Accordo Padoan – Serracchiani, siamo al bis di un accordo che non porta vantaggi economici ai cittadini del Friuli Venezia Giulia

La sottoscrizione in piena campagna elettorale e a fine mandato vincola il bilancio della Regione fino al 2019 e temiamo impegni la futura amministrazione a non poter ricorrere contro eventuali provvedimenti discriminatori in materia di trasferimenti a danno dei nostri interessi: non proprio un gran affare se non forse per Serracchiani che pensa di aver costruito un percorso a spot dall’evidente finalità di propaganda elettorale per la sua fuga dalla nostra Regione.

Di fatto, le rinnovate concessioni ottenute con il cappello in mano, altro che “risultato strategico e Autonomia premiata”, lasciano nel bilancio regionale le cifre inalterate, come anticipato alcune settimane fa dallo stesso assessore regionale Peroni, poiché i famosi 120 milioni di euro in più non sono altro che una ripetizione dello sconto, di circa il 10 percento, che ci è stato elargito a partire dal 2014 con il primo accordo Padoan – Serracchiani, a fronte di una compartecipazione di oltre 1,2 miliardi di euro all’indebitamento nazionale. La conferma nei dati della Corte dei Conti. Infatti nella sua relazione sullo stato del bilancio regionale 2016, si veda l’allegata tabella, si evince che la nostra Regione, al netto dello sconto praticato, versa annualmente allo Stato centrale 1,1 miliardi di euro per compartecipare alla riduzione del debito nazionale che, paradossalmente, continua a crescere, anche perché la sensazione che abbiamo è che i nostri soldi servano a ben altro.

Pertanto, se nel bilancio regionale sono previste uscite di compartecipazione per 370 milioni, fissi e immutati, la riduzione per due anni dovrebbe portare giovamento ma è da comprendere fino a che punto.

Il primo dubbio sorge rispetto all’opportunità del passaggio al “maturato”, in sostituzione del “riscosso”, con la riduzione delle aliquote di compartecipazione, ad esempio, su un tributo solido e certo come l’IVA, passando dal 91 al 59 percento, in cambio dell’estensione della compartecipazione a un maggior numero di tassazioni cui attingere. Ne vale la pena soprattutto quando sono sempre incombenti gli effetti delle clausole di salvaguardia con i probabili aumenti delle aliquote dell’IVA?

Secondariamente, la soluzione del “maturato” dovrebbe avvantaggiare la Regione ma si omette il fatto che nella stessa finanziaria dello Stato sono state introdotte l’eliminazione di alcune leggi esistenti di contribuzione dello Stato verso enti regionali onde preservare questa parità: è il caso della legge che prevedeva il rimborso dello Stato per l’IMU sulla prima casa abrogata.

E naturalmente l’incubo dei 370 milioni incombe sempre dal 2020 all’eternità ed è questo il motivo per cui continuiamo ad avanzare la nostra proposta di partito territoriale. Il Patto per l’Autonomia nasce per valorizzare la nostra Regione a statuto speciale e per difendere i suoi cittadini dall’ingiustizia di continuare a contribuire al risanamento dello Stato in maniera più che proporzionale rispetto la sua popolazione che rappresenta il 2 percento del totale nazionale a fronte di un esborso di 1,1 miliardi pari a un 4,4 percento del totale di contribuzione richiesto alle regioni per la riduzione dell’indebitamento di 25 miliardi di euro l’anno.

Markus Maurmair

NOI NON VOGLIAMO LA MACROREGIONE CON VENETO E TRENTINO ALTO ADIGE!

26730816_1380804132030573_2074324507405674320_nLo diciamo forte, così che capiscano tutti.
Lo diciamo il giorno dopo che l’on. Roberto Morassut del PD ribadisce che il suo partito vuole le macroregioni.
Lo diciamo rileggendo la proposta di legge 862 del Gruppo Parlamentare di Forza Italia.
Lo diciamo ricordando le ondivaghe dichiarazioni di Salvini e dei Grillini (alias 5 stelle) su questo tema.
L’autonomia, vera, speciale, del F
riuli – Venezia Giulia è il presupposto indispensabile per immaginare un futuro migliore per le nostre Comunità, per ricostruire spazi di autogoverno, per riportare l’economia al servizio delle persone e non della finanza globale.
Lo dice la nostra Storia, lo dicono le lingue che si parlano nei nostri territori, lo dicono i risultati straordinari che abbiamo ottenuto, ad esempio, nella gestione della Sanità e della Protezione civile; poi è arrivato il doppio renzismo di Tondo (Renzo) e di Serracchiani (vice Renzi) e rischiamo di mettere tutto in discussione.
C’è un’unica strada per difendere con certezza la nostra Specialità e si chiama Patto per l’Autonomia.
Tutto il resto è noia.

La drammatica messa in mora del sistema democratico

Come Patto per l’Autonomia denunciamo l’assenza di qualsiasi forma di trasparenza poiché a, verosimilmente 10 giorni dal deposito dei simboli dei partiti che concorreranno alle prossime elezioni politiche (e il condizionale sui termini è d’obbligo), il Ministero dell’Interno non ha ancora reso noto le procedure per predisporre le istanze di candidatura a coloro che vogliono partecipare alla tornata elettorale.

