15 Dicembre 2017: una data decisiva per la distruzione della specialità del F-VG

Mentre il Consiglio regionale ieri stava discutendo del Bilancio per il 2018, è giunta notizia che in Parlamento era stato presentato un emendamento del Governo alla legge di “stabilità nazionale” che aveva ottenuto “l’intesa” con la Regione F-VG.

Questo emendamento riorganizza tutto il sistema di compartecipazione del F-VG per le entrate fiscali, diminuendo il singolo peso (ad es. per l’IVA non avrà più il 91% ma il 59%) ed aumentando le tipologie di tributi (ad es. bolli, ecc.) a cui accedere.

Il tutto viene detto “ad invarianza di entrate per la Regione e costo per lo Stato”. Come regalo per l’intesa viene standardizzato a 250 milioni annui il contributo che la Regione deve allo stato in conseguenza degli accordi passati Tondo-Tremonti e Serracchiani-Padoan, che a partire dal 2018 avrebbe potuto ritornare ai 370 previsti inizialmente.

Cosa significa ciò? E come si ripercuote sul bilancio regionale?

Sui giornali si trova che le spese del bilancio regionale per il 2018 sono di circa 4 miliardi di euro suddivisi nelle varie voci.

L’informazione non spiega quanto sono le entrate complessive, dalle compartecipazioni e dalle altre voci, che nella realtà attualmente sono di circa 5300 milioni di euro. Di questi circa 1300 vengono ritornati allo Stato in seguito a norme diverse (emanate dal 2011 in poi) che definiscono il contributo della Regione F-VG al risanamento della finanza pubblica dello Stato (debito, disavanzo,…). Tra questi ci sono anche i 370 milioni (o 250) del Patto prima descritto.

Questi soldi oggi compaiono nel bilancio regionale. Con “l’intesa” della Giunta Serracchiani sull’emendamento governativo alla legge di stabilità questi soldi spariranno per sempre dalle entrate del bilancio regionale poiché le nuove aliquote di competenza sono calibrate sull’attuale spesa regionale dei 4 miliardi.

Rimane da capire se i 120 milioni di cui molto si parla sono già nell’attuale bilancio regionale (con previsione di contribuzione allo Stato di 250) o se potranno essere inseriti solo dopo l’approvazione della manovra all’esame del Parlamento.

Raccontare quanto è avvenuto ieri, come fanno i giornali regionali di oggi, come un risultato positivo è una “fake” colossale.

Di fatto così si concludono 10 anni disastrosi per la specialità regionale.

Giorgio Cavallo

Avevamo capito ed eravamo orgogliosamente malfidenti: per questo abbiamo votato no

Ad un anno di distanza dal referendum costituzionale Salvatore Spitaleri intervenendo sul Messaggero Veneto del 5 dicembre 2017 si chiede se “quegli saputi” di autonomisti abbiano capito il grande errore fatto allora e se quella scelta fu dovuta al “non aver capito o all’essere in malafede”.

Poiché nel corso del 2016 mi sono trovato a guidare il comitato “Sono Speciale Voto No” e ad espandere il pensiero dei molti cittadini regionali che avevano annusato la truffa per anziani denominata “Carta di Udine”, mi pare doveroso interpretare le affermazioni di Spitaleri che, magari così non fosse, rappresentano con ogni probabilità un residuo pensiero di quell’area politica PD che ai contenuti di quel referendum aveva creduto. Se effettivamente molti della sua parte politica la pensano in questo modo mi pare rappresentino una pericolosità sociale da esorcizzare.

Al di là di alcune considerazioni che vorrebbero mettere in conflitto la esperienza della specialità del F-VG con quelle delle regioni ordinarie che oggi hanno cominciato a ribellarsi alla centralizzazione, mi stimola l’affermazione testuale che “oggi è certo più complesso attivare percorsi per nuove e più aggiornate competenze e soprattutto il rapporto tra Regione e Stato è rimasto un impari braccio di ferro”, peraltro da non lasciare alle “irose manine di bambini beccati in fallo” che “sbattono pugni sui tavoli romani”. Che tali appunto sono gli autonomisti.

