NOI NON VOGLIAMO LA MACROREGIONE CON VENETO E TRENTINO ALTO ADIGE!

26730816_1380804132030573_2074324507405674320_nLo diciamo forte, così che capiscano tutti.
Lo diciamo il giorno dopo che l’on. Roberto Morassut del PD ribadisce che il suo partito vuole le macroregioni.
Lo diciamo rileggendo la proposta di legge 862 del Gruppo Parlamentare di Forza Italia.
Lo diciamo ricordando le ondivaghe dichiarazioni di Salvini e dei Grillini (alias 5 stelle) su questo tema.
L’autonomia, vera, speciale, del F
riuli – Venezia Giulia è il presupposto indispensabile per immaginare un futuro migliore per le nostre Comunità, per ricostruire spazi di autogoverno, per riportare l’economia al servizio delle persone e non della finanza globale.
Lo dice la nostra Storia, lo dicono le lingue che si parlano nei nostri territori, lo dicono i risultati straordinari che abbiamo ottenuto, ad esempio, nella gestione della Sanità e della Protezione civile; poi è arrivato il doppio renzismo di Tondo (Renzo) e di Serracchiani (vice Renzi) e rischiamo di mettere tutto in discussione.
C’è un’unica strada per difendere con certezza la nostra Specialità e si chiama Patto per l’Autonomia.
Tutto il resto è noia.

La Corsica dimenticata

Sulla Catalogna è calato il silenzio, vietato parlare, guai ricordare le battaglie democratiche di quel popolo. Sul 56% degli indipendentisti Corsi silenzio totale, guai ricordare che l’Europa possibile è sempre più quella dei popoli e non quella dei fallimentari “stati nazione” attuali. La conquista di 41 seggi su 63 ovvero della maggioranza assoluta da parte degli indipendentisti non ha diritto di essere ricordata come una affermazione di autonomia dalla Francia. Il figlio di un combattente storico del movimento indipendentista (Edmond Simeoni) Gilles Simeoni assieme a Guy Talamoni storico indipendentista in una coalizione “pé a Corsica” hanno dimostrato che senza dimenticare o rinnegare il passato si può democraticamente e civilmente proporre  un progetto di rinnovamento che vada oltre la semplice richiesta di autonomia. Hanno vinto con una proposta rassicurante di riaffermazione della propria identità ma soprattutto con un progetto di ricostruzione e recupero del territorio.

Pensando alla Corsica mi ritorna in mente un menu di un ristorante di quell’isola, che alla fine riportava la dicitura “buchi” e il prezzo di riferimento, certificava uno strano modo di festeggiare le ricorrenze, sparare sul soffitto. Contemporaneamente a quel ricordo mi venne in mente la frase pronunciata durante un incontro a Roma dall’allora ministro per gli affari regionali, durante un incontro con i rappresentanti Friulani che rivendicavano i loro diritti, dicendo: ma voi non siete come i SudTirolesi, non siete pericolosi per l’integrità dello stato, che tradotto voleva dire voi non mettete bombe non siete pericolosi quindi le vostre richieste possono essere disattese. Strano concetto di democrazia, ma a pensarci bene è il fattore unificante di tutte le democrazie centraliste. Certo i baschi avevano scelto la lotta armata e quindi la loro pericolosità implicava una concessione di maggiore autonomia e diritti conseguenti. I Catalani avendo scelto la via pacifica si possono reprimere con la violenza.

Semplici ricordi di chi ha avuto la fortuna di incontrare persone che avevano dedicato la loro vita alla difesa del loro popolo, nessuna giustificazione della violenza ma una semplice considerazione per capire i risultati ottenuti in quei paesi e i conseguenti successi elettorali.

Il coraggio è il filo conduttore, non il coraggio di usare la violenza, ma il coraggio di difendere le proprie idee fino in fondo.  Come possiamo rivendicare diritti e autonomia se ai nostri figli diciamo che la coerenza è meno importante della convenienza, se ci preoccupiamo della loro voglia di cambiare chiedendogli di lottare per i loro diritti, ma in maniera morbida accontentando tutti ovvero non scontentando nessuno, “no si sa mai di cui ca si a bisugna”.

Come possiamo pretendere maggiore autonomia senza rompere gli schemi classici delle rivendicazioni autonomiste locali, preoccupati della difesa di un passato e incapaci di un progetto per il futuro.

Tradizione e novità devono e possono coesistere in un progetto che superi i personalismi.