È del tutto evidente che non si intende dare spazio a nuove democratiche forme di partecipazione popolare.

“Come Patto per l’Autonomia ringraziamo i funzionari locali delle Prefetture che, su nostra sollecitazione, si sono prodigati (anche nei giorni di festa) nel cercare di darci delle risposte. L’amara constatazione a poco più di una settimana dal deposito obbligatorio dei simboli elettorali e a meno di 30 giorni dalla presentazione delle liste con le firme da raccogliere, la realtà è che non si sa come preparare la documentazione. I partiti che hanno esponenti in Parlamento dormono sonni tranquilli. Le nuove formazioni politiche rischiano invece di essere escluse per l’inadempienza a una legge che non è ancora stata dettagliata dal Ministero degli Interni. È un fatto di inaudita gravità che dimostra ancora una volta come si voglia allontanare i cittadini dalla politica riservando il potere nelle mani di una oligarchia incarnata dalle segreterie di partito.

Tutto ciò ci spinge ancor di più a impegnarci per fare in modo che il Patto per l’Autonomia, slegato da lacci e ricatti delle segreterie di partito, diventi il primo e unico baluardo a difesa degli interessi dei cittadini del Friuli Venezia Giulia.

Clicca sul video qui sotto e diffondete il video, condividetelo e aiutateci a fare pressione sul Ministero.

Politiche per la famiglia, elezioni e bonus bebé

Pubblichiamo nel nostro blog un’interessante nota di Rosario Di Maggio sul tema delle politiche per la famiglia, il lavoro e il bonus bebè.

Anche recentemente il Presidente della nostra Regione, Debora Serracchiani, è intervenuta nel dibattito sulla difesa demografica dei nostri territori. In campagna elettorale, quasi sempre, sia per lei che per gli altri contendenti, questo significa, in soldoni, lanciare la promessa di qualche bonus economico, pensando che questo possa essere risolutivo. E, specialmente, sufficientemente appetibile a recuperare consensi.

Ma come stanno veramente le cose in Italia, ce lo spiega l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, nel suo annuale report. Le dimissioni volontarie per genitori con figli fino a 3 anni d’età sono state 37.738, di cui 29.879 donne. Di queste quasi 30.000 lavoratrici, appena 5.261 sono passate ad altra azienda, mentre tutte le altre (24.618) hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino, per i costi elevati e mancanza di nidi, e/o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia.

Per inciso, per gli uomini la situazione è capovolta: su 7.859 papà che hanno lasciato il lavoro, 5.609 sono passaggi ad altra azienda e solo gli altri hanno deciso di farlo per difficoltà familiari. I dati, lo ripetiamo, si riferiscono al 2016, i più recenti a disposizione per redigere il rapporto.

A titolo esemplificativo, in Lombardia, tra le donne dimesse dal lavoro (6.767 in tutto), quasi la metà si sono licenziate per mancato accoglimento al nido, per mancanza di parenti di supporto e per l’elevata incidenza dei costi di assistenza. Analizzando la qualifica delle donne che lasciano l’impiego, le statistiche indicano chiaramente come esista una relazione diretta tra bassi salari e dimissioni. Tra operaie e impiegate si arriva a 28.102 licenziamenti, mentre dirigenti e quadri ammontano a sole 680 unità.

Se si assume infatti, come ipotesi, un tipico stipendio da bassa qualifica (attorno ai 1.000 Euro), sottraendo in media 500 euro per baby sitter e asilo, dai 500 euro rimanenti è necessario comunque scomputare anche i costi base (ad esempio i pannolini). Resta talmente tanto poco da indurre alla scelta di restare a casa per dedicarsi solo ai figli. Peraltro, peggiorando la situazione, perché le dimissioni comportano l’automatica esclusione di altri piccoli benefici, come il Bonus baby sitter.

Questa è la fotografia reale della situazione. Altro che bonus bebè elettorale.

#quicedalavorare

Rosario Di MaggioClicca qui per scaricare il rapporto integrale

Una moltitudine di gocce…

Un contributo di Tullio Avoledo sul Gazzettino di oggi: una riflessione sulla modernità e sull’attualità dell’autonomismo.

Caro anno ti scrivo…
È l’ora di svegliarci dal torpore: «Cari lettori, a 60 anni ho capito che i desideri non si realizzano da soli ma bisogna darsi da fare perché diventino realtà» «Ogni singolo individuo può partecipare al cambiamento: una moltitudine di gocce d’acqua unita dà vita all’oceano»

Caro 2018, non ti scrivo un bel niente. Perché sei solo una misura del tempo, uno di quei trucchi che noi umani ci inventiamo per misurare la realtà. Mica si scrive ai metri, o ai litri. Perché, allora, dovrei scrivere a un anno? Scrivo invece ai lettori di questo giornale. Scrivo per raccontarvi il mio sogno per l’anno che verrà. A 60 anni ho ormai imparato che i desideri non si realizzano da soli. Che devi darti da fare, se vuoi che diventino realtà. Il mio desiderio per il 2018 è che gli uomini e le donne di buona volontà si sveglino dal torpore e decidano di riprendere in mano il loro destino. Si sente spesso dire «cosa può fare un individuo solo? Come può pensare di cambiare le cose? È come lottare contro i mulini a vento». A queste obiezioni rispondo con due battute di dialogo dal libro di David Mitchell, Cloud Atlas. «Qualsiasi vostra azione – dice un personaggio, per convincere un altro a desistere dal battersi contro la tratta degli schiavi – non sarà che una singola goccia in un oceano sconfinato». Ma l’altro risponde, sereno: «E che cos’è l’oceano, se non una moltitudine di gocce?».

