CHI BEN COMINCIA…

Prima uscita di presentazione dei candidati del Patto per l’Autonomia, in provincia di Pordenone.
Martedì sera, di fronte a un pubblico di oltre 300 persone, è stata ufficializzata la candidatura alla Camera dei Deputati, di Markus Maurmair, sindaco di Valvasone Arzene, ed esponente del Patto per l’Autonomia.
Il crescente interesse nei confronti del nostro progetto, dimostrato anche dall’imprenditore che ha messo a disposizione le strutture della sua azienda, ci da forza e convinzione.
…è per le aziende, il lavoro e la nostra gente che noi ci batteremo in Parlamento!

NOI NON VOGLIAMO LA MACROREGIONE CON VENETO E TRENTINO ALTO ADIGE!

26730816_1380804132030573_2074324507405674320_nLo diciamo forte, così che capiscano tutti.
Lo diciamo il giorno dopo che l’on. Roberto Morassut del PD ribadisce che il suo partito vuole le macroregioni.
Lo diciamo rileggendo la proposta di legge 862 del Gruppo Parlamentare di Forza Italia.
Lo diciamo ricordando le ondivaghe dichiarazioni di Salvini e dei Grillini (alias 5 stelle) su questo tema.
L’autonomia, vera, speciale, del F
riuli – Venezia Giulia è il presupposto indispensabile per immaginare un futuro migliore per le nostre Comunità, per ricostruire spazi di autogoverno, per riportare l’economia al servizio delle persone e non della finanza globale.
Lo dice la nostra Storia, lo dicono le lingue che si parlano nei nostri territori, lo dicono i risultati straordinari che abbiamo ottenuto, ad esempio, nella gestione della Sanità e della Protezione civile; poi è arrivato il doppio renzismo di Tondo (Renzo) e di Serracchiani (vice Renzi) e rischiamo di mettere tutto in discussione.
C’è un’unica strada per difendere con certezza la nostra Specialità e si chiama Patto per l’Autonomia.
Tutto il resto è noia.

Simeoni: la memoria del terremoto sia patrimonio di tutti, non materia di propaganda elettorale

Università e Regione nascondono la vera essenza di un momento cardine della nostra storia: la sua custodia andrebbe eretta ad esempio nazionale, per far capire il valore del decentramento e della sussidiarietà. Inascoltati gli appelli dei sindaci e dei consiglieri protagonisti della ricostruzione.

La “lingua batte dove il dente duole”. Non c’è espressione più appropriata per spiegare le giravolte di Regione e Università di Udine sui temi, ancora scottanti, della ricostruzione post-terremoto e del “Modello Friuli”. Le due istituzioni, che dovrebbero esser aliene da logiche gerarchiche, autoritarie ed accentratrici nei confronti delle tematiche territoriali cercano ora, “in zona Cesarini” rispetto alle prossime scadenze elettorali, di recuperare il terreno perduto lisciando il pelo al territorio friulano con una “gestione della memoria” rielaborata ad hoc.

La Regione, dopo aver mortificato la rappresentatività del territorio friulano, scopre, in campagna pre-elettorale, gli infiniti pregi del “Modello Friuli” e lancia, con una delibera del 14 dicembre 2017, la realizzazione di un “Archivio storico” per il recupero, studio, archiviazione, conservazione e valorizzazione della documentazione della ricostruzione. Benissimo! Ma perché lo fa in periodo pre-elettorale? E perché lo fa in questo modo? Con una Convenzione, cioè, che mette tutto in mano ad un singolo docente del Dipartimento Politecnico dell’Università di Udine, disattendendo così le richieste delle Associazioni dei sindaci e dei consiglieri regionali della ricostruzione che ancora più di un anno fa chiedevano la gestione dell’Archivio da parte di un Comitato scientifico autonomo e allargato? Nulla, ovviamente, contro il singolo docente. Ma la “ricostruzione della memoria” di un simile evento è questione troppo delicata per essere lasciata nelle mani di una singola persona! L’Università, dopo almeno due anni che se ne parla, lancia invece, sempre in questi giorni, non si capisce bene se un “centro” o una “rete di centri”, per lo studio di varie tematiche legate ai terremoti. Anche qui, benissimo! Ma perché promettere un centro (o rete di centri), che dovrà peraltro confluire nel famoso Cantiere Friuli lanciato dal Rettore, proprio sotto elezioni? E perché eliminare -con la chiusura, nel 2016, del Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura-, una struttura permanente che istituzionalmente avrebbe già dovuto fare quelle cose, per sostituirla con qualcosa che ancora non c’è e non si sa bene cosa sarà? Ma ciò che disturba di più -soprattutto perché abbiamo a che fare con la Regione, che è tra gli artefici della ricostruzione, e con l’Università di Udine -che è stata istituita con la legge di ricostruzione-, è il pressapochismo rispetto a una vicenda cardine della nostra storia.

