CONFERME INCORAGGIANTI E NUMERI IMPORTANTI…

Seconda uscita di presentazione dei candidati del Patto per l’Autonomia, questa volta in provincia di Udine a San Marco di Mereto di Tomba.

Di fronte a un pubblico di quasi 300 persone e alla presenza di Tullio Avoledo, Angelo Floramo e Sergio Cecotti è stata ufficializzata la candidatura alla Camera dei Deputati, di Massimo Moretuzzo, sindaco di Mereto di Tomba, ed esponente del Patto per l’Autonomia. Pur avendo mandato solamente qualche e-mail e un po’ di messaggi, senza allargare troppo gli inviti, il risultato è andato ben oltre ogni aspettativa.
Sala strapiena, persone entusiaste, interessate, emozionate, pronte a mettersi in gioco con il Patto per l’Autonomia. Ringraziamo davvero tutti e ci scusiamo con chi non è riuscito ad entrare o avrebbe voluto esserci.

È stato il secondo di una lunga serie di incontri che ci porterà prima alla tornata del 4 marzo e poi a quella del 29 aprile.
Noi ci siamo. Perché nessuno disponga di noi senza di noi.

#PattoPerLautonomia #MassimoMoretuzzo #SonoSpecialeVotoilPatto
#AngeloFloramo #TullioAvoledo #SergioCecotti

Un’altra scemenza renziana nella pattumiera della storia

Ve le ricordate le leggi “renzianissime”?

Sono le leggi che il PD ha approvato sul presupposto (errato) che la de-forma costituzionale Renzi-Boschi sarebbe stata “ovviamente” approvata dal popolo sovrano. Lo scopo delle leggi “renzianissime” era allineare la legislazione dei singoli settori al nuovo modello di Stato iper-centralizzato e totalmente renzianizzato. Per definizione, si tratta di leggi in palese contraddizione con lo spirito e la lettera della Costituzione vigente, leggi fondate sulla presunzione che il Senato e le Province sarebbero state soppresse e sostituite dal dominio personale del Signore di Palazzo Chigi. Per far felici i gonzi, le leggi “renzianissime” erano state presentate come provvedimenti utili ad accrescere “l’efficienza” delle Istituzioni, ma nella realtà erano unicamente finalizzate a blindare la presa del Giglio Magico sui gangli vitali del Potere: sul piano degli effetti concreti sul sistema-Paese erano norme disastrose, autentiche scemenze. Il popolo sovrano ha spazzato via la de-forma costituzionale Renzi-Boschi, mandando gambe all’aria il disegno autoritario. Ma, purtroppo, le leggi “renzianissime” ci sono rimaste sul groppone, a mo’ di punizione per non esserci piegati ai voleri del Signore.

Le leggi “renzianissime” fondamentali erano tre: la legge elettorale Italicum (un plebiscito peronista che presupponeva l’assenza di una seconda Camera), la de-forma Del Rio delle Autonomie Locali, e la legge Madia di “riordino” della Pubblica Amministrazione. L’Italicum è stato dichiarato incostituzionale e sconfessato dagli stessi renziani che lo hanno sostituito con un’altra legge elettorale tarocca, il Rosatellum. A suo tempo Renzi aveva proclamato che tutta Europa ci invidiava l’Italicum, e che presto tutti i Paesi l’avrebbero adottato. Meno di due anni dopo lo stesso Renzi ha gettato la sua geniale de-forma nella pattumiera. La de-forma Del Rio si è arenata nelle sue insanabili contraddizioni, e ha già raggiunto l’Italicum nel contenitore dei rifiuti non più riciclabili.
Il terzo testo “renzianissimo”, la legge Madia, è una raccolta davvero completa di tutte le assurdità e scemenze che si possono dire e fare nella Pubblica Amministrazione. L’avessero intitolata “I 1001 errori da non compiere mai”, sarebbe stata un utile catalogo dei provvedimenti da evitare; invece i renziani hanno preteso di implementarla. Male gliene incorse, a loro e a questo disgraziato Paese.

Un riassunto sommario delle assurdità della Madia richiederebbe decine di pagine. Per brevità mi limito a quella all’attenzione delle cronache di questi giorni. Tra le varie norme “renzianissime” vi è il “riordino” delle Camere di Commercio. Nella sostanza, la norma cancella il principio della coincidenza territoriale tra Camera di Commercio e Provincia, sul presupposto (rivelatosi poi infondato) dell’eliminazione della stessa Provincia dal novero degli Enti costituzionalmente necessari. Risultato: alcune Camere di Commercio venivano soppresse per essere accorpate ad altre. Con quale criterio? “Con quello dell’efficienza” – rispondono i renziani. “Ma come dell’efficienza” – risponde chi conosce la materia – “Sopprimete la Camera di Pordenone che è tra le più efficienti d’Italia (basta vedere l’andamento delle esportazioni), e tenete in piedi indegni baracconi clientelari”. Evidentemente i criteri di “efficienza” della Madia sono diversi dagli indicatori di
performance economica (e imperscrutabili).