La paura di chiedere, la paura di rivendicare i diritti, la discrezione che ci fa chiedere meno di quello che ci serve è il vero handicap da superare, e il vero coraggio come sappiamo non è non avere paura, ma superarla.

Roberto Visentin

 

Il principio di sussidiarietà e dell’autonomia tra crisi della democrazia rappresentativa e ricerca di nuove forme di partecipazione

La legge di revisione costituzionale che nel 2001 ha introdotto nella Costituzione il principio di sussidiarietà orizzontale, ha utilizzato questa formulazione: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” (art. 118, ultimo comma).

Il tema delle forme di partecipazione dei cittadini alla vita politica e amministrativa dei nostri territori è una delle questioni che stanno diventando ogni giorno più importanti.

Siamo in un periodo di crisi evidente della democrazia rappresentativa, resa manifesta non solo dal costante calo dei votanti nelle varie tornate elettorali, ma anche dalla situazione delle istituzioni locali che con la scelta dell’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti della Regione sono sempre più verticistiche e meno “popolari”.

A questa crisi la risposta non può essere quella della politica dei tweet e dell’accentramento dei poteri nelle mani di chi ha suonato le danze negli ultimi decenni.

Serve uno sforzo comune, dal basso, per cui le persone che hanno passione civile e senso di appartenenza al proprio territorio, partecipino alla costruzione di una nuova democrazia, basata innanzitutto sulla gestione condivisa dei beni comuni, sulla possibilità di incidere in modo forte e reale sulle scelte economiche e ambientali che riguardano le proprie Comunità.

Ci sono tante esperienze locali che ci dicono che tutto questo è possibile; storie di persone e associazioni che stipulano un “Patto” con le amministrazioni locali impegnandosi a prendersi cura di una parte del proprio territorio, sia essa un’area verde o un parco pubblico o una scuola da ritinteggiare.

Così come ci sono “Patti territoriali” che hanno messo attorno a un tavolo Comuni, imprese di produzione e di trasformazione, reti distributive e cittadini/consumatori, per costruire in modo partecipato delle filiere economiche locali, sostenibili e solidali, capaci di superare i limiti di una visione dello sviluppo e della crescita vincolata esclusivamente ai parametri del mercato globale.

Un percorso politico e amministrativo che si pone obiettivi di questo tipo e tiene presente un orizzonte etico che fa del coinvolgimento attivo dei cittadini e dell’autogoverno delle Comunità dei capisaldi irrinunciabili, deve trovare degli strumenti coerenti con questi scopi.

In questa fase storica, sicuramente complicata e per molti aspetti affascinante, i principi di Sussidiarietà e Partecipazione possano trovare casa solo in proposte politiche che si radicano nei territori e puntano a una nuova e creativa stagione dell’Autonomia.

Massimo Moretuzzo

Dalla Conferenza una nuova valorizzazione per la lingua friulana

Venerdì 1 e sabato 2 dicembre, a Udine, si terrà la seconda Conferenza regionale sulla tutela, la valorizzazione e la promozione della lingua friulana.
Il programma del primo giorno, nell’Auditorium del palazzo della Regione in via Sabbadini, sarà dedicato al dibattito e all’approfondimento delle relazioni dei quattro gruppi di lavoro – pubblica amministrazione, politica linguistica, istruzione, media – mentre il giorno dopo, in quella che può essere definita la sessione plenaria che si terrà nel Salone del Parlamento al Castello di Udine, le relazioni verranno presentate nella loro veste definitiva, cui seguiranno le conclusioni.
La Conferenza è un importante momento di verifica e di proposta e proprio da ciò che ne uscirà si potrà valutare cosa ha fatto l’attuale Giunta regionale per la tutela e la valorizzazione della lingua friulana.
Dalla Conferenza, prevista ogni 5 anni, usciranno anche le proposte per la prossima Amministrazione regionale. Riteniamo che il prossimo sarà un quinquennio decisivo per la lingua friulana. Infatti, dopo le evidenti lacune della attuale Giunta (lo provano le relazioni preparatorie che sono già on-line), sarà necessario guardare avanti, perché tutelare e valorizzare le lingue come friulano, sloveno e tedesco, per il Friuli-Venezia Giulia significa tutelare, valorizzare e rafforzare la sua specialità.
Oltre che momento di verifica, la Conferenza sarà quindi anche in luogo di proposta e chiunque potrà partecipare e così portare il suo contributo.

Puoi trovare tutte le info sul sito di ARLeF.

