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Cultura, un Osservatorio mai attivato, affidamenti diretti e valutazioni opache. Massolino: «Così si svuota la politica culturale regionale»

30 Gennaio 2026

«La Regione Friuli - Venezia Giulia si è dotata per legge di un Osservatorio regionale della cultura nel lontano 2014, ma non lo ha mai attivato. Nel frattempo, però, affida valutazioni strategiche a incarichi diretti, senza un quadro condiviso, trasparente e stabile di analisi». A margine dell’apertura dei bandi annuali e della pubblicazione degli esiti dei bandi triennali, Giulia Massolino, consigliera regionale del Patto per l’Autonomia - Civica FVG, denuncia una situazione opaca, su cui ha presentato un’interpellanza, un emendamento e un ordine del giorno, accolto più di un anno fa, in merito alla mancata attivazione dell’Osservatorio regionale della cultura previsto dalla Legge regionale 16/2014.

L’Osservatorio avrebbe dovuto raccogliere dati, elaborare studi comparabili a livello nazionale ed europeo e supportare le amministrazioni pubbliche nella definizione delle politiche culturali. «Ad oggi, però, la Regione è priva di strumenti strutturali per valutare l’impatto sociale, economico e culturale delle attività finanziate - sottolinea Massolino -. Su questo ho presentato un’interrogazione e un emendamento alla finanziaria nel 2024. L’assessore e vicepresidente Anzil mi ha invitata a ritirarlo per la presentazione di un ordine del giorno, richiesta che ho accolto ma che mi ha lasciata alquanto interdetta: devo presentare un atto di indirizzo in cui la Giunta si impegni a rispettare una Legge regionale? In ogni caso, a oltre un anno dall’accoglimento dello stesso, nulla è cambiato».

Eppure, in questo contesto, nel novembre 2019 PromoTurismoFVG ha proceduto a un affidamento diretto da quasi 90 mila euro per la “creazione di un sistema per l’analisi degli impatti degli eventi culturali”, incarico assegnato senza bando al professor Guido Guerzoni, in quanto “ideatore del metodo” e ritenuto unico operatore disponibile sul mercato

«Non è in discussione il profilo accademico del professor Guerzoni - precisa Massolino -, ma il metodo con cui la Regione costruisce le proprie politiche culturali: affidamenti diretti, concentrazione delle competenze, assenza di confronto pubblico e totale marginalizzazione degli operatori culturali e dei direttori dei musei. Infatti, dall’accesso atti che ho effettuato risulta che l’incarico è stato affidato non all’Università Bocconi dove Guerzoni è Professore, bensì a un’impresa di cui risulta amministratore unico, rappresentante legale e socio di maggioranza. Ma quello che salta più all’occhio è che l’analisi è stata svolta sui festival del cinema nel 2020 e su 18 musei e spazi espositivi nell’estate del 2021, con una raccolta di questionari coordinata da PromoTurismoFVG. Peccato che nel 2020 i festival si sono tenuti tutti online per l’emergenza pandemica, che perdurava anche nel 2021, quando nei musei vigevano obbligo di green pass, mascherine, ingressi contingentati, visite guidate e scolastiche sospese, e il turismo internazionale era quasi azzerato. Quale validità può avere un’analisi sugli impatti di festival e musei in queste condizioni? Perché non è stato utilizzato lo storico dei dati in possesso dei musei rientranti nello studio in merito alla profilazione degli accessi? Come è stato selezionato il campione dalla Direzione Centrale Cultura e Sport e da PromoTurismoFVG, visto che lo studio coinvolge Musei molto grandi come Miramare e realtà molto più piccole, e con un numero di questionari raccolti per ciascuna istituzione che variano da un questionario a oltre 600? Perché il Magazzino delle Idee, gestito direttamente da Erpac (Ente Regionale Patrimonio Culturale) stesso, ha raccolto solo 19 questionari, l’1% del totale? Questa scelta del campione ci appare poco significativa nel contesto di un’analisi aggregata dei dati. Analisi da cui risulta che chi visita i nostri musei arriva in auto (ricordiamo le limitazioni e le paure sull’uso del trasporto pubblico nel periodo pandemico, ora pienamente rientrate), e risiede per lo più sul territorio (ricordiamo altresì le limitazioni alla mobilità internazionale). Ma anche dalle analisi di impatto disaggregate saltano all’occhio alcuni dati evidentemente irrealistici: l’età prevalente di chi visita Miramare e l’Immaginario Scientifico risulta dai 36 ai 50 anni, mentre chiunque conosca questi due Musei sa benissimo che le visite scolastiche sono fortemente predominanti - peccato che in quel periodo fossero sospese, e infatti nella presentazione non si ritrovano dati sui visitatori minori di 18 anni. Affidarsi a dati come questi nell’analisi degli impatti, valutazione che dovrebbe poi indirizzare le decisioni politiche, ci sembra decisamente preoccupante. Ma anche se il periodo di analisi non fosse stato così peculiare e storicamente unico, avere i dati solamente di qualche mese è davvero poco significativo rispetto all’evoluzione delle dinamiche nel tempo, che dovrebbero appunto essere analizzate in modo continuativo e coerente da un Osservatorio permanente anche attraverso tavoli di consultazione partecipati da tutti gli attori culturali del territorio, opportunamente profilati e aggregati per settori e caratteristiche sostanziali».