Alcune Regioni ordinarie (Lombardia, Liguria, e Puglia) hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro questo uso fazioso e centralista del Potere. Le Regioni hanno lamentato che il provvedimento “renzianissimo” viola la loro autonomia. Sottolineo che si tratta di Regioni a Statuto ordinario, le cui competenze in materia di economia e ordinamento della Pubblica Amministrazione sono infinitamente inferiori a quelle della Regione a Statuto speciale Friuli Venezia Giulia. Se la legge Madia viola le loro scarse competenze ordinarie, significa che è un autentico stupro di quelle speciali della nostra Regione. Ma la Giunta del FVG si è guardata bene dal ricorrere alla Consulta in difesa della nostra Autonomia speciale. Come sempre, la Giunta Serracchiani è rimasta in ginocchio, in muta adorazione dell’Idolo di Rignano sull’Arno.

Il ricorso delle Regioni ordinarie è stato accolto. La legge Madia, come le sue sorelle “renzianissime” è stata ufficialmente dichiarata incostituzionale (in parte quo). I caporioni della nostra Regione hanno commentato più o meno con queste parole – “è andata come si voleva. Avete visto che abbiamo fatto bene e restarcene zitti e in ginocchio?”. È una buona notizia. A onta del nulla che occupa le Poltrone della nostra Regione, la realtà si è imposta sul delirio di onnipotenza renziano: il popolo sovrano ha bocciato il progetto del PD e la Corte costituzionale cancella le de-forme “renzianissime”. A questo punto tutto il “pensiero politico” e l’intera “opera storica” del renzismo sono stati archiviati nella famosa pattumiera.

Ottimo, ma c’è un rammarico. A livello statale, il popolo sovrano ha avuto la possibilità di esprimersi e urlare in faccia a Renzi: “vonde monadis”. A livello regionale, dove si è data la stura a molte nefande de-forme “renzianissime”, è stato negato il diritto di parola al popolo sovrano, proibendo i referendum sulla de-forma delle UTI e su quella della sanità, pur richiesti dai comitati. La maggioranza del Consiglio regionale, ovvero l’autore stesso dei misfatti “renzianissimi”, ha arrogantemente tappato la bocca agli elettori. Dite quello che volete, ma non mi convincerete mai del contrario: la de-forma delle UTI è stata prima di tutto una rivolta dell’élite casualmente al Potere contro il principio stesso della sovranità popolare. Renzi, almeno, a questo non è mai arrivato.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata

Europa svegliati!

Ieri, 7 dicembre, al Parlamento Europeo si è svolto un seminario di studio dal titolo “Can Catalonia save Europe?” La risposta alla domanda la ha data nelle sue conclusioni George Kerevan (SNP): “If they can’t, no one and nothing else can!”.

La tesi di Kerevan è convincente. A riprova, nella stessa giornata di ieri a Bruxelles si è anche svolta la manifestazione “Wake up, Europe! Democracy for Catalonia” a cui hanno partecipato quasi 50.000 catalani. È stata una manifestazione commovente e stupefacente di “people power”. Il Presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, ha dichiarato che il tema della giornata non era se la Catalogna deve o non deve essere indipendente, ma cosa deve essere l’Europa. Nella sua visione (che condivido) l’Europa attuale è un club di anziane signore incartapecorite (gli Stati-nazione “ottocenteschi”) che si riuniscono per il tè delle cinque attorno a un tavolino ricoperto di vecchi merletti. Un gruppo di vegliarde sempre più distaccate dalla realtà, ignare del fatto che fuori dal loro salottino coperto di polvere c’è una storia e una società in vorticoso movimento. I catalani sono andati a gridarlo sotto le finestre delle vegliarde, cercando di smuoverle dal loro intorpidimento. Al club delle decrepite, Puigdemont contrappone una Unione politica europea fondata non sulla sovranità dei vecchi Stati ma sulla sovranità popolare: “The Europe that we are helping to build from Catalonia, is the same Europe that is being built from other points, Slovenia, Estonia, Wales, Flanders, a new Europe is in construction, of peace and democracy”.

Il maggiordomo delle vecchie signore, Jean-Claude Juncker, gli ha risposto che “tutti hanno il diritto di manifestare, ma non si può ignorare la legge in nome della democrazia” (cioè della sovranità popolare). Oibò, noi credevamo fossero le leggi a essere dettate dalla sovranità popolare, non viceversa. Evidentemente nel salottino la pensano diversamente.