La questione della rappresentanza elettorale delle minoranze linguistiche dopo le truffe di Porcellum e Rosatellum

La questione della rappresentanza elettorale delle minoranze linguistiche è una cosa seria che il Rosatellum e le leggi elettorali che lo hanno preceduto hanno svilito sulla base di interessi politici di parte.

Finora in Italia, per quanto riguarda il Parlamento, tutte le norme dichiarate per le minoranze linguistiche sono state costruite unicamente su misura per la Sudtiroler Volkspartei in “Alto Adige/Trentino” e per gli eredi del PCI dal 1994 in poi in F-VG. Fino al Rosatellum in F-VG lo schema non turbava il risultato elettorale per quanto riguarda l’attribuzione dei seggi tra le diverse forze politiche.

Con il collegio impropriamente detto “sloveno” del Rosatellum si è disegnato, selezionando accuratamente i comuni non slovenofoni che di quel collegio fanno parte, un collegio di dimensioni limitate che potrebbe permettere al PD (o alla sua coalizione) di ottenere una vittoria nell’uninominale. Dal prevedibile 5 a 0 si può così passare ad un possibile 4 a 1. Gli sloveni c’entrano unicamente poiché il premier del PD si è impegnato a presentare in quel collegio un candidato “sloveno”.

Tutto ciò dimostra, al di là dei giochi sporchi attuabili nelle leggi elettorali, che una volta per tutte va affrontata seriamente la questione di quale rappresentanza parlamentare possano avere i territori dove la presenza di minoranze linguistiche determina un possibile diverso approccio alla politica rispetto alla generalità del resto d’Italia.

Non entro qui nel merito del problema della rappresentanza della minoranza linguistica slovena in Italia che evidentemente ormai mostra la corda. Il modello applicato per la minoranza italiana in Slovenia e Croazia potrebbe essere preso in esame ma con difficoltà senza dichiarazione di appartenenza.

Ma questo non ha nulla a che vedere con l’individuazione di un sistema elettorale per minoranze linguistiche come quella friulana e quella sarda che costituiscono una parte significativa della popolazione nella propria regione di appartenenza. Qui attiene al dibattito politico poter decidere se la rappresentanza del territorio debba avvenire tramite partiti di “dimensione italiana” o tramite formazioni politiche che identificano nel territorio il proprio esaustivo spazio politico.

Questo dibattito deve essere libero e non obbligato da una legge che di fatto impedisce la rappresentanza del territorio dove vive la minoranza.

Il sistema elettorale proporzionale della I Repubblica permetteva questo spazio politico, e addirittura la norma costituzionale sull’elezione del Senato a base regionale lo permetterebbe tuttora. Norme della II Repubblica hanno di fatto massacrato questo spazio per l’elezione della Camera dei Deputati ed il Rosatellum anche quello per il Senato.

Ma ormai la democrazia rappresentativa è in Italia un optional, giornalisti, giuristi, presidenti di repubblica, tutti appassionatamente alla ricerca di una maggioranza che “governi”. E come ha spiegato bene Roberto Morelli sul Piccolo esaltando Rosato per aver abbindolato tutti, la legge in vigore, se ben usata, è un ottimo maggioritario.

Giorgio Cavallo 

Sappada, la questione veneta e il Friuli-Venezia Giulia

Pubblichiamo qui sotto alcune riflessioni sul tema a cura di Giorgio Cavallo.

Oggi canederli e champagne

Salvo pasticci burocratico-amministrativi e qualche cavillo giurisprudenziale il Comune di Sappada/Plodn è entrato a far parte della Regione F-VG, sulla base di una iniziativa popolare partita 10 anni fa. Tutto è bene quel che finisce bene.

La vicenda tuttavia negli ultimi tempi ha assunto significati più estesi di quelli iniziali che personalmente ho sempre inquadrato nella logica di far coincidere confini istituzionali con quelli storico diocesani.  Molto del passato di Sappada è legata al Patriarcato, così come molto del presente ha avuto come riferimento non solo il turismo triestino ma anche via Treppo.

E, detto per inciso, non sarebbe male se la Regione F-VG nel riorganizzare il suo rapporto con i territori prendesse a riferimento come parametro la storia religiosa al pari di altre forniture di servizi e pianificazioni.

Il festeggiare questo avvenimento deve andare però di pari passo all’interpretare quanto sta succedendo nel Veneto in conseguenza del referendum sul “rinvigorimento” dell’autonomia. Proprio da qui sono nate alcune difficoltà interpretative che hanno messo in difficoltà una vicenda tutto sommato banale, creando un clima conflittuale tra F-VG e Veneto ad uso e consumo dei personaggi politici che nelle due realtà rappresentano i partiti che si contendono il futuro potere.