Il “Modello Friuli” è un modello di ricostruzione endogeno ed altamente partecipato che nasce da una rottura profonda con i modelli precedenti dove lo Stato si era esercitato in sperimentazioni, spesso anche devastanti, sulla pelle dei sinistrati. Più recentemente, con la Protezione Civile nazionale nel ruolo di pianificatore e gestore della ricostruzione dopo il terremoto dell’Aquila e con l’istituzione di un Commissario alla Ricostruzione dopo i terremoti in Centro Italia, si sta purtroppo tornando a quel modello del tutto esogeno, autoritario e gerarchico di ricostruzione. Se si fa confusione su questo punto non si capisce il Modello Friuli e lo si annacqua! Non risulta, però, che la presidente Serracchiani, né nel corso del 2016, anno del quarantesimo del terremoto, né del 2017, anno della legge nazionale di ricostruzione (che attribuisce alla Regione la delega in materia di ricostruzione) abbia levato un monito, verso il Governo italiano, dicendo che i Commissari alla Ricostruzione, dopo il Modello Friuli, non possono più esistere!

Nella proposta dell’Università, si fa invece fatica a districarsi tra tante materie eterogenee, che vanno dalla sismica, alla prevenzione e gestione delle emergenze, all’ingegneria delle costruzioni, alla gestione sociale dei disastri e, financo alla “progettazione di altre rinascite”, da attribuire ad un unico centro studi. Mentre emergenze e normative antisismiche e per la sicurezza è giusto che siano materie prevalentemente statali -e che ci si augura che lo stato svolga bene e fino in fondo-, le ricostruzioni -ed il Modello Friuli, lo insegna-, vanno decise e gestite dai territori interessati! Se non è l’Università di Udine a tracciare questa chiara linea di demarcazione chi lo fa? E a non farlo si fa confusione storica, si confondono politiche di prevenzione, politiche di emergenza e politiche di ricostruzione e, forse non si aiuta neppure l’avanzamento scientifico in materia.

Basta, dunque, strumentalizzare il Modello Friuli e la sua memoria! Si faccia l’Archivio ma la Regione ascolti le Associazioni dei Sindaci e dei Consiglieri regionali della ricostruzione quando chiedono di porlo sotto l’egida di un Comitato scientifico autonomo. L’Università, da parte sua, crei una struttura multidisciplinare e di rilievo internazionale, su prevenzione e ricostruzioni, con un suo proprio Dipartimento ad hoc e lo chiami “Modello Friuli”. Questo ci convincerà che non si tratta di operazioni episodiche e un po’ propagandistiche, ma invece di un progetto istituzionalmente inscritto nell’art. 26 della L. 546/1977 che è quella che ha istituito l’Università di Udine.

Federico Simeoni

Regione, soffocata l’autonomia finanziaria

Per sudditanza nei confronti del potere centrale, l’assenso rilasciato al Governo dalla Regione alla riscrittura dei patti finanziari grava il bilancio F-VG di prelievi inaccettabili da parte dello Stato.

L’emendamento Morando alla legge di stabilità finanziaria nazionale riscrive i rapporti finanziari tra Stato e Regione F-VG, creando illusioni e strumentalizzazioni. Le aliquote di compartecipazione ai tributi erariali verranno modificate in maniera sostanziale e complessiva, riducendo la misura di alcune quote (v.Iva) ed ampliando la platea dei tributi a cui attingere rispetto a quanto finora previsto. I criteri di gestione della nuova normativa dovranno essere specificati nell’ambito di decreti attuativi da convenire tra Stato e Regione secondo le procedure previste dallo Statuto.

