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Patto per l'Autonomia | Pat pe Autonomie | Pakt za Avtonomijo | Pakt für die Autonomie

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Avoledo: «Io, scrittore, vi spiego perché mi metto in gioco»

25 Gennaio 2018
GAZZETTINO_20180125 AvoledoC’è un film che tutti dovrebbero vedere, non solo perché è splendido, ma perché contiene un messaggio importante. È Dunkirk, diretto da Christopher Nolan. Il film racconta il momento forse più tragico della storia inglese, quando i superstiti del corpo di spedizione britannico in Francia, assediati dalle truppe naziste, si ritrovano bloccati sulla spiaggia di Dunkerque, inermi sotto gli attacchi dei bombardieri e dell’artiglieria nemica. È il giugno del 1940: niente pare poter più fermare le armate di Hitler. L’Inghilterra è rimasta sola a fronteggiarle. Il parlamento è disposto a trattare col nemico, ad arrendersi. Tutto sembra perduto. Ma in quel momento, dal profondo dell’abisso, il popolo inglese ha un sussulto d’orgoglio, rifiuta di piegarsi. In una mobilitazione generale, in uno slancio collettivo senza precedenti, una flotta improvvisata di navigli e barche d’ogni tipo salpa dalle coste britanniche e raggiunge la spiaggia assediata di Dunkerque, riportando in patria 338mila soldati. L’Inghilterra non si arrenderà, e cinque anni più tardi festeggerà il V-Day, il giorno della vittoria sul nazismo. Vorrei che ogni cittadino della mia regione si ispirasse a quell’episodio della storia, a quel momento in cui tutto sembrava perduto e che rappresentava invece l’inizio della strada verso la libertà. Il nostro Paese oggi vive un momento simile. Ci dicono che c’è la crisi, e che se vogliamo sopravvivere dobbiamo arrenderci alla globalizzazione, alla resa sul fronte del lavoro, all’abbandono degli standard di assistenza a cui siamo abituati. Sappiamo benissimo che sono dei bugiardi: che altri Paesi, e persino altre regioni del nostro, sono già usciti o stanno uscendo dalla crisi, perché hanno saputo adottare modalità di governo virtuose, tagliando gli sprechi e combattendo la corruzione. Dimostrando di governare bene con i fatti, insomma, e non con vuote parole. Sappiamo benissimo che la crisi non si combatte tagliando la sanità e le infrastrutture e tassando oltre ogni limite di decenza le regioni virtuose, ma riducendo lo sperpero del denaro che finisce inghiottito da corruzione e interessi clientelari, sprecato per opere senza senso, spesso lasciate incompiute. Sappiamo che la gestione dei migranti non è quell’impresa titanica che vogliono farci credere: è qualcosa che potrebbe essere affrontato facilmente, con onestà e concretezza e con un serio impegno, come avviene in altri Paesi europei. Sappiamo che ricostruire le zone distrutte da un terremoto si può fare. Lo sappiamo per esperienza diretta. Basta solo impiegare meglio il denaro stanziato, evitare che le mafie o i politici corrotti lo incamerino a nostre spese. Perché i soldi, nonostante la crisi che i governi invocano a giustificazione della loro incapacità, continuano ad essere sprecati, un fiume in piena di denaro spremuto dalle nostre tasche semivuote per entrare in quelle dei delinquenti. Sul campo restano i disastri operati dalle loro malefatte. Dopo il terremoto in Emilia-Romagna del 2012, un giornalista televisivo chiese in diretta a un uomo che vagava fra le rovine della sua azienda distrutta: “Cosa chiedete allo Stato?”. E quello rispose, piangendo: “Che ci lasci in pace”. Credo che quelle cinque parole siano il De Profundis per un modo di governare che è giusto venga sepolto con un paletto di frassino nel cuore e che è indecente veder riproporre alle prime elezioni libere dopo tanti anni di disastrosi governi “tecnici”. Per questo ho dato tutta la mia disponibilità e darò il mio cuore alla causa del Patto per l’Autonomia. Per questo, tra le risate di chi dice che non ce la faremo, che non possiamo farcela, dico con orgoglio che possiamo farcela e ce la faremo, perché la nostra è la causa giusta, e le colpe dei nostri avversari sono sin troppo evidenti. Ognuno di noi interroghi il proprio cuore e valuti da che parte stia la ragione e da quale il torto, da quale un passato senza futuro e da quale un domani migliore, per noi e per le generazioni che verranno. Guardate il modo arrogante in cui si spartiscono incarichi e nomine, come feudatari medievali, contando i vostri voti come se fossero già loro, come se non aveste una vostra volontà, una vostra dignità. È giunto il tempo – ora o mai più – di riprendere nelle nostre mani le redini del governo. Cominciando da qui, dalla nostra terra, che conosciamo bene, che amiamo e siamo benissimo in grado di amministrare e far rifiorire da soli, a patto che lo Stato ci lasci in pace. Chiediamo autonomia nelle scelte su come utilizzare la ricchezza che produciamo, con fatica, con onestà, con orgoglio. Chiediamo autonomia nella gestione della scuola, della sanità, dei beni comuni. Chiediamo di non essere più amministrati da proconsoli delle segreterie di partito romane e dai manager incapaci a cui danno delega. Chiediamo ci sia riconosciuto il diritto di ricominciare, di progettare sulla base delle nostre vere esigenze, di ricostruire. Rivogliamo indietro il nostro futuro, e lo vogliamo ora, e lo chiederemo con forza nel giorno delle elezioni nazionali e nel giorno delle elezioni regionali e in ognuno dei singoli giorni che verranno. Non ci stancheremo mai di lottare. Ci aspettiamo che ognuno faccia la sua parte, tra noi e con noi. Il vostro voto non è una piccola cosa. Il vostro voto, assieme a quello delle persone che convincerete a votare per noi, è una delle migliaia di barche che riporteranno in patria un esercito imbattuto e pronto a conquistare la vittoria. Con la nostra regione bloccata sulla spiaggia di Dunkerque da chi pensa di averci già battuti, e sorride di noi, chiediamo a ogni uomo e donna di buona volontà di aiutarci, con il suo voto, a togliere quel sorriso di superiorità dalle facce dei nostri avversari, e a trasformare un assedio in una gloriosa vittoria.
Chiedo alla mia regione di ritrovare lo spirito d’un tempo, quello che tante volte, in passato, le ha consentito di sollevarsi dalle macerie. Chiedo alle donne e agli uomini della mia regione di essere con noi, di credere in noi. Perché l’ora più buia è quella che precede la luce.

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