Così Rosato e Fedriga possono rimettersi una aureola di santità dopo il fattaccio del Rosatellum. e tutto sommato a Salvini fa comodo aver mandato un segnale di non onnipotenza a Zaia.

Ma aprendo gli occhi su un campo più vasto, c’è da domandarsi quale è la prospettiva che aspetta la Regione F-VG sulla base degli avvenimenti dell’ultimo anno.

Una prospettiva di default per il F-VG

Quando la storia si mette in moto in maniera evidente travolge tutto. E stare fermi ad aspettare gli eventi non è mai cosa saggia.

La richiesta legittima del Veneto di vedersi riconoscere più competenze e risorse rispetto a quelle attualmente godute dal F-VG apre scenari da valutare. Non si tratta di criticare le pretese del Veneto, ma di capire cosa determinano su un piano più generale e quali elementi di azione possono incidere sul F-VG.

Per qualcuno può valere questo ragionamento: se l’autonomia è un valore per il territorio e se il treno veneto viaggia celermente forse conviene che il vagone del F-VG si agganci a quel convoglio.

Il processo è avviato ed i risultati delle prossime elezioni politiche determineranno una situazione del tutto nuova sul piano della riorganizzazione territoriale dello stato italiano. Se non mancheranno i profeti di sventura che si stracciano le vesti per i “privilegi” delle speciali e per la necessità di sfoltire il numero delle regioni in nome dell’efficienza, ci saranno anche gli emergenti ras del territorio che dovranno portare a casa risultati concreti. E al nord questa può essere una miscela propellente molto forte.

Si lasci perdere per il momento il Sud Tirolo le cui garanzie internazionali, pur blande e forse giuridicamente inesistenti dopo la liberatoria degli anni 80, saranno comunque messe sul tappeto in ogni occasione. Ma non appare improbabile che le tre entità del Veneto, della Provincia di Trento e del F-VG si trovino ad essere inquadrate in modalità autonomistiche tra loro comparabili, magari con il F-VG nel ruolo di fratello povero.

Diventa allora abbastanza logico pensare ad un ulteriore passo di integrazione differenziata tra le tre entità che assimili le caratteristiche montane della Provincia di Belluno a quella di Trento, che riconosca a Trieste il ruolo di città metropolitana, e che magari dia qualche strumento di rappresentanza identitaria all’unità del Friuli. La proposta di “tuttiperilfriuli”, che riscalda molto il cuore e agita i sentimenti del Friuli profondo, non mi pare confliggere molto con questa visione.

La nuova macro regione del nord est può così molto intelligentemente essere servita in tavola. Una macro regione “speciale” con possibilità di graduare poteri e competenze al suo interno. Con Doge e luogotenenti eletti democraticamente.

C’è una alternativa?

Ma è questo quanto serve al Friuli oggi? O meglio, è questa l’unica prospettiva che si può intravvedere nel futuro del Friuli?

Oggi il legame tra territori e centralità statale è in contrastata trasformazione. Gli scossoni “regionali” in Italia come altrove non possono restare privi di conseguenze e prima o dopo, con l’Europa o senza, daranno luogo a scenari diversi.

La trattativa Veneto-Governo sarà la prima fase di questa trasformazione con al centro la richiesta del Veneto non solo di soldi e competenze ma della “mano libera a nord est”.

Il Friuli può accettare questa logica già vissuta dal 1420 al 1797, o può tentare di guardare un po’ più indietro, al 1077 non solo per l’affidamento al Patriarca di Aquileia del Ducato del Friuli ma anche per averne legato le sorti alla Carniola e all’Istria. I Patriarchi, maciullati dalle beghe tra i “sorestans” dell’epoca non ce la fecero mai a introdurre un efficace governo dell’area e dopo Bertrando il leone marciano si mangiò quello che interessava per il controllo dei traffici di terra verso il nord.

Se il progetto del grande Veneto ha la sua logica, altrettanta può averne la visione del Friuli all’interno di una Regione europea di Alpe Adria che chiuda definitivamente con le disgrazie del XX secolo e dia alle comunità coinvolte gli strumenti per governare “specificatamente” i problemi di fondo del territorio: le Alpi, il mare nord Adriatico e l’organizzazione del sistema logistico dell’area.