Presidente Puigdemont, anche in Friuli Venezia Giulia c’è chi lavora alla costruzione di una nuova Europa. Un secolo e mezzo fa, il grande linguista goriziano Graziadio Isaia Ascoli scriveva nell’introduzione ai suoi fondamentali Studi Ladini che i friulani erano “mezzo milione di europei, e tra i più consapevoli di esserlo”. Presidente Puigdemont, non dubiti, siamo ancora tra gli europei più consapevoli e ancora impegnati a dare un futuro a questo continente. Isabella De Monte è un caso isolato, una residuale renziana, non infierisca.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata

I nodi storici vengono al pettine

Il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, ha dichiarato che tra Di Maio e Berlusconi lui sceglie il secondo. Molti suoi estimatori si sono meravigliati e/o scandalizzati delle sue parole. A me sembra che Scalfari esprima una posizione perfettamente razionale dal suo punto di vista (che non è il mio).

Per capire la razionalità dell’asserzione bisogna partire da una lettura non convenzionale (ma proprio per questo realistica) della storia politica europea degli ultimi trenta, quaranta anni. All’inizio di questo periodo, le élite politiche eredi della classe dirigente che aveva gestito la Guerra Fredda erano ancora saldamente al comando in tutti i Paesi dell’Europa occidentale. Suddivisi nelle tradizionali articolazioni di centro-destra (i partiti aderenti al PPE e i liberali) e centro-sinistra (quelli affiliati al PSE), i partiti dell’élite assommavano, nel loro complesso, dal 80% al 98% dei voti in ciascun Paese europeo. Nella loro “narrazione” ad uso dei rispettivi elettorati nazionali, centro-destra e centro-sinistra si protestavano alternativi tra loro, ma la realtà era che le scelte di quadro generale – quelle decisive – venivano assunte a livello europeo, e l’Europa nel suo insieme era governata dalla grande coalizione permanente PPE-PSE-Liberali, il blocco storico che ha sempre espresso la Commissione europea, il Consiglio dell’Unione, e dettato tutte le scelte strategiche. Le differenze tra le politiche dei governi di supposto centro-destra e di supposto centro-sinistra, quando non meramente declamatorie, erano confinate a scelte di impatto simbolico ma che non mettevano in questione le scelte fondamentali di sistema. Anche se era una messinscena, la manfrina del centro-sinistra contro centro-destra ha avuto un grande potere evocativo ai fini della fidelizzazione delle rispettive tifoserie. La perversa genialità del marchingegno consisteva nell’“alternanza”: le due metà del blocco storico, centro-destra e centro-sinistra, si ruotavano periodicamente gli incarichi tra loro, ben sapendo che il giro dopo sarebbe di nuovo toccato a loro. Lo scopo del meccanismo era garantire il monopolio del Potere all’élite ma dando l’illusione ai cittadini di poter cambiare qualcosa con il loro voto, mentre le elezioni avviavano solo un altro giro di giostra dell’eterno ritorno del sempre uguale. I cittadini coscienti avevano un unico modo di ribellarsi: astenersi dal voto. E infatti la percentuale di votanti calava a ogni tornata elettorale.

La commedia, per quanto ben congeniata, funziona solo se è data una precisa condizione aritmetica: la somma dei voti dei partiti dell’élite deve essere sufficientemente vicina al 100% di modo che la metà di quello schieramento che di volta in volta prende qualcosina di più si ritrovi con una maggioranza di seggi in Parlamento e sia “autosufficiente” come prevede la narrazione dell’“alternanza”. All’inizio del periodo in considerazione questa condizione aritmetica era data in tutti i Paesi europei. Col passare del tempo la percentuale elettorale del raggruppamento PPE-PSE-Liberali è calata ovunque, rapidamente nei Paesi deboli, lentamente in quelli forti. Il meccanismo, nella sua forma originaria, si blocca nel momento che la percentuale aggregata dei partiti dell’élite scende al 70%.  Quando, in un determinato Paese, questa soglia critica veniva raggiunta, il connubio destra- sinistra si inventava la “riforma elettorale” ovvero un marchingegno legislativo capace di trasformare artificialmente una minoranza (la metà meno debole dell’élite) in maggioranza parlamentare, permettendo di tirare avanti con la narrazione tradizionale. In questa fase intermedia, in Italia abbiamo avuto qualcosa come otto riforme elettorali, tutte con la medesima finalità, garantire a minoranze sempre più piccole di essere maggioranze in Parlamento (alle politiche 2013 il PD prese il 25,43%, ovvero il 18% dell’elettorato, che gli valse il 48% dei seggi alla Camera).

Ma anche il meccanismo “riformato” ha la sua soglia aritmetica. Entra in crisi quando il voto aggregato dell’élite scende significativamente sotto il 60%.  A quel punto gli artifici della legge elettorale non aiutano più, anzi rischiano di complicare la vita all’élite, favorendo i “populisti” (termine che designa chiunque non sia partecipe del blocco storico destra-sinistra). In questa terza fase (l’attuale) l’élite riscopre il “valore” del proporzionale (seppur in versione tarocca) ed è costretta a mettere in campo soluzioni nuove. La più ovvia è rendere esplicita la grande coalizione destra-sinistra: quasi tutti i Paesi europei oggi sono governati da grandi coalizioni che uniscono la cosiddetta sinistra con la cosiddetta destra (Germania, Francia, Spagna, Italia,…). Quasi ovunque le due parti contraenti ancora pretendono di rappresentarsi come “non-alleate” cercando di tenere in piedi il loro show tradizionale; a questo fine utilizzano un vasto ventaglio di tartufismi verbali: in Spagna si tratta di un semplice “sostegno esterno”, in Francia Macron nega di essere l’unificazione dell’élite e si propone come un essere nuovo partorito dalla mente di Giove, l’Italia invece rigurgita di statisti responsabili (Alfano, Verdini, Casini,…), e così via narrando e chi più ne ha più ne metta.  La seconda manovra (più intelligente) è portata avanti da Angela Merkel: mira ad allargare il patto storico oltre i tradizionali confini PPE- PSE-Liberali. La cancelliera vorrebbe accogliere i Verdi nella confraternita.

