Bon cop de falç, defensors de la terra!

Il mio primo impulso nello scrivere questa confusa noterella era di intitolarla Homage to Catalonia come il celebre libro in cui George Orwell racconta le sue esperienze di volontario nella guerra civile spagnola sul fronte dell’Aragona. Alla fine ho scelto come titolo il verso centrale del ritornello dell’inno nazionale catalano Els segadors (i mietitori): Buon colpo di falcetto, difensori della Terra! L’inno celebra una delle prime sollevazioni della Catalogna contro l’oppressione della monarchia spagnola, la Guerra dels segadors (1640-1659). L’allora re di Spagna, Filippo IV, aveva annullato l’autogoverno della Catalogna, come poi farà Filippo V nel 1707, e Filippo VI nel 2017 (sì è vero: il nome Filippo porta una jella tremenda ai sovrani spagnoli). Il 7 giugno 1640, giorno del Corpus Domini, i contadini catalani impegnati nella mietitura entrarono, armati di falci, in Barcellona e ne scacciarono le truppe spagnole. In seguito alla liberazione della città, il Presidente della Generalitat Pau Claris proclamò la (prima) Repubblica Catalana. Nella sua meccanica, il Corpus de sang catalano è stato una replica della nostra Zoiba Grassa del 1511 ma con Strumieri e Zamberlani in ruoli invertiti.

Nei giorni di Filippo IV la libertà della Catalogna è stata riconquistata (per un breve periodo) dai contadini, ovvero dalla base della piramide sociale. Lo stesso è accaduto adesso, al tempo di Filippo VI. I politici dei partiti catalanisti hanno commesso i loro errori (anche se non proprio tutti quelli che gli attribuiscono i giornali italiani). La causa della Catalogna pareva compromessa, e il governo renziano di Madrid ne ha approfittato per dare un’ulteriore stretta alla repressione: ha sospeso l’autonomia della Catalogna, commissariato la Generalitat, arrestato o costretto all’esilio il Governo legittimo, introdotto la censura preventiva ai mezzi di comunicazione sospetti di indipendentismo, costretto ad andarsene alcune imprese per poter gridare alla sciagura economica in caso di vittoria catalanista, scatenato contro i “secessionisti” tutti i giornali e le tivù e mobilitata ogni possibile risorsa del centralismo: il tutto senza farsi alcun scrupolo né morale né legale. I catalani, hanno affrontato l’impari sfida con mani e bocche legate, e con tutti i leader in carcere o in esilio. Si è trattato di una prova di resistenza in condizioni estreme. Ma i catalani hanno vinto: mantengono la maggioranza assoluta nel Parlament. E stato un miracolo, ma i suoi artefici non sono le (pur ottime) persone che dirigono i partiti catalanisti in assenza dei capi. È stato il popolo, la gente spicciola che si è mobilitata e non ha mai smesso di inviare sms e tweet ad amici e vicini, che ha organizzato migliaia di incontri, cene, manifestazioni culturali, esibizioni musicali, ripetendo senza sosta poche parole d’ordine ma di una chiarezza estrema: #FemRepública, o #LlibertatPresosPolítics. È stata la mobilitazione capillare e spontanea di centinaia di migliaia di cittadini semplici che ha sconfitto la (per nulla gioiosa) macchina da guerra dello Stato. A livello della politica-spettacolo tra leader hanno vinto i centralisti (che schieravano una graziosa candidata), ma nelle urne ha prevalso il popolo cosciente di esserlo. I leader catalanisti, poverini, neppure c’erano (M. Rajoy si è vantato di avere “decapitato” l’indipendentismo).

La prima lezione è questa: è la gente che fa la Storia, non le élite, non le Leopolde e neppure le Genoveffe. La nostra deferente ammirazione va all’attivista ignoto che si è mobilitato da sé, senza attendere direttive da un “alto” che non c’era, e ha lavorato senza posa per settimane perché nel suo paesino o nel suo quartiere nessun voto mancasse alla Repubblica:

Bon cop de falç!