In un mondo come il nostro, ognuno di noi può sentirsi così, un’insignificante goccia tra miliardi di gocce. Può provare un senso d’impotenza, di sconforto. Ma l’oceano è fatto di gocce. Ogni nostra azione ha riflessi sulle vite di altre persone, ogni nostro pensiero pronunciato ad alta voce innesca un processo di comunicazione che può portare a grandi cambiamenti. E il cambiamento che mi auguro per il 2018 è che il nostro Paese – e il Friuli per primo – ritrovino dignità e onestà.

A chi rimpiange il mondo del passato, un mondo povero di beni materiali ma ricco di dignità e di interazioni personali, faccio presente che la dignità non ti viene da fuori, dagli altri. La dignità – quella vera – nasce dentro di noi. Si può essere poveri, infermi, maltrattati dalla vita, ma essere grandi nella dignità. Un esempio nobile e commovente ce l’ha dato il poeta Pierluigi Cappello, la cui vita è stata una parabola luminosa di come l’anima possa superare ogni difficoltà terrena. Ma Pierluigi era un santo. Noi siamo uomini normali. La nostra forza viene dall’unione con gli altri. Il mondo d’oggi, il neofeudalesimo imposto da chi ci comanda, non a caso tende a favorire il nostro isolamento. Magari abbiamo (o crediamo di avere…) centinaia di “amici” su Facebook ma non sappiamo chi viva nell’appartamento accanto al nostro. Trascuriamo la politica, perché “tanto non si può cambiare niente”. Pensiamo, ben che vada, al nostro lavoro, alla famiglia, alla nostra casa, e intanto lasciamo che il mondo intorno si deteriori e s’incanaglisca. Abbiamo ormai delegato tutto ai manager, di ogni tipo. Se potessimo, la nostra pigrizia affiderebbe a loro anche il compito di pensare per noi.

I manager amministrano le imprese, le banche, la politica. Non hanno timore di farlo, perché non fanno parte della comunità su cui le loro decisioni impattano. Non sono guidati dalla ricerca del benessere sociale o della giustizia, ma solo dall’ingordigia, loro e delle entità che rappresentano, siano esse una multinazionale o un governo. Quando li vediamo, quando li sentiamo parlare, risultano spesso evidenti la loro incompetenza e la loro disonestà, eppure deleghiamo a loro le scelte che decidono delle nostre vite, del nostro futuro. Io mi auguro che il 2018 faccia piazza pulita di tutto questo.

Chiedo a chi mi sta leggendo di convincersi che noi, e solo noi, possiamo cambiare il mondo. Per la nostra Regione, le prossime elezioni non sono un’occasione qualunque: rappresentano l’ultima possibilità di cambiare le cose, di fermare il degrado prima che si trasformi in collasso. È l’ultima chiamata per tutti gli uomini e le donne di buona volontà perché escano dal guscio del privato e s’impegnino in politica. Anni di governi “tecnici” hanno distrutto il Paese. Le fabbriche chiudono, i pezzi più pregiati della nostra realtà produttiva sono stati svenduti a multinazionali straniere. La ripresa di cui si riempiono tanto la bocca non c’è o, se c’è, non è certo per tutti. Il degrado dell’ambiente e della convivenza sociale si respirano, si toccano. Aria e acqua sono contaminati, il suolo viene sprecato. Il divario tra chi ha e chi non ha diventa di giorno in giorno più grande. Per la prima volta dagli anni ‘70 la nostra regione è tornata, tristemente, a essere terra di emigrazione.

A livello nazionale non sembriamo più in grado di fare nulla: né di realizzare infrastrutture decenti, né di ricostruire i paesi devastati dalle calamità naturali e nemmeno di accogliere in modo civile i profughi che lasciamo entrare e vagare per il Paese. È tempo di dire basta. Di gridare un sonoro NO in faccia a chi, come avrebbe detto Gaber, ha come slogan “far finta di essere sani”. Ecco, vorrei che il 2018 fosse un anno di impegno politico. Per me lo sarà. Bisogna sconfiggere i manager di un sistema fallimentare e bugiardo e al tempo stesso evitare che un voto di pura protesta ci consegni nelle mani di incapaci come quelli che pullulano in certi movimenti populisti. Dobbiamo votare non con la pancia, ma con la mente e col cuore, eleggendo donne e uomini onesti e capaci.

