne parla, lancia invece, sempre in questi giorni, non si capisce bene se un “centro” o una “rete di centri”, per lo studio di varie tematiche legate ai terremoti. Anche qui, benissimo! Ma perché promettere un centro (o rete di centri), che dovrà peraltro confluire nel famoso Cantiere Friuli lanciato dal Rettore, proprio sotto elezioni? E perché eliminare -con la chiusura, nel 2016, del Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura-, una struttura permanente che istituzionalmente avrebbe già dovuto fare quelle cose, per sostituirla con qualcosa che ancora non c’è e non si sa bene cosa sarà? Ma ciò che disturba di più -soprattutto perché abbiamo a che fare con la Regione, che è tra gli artefici della ricostruzione, e con l’Università di Udine -che è stata istituita con la legge di ricostruzione-, è il pressapochismo rispetto a una vicenda cardine della nostra storia.

Il “Modello Friuli” è un modello di ricostruzione endogeno ed altamente partecipato che nasce da una rottura profonda con i modelli precedenti dove lo Stato si era esercitato in sperimentazioni, spesso anche devastanti, sulla pelle dei sinistrati. Più recentemente, con la Protezione Civile nazionale nel ruolo di pianificatore e gestore della ricostruzione dopo il terremoto dell’Aquila e con l’istituzione di un Commissario alla Ricostruzione dopo i terremoti in Centro Italia, si sta purtroppo tornando a quel modello del tutto esogeno, autoritario e gerarchico di ricostruzione. Se si fa confusione su questo punto non si capisce il Modello Friuli e lo si annacqua! Non risulta, però, che la presidente Serracchiani, né nel corso del 2016, anno del quarantesimo del terremoto, né del 2017, anno della legge nazionale di ricostruzione (che attribuisce alla Regione la delega in materia di ricostruzione) abbia levato un monito, verso il Governo italiano, dicendo che i Commissari alla Ricostruzione, dopo il Modello Friuli, non possono più esistere!

Nella proposta dell’Università, si fa invece fatica a districarsi tra tante materie eterogenee, che vanno dalla sismica, alla prevenzione e gestione delle emergenze, all’ingegneria delle costruzioni, alla gestione sociale dei disastri e, financo alla “progettazione di altre rinascite”, da attribuire ad un unico centro studi. Mentre emergenze e normative antisismiche e per la sicurezza è giusto che siano materie prevalentemente statali -e che ci si augura che lo stato svolga bene e fino in fondo-, le ricostruzioni -ed il Modello Friuli, lo insegna-, vanno decise e gestite dai territori interessati! Se non è l’Università di Udine a tracciare questa chiara linea di demarcazione chi lo fa? E a non farlo si fa confusione storica, si confondono politiche di prevenzione, politiche di emergenza e politiche di ricostruzione e, forse non si aiuta neppure l’avanzamento scientifico in materia.

Basta, dunque, strumentalizzare il Modello Friuli e la sua memoria! Si faccia l’Archivio ma la Regione ascolti le Associazioni dei Sindaci e dei Consiglieri regionali della ricostruzione quando chiedono di porlo sotto l’egida di un Comitato scientifico autonomo. L’Università, da parte sua, crei una struttura multidisciplinare e di rilievo internazionale, su prevenzione e ricostruzioni, con un suo proprio Dipartimento ad hoc e lo chiami “Modello Friuli”. Questo ci convincerà che non si tratta di operazioni episodiche e un po’ propagandistiche, ma invece di un progetto istituzionalmente inscritto nell’art. 26 della L. 546/1977 che è quella che ha istituito l’Università di Udine.

Federico Simeoni

Una moltitudine di gocce…

Un contributo di Tullio Avoledo sul Gazzettino di oggi: una riflessione sulla modernità e sull’attualità dell’autonomismo.