Si merita una segnalazione anche il partito renziano di M. Rajoy. In Catalogna i renziani hanno perso i 3/4 dei loro seggi. Ne avevano 11 (lo stesso numero dei parlamentari PD in FVG nel 2016) ora ne hanno 3 (il numero di parlamentari PD-FVG previsti dai sondaggi). Male! Sono sempre 3 in più di quelli che si meritano.

Le categorie della politica a volte sembrano possedere un senso dell’ironia. Penso alla teoria della “Repubblica una e indivisibile” dei giacobini. Parrà strano a chi non è avvezzo alle sottigliezze della Storia, ma in questo momento quella teoria è rivendicata dagli indipendentisti catalani, non dai renziani di Madrid che difendono la “unità” del regno di Spagna. No, i catalani non sono impazziti (e non lo sono neppure io). Il punto è che i giacobini, avendo la pretesa di essere espressione della “volontà della Nazione”, e volendo al contempo negare alle minoranze linguistiche il diritto a esprime una loro “volontà della Nazione” di separarsi dallo Stato giacobino per formarne uno proprio, sono stati costretti a formulare una teoria della “Nazione” opposta a quella storico-naturalista secondo cui la nazione è una realtà oggettiva determinata dalla comunanza di lingua, tradizioni, etc. Se si accetta l’idea che l’esistenza di una nazione sia un fatto “oggettivo”, basato
in primo luogo sulla lingua, diventa impossibile negare, per esempio, che i friulani formino una nazione — “Non c’è nulla di più scientifico della glottologia”, rispondeva Pasolini ai comunisti “scientifici” che negavano questo ovvio sillogismo. Ma i giacobini non possono certo accettare questa conclusione; ecco allora che si inventano una teoria alternativa della “Nazione” sintetizzata nella famosa formula: “La Nazione è un plebiscito di ogni giorno”.

Per i giacobini, la Nazione esiste in quanto ciascun cittadino si riconosce, in ogni suo atto della vita quotidiana, nell’appartenenza alla comunità politica scegliendo di condividerne il “destino storico”. Questo sentirsi parte della comunità politica, della Repubblica, è il referendum implicito che si tiene ogni giorno, e che dà legittimità alle Istituzioni politiche. Per i giacobini, questa è la Costituzione sostanziale della Repubblica, che è “una e indivisibile” perché (e finché) unica  è la coscienza dei cittadini. Pier Paolo Pasolini ha espresso lo stesso concetto nello scritto Il Friuli Autonomo (1948): L’appartenenza ad una data Patria non è un fatto, ma un atto di coscienza.

Ora, dicono i catalani, se l’essenza della Repubblica è l’esistenza di milioni di cittadini che in essa si riconoscono e che si sentono impegnati a costruirne il futuro, allora la Repubblica Catalana esiste ed è una realtà molto più solida e concreta del Regno di Spagna o dell’Impero di Renzonia. La Catalogna ha i suoi cittadini – coscienti e impegnati – e finché la Catalogna avrà i suoi cittadini, nessun Renzi di Spagna riuscirà a cancellarla. Ancora Pasolini, nell’ultimo testo che ha scritto, con l’intento che fosse il suo Testamento spirituale (Saluto e augurio, 1974):

La Repùblica a è drenti, tal cuàrp da la mari.

La Repubblica è dentro di noi cittadini coscienti e costruttori di futuro, non nei Palazzi di Roma e tanto meno nella reggia di Re Borbone a Madrid.

Visca la terra lliure!

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata 

Un’altra scemenza renziana nella pattumiera della storia

Ve le ricordate le leggi “renzianissime”?