Ma soprattutto dobbiamo ricordarci che le pulizie cominciano in casa propria. Che quello che sarebbe difficile, se non impossibile, realizzare subito a livello nazionale, possiamo farlo qui, ora, in Friuli. Bisogna ridare alla Regione un governo di persone libere, oneste e capaci, che sappia usare al meglio quel meraviglioso documento che è il nostro Statuto di regione autonoma. Leggetelo e vi stupirete per le possibilità che offre. Senza bisogno di fare rivoluzioni, semplicemente applicando lo Statuto, che gli ultimi governi hanno calpestato e ignorato ma fortunatamente non ancora abolito, saremmo in grado di rendere la nostra Regione autonoma di fatto nelle scelte fondamentali: il controllo del demanio pubblico e delle acque, le politiche industriali, la sanità, la scuola. Potremmo rovesciare le scelte fatte da manager pubblici idioti, quelle che stanno affossando il nostro sistema sanitario e attuando riforme territoriali costose, inutili e inconcludenti. Uomini e donne di buona volontà lottano ogni giorno nelle fabbriche, nelle aule scolastiche, nelle corsie degli ospedali, per lenire, con il loro impegno quotidiano, i guasti provocati da scelte sbagliate imposte dall’alto. Le elezioni del 2018 rappresentano la linea del Piave. È tempo di reagire, di battersi per quello che è giusto. Per usare le parole di Primo Levi: “Se non ora, quando?”. Il Friuli può decidere – ma deve farlo adesso, prima che sia troppo tardi – di riprendere nelle proprie mani il suo destino, diventando un esempio virtuoso per tutto il Paese. Insieme possiamo farcela. E’ tempo che il buon senso torni a guidare le nostre azioni e le nostre scelte. E’ tempo di costruire, di progettare il futuro, con amore e con gioia, con fiducia e senso di responsabilità. E’ tempo di curare le ferite della nostra terra, di ridare speranza ai nostri giovani. Il 2018 sarà l’anno in cui il voto di ognuno di noi avrà un peso formidabile, se dato con intelligenza e non sprecato. Possiamo realizzare un’autonomia virtuosa, un progetto inclusivo che ridia dignità e un futuro migliore a ogni abitante della nostra regione.

Ecco, io ho solo questo desiderio, per l’anno che verrà. Ma è un desiderio grande come il mondo. Mi impegnerò, non da solo, perché possa realizzarsi, e spero – è questo il mio augurio – che molti altri si uniscano a noi. Perché cos’è un oceano, se non una moltitudine di gocce?

Tullio Avoledo | Il Gazzettino

Elezioni regionali e politiche: conferenza stampa domattina a Udine

Domani, Sabato 30 dicembre alle ore 11.30 al Caffè Caucigh in Via Gemona a Udine, si svolgerà una conferenza stampa in cui il Patto Per l’Autonomia renderà note le proprie determinazioni a proposito delle future consultazioni elettorali, dalle elezioni politiche a quelle regionali.

Per approfondire questi nuovi scenari prenderanno parte all’incontro:

  • Massimo Moretuzzo, sindaco di Mereto di Tomba – Patto per l’Autonomia 
  • Federico Simeoni, consigliere provinciale di Udine e segretario di Patrie Furlane
  • Rosario Di Maggio, portavoce dei Manovali per l’Autonomia
  • Markus Maurmair, sindaco di Valvasone Arzene – Patto per l’Autonomia.

Bon cop de falç, defensors de la terra!

Il mio primo impulso nello scrivere questa confusa noterella era di intitolarla Homage to Catalonia come il celebre libro in cui George Orwell racconta le sue esperienze di volontario nella guerra civile spagnola sul fronte dell’Aragona. Alla fine ho scelto come titolo il verso centrale del ritornello dell’inno nazionale catalano Els segadors (i mietitori): Buon colpo di falcetto, difensori della Terra! L’inno celebra una delle prime sollevazioni della Catalogna contro l’oppressione della monarchia spagnola, la Guerra dels segadors (1640-1659). L’allora re di Spagna, Filippo IV, aveva annullato l’autogoverno della Catalogna, come poi farà Filippo V nel 1707, e Filippo VI nel 2017 (sì è vero: il nome Filippo porta una jella tremenda ai sovrani spagnoli). Il 7 giugno 1640, giorno del Corpus Domini, i contadini catalani impegnati nella mietitura entrarono, armati di falci, in Barcellona e ne scacciarono le truppe spagnole. In seguito alla liberazione della città, il Presidente della Generalitat Pau Claris proclamò la (prima) Repubblica Catalana. Nella sua meccanica, il Corpus de sang catalano è stato una replica della nostra Zoiba Grassa del 1511 ma con Strumieri e Zamberlani in ruoli invertiti.