Caro anno ti scrivo…
È l’ora di svegliarci dal torpore: «Cari lettori, a 60 anni ho capito che i desideri non si realizzano da soli ma bisogna darsi da fare perché diventino realtà» «Ogni singolo individuo può partecipare al cambiamento: una moltitudine di gocce d’acqua unita dà vita all’oceano»

Caro 2018, non ti scrivo un bel niente. Perché sei solo una misura del tempo, uno di quei trucchi che noi umani ci inventiamo per misurare la realtà. Mica si scrive ai metri, o ai litri. Perché, allora, dovrei scrivere a un anno? Scrivo invece ai lettori di questo giornale. Scrivo per raccontarvi il mio sogno per l’anno che verrà. A 60 anni ho ormai imparato che i desideri non si realizzano da soli. Che devi darti da fare, se vuoi che diventino realtà. Il mio desiderio per il 2018 è che gli uomini e le donne di buona volontà si sveglino dal torpore e decidano di riprendere in mano il loro destino. Si sente spesso dire «cosa può fare un individuo solo? Come può pensare di cambiare le cose? È come lottare contro i mulini a vento». A queste obiezioni rispondo con due battute di dialogo dal libro di David Mitchell, Cloud Atlas. «Qualsiasi vostra azione – dice un personaggio, per convincere un altro a desistere dal battersi contro la tratta degli schiavi – non sarà che una singola goccia in un oceano sconfinato». Ma l’altro risponde, sereno: «E che cos’è l’oceano, se non una moltitudine di gocce?».

In un mondo come il nostro, ognuno di noi può sentirsi così, un’insignificante goccia tra miliardi di gocce. Può provare un senso d’impotenza, di sconforto. Ma l’oceano è fatto di gocce. Ogni nostra azione ha riflessi sulle vite di altre persone, ogni nostro pensiero pronunciato ad alta voce innesca un processo di comunicazione che può portare a grandi cambiamenti. E il cambiamento che mi auguro per il 2018 è che il nostro Paese – e il Friuli per primo – ritrovino dignità e onestà.

A chi rimpiange il mondo del passato, un mondo povero di beni materiali ma ricco di dignità e di interazioni personali, faccio presente che la dignità non ti viene da fuori, dagli altri. La dignità – quella vera – nasce dentro di noi. Si può essere poveri, infermi, maltrattati dalla vita, ma essere grandi nella dignità. Un esempio nobile e commovente ce l’ha dato il poeta Pierluigi Cappello, la cui vita è stata una parabola luminosa di come l’anima possa superare ogni difficoltà terrena. Ma Pierluigi era un santo. Noi siamo uomini normali. La nostra forza viene dall’unione con gli altri. Il mondo d’oggi, il neofeudalesimo imposto da chi ci comanda, non a caso tende a favorire il nostro isolamento. Magari abbiamo (o crediamo di avere…) centinaia di “amici” su Facebook ma non sappiamo chi viva nell’appartamento accanto al nostro. Trascuriamo la politica, perché “tanto non si può cambiare niente”. Pensiamo, ben che vada, al nostro lavoro, alla famiglia, alla nostra casa, e intanto lasciamo che il mondo intorno si deteriori e s’incanaglisca. Abbiamo ormai delegato tutto ai manager, di ogni tipo. Se potessimo, la nostra pigrizia affiderebbe a loro anche il compito di pensare per noi.

I manager amministrano le imprese, le banche, la politica. Non hanno timore di farlo, perché non fanno parte della comunità su cui le loro decisioni impattano. Non sono guidati dalla ricerca del benessere sociale o della giustizia, ma solo dall’ingordigia, loro e delle entità che rappresentano, siano esse una multinazionale o un governo. Quando li vediamo, quando li sentiamo parlare, risultano spesso evidenti la loro incompetenza e la loro disonestà, eppure deleghiamo a loro le scelte che decidono delle nostre vite, del nostro futuro. Io mi auguro che il 2018 faccia piazza pulita di tutto questo.