Sono le leggi che il PD ha approvato sul presupposto (errato) che la de-forma costituzionale Renzi-Boschi sarebbe stata “ovviamente” approvata dal popolo sovrano. Lo scopo delle leggi “renzianissime” era allineare la legislazione dei singoli settori al nuovo modello di Stato iper-centralizzato e totalmente renzianizzato. Per definizione, si tratta di leggi in palese contraddizione con lo spirito e la lettera della Costituzione vigente, leggi fondate sulla presunzione che il Senato e le Province sarebbero state soppresse e sostituite dal dominio personale del Signore di Palazzo Chigi. Per far felici i gonzi, le leggi “renzianissime” erano state presentate come provvedimenti utili ad accrescere “l’efficienza” delle Istituzioni, ma nella realtà erano unicamente finalizzate a blindare la presa del Giglio Magico sui gangli vitali del Potere: sul piano degli effetti concreti sul sistema-Paese erano norme disastrose, autentiche scemenze. Il popolo sovrano ha spazzato via la de-forma costituzionale Renzi-Boschi, mandando gambe all’aria il disegno autoritario. Ma, purtroppo, le leggi “renzianissime” ci sono rimaste sul groppone, a mo’ di punizione per non esserci piegati ai voleri del Signore.

Le leggi “renzianissime” fondamentali erano tre: la legge elettorale Italicum (un plebiscito peronista che presupponeva l’assenza di una seconda Camera), la de-forma Del Rio delle Autonomie Locali, e la legge Madia di “riordino” della Pubblica Amministrazione. L’Italicum è stato dichiarato incostituzionale e sconfessato dagli stessi renziani che lo hanno sostituito con un’altra legge elettorale tarocca, il Rosatellum. A suo tempo Renzi aveva proclamato che tutta Europa ci invidiava l’Italicum, e che presto tutti i Paesi l’avrebbero adottato. Meno di due anni dopo lo stesso Renzi ha gettato la sua geniale de-forma nella pattumiera. La de-forma Del Rio si è arenata nelle sue insanabili contraddizioni, e ha già raggiunto l’Italicum nel contenitore dei rifiuti non più riciclabili.
Il terzo testo “renzianissimo”, la legge Madia, è una raccolta davvero completa di tutte le assurdità e scemenze che si possono dire e fare nella Pubblica Amministrazione. L’avessero intitolata “I 1001 errori da non compiere mai”, sarebbe stata un utile catalogo dei provvedimenti da evitare; invece i renziani hanno preteso di implementarla. Male gliene incorse, a loro e a questo disgraziato Paese.

Un riassunto sommario delle assurdità della Madia richiederebbe decine di pagine. Per brevità mi limito a quella all’attenzione delle cronache di questi giorni. Tra le varie norme “renzianissime” vi è il “riordino” delle Camere di Commercio. Nella sostanza, la norma cancella il principio della coincidenza territoriale tra Camera di Commercio e Provincia, sul presupposto (rivelatosi poi infondato) dell’eliminazione della stessa Provincia dal novero degli Enti costituzionalmente necessari. Risultato: alcune Camere di Commercio venivano soppresse per essere accorpate ad altre. Con quale criterio? “Con quello dell’efficienza” – rispondono i renziani. “Ma come dell’efficienza” – risponde chi conosce la materia – “Sopprimete la Camera di Pordenone che è tra le più efficienti d’Italia (basta vedere l’andamento delle esportazioni), e tenete in piedi indegni baracconi clientelari”. Evidentemente i criteri di “efficienza” della Madia sono diversi dagli indicatori di
performance economica (e imperscrutabili).

Alcune Regioni ordinarie (Lombardia, Liguria, e Puglia) hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro questo uso fazioso e centralista del Potere. Le Regioni hanno lamentato che il provvedimento “renzianissimo” viola la loro autonomia. Sottolineo che si tratta di Regioni a Statuto ordinario, le cui competenze in materia di economia e ordinamento della Pubblica Amministrazione sono infinitamente inferiori a quelle della Regione a Statuto speciale Friuli Venezia Giulia. Se la legge Madia viola le loro scarse competenze ordinarie, significa che è un autentico stupro di quelle speciali della nostra Regione. Ma la Giunta del FVG si è guardata bene dal ricorrere alla Consulta in difesa della nostra Autonomia speciale. Come sempre, la Giunta Serracchiani è rimasta in ginocchio, in muta adorazione dell’Idolo di Rignano sull’Arno.