«La situazione si inserisce in un quadro più ampio di criticità strutturali - prosegue la consigliera -: la filiera culturale disegnata dalla L.R. 23/2015 dovrebbe rappresentare un sistema di valutazione su cui basare i finanziamenti, peccato che poi il museo della moda ITS, che non è stato oggetto dell’analisi affidata esternamente, abbia ricevuto oltre 7 milioni di euro regionali in due anni con emendamenti puntuali a bilancio, extra bando. Anche in questo caso, non si tratta di mettere in discussione la qualità del lavoro di ITS, ma il metodo incomprensibilmente discriminatorio di assegnazione dei finanziamenti, che induce conflitti tra i diversi operatori culturali che dovrebbero invece cooperare e collaborare per il bene del territorio. Allo stesso tempo, mancano investimenti seri sulla formazione e sull’aggiornamento delle carriere per un inserimento lavorativo coerente nel settore dei beni culturali che dovrebbero invece consentire di costruire e rendere solida una produzione culturale territoriale da poter valorizzare localmente ed esportare. Da un lato sforniamo laureati in storia dell’arte e beni culturali, dall’altro affidiamo la gestione delle imprese culturali solo a logiche economiche, con bandi al ribasso che producono lavoro precario e nessuna prospettiva di crescita. Così non si costruisce sviluppo culturale, ma si consuma capitale umano».

«Come se non bastasse, gli spazi culturali sono in una situazione sempre più critica, il che rende impossibile ad attori piccoli e grandi di creare quel fermento culturale di cui vi è enormemente bisogno - aggiunge Massolino -. A Trieste dopo l’abbattimento della Sala Tripcovich Trieste ha una sete di spazi senza precedenti, sia per grandi festival come il Trieste Film Festival appena conclusosi, che per eventi più piccoli ma ugualmente importanti per la fruizione e la produzione culturale cittadina, che unisce professionisti e amatori, ma anche per le tante scuole di arti performative attive in città. Anche su questo nell’ultima manovra finanziaria abbiamo presentato un emendamento per trovare e ristrutturare uno spazio adatto, in considerazione dei numerosi edifici regionali in dismissione visto il (secondo noi comunque irragionevole) trasferimento degli Uffici in Porto Vecchio. Purtroppo anche questa proposta è stata bocciata dalla maggioranza». 

«A Gorizia la Dag è paradigmatica di un modo di procedere incomprensibile - aggiunge Eleonora Sartori, consigliera di Noi Mi Noaltris Go e componente del Consiglio direttivo del Patto per l’Autonomia -. La sensazione è che alcune opere si facciano solo perché devono essere fatte senza una valutazione adeguata degli impatti culturali e della pianificazione vigente.  Il tema non è se l’iniziativa culturale sia “un male” o “un bene”, ma se essa sia compatibile con la destinazione d’uso del bene demaniale e con un atto amministrativo tuttora vigente. L’accordo di concessione della Galleria Bombi prevede espressamente l’uso per finalità di viabilità e il transito delle biciclette. Su questo punto, ad oggi, non risultano modifiche formali dell’accordo né autorizzazioni rilasciate dall’Agenzia del Demanio. La Galleria Bombi è inserita nei documenti comunali e regionali come elemento di connessione della rete ciclabile, e il contratto di concessione ne prevede il transito. Ancora, nel Biciplan comunale la Galleria Bombi è ricompresa come “itinerario primario di livello comunale”. Per non parlare del fatto che l’accesso a quello spazio pubblico è interdetto a determinate categorie fragili: persone con disabilità uditiva, visiva o intellettiva. A ciò si aggiunga una valutazione sul senso dell’opera nel contesto in cui è inserita. Cosa ci racconta della storia del confine? Nell’anno di GO!2025 dell’abbattimento dei confini ne hanno creato uno in città. La Galleria non è più un collegamento ma una barriera. Queste considerazioni si sommano ai molti dubbi sulla gestione della nomina a Capitale Europea della Cultura e sulla legacy che questa importante opportunità avrebbe dovuto lasciare alla città, che si sarebbe auspicato essere di gran lunga maggiore a fronte dei cospicui investimenti pubblici. Questo tralasciando il notevole impatto ambientale dell'uso dell'intelligenza artificiale, degli schermi e dell'energia necessaria. L'impianto ha infatti una potenza di 680 kW, che corrisponde alle luci di 226 appartamenti  accese giorno e notte. L'impatto ambientale si somma ai costi economici: ricordiamo la stima di 200.000 euro solo per l'elettricità. Ci riserviamo ulteriori valutazioni una volta che i dati di impatto saranno analizzati e - ci auguriamo - resi pubblici con trasparenza». 

«Se la Regione continua a smantellare le basi culturali e ambientali che rendono attrattivo il territorio», concludono le consigliere, «anche il turismo, che oggi viene sbandierato come successo, finirà per svuotarsi. Senza una politica culturale trasparente, partecipata e fondata su dati solidi, il Friuli -Venezia Giulia rischia di perdere la propria identità e il proprio futuro, nonché preziose opportunità».