Chiedo a chi mi sta leggendo di convincersi che noi, e solo noi, possiamo cambiare il mondo. Per la nostra Regione, le prossime elezioni non sono un’occasione qualunque: rappresentano l’ultima possibilità di cambiare le cose, di fermare il degrado prima che si trasformi in collasso. È l’ultima chiamata per tutti gli uomini e le donne di buona volontà perché escano dal guscio del privato e s’impegnino in politica. Anni di governi “tecnici” hanno distrutto il Paese. Le fabbriche chiudono, i pezzi più pregiati della nostra realtà produttiva sono stati svenduti a multinazionali straniere. La ripresa di cui si riempiono tanto la bocca non c’è o, se c’è, non è certo per tutti. Il degrado dell’ambiente e della convivenza sociale si respirano, si toccano. Aria e acqua sono contaminati, il suolo viene sprecato. Il divario tra chi ha e chi non ha diventa di giorno in giorno più grande. Per la prima volta dagli anni ‘70 la nostra regione è tornata, tristemente, a essere terra di emigrazione.

A livello nazionale non sembriamo più in grado di fare nulla: né di realizzare infrastrutture decenti, né di ricostruire i paesi devastati dalle calamità naturali e nemmeno di accogliere in modo civile i profughi che lasciamo entrare e vagare per il Paese. È tempo di dire basta. Di gridare un sonoro NO in faccia a chi, come avrebbe detto Gaber, ha come slogan “far finta di essere sani”. Ecco, vorrei che il 2018 fosse un anno di impegno politico. Per me lo sarà. Bisogna sconfiggere i manager di un sistema fallimentare e bugiardo e al tempo stesso evitare che un voto di pura protesta ci consegni nelle mani di incapaci come quelli che pullulano in certi movimenti populisti. Dobbiamo votare non con la pancia, ma con la mente e col cuore, eleggendo donne e uomini onesti e capaci.

Ma soprattutto dobbiamo ricordarci che le pulizie cominciano in casa propria. Che quello che sarebbe difficile, se non impossibile, realizzare subito a livello nazionale, possiamo farlo qui, ora, in Friuli. Bisogna ridare alla Regione un governo di persone libere, oneste e capaci, che sappia usare al meglio quel meraviglioso documento che è il nostro Statuto di regione autonoma. Leggetelo e vi stupirete per le possibilità che offre. Senza bisogno di fare rivoluzioni, semplicemente applicando lo Statuto, che gli ultimi governi hanno calpestato e ignorato ma fortunatamente non ancora abolito, saremmo in grado di rendere la nostra Regione autonoma di fatto nelle scelte fondamentali: il controllo del demanio pubblico e delle acque, le politiche industriali, la sanità, la scuola. Potremmo rovesciare le scelte fatte da manager pubblici idioti, quelle che stanno affossando il nostro sistema sanitario e attuando riforme territoriali costose, inutili e inconcludenti. Uomini e donne di buona volontà lottano ogni giorno nelle fabbriche, nelle aule scolastiche, nelle corsie degli ospedali, per lenire, con il loro impegno quotidiano, i guasti provocati da scelte sbagliate imposte dall’alto. Le elezioni del 2018 rappresentano la linea del Piave. È tempo di reagire, di battersi per quello che è giusto. Per usare le parole di Primo Levi: “Se non ora, quando?”. Il Friuli può decidere – ma deve farlo adesso, prima che sia troppo tardi – di riprendere nelle proprie mani il suo destino, diventando un esempio virtuoso per tutto il Paese. Insieme possiamo farcela. E’ tempo che il buon senso torni a guidare le nostre azioni e le nostre scelte. E’ tempo di costruire, di progettare il futuro, con amore e con gioia, con fiducia e senso di responsabilità. E’ tempo di curare le ferite della nostra terra, di ridare speranza ai nostri giovani. Il 2018 sarà l’anno in cui il voto di ognuno di noi avrà un peso formidabile, se dato con intelligenza e non sprecato. Possiamo realizzare un’autonomia virtuosa, un progetto inclusivo che ridia dignità e un futuro migliore a ogni abitante della nostra regione.

Ecco, io ho solo questo desiderio, per l’anno che verrà. Ma è un desiderio grande come il mondo. Mi impegnerò, non da solo, perché possa realizzarsi, e spero – è questo il mio augurio – che molti altri si uniscano a noi. Perché cos’è un oceano, se non una moltitudine di gocce?

Tullio Avoledo | Il Gazzettino

I nodi storici vengono al pettine

Il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, ha dichiarato che tra Di Maio e Berlusconi lui sceglie il secondo. Molti suoi estimatori si sono meravigliati e/o scandalizzati delle sue parole. A me sembra che Scalfari esprima una posizione perfettamente razionale dal suo punto di vista (che non è il mio).

