Bon cop de falç, defensors de la terra!
Il mio primo impulso nello scrivere questa confusa noterella era di intitolarla Homage to Catalonia come il celebre libro in cui George Orwell racconta le sue esperienze di volontario nella guerra civile spagnola sul fronte dell’Aragona. Alla fine ho scelto come titolo il verso centrale del ritornello dell’inno nazionale catalano Els segadors (i mietitori): Buon colpo di falcetto, difensori della Terra! L’inno celebra una delle prime sollevazioni della Catalogna contro l’oppressione della monarchia spagnola, la Guerra dels segadors (1640-1659). L’allora re di Spagna, Filippo IV, aveva annullato l’autogoverno della Catalogna, come poi farà Filippo V nel 1707, e Filippo VI nel 2017 (sì è vero: il nome Filippo porta una jella tremenda ai sovrani spagnoli). Il 7 giugno 1640, giorno del Corpus Domini, i contadini catalani impegnati nella mietitura entrarono, armati di falci, in Barcellona e ne scacciarono le truppe spagnole. In seguito alla liberazione della città, il Presidente della Generalitat Pau Claris proclamò la (prima) Repubblica Catalana. Nella sua meccanica, il Corpus de sang catalano è stato una replica della nostra Zoiba Grassa del 1511 ma con Strumieri e Zamberlani in ruoli invertiti.
Nei giorni di Filippo IV la libertà della Catalogna è stata riconquistata (per un breve periodo) dai contadini, ovvero dalla base della piramide sociale. Lo stesso è accaduto adesso, al tempo di Filippo VI. I politici dei partiti catalanisti hanno commesso i loro errori (anche se non proprio tutti quelli che gli attribuiscono i giornali italiani). La causa della Catalogna pareva compromessa, e il governo renziano di Madrid ne ha approfittato per dare un’ulteriore stretta alla repressione: ha sospeso l’autonomia della Catalogna, commissariato la Generalitat, arrestato o costretto all’esilio il Governo legittimo, introdotto la censura preventiva ai mezzi di comunicazione sospetti di indipendentismo, costretto ad andarsene alcune imprese per poter gridare alla sciagura economica in caso di vittoria catalanista, scatenato contro i “secessionisti” tutti i giornali e le tivù e mobilitata ogni possibile risorsa del centralismo: il tutto senza farsi alcun scrupolo né morale né legale. I catalani, hanno affrontato l’impari sfida con mani e bocche legate, e con tutti i leader in carcere o in esilio. Si è trattato di una prova di resistenza in condizioni estreme. Ma i catalani hanno vinto: mantengono la maggioranza assoluta nel Parlament. E stato un miracolo, ma i suoi artefici non sono le (pur ottime) persone che dirigono i partiti catalanisti in assenza dei capi. È stato il popolo, la gente spicciola che si è mobilitata e non ha mai smesso di inviare sms e tweet ad amici e vicini, che ha organizzato migliaia di incontri, cene, manifestazioni culturali, esibizioni musicali, ripetendo senza sosta poche parole d’ordine ma di una chiarezza estrema: #FemRepública, o #LlibertatPresosPolítics. È stata la mobilitazione capillare e spontanea di centinaia di migliaia di cittadini semplici che ha sconfitto la (per nulla gioiosa) macchina da guerra dello Stato. A livello della politica-spettacolo tra leader hanno vinto i centralisti (che schieravano una graziosa candidata), ma nelle urne ha prevalso il popolo cosciente di esserlo. I leader catalanisti, poverini, neppure c’erano (M. Rajoy si è vantato di avere “decapitato” l’indipendentismo).
La prima lezione è questa: è la gente che fa la Storia, non le élite, non le Leopolde e neppure le Genoveffe. La nostra deferente ammirazione va all’attivista ignoto che si è mobilitato da sé, senza attendere direttive da un “alto” che non c’era, e ha lavorato senza posa per settimane perché nel suo paesino o nel suo quartiere nessun voto mancasse alla Repubblica:
Bon cop de falç!
Si merita una segnalazione anche il partito renziano di M. Rajoy. In Catalogna i renziani hanno perso i 3/4 dei loro seggi. Ne avevano 11 (lo stesso numero dei parlamentari PD in FVG nel 2016) ora ne hanno 3 (il numero di parlamentari PD-FVG previsti dai sondaggi). Male! Sono sempre 3 in più di quelli che si meritano.
Le categorie della politica a volte sembrano possedere un senso dell’ironia. Penso alla teoria della “Repubblica una e indivisibile” dei giacobini. Parrà strano a chi non è avvezzo alle sottigliezze della Storia, ma in questo momento quella teoria è rivendicata dagli indipendentisti catalani, non dai renziani di Madrid che difendono la “unità” del regno di Spagna. No, i catalani non sono impazziti (e non lo sono neppure io). Il punto è che i giacobini, avendo la pretesa di essere espressione della “volontà della Nazione”, e volendo al contempo negare alle minoranze linguistiche il diritto a esprime una loro “volontà della Nazione” di separarsi dallo Stato giacobino per formarne uno proprio, sono stati costretti a formulare una teoria della “Nazione” opposta a quella storico-naturalista secondo cui la nazione è una realtà oggettiva determinata dalla comunanza di lingua, tradizioni, etc. Se si accetta l’idea che l’esistenza di una nazione sia un fatto “oggettivo”, basato
in primo luogo sulla lingua, diventa impossibile negare, per esempio, che i friulani formino una nazione — “Non c’è nulla di più scientifico della glottologia”, rispondeva Pasolini ai comunisti “scientifici” che negavano questo ovvio sillogismo. Ma i giacobini non possono certo accettare questa conclusione; ecco allora che si inventano una teoria alternativa della “Nazione” sintetizzata nella famosa formula: “La Nazione è un plebiscito di ogni giorno”.
Per i giacobini, la Nazione esiste in quanto ciascun cittadino si riconosce, in ogni suo atto della vita quotidiana, nell’appartenenza alla comunità politica scegliendo di condividerne il “destino storico”. Questo sentirsi parte della comunità politica, della Repubblica, è il referendum implicito che si tiene ogni giorno, e che dà legittimità alle Istituzioni politiche. Per i giacobini, questa è la Costituzione sostanziale della Repubblica, che è “una e indivisibile” perché (e finché) unica è la coscienza dei cittadini. Pier Paolo Pasolini ha espresso lo stesso concetto nello scritto Il Friuli Autonomo (1948): L’appartenenza ad una data Patria non è un fatto, ma un atto di coscienza.
Ora, dicono i catalani, se l’essenza della Repubblica è l’esistenza di milioni di cittadini che in essa si riconoscono e che si sentono impegnati a costruirne il futuro, allora la Repubblica Catalana esiste ed è una realtà molto più solida e concreta del Regno di Spagna o dell’Impero di Renzonia. La Catalogna ha i suoi cittadini – coscienti e impegnati – e finché la Catalogna avrà i suoi cittadini, nessun Renzi di Spagna riuscirà a cancellarla. Ancora Pasolini, nell’ultimo testo che ha scritto, con l’intento che fosse il suo Testamento spirituale (Saluto e augurio, 1974):
La Repùblica a è drenti, tal cuàrp da la mari.
La Repubblica è dentro di noi cittadini coscienti e costruttori di futuro, non nei Palazzi di Roma e tanto meno nella reggia di Re Borbone a Madrid.
Visca la terra lliure!
Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata
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