Dice lo Spitaleri: vi avevamo proposto un bel po’ di modifiche della Costituzione che avrebbero risolto tutti i problemi fondamentali dello stato italiano, dalla governabilità alla messa in riga delle dissipatrici autonomie locali, e voi le avete rifiutate.

Oggi a causa del NO andiamo di male in peggio e tutti i problemi sono rimasti in piedi, compreso quello di salvaguardare e allargare l’autonomia speciale del F-VG. Dovreste, voi autonomisti del Friuli, cospargervi di cenere e dichiarare di non aver capito la bontà del prodotto e pentirvi di non averlo comprato.

A queste argomentazioni rispondo: “errare è umano, perseverare è diabolico!”

Hanno cercato di venderci una “patacca” per sostituire con norme raffazzonate e contraddittorie un impianto che arrancava per mancanza di manutenzione, ed oggi ci vengono a dire che abbiamo fatto male a sbattere la porta in faccia al piazzista. E nel frattempo i proprietari-concessionari dell’impianto hanno continuato a distruggerlo a martellate come è avvenuto con il “rosatellum”.

Mi limito alla questione dei rapporti tra stato centrale e territori. La proposta referendaria del 2016 era una pietra tombale ad ogni reale autonomia delle regioni in generale ed una ambigua norma transitoria rimandava al futuro le procedure di revisione delle specialità, attizzando ancor più il clima generale che voleva farne piazza pulita.

Spitaleri forse non ha capito che i “friulanisti” non si battevano solo per la loro specialità, da ridefinire, ampliare e riscrivere, ma in difesa dell’intero Titolo V della Costituzione e della sua applicazione, devastata da 15 anni di governi nemici dell’autonomia regionale e locale così come definita nel 2001.

Un vento impetuoso da nord ha cambiato il clima. Il referendum dell’ottobre 2017 in Veneto ha fatto piazza pulita della volontà centralizzatrice delle modifiche costituzionali del 2016 ed ha aperto una fase nuova di ricontrattazione tra territori e stato per la ripartizione dei poteri di competenza. Il referendum veneto non ha distrutto le specialità ma ha fatto diventare la specialità un obiettivo generale. Se abbiamo delle carte da giocare, il voto del Veneto permette al F-VG ed alle altre speciali di uscire dalla dannazione in cui erano state cacciate da una “pubblica opinione” deviata.

Chi ha a cuore il futuro dell’autonomia speciale del F-VG non è preoccupato per quanto riuscirà a strappare il Veneto al Governo ed al Parlamento, ma piuttosto dalla incapacità delle forze politiche, che in Regione F-VG si collegano al sistema politico italiano, di interpretare adeguatamente la rinnovata specialità di cui ha bisogno il Friuli – Venezia Giulia.

Negli ultimi anni il F-VG ha subito un salasso di risorse finanziarie che oggi tagliano il bilancio regionale del 25%, 1,2 miliardi su 5, ha visto il governo distruggere molte leggi approvate in regione contestandone la legittimità di competenza, e praticamente non ha portato a casa uno straccio di norma di attuazione che ampliasse il suo spazio di azione.

Forse come dice Spitaleri non abbiamo avuto sufficienti  “bambini che sbattessero i pugni sui tavoli romani”, ma ci siamo affidati a puri legami politici di sudditanza.

Un consiglio a quanti condividono quanto dice Spitaleri. Quando viene a mancare una cosa a cui eravamo affezionati dispiace, ma prima o poi ce ne facciamo una ragione. Ad un anno di distanza mi pare che il PD non abbia ancora rielaborato il lutto del 4 dicembre 2016. E appellarsi alla “macumba” è un po’ da primitivi.