Non c’è nessun conflitto da guerra con il progetto Veneto, ma solo l’avvio di una concorrenza competitiva tra territori limitrofi sulla qualità del governo del territorio, sulle dinamiche sociali ed economiche, sulle rispettive crescite culturali.

Diventa vitale per la comunità friulana, in tutte le sue componenti, mantenere aperta una propria libertà di connessioni e relazioni, rivendicando in una fase storica ambigua come quella attuale il rafforzamento della sua dimensione istituzionale che, per la prima volta, ha permesso un luogo unitario di sintesi e di compensazione: la Regione F-VG.

Per il Friuli e le sue tribù va inoltre compreso che la questione di Trieste non è un fastidio da esorcizzare ma uno strumento centrale in questa prospettiva, da governare e condividere con gli altri attori dello scenario. Dove Slovenia e Croazia non stanno certo ad aspettare il nostro consenso per rispondere alle celestiali musiche che le sirene della globalità stanno suonando.

La rottura, a qualsiasi titolo, della Regione F-VG  oggi null’altro è che un passo più o meno decisivo per un nuovo 1420. E’ quindi necessario farlo capire anche alle “famiglie” che si combattono per il controllo di Trieste, e lavorare affinché nel breve-medio periodo si costruisca in F-VG un nuovo Patto tra territori che permetta di salvare e rifondare una sua particolare specialità, sostanzialmente distrutta da 10 anni di governi “amici” della destra e della sinistra.

Giorgio Cavallo 

Panontin: tutto è lecito in campagna elettorale, ma un po’ di modestia non guasterebbe

L’assessore Panontin ha “certificato” che con l’abolizione delle Province e la nuova politica accentratrice dei servizi verso la Regione sono stati risparmiati nel 2016 circa 30 milioni di euro. Una prima tranche, pari a 10 milioni, sarebbero provenienti dal taglio della struttura di base delle Province: organi politici, gestione di sedi, riscaldamenti, cancelleria, macchine di rappresentanza e di servizi e altro ancora. I conti sono probabilmente giusti ma, a parte gli organi politici, cosa è successo alle sedi provinciali e alle altre strutture? Sono forse state smantellate o vendute, o magari in molti casi esistono ancora, in parte, al servizio di qualcosa d’altro, pesano su qualche capitolo pubblico comunque?

Ma la cosa più interessante riguarda il personale, tutto passato alla Regione. Qui le indicazioni numeriche sono molto precise: 20 milioni di euro risparmiati per i dipendenti provinciali diventati regionali, il che corrisponde, al netto della rimodulazione di ruoli, funzioni e incarichi dirigenziali, ad almeno 400 dipendenti in meno frutto del blocco della sostituzione dei pensionati e del mancato rinnovo dei contratti a termine con il poco apprezzabile risultato di aver creato dei nuovi disoccupati.
In realtà abbiamo molti dubbi che questo corrisponda al vero e, con ogni probabilità, le cifre riportate nascono dal fatto che molto personale provinciale è arrivato in Regione a 2016 inoltrato e la contabilizzazione è piuttosto parziale.
E Panontin dovrebbe chiarire soprattutto se le funzioni prima svolte dalle Provincie esistono ancora, come funzionano o chi le svolge e quali sono i loro costi.
Da quanto si percepisce circolando lungo le ex strade provinciali, guardando i cigli stradali, entrando nei centri per l’impiego, le cui sedi sono state ridimensionate, oppure chiedendo un’autorizzazione per l’attraversamento di una strada regionale o per un trasporto speciale, ma ancora nell’organizzare eventi culturali o sportivi prima finanziati dalle province, la realtà dei servizi resi è di un drammatico stato di abbandono e un assordante assenza di risposte.
E magari la giunta regionale e, in primis il neo candidato presidente Sergio Bolzonello, dovrebbe raccontare come mai con tutti questi esuberi di personale e i conseguenti risparmi non sono stati in  grado di lenire la disperata domanda di personale da parte di Comuni, ormai svuotati e impediti a svolgere funzioni essenziali.
Senza dimenticare che si omette di fare una comparazione su quanto stanno costando le UTI, le 18 piccole province, la cui potenziale spesa di funzionamento è tutta ancora da conteggiare, e che dai primi passi, tra direttori generali, assunzioni di personale di staff e costi di avvio, paiono mangiarsi ampiamente tutte le somme risparmiate.
La logica della eliminazione delle Province non può rispondere solo a un astratto concetto di risparmio, attuato con tagli lineari conseguenza del mancato turn over, ma deve dimostrare di svolgere meglio e con più efficienza le precedenti funzioni. Non pare proprio sia così.
E infine, enorme contraddizione, non ci si può vantare di risparmiare 20 milioni di euro frantumando prassi rodate e nel contempo regalare allo Stato entrale 1,5 miliardi di euro all’anno del bilancio regionale per risanare una finanza di cui gli enti locali del Friuli Venezia Giulia non solo per nulla responsabili.