Analizzando le conseguenze dell’emendamento Morando per il F-VG i flussi di entrata e uscita da e per Roma rimarranno gli stessi degli ultimi anni, con un prelievo da parte dello Stato (calcolato con precisione da parte della Corte dei Conti in occasione dei giudizi di parificazione relativi ai consuntivi 2015 e 2016) di 1,1-1,2 miliardi all’anno per obiettivi di risanamento della finanza pubblica e di abbattimento del debito pubblico.

Di fatto su un insieme di entrate, tra tributi propri e quelli di compartecipazione, di 5,2-5,4 miliardi di euro, il 25% viene prelevato dallo Stato riducendo drasticamente la potenzialità di spesa della stessa regione. Questa situazione è iniziata a partire dal 2010 aggravandosi ogni anno fino al 2015 per poi stabilizzarsi sul livello più alto di esproprio.

Il Patto Per l’Autonomia ritiene che gli investimenti non effettuati per questa enorme voragine nella nostra spesa pubblica, dilatata da altre norme relative al patto di stabilità ed anche operanti nei confronti degli enti locali, siano la concausa principale della crisi economica che ha colpito in questo decennio la Regione F-VG: e lo ha fatto in termini più forti che da altre parti dell’Italia, in termini di PIL e disoccupazione, anche perché la quota di prelievo statale per l’abbattimento del debito pubblico nella nostra Regione è del tutto spropositata in relazione alla sua popolazione e dimensione. La riduzione della spesa pubblica e di quella attivabile da essa per i privati ha superato i due miliardi di euro all’anno su un PIL complessivo di 35 miliardi di euro.

C’è quindi massima necessità di rinegoziare i rapporti finanziari con lo Stato, determinati anche dalla scadenza nel 2017 del patto di contribuzione Padoan-Serracchiani. Ma l’assenso dato nello spazio di un giorno alla proposta dell’emendamento Morando dimostra esplicitamente la totale sudditanza al governo centrale ed una incapacità di esprimere da parte delle forze politiche del F-VG le ragioni di un profondo disagio territoriale.

Il tutto è stato reso ancora più ridicolo dalla pantomima sui 120 milioni di euro di “sconto” che lo Stato dichiara di averci fatto e che saranno l’occasione per una finanziaria elettorale di spesa che la Giunta regionale gestirà nei prossimi mesi. In realtà si è trattato di uno “sconto” su un ingiustificato aumento, che fu di 370 milioni con Tondo e di “soli” 250 pagati da Serracchiani negli ultimi anni, in un quadro dove quello che conta è l’enorme cifra complessiva del taglio di entrate. Di fatto una solenne presa in giro.

Va anche segnalata la grave infrazione istituzionale commessa nella procedura di attribuzione del “consenso” all’emendamento Morando tenendo all’oscuro di tutto ciò il Consiglio Regionale. Su questo terreno, si è aperto un vero e proprio baratro di legittimità costituzionale, come è stato segnalato in questi giorni sulla stampa dal dottor Giovanni Bellarosa.

Se la Regione deve essere sentita, può farlo da solo la Giunta o addirittura il Presidente? Sulla ipotetica trattativa che dovrà aprirsi con il Governo chi e come agirà per conto della Regione? Va ricordato che gran parte delle leggi finanziarie dello Stato, che hanno ridotto le entrate della Regione F-VG negli ultimi anni per il risanamento della finanza pubblica, sono state approvate senza alcun assenso da parte della Regione e che la Corte Costituzionale con la sentenza 188/2016 ha richiamato con forza i nostri amministratori alla necessità di una INTESA, arrivando ad abrogare la normativa sul sovra-gettito IMU per questo motivo. Ed ha invitato la stessa Giunta Regionale ad occuparsi meglio degli interessi della società regionale.