Con le sue dichiarazioni Eugenio Scalfari prende semplicemente atto della realtà: la narrazione “sinistra contro destra” non è più funzionale ai fini del mantenimento del Potere nelle mani dei “soliti noti”, quindi è ciarpame da buttare.  Il problema (dal suo punto di vista) è fermare i “populisti”, cioè chiunque non sia parte dell’accordo spartitorio.

I “populisti” piu` pericolosi (per l’élite) sono quelli che iniziano a farsi chiamare “post-statalisti”, quelli che pensano che l’ordine mondiale costruito sulla sovranità assoluta degli Stati (l’equilibrio westfaliano) non solo sia storicamente obsoleto ma anche in crisi irreversibile (in Occidente). Quel modello era stato costruito su un assunto preciso sintetizzato dalla nota formula della Pace di Augusta, confermata dai trattati di Westfalia: cuius regio, eius religio, formula che assegna allo Stato la missione storica di uniformare al proprio interno coscienze, fedi, ideologie e culture, sradicando ogni possibile non-conformismo, e affermando un’artificiale “morale di Stato” (la ragion di Stato). E` evidente come questa missione sia oggi impraticabile nel “Villaggio globale” popolato da società laiche e disincantate le cui coscienze non è facile manipolare.  Perciò lo Stato va superato a norma dell’articolo 2484 del Codice Civile: per sopravvenuta impossibilità di conseguire il proprio oggetto sociale. I “populisti post-statalisti” (tra cui mi metto anch’io) vorrebbero rifondare l’ordine europeo su basi nuove, e costruire una Europa che in grado di adempiere alle missioni che la Storia assegna oggi, non nel 1648.

In nessun luogo la crisi dello Stato è oggi più manifesta che in Catalogna. Si tratta di una vicenda storica “nuova” che ha analogie solo superficiali con altri eventi che abbiamo visto in passato e a cui osservatori disattenti l’associano. Il motore degli eventi non sono i dirigenti dei partiti catalanisti, ottime persone che si muovono dentro un solco già segnato, quanto la “pancia” della società catalana che è molto più avanti della propria dirigenza politica.  Sotto questa spinta sociale la Questione Catalana sta mutando natura: il significato del termine “Repubblica Catalana”, e la stessa percezione della sua esistenza o meno nella realtà, sta evolvendo rapidamente in direzioni inesplorate.

Teniamo gli occhi aperti.  La Catalogna è un laboratorio storico interessantissimo, i cui esiti sono al momento imprevedibili. Se confrontiamo quello che accade oggi tra Catalogna e Fiandre con la sequenza di eventi che portarono a Westfalia, non possiamo non notare come la Storia sia dotata di un notevole senso dell’ironia. Ma non ditelo a Eugenio Scalfari.

Sergio Cecotti (c) Riproduzione riservata.

Qualcuno ricorda la “Carta di Udine”?

Ricordate la gloriosa “Carta di Udine”?

Probabilmente l’avete completamente rimossa dalla vostra memoria, vista la sua assoluta irrilevanza. Permettetemi di ricordarvi di cosa si trattava.
Erano gli infuocati giorni della campagna referendaria sulla de-forma costituzionale Renzi-Boschi; il PD del Friuli Venezia Giulia si trovava nelle scomodissime vesti di chi propone il ritorno allo Stato centralista postrisorgimentale, con lo svuotamento di tutte le autonomie, a iniziare dalle Speciali. I dirigenti locali del PD avevano subito capito che tirava un bruttissimo vento per i neo-centralizzatori. Pensa che ti pensa, hanno avuto un’idea brillante: “Organizziamo una grande vetrina propagandistica sull’autonomia” — si sono detti — “Una convention in cui diamo fondo a tutte le nostre riserve di banalità e aria fritta, diamo fiato ai tromboni, e riempiamo le pagine dei giornali amici per due settimane”. Hanno quindi organizzato un convegno in pompa magna (derogando alla legge sulla par condicio) il cui piatto forte era appunto la proclamazione della storica “Carta di Udine”.