Il ricorso delle Regioni ordinarie è stato accolto. La legge Madia, come le sue sorelle “renzianissime” è stata ufficialmente dichiarata incostituzionale (in parte quo). I caporioni della nostra Regione hanno commentato più o meno con queste parole – “è andata come si voleva. Avete visto che abbiamo fatto bene e restarcene zitti e in ginocchio?”. È una buona notizia. A onta del nulla che occupa le Poltrone della nostra Regione, la realtà si è imposta sul delirio di onnipotenza renziano: il popolo sovrano ha bocciato il progetto del PD e la Corte costituzionale cancella le de-forme “renzianissime”. A questo punto tutto il “pensiero politico” e l’intera “opera storica” del renzismo sono stati archiviati nella famosa pattumiera.

Ottimo, ma c’è un rammarico. A livello statale, il popolo sovrano ha avuto la possibilità di esprimersi e urlare in faccia a Renzi: “vonde monadis”. A livello regionale, dove si è data la stura a molte nefande de-forme “renzianissime”, è stato negato il diritto di parola al popolo sovrano, proibendo i referendum sulla de-forma delle UTI e su quella della sanità, pur richiesti dai comitati. La maggioranza del Consiglio regionale, ovvero l’autore stesso dei misfatti “renzianissimi”, ha arrogantemente tappato la bocca agli elettori. Dite quello che volete, ma non mi convincerete mai del contrario: la de-forma delle UTI è stata prima di tutto una rivolta dell’élite casualmente al Potere contro il principio stesso della sovranità popolare. Renzi, almeno, a questo non è mai arrivato.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata

La questione della rappresentanza elettorale delle minoranze linguistiche dopo le truffe di Porcellum e Rosatellum

La questione della rappresentanza elettorale delle minoranze linguistiche è una cosa seria che il Rosatellum e le leggi elettorali che lo hanno preceduto hanno svilito sulla base di interessi politici di parte.

Finora in Italia, per quanto riguarda il Parlamento, tutte le norme dichiarate per le minoranze linguistiche sono state costruite unicamente su misura per la Sudtiroler Volkspartei in “Alto Adige/Trentino” e per gli eredi del PCI dal 1994 in poi in F-VG. Fino al Rosatellum in F-VG lo schema non turbava il risultato elettorale per quanto riguarda l’attribuzione dei seggi tra le diverse forze politiche.

Con il collegio impropriamente detto “sloveno” del Rosatellum si è disegnato, selezionando accuratamente i comuni non slovenofoni che di quel collegio fanno parte, un collegio di dimensioni limitate che potrebbe permettere al PD (o alla sua coalizione) di ottenere una vittoria nell’uninominale. Dal prevedibile 5 a 0 si può così passare ad un possibile 4 a 1. Gli sloveni c’entrano unicamente poiché il premier del PD si è impegnato a presentare in quel collegio un candidato “sloveno”.

Tutto ciò dimostra, al di là dei giochi sporchi attuabili nelle leggi elettorali, che una volta per tutte va affrontata seriamente la questione di quale rappresentanza parlamentare possano avere i territori dove la presenza di minoranze linguistiche determina un possibile diverso approccio alla politica rispetto alla generalità del resto d’Italia.

Non entro qui nel merito del problema della rappresentanza della minoranza linguistica slovena in Italia che evidentemente ormai mostra la corda. Il modello applicato per la minoranza italiana in Slovenia e Croazia potrebbe essere preso in esame ma con difficoltà senza dichiarazione di appartenenza.

Ma questo non ha nulla a che vedere con l’individuazione di un sistema elettorale per minoranze linguistiche come quella friulana e quella sarda che costituiscono una parte significativa della popolazione nella propria regione di appartenenza. Qui attiene al dibattito politico poter decidere se la rappresentanza del territorio debba avvenire tramite partiti di “dimensione italiana” o tramite formazioni politiche che identificano nel territorio il proprio esaustivo spazio politico.