Nei giorni di Filippo IV la libertà della Catalogna è stata riconquistata (per un breve periodo) dai contadini, ovvero dalla base della piramide sociale. Lo stesso è accaduto adesso, al tempo di Filippo VI. I politici dei partiti catalanisti hanno commesso i loro errori (anche se non proprio tutti quelli che gli attribuiscono i giornali italiani). La causa della Catalogna pareva compromessa, e il governo renziano di Madrid ne ha approfittato per dare un’ulteriore stretta alla repressione: ha sospeso l’autonomia della Catalogna, commissariato la Generalitat, arrestato o costretto all’esilio il Governo legittimo, introdotto la censura preventiva ai mezzi di comunicazione sospetti di indipendentismo, costretto ad andarsene alcune imprese per poter gridare alla sciagura economica in caso di vittoria catalanista, scatenato contro i “secessionisti” tutti i giornali e le tivù e mobilitata ogni possibile risorsa del centralismo: il tutto senza farsi alcun scrupolo né morale né legale. I catalani, hanno affrontato l’impari sfida con mani e bocche legate, e con tutti i leader in carcere o in esilio. Si è trattato di una prova di resistenza in condizioni estreme. Ma i catalani hanno vinto: mantengono la maggioranza assoluta nel Parlament. E stato un miracolo, ma i suoi artefici non sono le (pur ottime) persone che dirigono i partiti catalanisti in assenza dei capi. È stato il popolo, la gente spicciola che si è mobilitata e non ha mai smesso di inviare sms e tweet ad amici e vicini, che ha organizzato migliaia di incontri, cene, manifestazioni culturali, esibizioni musicali, ripetendo senza sosta poche parole d’ordine ma di una chiarezza estrema: #FemRepública, o #LlibertatPresosPolítics. È stata la mobilitazione capillare e spontanea di centinaia di migliaia di cittadini semplici che ha sconfitto la (per nulla gioiosa) macchina da guerra dello Stato. A livello della politica-spettacolo tra leader hanno vinto i centralisti (che schieravano una graziosa candidata), ma nelle urne ha prevalso il popolo cosciente di esserlo. I leader catalanisti, poverini, neppure c’erano (M. Rajoy si è vantato di avere “decapitato” l’indipendentismo).

La prima lezione è questa: è la gente che fa la Storia, non le élite, non le Leopolde e neppure le Genoveffe. La nostra deferente ammirazione va all’attivista ignoto che si è mobilitato da sé, senza attendere direttive da un “alto” che non c’era, e ha lavorato senza posa per settimane perché nel suo paesino o nel suo quartiere nessun voto mancasse alla Repubblica:

Bon cop de falç!

Si merita una segnalazione anche il partito renziano di M. Rajoy. In Catalogna i renziani hanno perso i 3/4 dei loro seggi. Ne avevano 11 (lo stesso numero dei parlamentari PD in FVG nel 2016) ora ne hanno 3 (il numero di parlamentari PD-FVG previsti dai sondaggi). Male! Sono sempre 3 in più di quelli che si meritano.

Le categorie della politica a volte sembrano possedere un senso dell’ironia. Penso alla teoria della “Repubblica una e indivisibile” dei giacobini. Parrà strano a chi non è avvezzo alle sottigliezze della Storia, ma in questo momento quella teoria è rivendicata dagli indipendentisti catalani, non dai renziani di Madrid che difendono la “unità” del regno di Spagna. No, i catalani non sono impazziti (e non lo sono neppure io). Il punto è che i giacobini, avendo la pretesa di essere espressione della “volontà della Nazione”, e volendo al contempo negare alle minoranze linguistiche il diritto a esprime una loro “volontà della Nazione” di separarsi dallo Stato giacobino per formarne uno proprio, sono stati costretti a formulare una teoria della “Nazione” opposta a quella storico-naturalista secondo cui la nazione è una realtà oggettiva determinata dalla comunanza di lingua, tradizioni, etc. Se si accetta l’idea che l’esistenza di una nazione sia un fatto “oggettivo”, basato
in primo luogo sulla lingua, diventa impossibile negare, per esempio, che i friulani formino una nazione — “Non c’è nulla di più scientifico della glottologia”, rispondeva Pasolini ai comunisti “scientifici” che negavano questo ovvio sillogismo. Ma i giacobini non possono certo accettare questa conclusione; ecco allora che si inventano una teoria alternativa della “Nazione” sintetizzata nella famosa formula: “La Nazione è un plebiscito di ogni giorno”.

Per i giacobini, la Nazione esiste in quanto ciascun cittadino si riconosce, in ogni suo atto della vita quotidiana, nell’appartenenza alla comunità politica scegliendo di condividerne il “destino storico”. Questo sentirsi parte della comunità politica, della Repubblica, è il referendum implicito che si tiene ogni giorno, e che dà legittimità alle Istituzioni politiche. Per i giacobini, questa è la Costituzione sostanziale della Repubblica, che è “una e indivisibile” perché (e finché) unica  è la coscienza dei cittadini. Pier Paolo Pasolini ha espresso lo stesso concetto nello scritto Il Friuli Autonomo (1948): L’appartenenza ad una data Patria non è un fatto, ma un atto di coscienza.

Ora, dicono i catalani, se l’essenza della Repubblica è l’esistenza di milioni di cittadini che in essa si riconoscono e che si sentono impegnati a costruirne il futuro, allora la Repubblica Catalana esiste ed è una realtà molto più solida e concreta del Regno di Spagna o dell’Impero di Renzonia. La Catalogna ha i suoi cittadini – coscienti e impegnati – e finché la Catalogna avrà i suoi cittadini, nessun Renzi di Spagna riuscirà a cancellarla. Ancora Pasolini, nell’ultimo testo che ha scritto, con l’intento che fosse il suo Testamento spirituale (Saluto e augurio, 1974):

La Repùblica a è drenti, tal cuàrp da la mari.

La Repubblica è dentro di noi cittadini coscienti e costruttori di futuro, non nei Palazzi di Roma e tanto meno nella reggia di Re Borbone a Madrid.

Visca la terra lliure!