Purtroppo per il PD, la messinscena è risultata troppo smaccatamente propaganda stile venditore di pentole, e non ha convinto i friulani, come ben si è visto nelle urne. A onor del vero, qualcuno è rimasto affascinato dalla “Carta”. E non parlo del solito Bastian Contrario, bensì delle innumerevoli schiere del Partito di Angelino Alfano, che si è mobilitato sul tema come un sol uomo (ma erano in due).

Perché ritorno su questa insulsa pagina di propaganda renziana?

In quella occasione Serracchiani e amici avevano incoronato quale “supremo garante” dell’autonomia della nostra Regione il sottosegretario Giancarlo Bressa. Io, che ho una lingua affilata, commentai: “Seguo l’on. Bressa da un quarto di secolo, e so quanto egli odi l’autonomia in generale e l’autonomia speciale del FVG in particolare”. Mi spinsi anche più in là e aggiunsi: “Invitare l’on. Bressa come ospite d’onore a una manifestazione in difesa della autonomia della nostra Regione è come invitare il capo dei neo-nazisti a tenere la commemorazione ufficiale della Shoah”. Apriti cielo: tutti a dire che ero il solito esagerato, uno che parla per iperboli.

Esagerazioni? Iperboli?

Leggetevi quello che l’on. Bressa ha dichiarato in questi giorni sul passaggio di Sappada alla nostra Regione (passaggio che lui ha ostacolato in ogni modo): vedete quanto veleno ci vomita contro! Del resto la sua storia politica è questa: l’onorevole si è costruito una carriera politica fomentando l’invidia (immotivata) dei bellunesi contro i friulani. Lo si può accusare di molte cose, ma non di non essere una persona coerente: sono venticinque anni che ripete lo stesso mantra!
Su Sappada però gli è andata male. L’on. Bressa si è trovato di fronte un piddino ancora più potente di lui, l’on. Ettore Rosato, con interessi di carriera diametralmente opposti ai suoi. L’onorevole triestino non è uno sciocco:  è lucidamente consapevole del fatto che, dopo cinque anni di Serracchiani, per il PD del FVG le elezioni (politiche e regionali) sono un passaggio alquanto impervio. Rosato ha capito che il PD doveva sbrigarsi a produrre un qualche risultato da sventolare in campagna elettorale, qualcosa da dare in pasto a una opinione pubblica convinta che in questi cinque anni il PD abbia svenduto e deriso gli interessi del Friuli Venezia Giulia. Il voto finale sulla legge che riconosce il diritto dei sapaddini a ritornare nella loro Regione d’origine è caduta al momento giusto: l’astuto Rosato non  se l’è fatta scappare. Bravo! Anche se le sue motivazioni sono tutte politicistiche, alla fine è il risultato che conta.
Ma non facciamoci illusioni. La stragrande maggioranza del PD è sulla linea di Bressa. Anche se ogni tanto qualcuno di loro sembra rinsavire, ma solo quando mancano meno di due mesi alle elezioni.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata

María Dolores, ovvero della lucidità dell’élite

Ieri è accaduto un fatto divertente, in sé assolutamente irrilevante, ma che ben rappresenta lo stato di confusione mentale delle élite centraliste che governano l’Europa. Se questa è la classe dirigente, lunga vita ai “populisti”.

Il fatto è presto detto. Due comici della televisione russa, Alexei Stoliarov e Vladimir Kuznetsov, hanno telefonato alla ministra della difesa spagnola, tale María Dolores de Cospedal, spacciandosi l’uno per il ministro della difesa della Lettonia, l’altro per il suo braccio destro. Le telefonate sono state due, e piuttosto lunghe (circa un quarto d’ora). I due comici hanno spiegato alla ministra spagnola come la situazione in Catalogna sia stata creata “ad arte” dai servizi segreti russi che intendono riprodurre uno scenario simile a quello realizzato in Crimea e nel Donbass. Le hanno “rivelato” che il Presidente catalano, Carles Puigdemont, è un agente russo, nome in codice “cipollino” (personaggio di una fiaba per bambini di Gianni Rodari). L’hanno “informata” che più del 50% dei turisti russi che visita Barcellona sono in realtà agitatori professionali dei servizi segreti russi con la missione di sollevare l’indipendentismo catalano. Il sedicente ministro lettone si è offerto di inviare a Barcellona truppe del Paese baltico per aiutare l’esercito spagnolo a fronteggiare gli indipendentisti e i russi infiltrati.

La ministra spagnola ha ringraziato moltissimo il suo presunto omologo lettone, apprezzando in particolare la disponibilità ad inviare truppe. María Dolores ha spiegato ai suoi interlocutori che doveva riferire immediatamente queste cruciali notizie al primo ministro spagnolo Rajoy, assicurando che poi avrebbe richiamato il suo pari grado lettone per assumere decisioni operative.