Per capire la razionalità dell’asserzione bisogna partire da una lettura non convenzionale (ma proprio per questo realistica) della storia politica europea degli ultimi trenta, quaranta anni. All’inizio di questo periodo, le élite politiche eredi della classe dirigente che aveva gestito la Guerra Fredda erano ancora saldamente al comando in tutti i Paesi dell’Europa occidentale. Suddivisi nelle tradizionali articolazioni di centro-destra (i partiti aderenti al PPE e i liberali) e centro-sinistra (quelli affiliati al PSE), i partiti dell’élite assommavano, nel loro complesso, dal 80% al 98% dei voti in ciascun Paese europeo. Nella loro “narrazione” ad uso dei rispettivi elettorati nazionali, centro-destra e centro-sinistra si protestavano alternativi tra loro, ma la realtà era che le scelte di quadro generale – quelle decisive – venivano assunte a livello europeo, e l’Europa nel suo insieme era governata dalla grande coalizione permanente PPE-PSE-Liberali, il blocco storico che ha sempre espresso la Commissione europea, il Consiglio dell’Unione, e dettato tutte le scelte strategiche. Le differenze tra le politiche dei governi di supposto centro-destra e di supposto centro-sinistra, quando non meramente declamatorie, erano confinate a scelte di impatto simbolico ma che non mettevano in questione le scelte fondamentali di sistema. Anche se era una messinscena, la manfrina del centro-sinistra contro centro-destra ha avuto un grande potere evocativo ai fini della fidelizzazione delle rispettive tifoserie. La perversa genialità del marchingegno consisteva nell’“alternanza”: le due metà del blocco storico, centro-destra e centro-sinistra, si ruotavano periodicamente gli incarichi tra loro, ben sapendo che il giro dopo sarebbe di nuovo toccato a loro. Lo scopo del meccanismo era garantire il monopolio del Potere all’élite ma dando l’illusione ai cittadini di poter cambiare qualcosa con il loro voto, mentre le elezioni avviavano solo un altro giro di giostra dell’eterno ritorno del sempre uguale. I cittadini coscienti avevano un unico modo di ribellarsi: astenersi dal voto. E infatti la percentuale di votanti calava a ogni tornata elettorale.

La commedia, per quanto ben congeniata, funziona solo se è data una precisa condizione aritmetica: la somma dei voti dei partiti dell’élite deve essere sufficientemente vicina al 100% di modo che la metà di quello schieramento che di volta in volta prende qualcosina di più si ritrovi con una maggioranza di seggi in Parlamento e sia “autosufficiente” come prevede la narrazione dell’“alternanza”. All’inizio del periodo in considerazione questa condizione aritmetica era data in tutti i Paesi europei. Col passare del tempo la percentuale elettorale del raggruppamento PPE-PSE-Liberali è calata ovunque, rapidamente nei Paesi deboli, lentamente in quelli forti. Il meccanismo, nella sua forma originaria, si blocca nel momento che la percentuale aggregata dei partiti dell’élite scende al 70%.  Quando, in un determinato Paese, questa soglia critica veniva raggiunta, il connubio destra- sinistra si inventava la “riforma elettorale” ovvero un marchingegno legislativo capace di trasformare artificialmente una minoranza (la metà meno debole dell’élite) in maggioranza parlamentare, permettendo di tirare avanti con la narrazione tradizionale. In questa fase intermedia, in Italia abbiamo avuto qualcosa come otto riforme elettorali, tutte con la medesima finalità, garantire a minoranze sempre più piccole di essere maggioranze in Parlamento (alle politiche 2013 il PD prese il 25,43%, ovvero il 18% dell’elettorato, che gli valse il 48% dei seggi alla Camera).