Questo dibattito deve essere libero e non obbligato da una legge che di fatto impedisce la rappresentanza del territorio dove vive la minoranza.

Il sistema elettorale proporzionale della I Repubblica permetteva questo spazio politico, e addirittura la norma costituzionale sull’elezione del Senato a base regionale lo permetterebbe tuttora. Norme della II Repubblica hanno di fatto massacrato questo spazio per l’elezione della Camera dei Deputati ed il Rosatellum anche quello per il Senato.

Ma ormai la democrazia rappresentativa è in Italia un optional, giornalisti, giuristi, presidenti di repubblica, tutti appassionatamente alla ricerca di una maggioranza che “governi”. E come ha spiegato bene Roberto Morelli sul Piccolo esaltando Rosato per aver abbindolato tutti, la legge in vigore, se ben usata, è un ottimo maggioritario.

Giorgio Cavallo 

Qualcuno ricorda la “Carta di Udine”?

Ricordate la gloriosa “Carta di Udine”?

Probabilmente l’avete completamente rimossa dalla vostra memoria, vista la sua assoluta irrilevanza. Permettetemi di ricordarvi di cosa si trattava.
Erano gli infuocati giorni della campagna referendaria sulla de-forma costituzionale Renzi-Boschi; il PD del Friuli Venezia Giulia si trovava nelle scomodissime vesti di chi propone il ritorno allo Stato centralista postrisorgimentale, con lo svuotamento di tutte le autonomie, a iniziare dalle Speciali. I dirigenti locali del PD avevano subito capito che tirava un bruttissimo vento per i neo-centralizzatori. Pensa che ti pensa, hanno avuto un’idea brillante: “Organizziamo una grande vetrina propagandistica sull’autonomia” — si sono detti — “Una convention in cui diamo fondo a tutte le nostre riserve di banalità e aria fritta, diamo fiato ai tromboni, e riempiamo le pagine dei giornali amici per due settimane”. Hanno quindi organizzato un convegno in pompa magna (derogando alla legge sulla par condicio) il cui piatto forte era appunto la proclamazione della storica “Carta di Udine”.

Purtroppo per il PD, la messinscena è risultata troppo smaccatamente propaganda stile venditore di pentole, e non ha convinto i friulani, come ben si è visto nelle urne. A onor del vero, qualcuno è rimasto affascinato dalla “Carta”. E non parlo del solito Bastian Contrario, bensì delle innumerevoli schiere del Partito di Angelino Alfano, che si è mobilitato sul tema come un sol uomo (ma erano in due).

Perché ritorno su questa insulsa pagina di propaganda renziana?

In quella occasione Serracchiani e amici avevano incoronato quale “supremo garante” dell’autonomia della nostra Regione il sottosegretario Giancarlo Bressa. Io, che ho una lingua affilata, commentai: “Seguo l’on. Bressa da un quarto di secolo, e so quanto egli odi l’autonomia in generale e l’autonomia speciale del FVG in particolare”. Mi spinsi anche più in là e aggiunsi: “Invitare l’on. Bressa come ospite d’onore a una manifestazione in difesa della autonomia della nostra Regione è come invitare il capo dei neo-nazisti a tenere la commemorazione ufficiale della Shoah”. Apriti cielo: tutti a dire che ero il solito esagerato, uno che parla per iperboli.

Esagerazioni? Iperboli?