Per il Patto Per l’Autonomia siamo di fronte ad una vicenda politica determinante per il futuro della Regione. Al di sopra di ogni ragionamento tecnico, deve emergere come discriminante per la Regione F-VG l’intenzione di richiedere con forza la revisione con un drastico ribasso delle attuali contribuzioni allo Stato ed un recupero parziale ma sostanzioso delle disastrose contribuzioni di questi ultimi anni. Tutto il resto è fuffa, propaganda che però rischia di costare cara a noi e ai nostri figli. Questo difatti è un accordo che aiuta ad ingabbiare definitivamente l’autonomia finanziaria della Regione, già gravemente compromessa dal Patto Tondo-Tremonti, e ridurla ai minimi termini: con le conseguenze sui servizi per i cittadini che tutto questo comporta.

 

Qualcuno ricorda la “Carta di Udine”?

Ricordate la gloriosa “Carta di Udine”?

Probabilmente l’avete completamente rimossa dalla vostra memoria, vista la sua assoluta irrilevanza. Permettetemi di ricordarvi di cosa si trattava.
Erano gli infuocati giorni della campagna referendaria sulla de-forma costituzionale Renzi-Boschi; il PD del Friuli Venezia Giulia si trovava nelle scomodissime vesti di chi propone il ritorno allo Stato centralista postrisorgimentale, con lo svuotamento di tutte le autonomie, a iniziare dalle Speciali. I dirigenti locali del PD avevano subito capito che tirava un bruttissimo vento per i neo-centralizzatori. Pensa che ti pensa, hanno avuto un’idea brillante: “Organizziamo una grande vetrina propagandistica sull’autonomia” — si sono detti — “Una convention in cui diamo fondo a tutte le nostre riserve di banalità e aria fritta, diamo fiato ai tromboni, e riempiamo le pagine dei giornali amici per due settimane”. Hanno quindi organizzato un convegno in pompa magna (derogando alla legge sulla par condicio) il cui piatto forte era appunto la proclamazione della storica “Carta di Udine”.

Purtroppo per il PD, la messinscena è risultata troppo smaccatamente propaganda stile venditore di pentole, e non ha convinto i friulani, come ben si è visto nelle urne. A onor del vero, qualcuno è rimasto affascinato dalla “Carta”. E non parlo del solito Bastian Contrario, bensì delle innumerevoli schiere del Partito di Angelino Alfano, che si è mobilitato sul tema come un sol uomo (ma erano in due).

Perché ritorno su questa insulsa pagina di propaganda renziana?

In quella occasione Serracchiani e amici avevano incoronato quale “supremo garante” dell’autonomia della nostra Regione il sottosegretario Giancarlo Bressa. Io, che ho una lingua affilata, commentai: “Seguo l’on. Bressa da un quarto di secolo, e so quanto egli odi l’autonomia in generale e l’autonomia speciale del FVG in particolare”. Mi spinsi anche più in là e aggiunsi: “Invitare l’on. Bressa come ospite d’onore a una manifestazione in difesa della autonomia della nostra Regione è come invitare il capo dei neo-nazisti a tenere la commemorazione ufficiale della Shoah”. Apriti cielo: tutti a dire che ero il solito esagerato, uno che parla per iperboli.

Esagerazioni? Iperboli?

Leggetevi quello che l’on. Bressa ha dichiarato in questi giorni sul passaggio di Sappada alla nostra Regione (passaggio che lui ha ostacolato in ogni modo): vedete quanto veleno ci vomita contro! Del resto la sua storia politica è questa: l’onorevole si è costruito una carriera politica fomentando l’invidia (immotivata) dei bellunesi contro i friulani. Lo si può accusare di molte cose, ma non di non essere una persona coerente: sono venticinque anni che ripete lo stesso mantra!
Su Sappada però gli è andata male. L’on. Bressa si è trovato di fronte un piddino ancora più potente di lui, l’on. Ettore Rosato, con interessi di carriera diametralmente opposti ai suoi. L’onorevole triestino non è uno sciocco:  è lucidamente consapevole del fatto che, dopo cinque anni di Serracchiani, per il PD del FVG le elezioni (politiche e regionali) sono un passaggio alquanto impervio. Rosato ha capito che il PD doveva sbrigarsi a produrre un qualche risultato da sventolare in campagna elettorale, qualcosa da dare in pasto a una opinione pubblica convinta che in questi cinque anni il PD abbia svenduto e deriso gli interessi del Friuli Venezia Giulia. Il voto finale sulla legge che riconosce il diritto dei sapaddini a ritornare nella loro Regione d’origine è caduta al momento giusto: l’astuto Rosato non  se l’è fatta scappare. Bravo! Anche se le sue motivazioni sono tutte politicistiche, alla fine è il risultato che conta.
Ma non facciamoci illusioni. La stragrande maggioranza del PD è sulla linea di Bressa. Anche se ogni tanto qualcuno di loro sembra rinsavire, ma solo quando mancano meno di due mesi alle elezioni.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata

Panontin: tutto è lecito in campagna elettorale, ma un po’ di modestia non guasterebbe

L’assessore Panontin ha “certificato” che con l’abolizione delle Province e la nuova politica accentratrice dei servizi verso la Regione sono stati risparmiati nel 2016 circa 30 milioni di euro. Una prima tranche, pari a 10 milioni, sarebbero provenienti dal taglio della struttura di base delle Province: organi politici, gestione di sedi, riscaldamenti, cancelleria, macchine di rappresentanza e di servizi e altro ancora. I conti sono probabilmente giusti ma, a parte gli organi politici, cosa è successo alle sedi provinciali e alle altre strutture? Sono forse state smantellate o vendute, o magari in molti casi esistono ancora, in parte, al servizio di qualcosa d’altro, pesano su qualche capitolo pubblico comunque?

Ma la cosa più interessante riguarda il personale, tutto passato alla Regione. Qui le indicazioni numeriche sono molto precise: 20 milioni di euro risparmiati per i dipendenti provinciali diventati regionali, il che corrisponde, al netto della rimodulazione di ruoli, funzioni e incarichi dirigenziali, ad almeno 400 dipendenti in meno frutto del blocco della sostituzione dei pensionati e del mancato rinnovo dei contratti a termine con il poco apprezzabile risultato di aver creato dei nuovi disoccupati.
In realtà abbiamo molti dubbi che questo corrisponda al vero e, con ogni probabilità, le cifre riportate nascono dal fatto che molto personale provinciale è arrivato in Regione a 2016 inoltrato e la contabilizzazione è piuttosto parziale.
E Panontin dovrebbe chiarire soprattutto se le funzioni prima svolte dalle Provincie esistono ancora, come funzionano o chi le svolge e quali sono i loro costi.
Da quanto si percepisce circolando lungo le ex strade provinciali, guardando i cigli stradali, entrando nei centri per l’impiego, le cui sedi sono state ridimensionate, oppure chiedendo un’autorizzazione per l’attraversamento di una strada regionale o per un trasporto speciale, ma ancora nell’organizzare eventi culturali o sportivi prima finanziati dalle province, la realtà dei servizi resi è di un drammatico stato di abbandono e un assordante assenza di risposte.
E magari la giunta regionale e, in primis il neo candidato presidente Sergio Bolzonello, dovrebbe raccontare come mai con tutti questi esuberi di personale e i conseguenti risparmi non sono stati in  grado di lenire la disperata domanda di personale da parte di Comuni, ormai svuotati e impediti a svolgere funzioni essenziali.
Senza dimenticare che si omette di fare una comparazione su quanto stanno costando le UTI, le 18 piccole province, la cui potenziale spesa di funzionamento è tutta ancora da conteggiare, e che dai primi passi, tra direttori generali, assunzioni di personale di staff e costi di avvio, paiono mangiarsi ampiamente tutte le somme risparmiate.
La logica della eliminazione delle Province non può rispondere solo a un astratto concetto di risparmio, attuato con tagli lineari conseguenza del mancato turn over, ma deve dimostrare di svolgere meglio e con più efficienza le precedenti funzioni. Non pare proprio sia così.
E infine, enorme contraddizione, non ci si può vantare di risparmiare 20 milioni di euro frantumando prassi rodate e nel contempo regalare allo Stato entrale 1,5 miliardi di euro all’anno del bilancio regionale per risanare una finanza di cui gli enti locali del Friuli Venezia Giulia non solo per nulla responsabili.

 

Non sempre le offerte degli shopping days sono le migliori: c’è ancora spazio per il futuro politico di Debora?