Ma anche il meccanismo “riformato” ha la sua soglia aritmetica. Entra in crisi quando il voto aggregato dell’élite scende significativamente sotto il 60%.  A quel punto gli artifici della legge elettorale non aiutano più, anzi rischiano di complicare la vita all’élite, favorendo i “populisti” (termine che designa chiunque non sia partecipe del blocco storico destra-sinistra). In questa terza fase (l’attuale) l’élite riscopre il “valore” del proporzionale (seppur in versione tarocca) ed è costretta a mettere in campo soluzioni nuove. La più ovvia è rendere esplicita la grande coalizione destra-sinistra: quasi tutti i Paesi europei oggi sono governati da grandi coalizioni che uniscono la cosiddetta sinistra con la cosiddetta destra (Germania, Francia, Spagna, Italia,…). Quasi ovunque le due parti contraenti ancora pretendono di rappresentarsi come “non-alleate” cercando di tenere in piedi il loro show tradizionale; a questo fine utilizzano un vasto ventaglio di tartufismi verbali: in Spagna si tratta di un semplice “sostegno esterno”, in Francia Macron nega di essere l’unificazione dell’élite e si propone come un essere nuovo partorito dalla mente di Giove, l’Italia invece rigurgita di statisti responsabili (Alfano, Verdini, Casini,…), e così via narrando e chi più ne ha più ne metta.  La seconda manovra (più intelligente) è portata avanti da Angela Merkel: mira ad allargare il patto storico oltre i tradizionali confini PPE- PSE-Liberali. La cancelliera vorrebbe accogliere i Verdi nella confraternita.

Con le sue dichiarazioni Eugenio Scalfari prende semplicemente atto della realtà: la narrazione “sinistra contro destra” non è più funzionale ai fini del mantenimento del Potere nelle mani dei “soliti noti”, quindi è ciarpame da buttare.  Il problema (dal suo punto di vista) è fermare i “populisti”, cioè chiunque non sia parte dell’accordo spartitorio.

I “populisti” piu` pericolosi (per l’élite) sono quelli che iniziano a farsi chiamare “post-statalisti”, quelli che pensano che l’ordine mondiale costruito sulla sovranità assoluta degli Stati (l’equilibrio westfaliano) non solo sia storicamente obsoleto ma anche in crisi irreversibile (in Occidente). Quel modello era stato costruito su un assunto preciso sintetizzato dalla nota formula della Pace di Augusta, confermata dai trattati di Westfalia: cuius regio, eius religio, formula che assegna allo Stato la missione storica di uniformare al proprio interno coscienze, fedi, ideologie e culture, sradicando ogni possibile non-conformismo, e affermando un’artificiale “morale di Stato” (la ragion di Stato). E` evidente come questa missione sia oggi impraticabile nel “Villaggio globale” popolato da società laiche e disincantate le cui coscienze non è facile manipolare.  Perciò lo Stato va superato a norma dell’articolo 2484 del Codice Civile: per sopravvenuta impossibilità di conseguire il proprio oggetto sociale. I “populisti post-statalisti” (tra cui mi metto anch’io) vorrebbero rifondare l’ordine europeo su basi nuove, e costruire una Europa che in grado di adempiere alle missioni che la Storia assegna oggi, non nel 1648.

In nessun luogo la crisi dello Stato è oggi più manifesta che in Catalogna. Si tratta di una vicenda storica “nuova” che ha analogie solo superficiali con altri eventi che abbiamo visto in passato e a cui osservatori disattenti l’associano. Il motore degli eventi non sono i dirigenti dei partiti catalanisti, ottime persone che si muovono dentro un solco già segnato, quanto la “pancia” della società catalana che è molto più avanti della propria dirigenza politica.  Sotto questa spinta sociale la Questione Catalana sta mutando natura: il significato del termine “Repubblica Catalana”, e la stessa percezione della sua esistenza o meno nella realtà, sta evolvendo rapidamente in direzioni inesplorate.

Teniamo gli occhi aperti.  La Catalogna è un laboratorio storico interessantissimo, i cui esiti sono al momento imprevedibili. Se confrontiamo quello che accade oggi tra Catalogna e Fiandre con la sequenza di eventi che portarono a Westfalia, non possiamo non notare come la Storia sia dotata di un notevole senso dell’ironia. Ma non ditelo a Eugenio Scalfari.

Sergio Cecotti (c) Riproduzione riservata.

Qualcuno ricorda la “Carta di Udine”?