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata 

Regione FVG, autonomia e riforma delle Camere di Commercio

Come volevasi dimostrare, a suon di abdicare all’esercizio dell’autonomia si finisce per credere che lo Stato abbia ragione anche quando l’ultima parola spetterebbe a noi. E’ la triste conclusione a cui si giunge dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale che in merito alla riforma delle Camere di Commercio ha sancito l’illegittimità procedurale dell’iter seguito dal Mise nel decretare gli accorpamenti degli enti camerali.

Andava sentita la Regione, ma il Governo non lo ha fatto. E la Regione non ha voluto nemmeno resistere in giudizio, dando per scontata la sconfitta. Il Friuli Venezia Giulia ha voluto essere più realista del re e mentre altre Regioni (non solo guidate dal centrodestra) reclamavano il diritto di essere consultate, la nostra taceva. Con l’aggravante che le ricorrenti sono Regioni a Statuto ordinario, mentre la nostra è a Statuto speciale e su questo terreno aveva ed ha precisi doveri nei confronti del sistema camerale e dei cittadini. Le imprese hanno diritto a un punto di riferimento efficiente e vicino e il sistema imprenditoriale pordenonese: e la collettività ha diritto ad avere personale politico che difende le prerogative della sua Regione, soprattutto quando il sistema territoriale glielo chiede.

Lo abbiamo già detto: se c’è la volontà politica di farlo, gestire in forma autonoma la materia delle Camere di Commercio si può. Due sono le strade percorribili. Lo evidenzia ciò che già è stato attuato in Trentino Alto Adige che ha richiesto e ottenuto competenza primaria su questi temi.

Primo, è necessario chiedere l’attribuzione della competenza legislativa primaria in materia, da inserire nell’art. 4 del nostro Statuto: in questo caso la richiesta nella legge-voto non può che essere “secca”, con l’eventuale accompagnamento della clausola per cui la Regione si accolla gli oneri derivanti dalla nuova attribuzione.

Secondo, nel frattempo serve utilizzare le norme di attuazione per ottenere almeno le competenze amministrativa in materia: in questo caso si fa leva sul norme già presenti nel nostro Statuto nel senso che la delega dell’esercizio delle funzioni amministrative statali alla Regione può essere fatta anche con norme di attuazione che, formalmente, sono una fonte statale (decreto legislativo). Quanto al contenuto, la Regione è titolata a chiederle perché trattasi di una “materia” che, sebbene assente dagli elenchi dello Statuto, è comunque riconducibile all’agricoltura, industria e commercio e artigianato, che invece ci sono (restano ovviamente esclusi i profili civilistici e tributari). Dal punto di vista della realizzabilità in concreto, si tratterebbe di una strada più percorribile. E il fatto che la Consulta sostenga la necessità dell’intesa Stato-Regione mostra che gli spiragli per ottenere queste competenze ci sono.

Quindi, anziché dipendere dalla volontà centrale dello Stato, in una logica di reale valorizzazione della nostra Autonomia, slegandosi dagli obblighi conseguenti dai partiti nazionali, si può rivendicare la competenza sulle Camere di commercio e decidere noi stessi sul loro destino.

Personalmente sono poi convinto che ci sono tutti i presupposti di salvaguardare le tre camere attualmente esistenti, e in particolare quella di Pordenone: ma ciò lo si potrà fare solo dopo aver fatto un reale esercizio della nostra Autonomia Speciale attraverso il Consiglio Regionale.

Markus Maurmair

 

Qui sotto l’articolo de Il Gazzettino:

Scuola regionale, serve la competenza primaria

Una scuola autonoma “made in Friuli” come antidoto ai guasti della “Buona Scuola” del Governo Renzi? Alla Conferenza regionale di valutazione della legge sulla tutela della lingua friulana Sergio Bolzonello è parso appoggiare questa tesi quando ha detto testualmente “Da quando ho lanciato il tema della regionalizzazione della scuola tutti mi sono venuti dietro. C’è da chiedersi perché finora nessuno ci avesse pensato”: peccato che solo due mesi fa Debora Serracchiani a Villa Manin sosteneva che «Acquisire la competenza sulla scuola è una proposta concreta che abbiamo fatto solo noi, aprendo una trattativa con lo Stato». Verrebbe da dire “Mettetevi d’accordo”, perché fanno un po’sorridere presidente e vice che si arrogano a vicenda l’una il merito di qualcosa di avviato, l’altro la primogenitura di qualcosa di mai prima rivendicato. E si sarebbe portati a dire “Meglio tardi che mai”, se non ci fosse il sospetto che si tratti di una boutade ormai quasi fuori tempo massimo. Si parla di competenza, ma quanto fatto dalla Giunta sinora è solo l’avvio della richiesta di regionalizzazione dell’Ufficio Scolastico Regionale (Usr) del FVG. Cosa ben diversa, e tuttavia avviata tardivamente.

Ben difficilmente questo percorso, attualmente al vaglio della Paritetica, sarà infatti portato a compimento nel breve spazio che resta fino alla fine della legislatura da un governo già in palese crisi di operatività dovuta alle manfrine prelettorali dei partiti romani. Vien da chiedersi se fosse necessario aspettare quattro anni e mezzo di legislatura per porre sul tavolo la questione, se davvero c’era la convinzione che questa fosse la strada giusta. Ma lo è?