Ho completato il lavoro e me ne vado! No, fuggi perché nessuno in Regione ti vuole più tra i piedi! I poli dei commenti oscillano tra queste due considerazioni: anche se a badare ai social sono più gli insulti che i ringraziamenti per i 5 anni di Debora Serracchiani come skipper della Regione F-VG.

Non voglio entrare nel merito per un giudizio sulle “riforme” fatte, su quelle trascurate e nemmeno sulla qualità della attività legislativa ed amministrativa.
Da sostenitore “attivo” di Debora nel 2013 mi aspettavo di meglio dopo il disgraziato quinquennio di Tondo, ma condizioni oggettive e soggettive ne hanno determinato una sostanziale continuità.
Ci si è messa di mezzo anche la sfortuna che ha portato al governo il giovanotto Renzi ed ha costretto la Presidente a fare la spola tra Trieste e Roma sia per dimostrare la fedeltà del F-VG al governo amico, sia per monotone ripetizioni mass mediali del verbo del capo. Di volta in volta neo liberista, centralista dittatoriale, populista, fautore di diritti civili e neo Keynesiano, come l’opportunità del momento sembrava indicare. E chi ripeteva pedissequamente il verbo Renziano non poteva che perdere la sua credibilità anche nei confronti di chi l’aveva sostenuta.
Ma veniamo alla Regione. La continuità e l’aggravamento della situazione istituzionale proviene da tre fatti oggettivi:

1. Le entrate di compartecipazione della Regione sono diminuite dal 2010 ad oggi di 1200 milioni annuali, secondo i dati della Corte dei Conti, per prelievi parlamentari e governativi, nonché per “donazione liberale” della Regione stessa. Su un complesso di 5 miliardi questo significa il 25%, aggiungendosi ad altri motivi di riduzione delle entrate e di blocco della spesa pubblica;

2. I decreti attuativi di norme statutarie approvati nel quinquennio attuale (2013-2018) sono stati due, uno voluto dal governo per completare il trasferimento alla Regione della sanità penitenziaria, ed uno in maniera da creare spazio alla regione in materia fiscale, ma solo per le entrate erariali al 100% di competenza della Regione. Praticamente nulla. Analogo giudizio va sulla Presidenza Tondo, mentre diverso significato hanno avuto gli 8 decreti dell’era Illy, pur sempre con governi contrari ad ogni concessione;

3. L’aumento a dismisura della conflittualità tra i territori regionali, a partire da decisioni statali (giustizia, Camere di Commercio, Ufficio  scolastico, etc.) per continuare con scelte regionali anticipatrici (Provincie, ripartizioni sanitarie, enti locali, etc.) secondo logiche talvolta incomprensibili. Con il risultato di convincere gli abitanti di qualsiasi comune (anche di 100 abitanti) che non è il caso di rischiare qualche unificazione. Per non parlare del continuo stillicidio di recriminazioni per le ripartizioni amministrative regionali e per gli interventi direttamente emanati dallo stato.

Dire quindi che ci sia stato un vantaggio ricavato dal F-VG dal doppio ruolo della sua Presidente è una assurdità. Anzi oggi, dopo 10 anni di pessima presenza istituzionale, è proprio la natura della specialità del F-VG come strumento adeguato al governo delle diversità di queste terre, ad essere messo in discussione, quasi sempre in nome di privilegi finanziari, che nemmeno più esistono.
Il futuro del F-VG è ormai in altre mani, per ora ignote. Ma comunque l’uscita da questo scenario di D. Serracchiani è un fatto triste che rischia di farla uscire di scena e non certo di proiettarla ad una dimensione “nazionale”.
Siamo nel centenario di Caporetto e qualcosa quella ritirata ci insegna. Che per proteggere la ritirata si è dovuto combattere anche in condizioni disperate. E credo che per D. Serracchiani la linea del Piave può essere conquistata solo con una vittoria in un collegio uninominale alle prossime elezioni politiche.