Leggetevi quello che l’on. Bressa ha dichiarato in questi giorni sul passaggio di Sappada alla nostra Regione (passaggio che lui ha ostacolato in ogni modo): vedete quanto veleno ci vomita contro! Del resto la sua storia politica è questa: l’onorevole si è costruito una carriera politica fomentando l’invidia (immotivata) dei bellunesi contro i friulani. Lo si può accusare di molte cose, ma non di non essere una persona coerente: sono venticinque anni che ripete lo stesso mantra!
Su Sappada però gli è andata male. L’on. Bressa si è trovato di fronte un piddino ancora più potente di lui, l’on. Ettore Rosato, con interessi di carriera diametralmente opposti ai suoi. L’onorevole triestino non è uno sciocco:  è lucidamente consapevole del fatto che, dopo cinque anni di Serracchiani, per il PD del FVG le elezioni (politiche e regionali) sono un passaggio alquanto impervio. Rosato ha capito che il PD doveva sbrigarsi a produrre un qualche risultato da sventolare in campagna elettorale, qualcosa da dare in pasto a una opinione pubblica convinta che in questi cinque anni il PD abbia svenduto e deriso gli interessi del Friuli Venezia Giulia. Il voto finale sulla legge che riconosce il diritto dei sapaddini a ritornare nella loro Regione d’origine è caduta al momento giusto: l’astuto Rosato non  se l’è fatta scappare. Bravo! Anche se le sue motivazioni sono tutte politicistiche, alla fine è il risultato che conta.
Ma non facciamoci illusioni. La stragrande maggioranza del PD è sulla linea di Bressa. Anche se ogni tanto qualcuno di loro sembra rinsavire, ma solo quando mancano meno di due mesi alle elezioni.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata

Renzi Matteo, “autonomista” involontario

Il ragionamento politico di noi progressisti storici (che i giornali chiamano impropriamente “autonomisti”) parte da un dato di fatto: lo Stato westfaliano* non solo è in crisi, ma è in tremendo ritardo rispetto allo sviluppo storico, ed è perciò fattore di involuzione sociale, politica, culturale ed economica.** L’obsolescenza dello Stato westfaliano non può sorprendere: si tratta di un marchingegno escogitato quattro secoli fa, e che già allora non era considerato questa gran “figata”, ma solo un “male minore” che rappresentava un arretramento rispetto alla visione democratica e locale-globale di Ramon de Penyafort e Marsilio da Padova (pensatori che, immagino, i nostri dottissimi politicanti definirebbero “populisti”).

Nella sua funzione di “male minore”, il modello westfaliano ha, in un modo o nell’altro, retto fino a tutto l’ottocento, tant’è che spesso si parla, erroneamente, di Stato “ottocentesco”. Nel corso del novecento il sistema ha manifestato tutte le sue insanabili contraddizioni, provocando alcune delle peggiori tragedie della storia umana, tra cui due guerre mondiali e la Shoah. Istituzioni come le Nazioni Unite e l’Unione Europea nascono per porre rimedio ai drammatici difetti del sistema westfaliano, ma vengono rapidamente fagocitate dal sistema stesso, tant’è che oggi queste Istituzioni sono in crisi e vengono percepite (giustamente!) come inutili dall’opinione pubblica che vede come esse non adempiano affatto alla missione storica per cui sono state create (superare Westfalia!) ma, al contrario, si comportano da “damigelle d’onore” del decrepito sistema.

In nessun luogo il rigetto del modello westfaliano è più evidente che in Catalogna. E’ una storia che viene da lontano: i catalani rivendicano la visione democratica locale-globale come il maggiore contributo della loro nazione alla civilizzazione umana (i catalani Ramon de Penyafort e Ramon Llull precedono il Defensor pacis di Marsilio di qualche decina d’anni). Pau Casals ha rivendicato questo merito storico di fronte alle Nazioni Unite nel suo celebre discorso “I am a Catalan” (1971). La Repubblica per cui lottano i catalani non è la Repubblica “una e indivisibile” e iper-westfaliana dei giacobini, ma il suo opposto, l’idea universale di Res Publica di Marsilio.

Le loro parole d’ordine, e le stesse tecniche di mobilitazione politica, sono penyafordiane più che gandhiane.

I catalani sono impegnati in un esperimento storico di portata eccezionale: costituire una Repubblica che non sia uno Stato. Infatti, se la indipendenza si riducesse alla costituzione di uno “Stato catalano”, si tratterebbe pur sempre di un processo tutto dentro la logica di Westfalia, che non aiuterebbe la storia a progredire.

Come possiamo essere certi che sia proprio questo il senso profondo dei fatti di Catalogna?