E, in effetti, María Dolores ha richiamato poco dopo i due comici russi, riferendo loro che il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, si era dichiarato entusiasta delle accurate informazioni provenienti della Lettonia, e che era interessatissimo ad approfondirle. Attraverso la sua ministra, Rajoy ha proposto un incontro a quattr’occhi tra i due primi ministri, spagnolo e lettone, accompagnati dai rispettivi ministri della difesa, da tenersi a Göteborg in Svezia, per uno scambio di informazioni sulle operazioni clandestine russe, nonché per predisporre dettagliati piani per il dispiegamento dell’esercito lettone in Catalogna.

In serata l’agenzia di informazioni russa Sputnik ha messo in rete la registrazione delle due telefonate. María Dolores non ha battuto ciglio: ha spiegato che lei aveva subito capito che si trattava di due impostori perché il sedicente ministro lettone si era rifiutato di parlare in inglese, chiedendo che la conversazione si svolgesse con l’ausilio degli interpreti.

Non è invece confermata la voce, sparsasi ieri in tarda serata, che i due comici abbiano telefonato anche a Maria Sandra Telesca, spacciandosi per il ministro della sanità dell’Uzbeckistan che si complimentava per la sua eccellente “riforma”.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata

Renzi Matteo, “autonomista” involontario

Il ragionamento politico di noi progressisti storici (che i giornali chiamano impropriamente “autonomisti”) parte da un dato di fatto: lo Stato westfaliano* non solo è in crisi, ma è in tremendo ritardo rispetto allo sviluppo storico, ed è perciò fattore di involuzione sociale, politica, culturale ed economica.** L’obsolescenza dello Stato westfaliano non può sorprendere: si tratta di un marchingegno escogitato quattro secoli fa, e che già allora non era considerato questa gran “figata”, ma solo un “male minore” che rappresentava un arretramento rispetto alla visione democratica e locale-globale di Ramon de Penyafort e Marsilio da Padova (pensatori che, immagino, i nostri dottissimi politicanti definirebbero “populisti”).

Nella sua funzione di “male minore”, il modello westfaliano ha, in un modo o nell’altro, retto fino a tutto l’ottocento, tant’è che spesso si parla, erroneamente, di Stato “ottocentesco”. Nel corso del novecento il sistema ha manifestato tutte le sue insanabili contraddizioni, provocando alcune delle peggiori tragedie della storia umana, tra cui due guerre mondiali e la Shoah. Istituzioni come le Nazioni Unite e l’Unione Europea nascono per porre rimedio ai drammatici difetti del sistema westfaliano, ma vengono rapidamente fagocitate dal sistema stesso, tant’è che oggi queste Istituzioni sono in crisi e vengono percepite (giustamente!) come inutili dall’opinione pubblica che vede come esse non adempiano affatto alla missione storica per cui sono state create (superare Westfalia!) ma, al contrario, si comportano da “damigelle d’onore” del decrepito sistema.

In nessun luogo il rigetto del modello westfaliano è più evidente che in Catalogna. E’ una storia che viene da lontano: i catalani rivendicano la visione democratica locale-globale come il maggiore contributo della loro nazione alla civilizzazione umana (i catalani Ramon de Penyafort e Ramon Llull precedono il Defensor pacis di Marsilio di qualche decina d’anni). Pau Casals ha rivendicato questo merito storico di fronte alle Nazioni Unite nel suo celebre discorso “I am a Catalan” (1971). La Repubblica per cui lottano i catalani non è la Repubblica “una e indivisibile” e iper-westfaliana dei giacobini, ma il suo opposto, l’idea universale di Res Publica di Marsilio.

Le loro parole d’ordine, e le stesse tecniche di mobilitazione politica, sono penyafordiane più che gandhiane.

I catalani sono impegnati in un esperimento storico di portata eccezionale: costituire una Repubblica che non sia uno Stato. Infatti, se la indipendenza si riducesse alla costituzione di uno “Stato catalano”, si tratterebbe pur sempre di un processo tutto dentro la logica di Westfalia, che non aiuterebbe la storia a progredire.

Come possiamo essere certi che sia proprio questo il senso profondo dei fatti di Catalogna?

Lo sappiamo dal documento fondamentale degli indipendentisti catalani, il piano strategico per la Repubblica. E’ il medesimo documento che la magistratura dello Stato spagnolo usa come “prova regina” dei reati di ribellione, sedizione e disobbedienza imputati al Governo catalano; ampi stralci del documento sono riportati nelle motivazioni delle ordinanze di custodia cautelare dei ministri della Generalitat. In questo piano strategico si prefigura una Repubblica priva di Forze armate, elemento costitutivo dello Stato westfaliano, e da cui è lecito distaccarsi esercitando il diritto di autodeterminazione. Se per “separatisti” si intende un gruppo che vuole staccarsi da uno Stato per costituirne uno proprio, i catalani (e gli scozzesi) non lo sono affatto. Loro sono unionisti, da non confondersi con la categoria opposta, gli unitaristi.