Giorgio Cavallo

Dalla Conferenza una nuova valorizzazione per la lingua friulana

Venerdì 1 e sabato 2 dicembre, a Udine, si terrà la seconda Conferenza regionale sulla tutela, la valorizzazione e la promozione della lingua friulana.
Il programma del primo giorno, nell’Auditorium del palazzo della Regione in via Sabbadini, sarà dedicato al dibattito e all’approfondimento delle relazioni dei quattro gruppi di lavoro – pubblica amministrazione, politica linguistica, istruzione, media – mentre il giorno dopo, in quella che può essere definita la sessione plenaria che si terrà nel Salone del Parlamento al Castello di Udine, le relazioni verranno presentate nella loro veste definitiva, cui seguiranno le conclusioni.
La Conferenza è un importante momento di verifica e di proposta e proprio da ciò che ne uscirà si potrà valutare cosa ha fatto l’attuale Giunta regionale per la tutela e la valorizzazione della lingua friulana.
Dalla Conferenza, prevista ogni 5 anni, usciranno anche le proposte per la prossima Amministrazione regionale. Riteniamo che il prossimo sarà un quinquennio decisivo per la lingua friulana. Infatti, dopo le evidenti lacune della attuale Giunta (lo provano le relazioni preparatorie che sono già on-line), sarà necessario guardare avanti, perché tutelare e valorizzare le lingue come friulano, sloveno e tedesco, per il Friuli-Venezia Giulia significa tutelare, valorizzare e rafforzare la sua specialità.
Oltre che momento di verifica, la Conferenza sarà quindi anche in luogo di proposta e chiunque potrà partecipare e così portare il suo contributo.

Puoi trovare tutte le info sul sito di ARLeF.

Sappada, la questione veneta e il Friuli-Venezia Giulia

Pubblichiamo qui sotto alcune riflessioni sul tema a cura di Giorgio Cavallo.

Oggi canederli e champagne

Salvo pasticci burocratico-amministrativi e qualche cavillo giurisprudenziale il Comune di Sappada/Plodn è entrato a far parte della Regione F-VG, sulla base di una iniziativa popolare partita 10 anni fa. Tutto è bene quel che finisce bene.

La vicenda tuttavia negli ultimi tempi ha assunto significati più estesi di quelli iniziali che personalmente ho sempre inquadrato nella logica di far coincidere confini istituzionali con quelli storico diocesani.  Molto del passato di Sappada è legata al Patriarcato, così come molto del presente ha avuto come riferimento non solo il turismo triestino ma anche via Treppo.

E, detto per inciso, non sarebbe male se la Regione F-VG nel riorganizzare il suo rapporto con i territori prendesse a riferimento come parametro la storia religiosa al pari di altre forniture di servizi e pianificazioni.

Il festeggiare questo avvenimento deve andare però di pari passo all’interpretare quanto sta succedendo nel Veneto in conseguenza del referendum sul “rinvigorimento” dell’autonomia. Proprio da qui sono nate alcune difficoltà interpretative che hanno messo in difficoltà una vicenda tutto sommato banale, creando un clima conflittuale tra F-VG e Veneto ad uso e consumo dei personaggi politici che nelle due realtà rappresentano i partiti che si contendono il futuro potere.

Così Rosato e Fedriga possono rimettersi una aureola di santità dopo il fattaccio del Rosatellum. e tutto sommato a Salvini fa comodo aver mandato un segnale di non onnipotenza a Zaia.

Ma aprendo gli occhi su un campo più vasto, c’è da domandarsi quale è la prospettiva che aspetta la Regione F-VG sulla base degli avvenimenti dell’ultimo anno.

Una prospettiva di default per il F-VG

Quando la storia si mette in moto in maniera evidente travolge tutto. E stare fermi ad aspettare gli eventi non è mai cosa saggia.

La richiesta legittima del Veneto di vedersi riconoscere più competenze e risorse rispetto a quelle attualmente godute dal F-VG apre scenari da valutare. Non si tratta di criticare le pretese del Veneto, ma di capire cosa determinano su un piano più generale e quali elementi di azione possono incidere sul F-VG.

Per qualcuno può valere questo ragionamento: se l’autonomia è un valore per il territorio e se il treno veneto viaggia celermente forse conviene che il vagone del F-VG si agganci a quel convoglio.

Il processo è avviato ed i risultati delle prossime elezioni politiche determineranno una situazione del tutto nuova sul piano della riorganizzazione territoriale dello stato italiano. Se non mancheranno i profeti di sventura che si stracciano le vesti per i “privilegi” delle speciali e per la necessità di sfoltire il numero delle regioni in nome dell’efficienza, ci saranno anche gli emergenti ras del territorio che dovranno portare a casa risultati concreti. E al nord questa può essere una miscela propellente molto forte.