Giorgio Cavallo

Il sole radioso della Sicilia illumina le prossime elezioni politiche

Innanzitutto Berlusconi c’è e il centro destra non avrà difficoltà a recuperare qualche seggio per governare la Sicilia, nel caso non bastasse il premio di maggioranza. Le conclusioni politiche sono ovvie e rispecchiano in pieno quanto tutte le elezioni amministrative del 2017 hanno raccontato.

Per il PD, non trattandosi di una casuale rotta di Caporetto ma di un continuo cedimento del fronte che rende sempre più improbabile una risalita a breve, si tratta di capire se il Renzismo troverà un Gran Consiglio pronto a tradire il padre nella speranza di trovare nuovi alleati e leader meno antipatici.

E’ ancora presto per un ragionamento tecnico che riesca a trovare informazioni nuove nelle elezioni siciliane da utilizzare per meglio interpretare le prossime politiche e regionali in Friuli-Venezia Giulia. Ma qualcosa c’è.

Malgrado le apparenze, il M5S è il vero sconfitto di queste elezioni. C’erano infatti tutte le condizioni oggettive per un voto di rottura con le tradizioni e le clientele, in nome di una purezza ormai consolidata da esperienze amministrative importanti. Ma la partecipazione al voto è stata la più bassa di sempre e quindi non è funzionato alcun richiamo alla novità. La percentuale di voto al partito è stata molto più bassa (- 8%) di quella relativa al candidato presidente Cancelleri. L’apporto principale di voti per questa differenza proviene dalle liste del PD e collegate che sembrano aver sistematicamente creduto nella sconfitta del proprio candidato ed aver puntato sulla vittoria del candidato del M5S (probabilmente per poi giocarsi l’alleanza in sede di giunta).

Peraltro proiettando i risultati di ieri sui futuri collegi uninominali del Rosatellum per il Parlamento, credo che ben poca polpa potrà rimanere sia per il PD che per i M5S. L’unità del centro destra, anche senza Alfano, sta sistematicamente intorno al 40% e sarà difficile fargli testa anche con accordi post milazziani.

E’ proprio questa la lezione da comprendere per il F-VG. Anche qui vi è presumibilmente una distribuzione para siciliana dei consensi ai partiti del sistema politico italiano, con magari qualche diversità all’interno del centro destra, ma con una disperazione dell’elettorato nel doversi confrontare con l’offerta generale che passa il convento.

Le motivazioni della presenza elettorale del Patto Per l’Autonomia risiedono nella costruzione di una prospettiva nuova per il F-VG dopo due decenni disastrosi per la stessa esistenza della autonomia speciale. E con essa si vuole marcare una diversità totale da quanto stanno oggi praticando i partiti sul mercato, nella convinzione che solo su queste basi si possa costruire una dimensione politica vera per tutti i cittadini e le comunità del F-VG.

Giorgio Cavallo

Destra e sinistra baruffano su chi ha fatto più danni al bilancio in Regione: non sarebbe male fare un po’ di conti, sul serio

Molti si stanno domandando da cosa dipende la decadenza della Regione F-VG e della sua specialità.

Mentre in giro per l’Italia si continua a pensare ed a descrivere le Regioni autonome come delle galline dalle uova d’oro gestite da politici intrallazzoni e ladri, forse si comincia a capire che lo statuto del 1963 per il F-VG e le norme di attuazione non costituiscono più un insieme di strumenti di per sé sufficienti per l’oggi.

La decadenza peraltro ha più motivi: quadro giuridico insufficiente, governanti di bassa qualità e succubi delle consorterie politiche cui appartengono, ma anche forte deficit cognitivo in materia “aritmetica”.

Le polemiche di questi giorni tra destra e sinistra sui conti della Regione ne danno conferma in un susseguirsi di affermazioni e risposte che creano una confusione indicibile. Sarebbe ora di fare chiarezza e perlomeno arrivare ad una condivisione dei numeri.

Finalmente nel corso del 2017 ci si è accorti dell’effetto devastante per l’economia regionale dei contributi dati dagli enti pubblici territoriali per il risanamento delle finanze dello stato. Le cifre variano in relazione ai modelli di calcolo ma sicuramente in questi anni di “crisi” si è arrivati ad una riduzione della spesa pubblica regionale e locale di almeno 1500 milioni di euro all’anno senza nessun aumento di quella qui effettuata dallo stato e dalle sue “agenzie”. E partire il 1 gennaio con un deficit di PIL del 5% che si cumula a quello degli anni precedenti è di per sé disastroso.