Nonostante il sistema wesftaliano sia in ritardo rispetto all’evoluzione storica di circa due secoli, esso è ancora molto tenace. Questo perché è un sistema di dominio e Potere. E una regola generale: il Potere perpetua sé stesso ben oltre l’esaurirsi delle motivazioni storiche che lo avevano originato e legittimato. Il penultimo congresso del Partito comunista cinese (il campione mondiale di autoperpetuazione al Potere) ha testualmente stabilito che la dottrina fondamentale della politica estera cinese è la strenua difesa dell’ordine westfaliano in ogni angolo del pianeta. E, infatti, la Cina si è subito premurata di garantire a Mariano Rajoy che farà tutto quanto è in suo potere pur di garantire “l’unità” della Spagna.

Noi pensiamo che — a dispetto del Partito comunista cinese — la storia si stia riallineando sul modello democratico, pur tra mille difficoltà e contraddizioni. L’indicatore più evidente del cambio di paradigma è il fatto che in quasi tutti i Paesi europei i partiti del sistema (nelle loro tradizionali articolazioni di “destra” e “sinistra”) non raggiungono, nel loro complesso, il 50% dei voti espressi, ovvero la loro influenza aggregata sulla società è ridotta a meno di un quarto, tenendo conto degli astenuti che certo non sono “pilastri” del sistema. La storia, e quindi la politica, si sta riposizionando sul doppio livello locale e globale (che nel nostro caso significa europeo). L’azione politica giocoforza seguirà la realtà dello sviluppo storico, e anch’essa si riorganizzerà su questi due livelli. Detto in termini rozzi: i partiti “nazionali” (rectius westfaliani) andranno sempre più in crisi, e lasceranno il posto a soggetti politici locali, associati in reti europee, molto meglio attrezzati per affrontare le contraddizioni del presente.

Il lettore dirà: “Tutto bello, ma cosa ci azzecca Renzi Matteo? Lui è un westfaliano del tipo più arcaico”.

Il punto è che la storia procede secondo il principio di necessità, e anche le azioni di chi pretenderebbe di invertire le lancette dell’orologio (come il segretario del PD) alla fine si rivelano funzionali al corso obbligato degli eventi. Per fare un esempio: i partiti “nazionali” sono destinati a lasciare il passo ai nuovi soggetti globo-locali. Ora chiediamoci: alla fine, quale risultato avrà prodotto Renzi Matteo? Avrà trasformato un primordiale partito “nazionale”, quale il PD, in un moderno partito locale organizzato e votato solo in Toscana.

Amici, non parliamo male di Renzi Matteo.
Lui non lo sa, ma è anche lui uno dei “nostri”.

Sergio Cecotti (C) | Riproduzione riservata 

* Per una storia critica del sistema westfaliano vedi e.g. Henry Kissinger, World Order, Penguin, 2014.
** Il testo base della critica al sistema westfaliano nel pensiero politico del Plaid Cymru, a cui si ispira anche lo Scottish National Party, è la prolusione di Saunders Lewis alla prima Summer school del partito (1926) “Egwyddorion Cenedlaetholdeb”, tradotto in inglese con il titolo Principles of Nationalism, Cardiff, 1975.

Dopo il voto: l’intervista a Sergio Cecotti

Cecotti, guardando i risultati elettorali in Sicilia e a Ostia si direbbe che la sua “profezia” sull’evaporazione del PD si stia avverando. Lei cosa ne pensa?
Sul risultato del PD ho poco da dire. Mi riconosco appieno nel giudizio dato dal coordinatore della segreteria nazionale del PD, Lorenzo Guerini: “sconfitta devastante, ma ampiamente prevista”. Prevista da osservatori ben più autorevoli di me. Il risultato del PD non presenta nessuna sorpresa; sappiamo tutti che, con l’eccezione della Toscana e dell’Emilia-Romagna, il PD renziano viaggia su quelle percentuali lì: a riprova, il PD ha preso il 13% tanto in Sicilia come a Ostia. Questo però non significa che il voto siciliano non fornisca indicazioni interessanti: vi sono un paio di lezioni che sarebbe bene non sottovalutare.

La Serracchiani però dice che si è trattato di un voto locale.
Ha assolutamente ragione. Il voto in Sicilia era connotato da tre elementi locali che non hanno parallelo nel resto del Paese, e tanto meno in Friuli Venezia Giulia. Li elenco: 1) in Sicilia il PD godeva dell’“effetto Orlando”, capace solo pochi mesi fa di stravincere le comunali al primo turno. E’ un serbatoio di voti aggiuntivi che il PD non ha nel resto del Paese; 2) la Sicilia è il bastione elettorale del principale alleato del PD, Alfano, che qui ha (nonostante la pesante débacle) percentuali cinque volte superiori a quelle medie: altri voti che mancheranno al PD in FVG; 3) come è noto, la lista fiancheggiatrice del PD “Gattopardi & Affini” ha in Sicilia un radicamento sconosciuto nel resto del Paese. Nel loro insieme, questi tre fattori locali hanno apportato alla coalizione del PD un valore aggiunto del 12,4%. Perciò la Serracchiani fa benissimo a mettere in guardia i suoi colleghi di partito dal lasciarsi prendere da facili entusiasmi sull’onda del risultato siciliano. La Governatrice sa che nel PD regionale qualcuno coltiva l’illusione che le liste Honsel e Tesolat apporteranno il 12,4%, e provvede a disilluderli, prima che
vadano a sbattere.