Si lasci perdere per il momento il Sud Tirolo le cui garanzie internazionali, pur blande e forse giuridicamente inesistenti dopo la liberatoria degli anni 80, saranno comunque messe sul tappeto in ogni occasione. Ma non appare improbabile che le tre entità del Veneto, della Provincia di Trento e del F-VG si trovino ad essere inquadrate in modalità autonomistiche tra loro comparabili, magari con il F-VG nel ruolo di fratello povero.

Diventa allora abbastanza logico pensare ad un ulteriore passo di integrazione differenziata tra le tre entità che assimili le caratteristiche montane della Provincia di Belluno a quella di Trento, che riconosca a Trieste il ruolo di città metropolitana, e che magari dia qualche strumento di rappresentanza identitaria all’unità del Friuli. La proposta di “tuttiperilfriuli”, che riscalda molto il cuore e agita i sentimenti del Friuli profondo, non mi pare confliggere molto con questa visione.

La nuova macro regione del nord est può così molto intelligentemente essere servita in tavola. Una macro regione “speciale” con possibilità di graduare poteri e competenze al suo interno. Con Doge e luogotenenti eletti democraticamente.

C’è una alternativa?

Ma è questo quanto serve al Friuli oggi? O meglio, è questa l’unica prospettiva che si può intravvedere nel futuro del Friuli?

Oggi il legame tra territori e centralità statale è in contrastata trasformazione. Gli scossoni “regionali” in Italia come altrove non possono restare privi di conseguenze e prima o dopo, con l’Europa o senza, daranno luogo a scenari diversi.

La trattativa Veneto-Governo sarà la prima fase di questa trasformazione con al centro la richiesta del Veneto non solo di soldi e competenze ma della “mano libera a nord est”.

Il Friuli può accettare questa logica già vissuta dal 1420 al 1797, o può tentare di guardare un po’ più indietro, al 1077 non solo per l’affidamento al Patriarca di Aquileia del Ducato del Friuli ma anche per averne legato le sorti alla Carniola e all’Istria. I Patriarchi, maciullati dalle beghe tra i “sorestans” dell’epoca non ce la fecero mai a introdurre un efficace governo dell’area e dopo Bertrando il leone marciano si mangiò quello che interessava per il controllo dei traffici di terra verso il nord.

Se il progetto del grande Veneto ha la sua logica, altrettanta può averne la visione del Friuli all’interno di una Regione europea di Alpe Adria che chiuda definitivamente con le disgrazie del XX secolo e dia alle comunità coinvolte gli strumenti per governare “specificatamente” i problemi di fondo del territorio: le Alpi, il mare nord Adriatico e l’organizzazione del sistema logistico dell’area.

Non c’è nessun conflitto da guerra con il progetto Veneto, ma solo l’avvio di una concorrenza competitiva tra territori limitrofi sulla qualità del governo del territorio, sulle dinamiche sociali ed economiche, sulle rispettive crescite culturali.

Diventa vitale per la comunità friulana, in tutte le sue componenti, mantenere aperta una propria libertà di connessioni e relazioni, rivendicando in una fase storica ambigua come quella attuale il rafforzamento della sua dimensione istituzionale che, per la prima volta, ha permesso un luogo unitario di sintesi e di compensazione: la Regione F-VG.

Per il Friuli e le sue tribù va inoltre compreso che la questione di Trieste non è un fastidio da esorcizzare ma uno strumento centrale in questa prospettiva, da governare e condividere con gli altri attori dello scenario. Dove Slovenia e Croazia non stanno certo ad aspettare il nostro consenso per rispondere alle celestiali musiche che le sirene della globalità stanno suonando.

La rottura, a qualsiasi titolo, della Regione F-VG  oggi null’altro è che un passo più o meno decisivo per un nuovo 1420. E’ quindi necessario farlo capire anche alle “famiglie” che si combattono per il controllo di Trieste, e lavorare affinché nel breve-medio periodo si costruisca in F-VG un nuovo Patto tra territori che permetta di salvare e rifondare una sua particolare specialità, sostanzialmente distrutta da 10 anni di governi “amici” della destra e della sinistra.

Giorgio Cavallo