La Regione Friuli–Venezia Giulia ha tradizioni e soprattutto cultura e valori fortemente legati all’agricoltura. Il ruolo della Regione è quello di supportare le attività agricole nella programmazione, negli investimenti e nella definizione di strategie per i prossimi anni.

Da tempo ormai non c’è una vera politica agricola regionale ma solo il tentativo, più o meno riuscito, di spendere  i fondi europei, senza avere una strategia di lungo periodo, cosa imprescindibile in agricoltura e nella gestione delle risorse naturali.

Nell’attuale momento di crisi è diventato evidente come l’agricoltura possa essere un settore economico non marginale con effetti importanti su altri settori, come il turismo, il manifatturiero (es. biomasse legnose), ed in generale per la qualità della vita dei residenti.

Uno degli strumenti principali, anche se non l’unico, che la Regione ha a disposizione è il Piano di Sviluppo Rurale che, nel periodo 2014-2020, dovrebbe erogare oltre 296 milioni di Euro. In realtà questo rischia di non avvenire, dato che ad aprile 2018 non è stata erogata che una percentuale quasi insignificante di questo ingentissimo ammontare di risorse. Le problematiche nella fase di avvio e le difficoltà di rapporto con l’Organismo pagatore Agea, hanno di fatto rallentato le attività agricole e ne hanno frenato lo slancio: gli investimenti non possono iniziare fino a quando le domande non vengono presentate, e si sono persi quasi tre anni per l’avviamento del Piano.

A fronte di questo scenario, il Patto per l’Autonomia intende proporre alcune linee di lavoro:

  • Organismo Pagatore Autonomo nuovo o collegato con Organismo pagatore esistente di base Regionale (Es AVEPA, AGREA, etc.) per rendere più efficiente la macchina ed abbreviare i tempi di pagamento;
  • Attivazione di un vero percorso di programmazione in grado di progettare l’Agricoltura Friulana 2025: oggi tavoli e tavolini verdi sembrano più inseguire quello che è già avvenuto e sembrano più garanti di rendite di posizione che incubatori di idee;
  • Studiare l’operato di altre Regioni che si sono dimostrate più efficienti ed efficaci nell’attivazione e gestione dei fondi PSR per dare a questo potente strumento la possibilità di sostenere realmente lo sviluppo del territorio;
  • Pensare oggi le linee del prossimo PSR, facendo tesoro degli errori e delle scelte fatte nello strumento dei programmazione 2014-20: tempistica della stesura ed invio a Bruxelles, snellimento delle procedure, efficientamento della macchina e meno burocrazia: oggi molte misure hanno molte risorse, altre restano poco finanziate, ad altre gli agricoltori stentano ad accedere perché non sostenibili o appetibili. Finanziare agricoltura “no mais” e destinare fondi alla filiera dei cereali – che in Friuli – Venezia Giulia vuol dire prevalentemente mais – non può funzionare;
  • Avere più forza nei confronti di Comunità Europea e Stato rispetto agli strumenti di sostegno all’agricoltura: la specialità della nostra Regione deve essere tutelata e non imbrigliata in pastoie burocratico-amministrative che tolgono ossigeno alle imprese e margini di manovra ai funzionari, perché “così vuole l’Europa” o “perché Agea non ci risponde”. Dobbiamo essere in grado di far sentire la nostra voce quando si definiscono le regole e non subire passivamente decisioni assunte da altri.
  • Sostenere il credito agevolato e a lungo termine per gli investimenti agricoli in alternativa agli interventi a fondo perduto; si valutano positivamente le iniziative messe in atto in questo senso nel dicembre 2017;
  • Valorizzazione delle eccellenze regionali, che non sono poca cosa: creazione di una sottozona del Montasio DOP Friuli; il Montasio è l’unico prodotto DOP che valga sul mercato meno dei prodotti non DOP.
  • Pinot grigio, Prosecco, Glera, Ribolla gialla: rafforzare le filiere locali per l’imbottigliamento delle uve prodotte in Friuli-Venezia Giulia che oggi vengono prevalentemente valorizzate fuori Regione. Va attivata una seria programmazione a medio/lungo termine assieme al Veneto – non contro il Veneto – di interventi di mercato. La crescita del prodotto non sarà infinita e senza tempo.
  • Attivazione di altri Distretti Agroalimentari – L 488 del 1999 – oltre al Parco alimentare di San Daniele. E’ indispensabile attirare risorse per le zone di eccellenza, quale, ad esempio, San Giorgio della Richinvelda per il vino ed il vivaismo viticolo, oppure Pedemontana per il la frutticoltura di qualità in forte ripresa, o per valorizzare le straordinarie qualità del Collio. Si tratta di idee realizzabili che possono portare “ossigeno” al territorio in cui sono inserite.
  • Rispetto alla viticoltura è necessario ragionare e lavorare insieme; non possiamo pensare al vino senza pensare al territorio nel quale crescono le viti.
  • Qualificare gli imprenditori agricoli con formazione continua finanziata dalla Regione, che sia veramente utile e definita sulle effettive esigenze delle aziende e dei loro territori.
  • Attivare iniziative di reale ri-qualificazione del legname del Friuli–Venezia Giulia: oggi una buona parte del legno ricavato dai nostri boschi viene esportato, lavorato e commercializzato in Austria. Dobbiamo strutturare una vera filiera locale, capace di trovare i volumi sufficienti per le necessarie economie di scala e per trattenere sul nostro territorio il valore che viene prodotto.

 

Nel contesto agricolo regionale uno degli strumenti di programmazione e gestione territoriale deve essere l’agricoltura biologica, non interpretata solo come strumento per elargire pagamenti agro-ambientali, ma usata per qualificare prodotti, territori e competenze.

Negli ultimi anni il settore del Bio regionale ha fatto degli importanti passi avanti, in molta parte legati al PSR 2014/2020, ma ciò non è sufficiente se non si consolida come pratica agronomica e zootecnica e se non dà modo di costruire filiere di valore locali, non per forza di piccole dimensioni.

 

Ciò che è necessario per fare il passo ulteriore è:

  • offrire servizi di formazione e supporto tecnico adeguati agli agricoltori;
  • un servizio di animazione in grado di stimolare la formazione di aggregazioni tra agricoltori e tra agricoltori e trasformatori/utilizzatori/rivenditori delle produzioni agricole, in Regione e nelle regioni contermini;
  • far convergere tutti gli strumenti di supporto nella costruzione di filiere vere, con rigorosa verifica della sostenibilità economica;
  • continuare nella formazione/informazione dei consumatori (dalle scuole alle famiglie) ed utilizzare i contenuti del biologico per trasmettere anche le valenze ambientali e sociali più ampie;
  • Indirizzare i consumi istituzionali (mense, non solo delle scuole) verso le produzioni biologiche locali, sperimentando accordi innovativi e adeguando di conseguenza le normative sanitarie e amministrative.