C’è quindi una diretta relazione tra questa mancata spesa pubblica, che percentualmente non ha eguali in altre parti d’Italia, e il peggioramento esasperato degli indici economici e sociali. Oggi c’è una certa ripresa legata ad alcuni settori produttivi rivolti alla esportazione, c’è forse anche una maggior fiducia nel futuro, ma i dati strutturali della crisi sono ancora presenti come macigni.

Da tempo osservatori indipendenti e lo stesso Patto per l’Autonomia segnalano questa situazione. Ora esponenti del centro destra e della sinistra non più governativa cominciano a chiederne ragione a chi ci ha governato negli ultimi cinque anni, Serracchiani e Peroni in primis. E in questo modo si assolvono da ogni complicità.

La campagna elettorale per le elezioni politiche e regionali del 2018 si sta aprendo quindi con due caratteristiche:

  1. quale risposta dare, o meglio negare, alla domanda di trasformazione dello stato italiano così come emerge dal “tumulto” dei territori di cui il referendum veneto è il segnale più appariscente. Ne sono un esempio le considerazioni del solito Rizzo sul sito web di Repubblica del 29 ottobre 2017 a proposito della specialità della Valle d’Aosta e dei suoi improvvidi amministratori.
  2. Un intensificarsi delle beghe di bottega tra (centro) destra e (centro) sinistra in F-VG su chi è da considerarsi responsabile delle perdite di entrate finanziarie alla base del crollo della istituzione Regione. Con una battuta, rivolta all’improntitudine con cui interviene Tondo, si potrebbe dire che si è alla ricerca di una gestione dell’Autonomia Responsabile del disastro, non potendo aspettare che nel nostro caso lo scopra Rizzo.

Il primo tema non è solo una questione italiana, ma in Italia assume aspetti politicamente paradossali per le contraddizioni politiche di una destra e di un M5S che cavalcano di fatto sia elementi di sovranismo che di federalismo come proprio collante politico, e che, essendo da cinque anni all’opposizione possono agitare qualsiasi argomento di fronte a cittadini arrabbiati.

E si trovano di fronte una sinistra che, dilaniata da scontri tra leadership e oligarchie  anche economiche, sconfitta al referendum istituzionale del 2016 dove proponeva una sterzata centralizzatrice dei poteri, non sa più dove rivolgersi e oscilla tra una ormai ventennale tradizione neo liberista, una incerta affermazione di diritti civili e una fatale attrazione su aspetti marginali del populismo.

In pratica sul piano della politica italiana non c’è oggi nulla di serio che possa rispondere alla domanda di riorganizzazione dello stato che proviene dai territori.

La seconda questione, più squisitamente regionale, ha trovato sui quotidiani locali degli ultimi giorni espressione vivace con accuse e contraccuse.  E vengono tirati fuori alcuni spettri dall’armadio, al grido vicendevole di “la colpa è tua”.

Il comparto unico dei dipendenti regionali e locali, la partita della terza corsia, il sotto finanziamento della sanità sono alcuni degli argomenti più gettonati. Ma ce ne sono molti altri (vedi nella tabella qui sotto) e vanno capiti sia per il significato sia per le partite di spesa che determinano.

Tutto ciò va analizzato seriamente, al fine fondamentale di riattivare una trattativa con lo stato, ma è bene non dimenticare che c’è una domanda politica di fondo a cui rispondere. E’ opportuno o no affidarsi a rappresentanze che sono la pura articolazione nel territorio del sistema politico italiano? I siparietti a cui stiamo assistendo giorno dopo giorno suggeriscono una risposta fortemente negativa così come l’osservazione nella sentenza della Corte Costituzionale n. 188 del 2016 in cui invitava la stessa Regione F-VG a rappresentare meglio gli interessi dei suoi cittadini. Ma probabilmente una ulteriore chiarezza sui conti pubblici e sulla adeguatezza e qualità degli obiettivi perseguiti ci aiuterà molto di più.

Patto Per l’Autonomia