Lei parlava di lezioni dal voto siciliano. Quali sono?
Forse per deformazione professionale, a me piace estrarre dai risultati elettorali regole aritmetiche più che fumose considerazioni politologiche che, alla fine, lasciano il tempo che trovano. La prima lezione aritmetica riguarda il partito di Alfano.

Cosa dice l’aritmetica sul ministro degli esteri?
In passato la Sicilia era la roccaforte elettorale di quel partito con percentuali complessive del 10%, e punte in provincia di Agrigento del 40%. Nelle loro strategie, la Sicilia avrebbe dovuto essere il granaio di voti che garantiva al partito di superare la soglia del 3% a livello nazionale, compensando gli “zero virgola” in molte parti del Paese. Ma il partito del ministro degli esteri è sul 4% nello stesso asserito granaio. A questo punto, il raggiungimento della soglia a livello nazionale è matematicamente impossibile. Per entrare in parlamento, gli alfaniani dovranno pietire posti in lista dal PD che, con questi chiari di luna, non avrà molti seggi da regalare a terzi.

Veniamo alla seconda lezione.
La seconda lezione è più interessante perché è un lemma aritmetico di carattere universale, che si applica a tutti i partiti e a tutte le elezioni regolate da una legge maggioritaria a turno unico.

Anche alle elezioni regionali del FVG?
Soprattutto alle nostre regionali, ma vediamo di formulare il principio aritmetico in termini generali. In una elezione regionale, il candidato-presidente che parte con lo sfavore dei sondaggi si pone il problema di ridurre il divario con il front runner. Per raggiungere l’obiettivo, spesso non sa far di meglio che “allargare la coalizione” cioè, nel concreto, costruire in laboratorio una pletora di liste di appoggio — una di finta-sinistra, una di finto-centro, una finto-autonomista, etc. — riempiendole di tutti gli ascari che riesce a raccattare.

Forse non sarà un metodo elegantissimo, ma è pur sempre una strategia razionale. Non crede?
Vediamo cosa dice l’aritmetica. Per mera semplicità di esposizione, uso il PD come esempio. Il punto centrale è che gli ascari prendono pochi voti, ma qualcuno lo prendono. Il meccanismo è semplice: un elettore convinto che il renzismo sia cosa buona vota direttamente PD, mentre uno che ne pensa tutto il male possibile non vota certo gli ascari del PD. Gli ascari però prendono il voto degli elettori filo-renziani a cui i candidati delle liste collegate stanno più simpatici di quelli ufficiali del PD. Con questo meccanismo, ciascuna lista collegata prende pochi voti, ma poiché le liste sono tante, la somma complessiva dei loro voti è comunque un numero apprezzabile. Al 90% sono voti che, in assenza di liste artificiose, sarebbero andati direttamente al PD.
Risultato aritmetico: in Sicilia il PD ha preso il 13% guadagnando 11 seggi, “Sicilia Futura” il 6% con 2 seggi, AP il 4,2% con zero seggi e “Arcipelago” il 2,2% con zero seggi. Se le liste collaterali non ci fossero state, nella divisione dei seggi il PD avrebbe pesato per il 25% (o poco meno) non per il 13%, e lo schieramento di “centro-sinistra” avrebbe ottenuto 4 o 5 seggi in più. Seggi del PD che sono stati regalati a centro-destra e MS5. Il paradosso aritmetico è che il centro-destra col 39,9% non avrebbe avuto la maggioranza assoluta nell’Assemblea regionale senza questo grazioso omaggio del PD. La maggioranza assoluta è stata letteralmente regalata a Musumeci dagli strateghi PD. E le pare che una simile strategia possa definirsi razionale?

Quindi la regola aritmetica generale è?
Se tu, candidato-presidente, e il tuo competitore siete spalla spalla, con uno 0,1% di scarto, allora aggrega tutte le liste fiancheggiatrici che puoi, perché ogni voto può fare la differenza. Ma al contrario, se sei indietro, non devi costruire liste d’appoggio perché il loro effetto sarà quello di regalare parte dei tuoi seggi agli avversari. Finiresti con l’ottenere risultati paradossali.

Quali paradossi?
Faccio un esempio pratico. Il sindaco di Udine, Honsell, ha dichiarato che alle regionali farà una lista fiancheggiatrice del PD con l’obiettivo, parol testuali, di “arginare la destra e i populisti”. Aritmeticamente, l’unico risultato della sua operazione sarà sottrarre uno, o anche due, seggi al PD per regalarli alla destra o ai “populisti”. La medesima prodezza è già riuscita al sindaco di Palermo. Un perfetto esempio di eterogenesi dei fini.

Sergio Cecotti (C) Riproduzione Riservata