Va fugato subito un equivoco di fondo, perché andrebbe spiegato in cosa consiste esattamente la “regionalizzazione” di cui si parla e in che modo concorrerebbe a risolvere la situazione drammatica nella quale si dibatte la scuola friulana tra carenze di organici, dirigenze vacanti e reggenze a macchia di leopardo, ora pure la difficoltà nel coprire i ruoli di Direttore dei servizi generali amministrativi (Dsga) che sono nevralgici per ogni istituzione scolastica. Solo l’abnegazione e la preparazione del personale scolastico a tutti i livelli (dirigenti, docenti e personale tecnico-amministrativo Ata) permettono oggi alla nostra scuola di primeggiare nei test Ocse Pisa a livello europeo, ma è difficile pensare che si possa incidere ulteriormente sulla qualità del sistema con il semplice trasferimento della competenza sull’Usr, se essa dovesse configurarsi come il mero trasferimento degli stipendi dei dipendenti dallo Stato alla Regione e poco altro.

Questa regionalizzazione dell’Usr, qualora si conseguisse a tempo di record, porterebbe sicuramente vantaggi diretti in materia di dimensionamento degli istituti, di ridefinizione degli orari scolastici, di formazione dei docenti e di integrazione degli alunni stranieri. Ma il reclutamento degli insegnanti, la copertura delle dirigenze e delle direzioni amministrative e degli organici Ata, l’adozione di programmi più mirati al territorio e la creazione di un sistema di valutazione indipendente? Resterebbero comunque tutti problemi aperti. E a farne le spese sono gli studenti e le famiglie.

Invece di mirare basso a nostro parere è nevralgico volare alto, e partire dal presupposto che se la scuola regionale vuol essere speciale non deve essere indifferente al territorio. E solo uno strumento potrebbe darci la possibilità di un effettivo autogoverno della scuola: la competenza primaria sull’istruzione. Sarebbe una soluzione efficace a più livelli: organizzativo, gestionale e didattico. Invece questa Regione, salvo assistere a tentativi maldestri di lanciarla a sei mesi dalle elezioni da parte di chi per 4 anni non ne a voluto sentir parlare, ha finora sempre mancato di rivendicarla. Perché? In Friuli Venezia Giulia non c’è per ora la cornice istituzionale per creare una vera e propria scuola regionale, ma per superare i limiti istituzionali fissati dallo Statuto occorre avere una visione politica chiara che finora è mancata. Bene che si porti la questione in Paritetica, ma si poteva e si doveva essere più ambiziosi e puntare più in alto, se non altro a livello di rivendicazione.

Le altre Regioni possono farci da modello: ad esempio in Trentino Alto Adige le scuole dell’infanzia sono provinciali e i programmi li decidono loro. E nella scuola superiore si studia un manuale di storia trentina nel programma curricolare ordinario. Non solo: i trentini hanno il loro sistema di valutazione, che è già considerato un fiore all’occhiello della scuola italiana. In Val d’Aosta poi la cornice della lingua francese serve a creare un sistema dell’istruzione fortemente differenziato. Bravi loro? Ma anche da noi i modelli ci sono, a partire dalle scuole slovene delle province di Gorizia e Trieste e dall’Istituto Bilingue di San Pietro al Natisone. Sono modelli che funzionano, anche se la maggior parte dei cittadini della Regione magari nemmeno sa che esistono. Eppure costituiscono un modello per una scuola regionale plurilingue che deve ottimizzare le lingue del territorio per poi aprirsi a tutte le altre, come sta avvenendo in Valcanale per il nuovo progetto di una scuola plurilingue a servizio di tutto il Tarvisiano. Frutto di amministratori coraggiosi che andrebbero sostenuti in ogni modo.

Per poter diffondere capillarmente questi esempi sul territorio, le competenze che si dovrebbero richiedere allo Stato centrale sono tante: a partire da quella sul governo del personale scolastico che Roma dovrebbe cedere, ovviamente con le relative risorse. Quindi bisognerebbe ottenere la competenza sulla programmazione dei curricoli e sul governo del sistema paritario. E serve anche che la dotazione  dell’assessorato regionale non si limiti al personale amministrativo ma comprenda un’equipe scientifica di alto livello per  affrontare al meglio questa sfida. Insomma, non basta cambiare la targhetta sulla porta dell’Ufficio scolastico per cambiare la scuola della Regione. Serve rivendicare con forza la competenza primaria e anche le risorse. In un convegno da noi organizzato nel 2015 a Casarsa Daniele Galasso, membro della Paritetica Stato- Regione, quantificava il costo della gestione autonoma dell’istruzione in Regione in qualcosa meno di 800 milioni, ovvero la stessa cifra del patto Serracchiani-Padoan: se lo Stato ci restituisse questa parte di maltolto, ecco che la scuola regionale diventerebbe realtà. In pochissimi anni.

Mario Battistuta e Walter Tomada

L’intervista de Il Piccolo a Sergio Cecotti

Pubblichiamo qui sotto il testo integrale dell’articolo-intervista di oggi a Sergio Cecotti, pubblicato nel giornale “Il Piccolo” (a cura di Marco Ballico).  Purtroppo il titolo dato all’intervista non rende bene l’idea di Sergio Cecotti, anzi la distorce. Non fatevi fuorviare dal titolo malizioso: se si leggerà in modo completo il domanda-risposta si comprenderà come l’attestato di stima è sulla oggettiva superiorità politica di Riccardo Illy rispetto agli attuali due competitor di centrosinistra e centrodestra: Bolzonello e Riccardi.