Lo sappiamo dal documento fondamentale degli indipendentisti catalani, il piano strategico per la Repubblica. E’ il medesimo documento che la magistratura dello Stato spagnolo usa come “prova regina” dei reati di ribellione, sedizione e disobbedienza imputati al Governo catalano; ampi stralci del documento sono riportati nelle motivazioni delle ordinanze di custodia cautelare dei ministri della Generalitat. In questo piano strategico si prefigura una Repubblica priva di Forze armate, elemento costitutivo dello Stato westfaliano, e da cui è lecito distaccarsi esercitando il diritto di autodeterminazione. Se per “separatisti” si intende un gruppo che vuole staccarsi da uno Stato per costituirne uno proprio, i catalani (e gli scozzesi) non lo sono affatto. Loro sono unionisti, da non confondersi con la categoria opposta, gli unitaristi.

Nonostante il sistema wesftaliano sia in ritardo rispetto all’evoluzione storica di circa due secoli, esso è ancora molto tenace. Questo perché è un sistema di dominio e Potere. E una regola generale: il Potere perpetua sé stesso ben oltre l’esaurirsi delle motivazioni storiche che lo avevano originato e legittimato. Il penultimo congresso del Partito comunista cinese (il campione mondiale di autoperpetuazione al Potere) ha testualmente stabilito che la dottrina fondamentale della politica estera cinese è la strenua difesa dell’ordine westfaliano in ogni angolo del pianeta. E, infatti, la Cina si è subito premurata di garantire a Mariano Rajoy che farà tutto quanto è in suo potere pur di garantire “l’unità” della Spagna.

Noi pensiamo che — a dispetto del Partito comunista cinese — la storia si stia riallineando sul modello democratico, pur tra mille difficoltà e contraddizioni. L’indicatore più evidente del cambio di paradigma è il fatto che in quasi tutti i Paesi europei i partiti del sistema (nelle loro tradizionali articolazioni di “destra” e “sinistra”) non raggiungono, nel loro complesso, il 50% dei voti espressi, ovvero la loro influenza aggregata sulla società è ridotta a meno di un quarto, tenendo conto degli astenuti che certo non sono “pilastri” del sistema. La storia, e quindi la politica, si sta riposizionando sul doppio livello locale e globale (che nel nostro caso significa europeo). L’azione politica giocoforza seguirà la realtà dello sviluppo storico, e anch’essa si riorganizzerà su questi due livelli. Detto in termini rozzi: i partiti “nazionali” (rectius westfaliani) andranno sempre più in crisi, e lasceranno il posto a soggetti politici locali, associati in reti europee, molto meglio attrezzati per affrontare le contraddizioni del presente.

Il lettore dirà: “Tutto bello, ma cosa ci azzecca Renzi Matteo? Lui è un westfaliano del tipo più arcaico”.

Il punto è che la storia procede secondo il principio di necessità, e anche le azioni di chi pretenderebbe di invertire le lancette dell’orologio (come il segretario del PD) alla fine si rivelano funzionali al corso obbligato degli eventi. Per fare un esempio: i partiti “nazionali” sono destinati a lasciare il passo ai nuovi soggetti globo-locali. Ora chiediamoci: alla fine, quale risultato avrà prodotto Renzi Matteo? Avrà trasformato un primordiale partito “nazionale”, quale il PD, in un moderno partito locale organizzato e votato solo in Toscana.

Amici, non parliamo male di Renzi Matteo.
Lui non lo sa, ma è anche lui uno dei “nostri”.

Sergio Cecotti (C) | Riproduzione riservata 

* Per una storia critica del sistema westfaliano vedi e.g. Henry Kissinger, World Order, Penguin, 2014.
** Il testo base della critica al sistema westfaliano nel pensiero politico del Plaid Cymru, a cui si ispira anche lo Scottish National Party, è la prolusione di Saunders Lewis alla prima Summer school del partito (1926) “Egwyddorion Cenedlaetholdeb”, tradotto in inglese con il titolo Principles of Nationalism, Cardiff, 1975.