 

Strafalcioni geografici nel sussidiario, si ponga rimedio

Qui di seguito il comunicato stampa congiunto (con i Manovali per l’Autonomia e Patrie Furlane) inviato ai giornali.

Ci sarebbe da ridere, se non venisse da piangere a pensare che ci sono dei bambini che nelle nostre scuole studiano su un sussidiario strapieno di strafalcioni, che fa passare l’Isonzo per Cividale, mostra ancora il Lago del Vajont com’era prima del 1963, sposta le Alpi Giulie al posto delle Prealpi e fa diventare la pianura friulana “veneta”.
Non sono i soli errori che si trovano sul testo di un gruppo editoriale adottato anche da molte scuole elementari friulane che stupisce per l’imperizia di chi lo ha redatto. Quando si lavora con le scuole la professionalità di chi confeziona i materiali didattici deve essere assoluta, perché non si scherza con l’istruzione dei nostri figli. Lo abbiamo sottolineato in una lettera formale che inoltreremo al nuovo Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale Igor Giacomini, all’assessore Loredana Panariti e al presidente dell’Assemblea della Comunità Linguistica Friulana Diego Navarria, ai quali chiediamo di farsi parte diligente affinché – salva ovviamente la massima tutela del libero insegnamento – siano verificati accuratamente i testi in uso nelle nostre scuole per evitare che macroscopiche lacune come queste possano entrare nel bagaglio formativo dei nostri studenti.

Lo facciamo perché la questione, sollevata ieri sul profilo Fb dei Manovali per l’Autonomia, ha destato un vasto sconcerto. In poche ore il post ha avuto oltre 10 mila visualizzazioni, a dimostrazione che c’è grande attenzione per come vengono educati i nostri giovani, in particolare in riferimento al territorio. E l’approssimazione degli autori di questa cartina stupisce per la grossolanità degli errori, ma anche per la noncuranza che evidentemente si dà all’approfondimento della geografia locale.

In questo senso, è esattamente il contrario di quanto servirebbe fare dal punto di vista didattico. Le più evolute tendenze pedagogiche fanno addirittura costruire da soli ai ragazzi le mappe relative al proprio territorio, ampliandole man mano che i ragazzi acquisiscono conoscenze sempre più approfondite: perché, di fronte alla crescente virtualizzazione delle percezioni e degli apprendimenti serve rendere i bambini sempre più capaci di contestualizzare se stessi nel tempo e nello spazio.

Invece la deriva del sistema educativo, quella stessa che con la riforma Gelmini ha portato all’eliminazione della geografia (e della storia dell’arte, oltre che di un buon numero di ore di lingua straniera) dal piano di studi di molti indirizzi delle scuole secondarie di secondo grado, oggi permette che non vi siano filtri alla produzione e alla circolazione di materiali inaccurati.

C’è da riflettere, quindi, sul fatto che anche nella Scuola c’è molto da ricostruire. Crediamo che siano i nostri insegnanti, con la loro professionalità, quella stessa che permette alla scuola regionale di avere eccellenti rilevazioni nelle scuole nazionali e internazionali, che possano essere i veri protagonisti di questa ricostruzione. La politica deve essere consapevole di questo potenziale e scommettere su queste energie. Perché non prendiamo in mano il nostro destino rivendicando la competenza primaria in materia di istruzione? Sarebbe la maniera per costruire un sistema educativo partendo da fondamenta già solide ma declinandolo in maniera ancor più consapevole della specificità della storia e della cultura di ogni parte della regione: una comunità unica proprio perché plurilingue e ricca di diversità. La scuola regionalizzata potrebbe costruire programmi ad hoc, adattando il curricolo allo spirito del luogo. E per farlo sarebbe opportuno affidare la stesura non solo dei programmi ma anche dei testi agli insegnanti che ogni giorno lavorano nelle nostre aule. In Trentino i ragazzi delle medie studiano su un manuale la storia della loro Provincia, non certo isolata dal resto del mondo ma fiera delle sue specificità. Non esiste motivo al mondo per cui non possiamo farlo anche noi.