 

«A volte succede che sei costretto a partire anche tu». Non è il «mi candido» della scorsa estate, ma pare comunque un altro segnale: Sergio Cecotti è pronto a candidarsi alle regionali alla guida del Patto per l’Autonomia. Ma l’ex presidente del Friuli Venezia Giulia e sindaco di Udine, in vista del 2018, aggiunge un clamoroso endorsement a favore di Riccardo Illy: una possibile soluzione per il dopo Tondo-Serracchiani.
Cecotti, come procede il percorso verso le regionali del Patto?
Sta lavorando bene: lasciano ad altri la politica chiacchierata e si concentrano sul mettere radici profonde nel territorio e nella società, ambiti lasciti sguarniti dal ceto politico. Il tema però ha carattere storico, non elettorale. Questa regione vuole la discontinuità col decennio Tondo-Serracchiani, oppure è già rassegnata a una terza legislatura all’insegna di un declino sempre più rapido?
Che cosa auspica?
L’unità di tutti quelli che vogliono archiviare questo desolante decennio. Non parlo solo dei soggetti politici, ma anche sociali, sindacali, professionali, culturali, territoriali. L’intera coscienza civile del Friuli Venezia Giulia.
Perché è sempre così critico verso Tondo e Serracchiani?
(Sorride). A suo tempo sono stato critico verso la giunta Illy. Dopo averlo comparato ai successori, oggi Illy mi appare un gigante illuminato d’immenso.
Sarebbe un buon candidato presidente?
Non ho né titolo né velleità di suggerire candidature. Ma è vero che oggi Illy gode di una forte carica simbolica: è il presidente precedente al decennio maledetto, rappresenta la continuità con la Regione com’era prima di venire dirottata su un binario morto. Verrebbe vissuto da molti come la prova provata che il decennio 2008-2018 è stato rimosso come errore della storia.
Quali sono i punti programmatici che lei ha suggerito al Patto?
Più che suggerire, ho orecchiato il loro dibattito. La lista dei temi da affrontare è lunga e impegnativa. Ricostruire la sanità pubblica che è stata terremotata. Ricucire la coesione sociale e territoriale che è stata lacerata. Bloccare le leggi “renzianissime”, come la soppressione della Camera di commercio di Pordenone, una delle più efficienti d’Italia. Farsi restituire dallo Stato i soldi che Tondo-Serracchiani gli hanno indebitamente regalato. Ridare alla Regione la funzione per cui era nata: essere il luogo istituzionale dove si elabora un progetto di futuro per il territorio e si governano i processi con coerenza per trasformare quel futuro in realtà. Si è lasciato il processo ingovernato, col risultato che siamo tra i sistemi territoriali maggiormente penalizzati dalla globalizzazione.
Le porte sono chiuse a qualsiasi intesa? L’hanno cercata centrodestra o Pd per aprire una trattativa?
Credo che i dirigenti del Patto parlino con tutti quelli che hanno qualcosa da dire in buona fede. Per quanto riguarda me, non mi ha cercato né il centrodestra né il Pd. Del resto, perché mai dovrebbero farlo?
È pronto a guidare il Patto alle regionali?
Egoisticamente, mi piacerebbe poter dire ai tanti che vogliono rompere col Tondo-Serracchianismo: “armiamoci e partite”. Ma a volte succede che poi sei costretto a partire anche tu.
Pd, sinistra, centrodestra, M5S. Qual è il male minore?
Non ha senso disquisire su chi sia il male minore tra il clone di Tondo e il clone della Serracchiani. La lista di sinistra non sembra competitiva per il governo, ma ha il merito di denunciare il Tondo-Serracchianismo. Sul M5S mi mancano alcuni dati cruciali per esprimere un giudizio: vogliono la discontinuità con questi dieci anni o no? Sono disposti a impegnarsi per impedire la terza legislatura del declino? Intendono mettere in campo una proposta competitiva di governo, o si accontentano di presentare una lista per assicurarsi un certo numero di consiglieri d’opposizione?
Che ne pensa di Honsell federatore della sinistra?
Vedi alla voce Pisapia.
Il suo ex vicesindaco Martines può continuare la serie di vittorie del centrosinistra a Udine?
Io penso che la città sia profondamente insoddisfatta di come è stata governata dal Pd. A Martines ho detto che può sperare di vincere solo se tutti gli altri si suicidano. Confortato dai precedenti, lui ci spera; ma è spes contra spem.
Come giudica l’addio di Serracchiani dopo un solo mandato?
Non mi permetto di esprimere giudizi, posso solo riferire l’impressione che ne ho ricevuto. Mi è sembrata una triplice fuga: dal giudizio degli elettori, dalle responsabilità delle scelte fatte e dalla realtà. Verrebbe da dirle: cara presidente, se sei tanto convinta di aver governato bene, perché non resti a prenderti gli applausi dei cittadini? D’altra parte, se non ne è convinta lei, perché dovremmo esserne convinti noi elettori?