Ricordate la gloriosa “Carta di Udine”?

Probabilmente l’avete completamente rimossa dalla vostra memoria, vista la sua assoluta irrilevanza. Permettetemi di ricordarvi di cosa si trattava.
Erano gli infuocati giorni della campagna referendaria sulla de-forma costituzionale Renzi-Boschi; il PD del Friuli Venezia Giulia si trovava nelle scomodissime vesti di chi propone il ritorno allo Stato centralista postrisorgimentale, con lo svuotamento di tutte le autonomie, a iniziare dalle Speciali. I dirigenti locali del PD avevano subito capito che tirava un bruttissimo vento per i neo-centralizzatori. Pensa che ti pensa, hanno avuto un’idea brillante: “Organizziamo una grande vetrina propagandistica sull’autonomia” — si sono detti — “Una convention in cui diamo fondo a tutte le nostre riserve di banalità e aria fritta, diamo fiato ai tromboni, e riempiamo le pagine dei giornali amici per due settimane”. Hanno quindi organizzato un convegno in pompa magna (derogando alla legge sulla par condicio) il cui piatto forte era appunto la proclamazione della storica “Carta di Udine”.

Purtroppo per il PD, la messinscena è risultata troppo smaccatamente propaganda stile venditore di pentole, e non ha convinto i friulani, come ben si è visto nelle urne. A onor del vero, qualcuno è rimasto affascinato dalla “Carta”. E non parlo del solito Bastian Contrario, bensì delle innumerevoli schiere del Partito di Angelino Alfano, che si è mobilitato sul tema come un sol uomo (ma erano in due).

Perché ritorno su questa insulsa pagina di propaganda renziana?

In quella occasione Serracchiani e amici avevano incoronato quale “supremo garante” dell’autonomia della nostra Regione il sottosegretario Giancarlo Bressa. Io, che ho una lingua affilata, commentai: “Seguo l’on. Bressa da un quarto di secolo, e so quanto egli odi l’autonomia in generale e l’autonomia speciale del FVG in particolare”. Mi spinsi anche più in là e aggiunsi: “Invitare l’on. Bressa come ospite d’onore a una manifestazione in difesa della autonomia della nostra Regione è come invitare il capo dei neo-nazisti a tenere la commemorazione ufficiale della Shoah”. Apriti cielo: tutti a dire che ero il solito esagerato, uno che parla per iperboli.

Esagerazioni? Iperboli?

Leggetevi quello che l’on. Bressa ha dichiarato in questi giorni sul passaggio di Sappada alla nostra Regione (passaggio che lui ha ostacolato in ogni modo): vedete quanto veleno ci vomita contro! Del resto la sua storia politica è questa: l’onorevole si è costruito una carriera politica fomentando l’invidia (immotivata) dei bellunesi contro i friulani. Lo si può accusare di molte cose, ma non di non essere una persona coerente: sono venticinque anni che ripete lo stesso mantra!
Su Sappada però gli è andata male. L’on. Bressa si è trovato di fronte un piddino ancora più potente di lui, l’on. Ettore Rosato, con interessi di carriera diametralmente opposti ai suoi. L’onorevole triestino non è uno sciocco:  è lucidamente consapevole del fatto che, dopo cinque anni di Serracchiani, per il PD del FVG le elezioni (politiche e regionali) sono un passaggio alquanto impervio. Rosato ha capito che il PD doveva sbrigarsi a produrre un qualche risultato da sventolare in campagna elettorale, qualcosa da dare in pasto a una opinione pubblica convinta che in questi cinque anni il PD abbia svenduto e deriso gli interessi del Friuli Venezia Giulia. Il voto finale sulla legge che riconosce il diritto dei sapaddini a ritornare nella loro Regione d’origine è caduta al momento giusto: l’astuto Rosato non  se l’è fatta scappare. Bravo! Anche se le sue motivazioni sono tutte politicistiche, alla fine è il risultato che conta.
Ma non facciamoci illusioni. La stragrande maggioranza del PD è sulla linea di Bressa. Anche se ogni tanto qualcuno di loro sembra rinsavire, ma solo quando mancano meno di due mesi alle elezioni.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata