Lingua friulana. «A trent’anni dalla legge regionale di tutela serve una svolta»
Confronto a Udine sul percorso compiuto e sulle prospettive
con Sergio Cecotti, Lorenzo Fabbro, Stefania Garlatti-Costa e Massimo Moretuzzo
A trent’anni dall’approvazione della legge regionale 15 del 1996 - il provvedimento cardine per la tutela e la promozione della lingua e della cultura friulana - emerge con chiarezza la necessità di una svolta. Le rilevazioni scientifiche registrano infatti un calo significativo dei parlanti (160 mila in dieci anni) e l’esperienza quotidiana conferma una scarsa attenzione politica e istituzionale verso la tutela linguistica. È quanto emerso dall’incontro “Lingua friulana. Un bilancio trent’anni dopo la prima legge di tutela”, promosso dal Gruppo consiliare del Patto per l’Autonomia-Civica FVG e moderato da Elia Mioni, direttore editoriale de “Il Passo Giusto”, che si è svolto ieri (25 giugno, ndr) a Udine.
Sergio Cecotti, già presidente della Giunta regionale e sindaco di Udine, ha ripercorso con la consueta ironia il cammino che ha portato alla definizione e all’approvazione della norma, sottolineando la volontà politica trasversale che ha reso possibile la prima legge di tutela globale del friulano. «Entrò in vigore tre anni prima della legge statale 482 del 1999, la legge quadro attuativa dell’articolo 6 della Costituzione», ha ricordato Cecotti, artefice di una norma che - anche grazie alle successive modifiche - ha istituito strumenti di programmazione e coordinamento, introdotto l’uso del friulano negli atti amministrativi e nelle comunicazioni ufficiali degli enti locali, definito la grafia ufficiale e sostenuto attività culturali diffuse. «A guidare quella scelta – ha aggiunto – fu la convinzione che la politica linguistica è ragion d’essere dell’autonomia regionale. Oggi, invece, è stata ridotta a mera attività delegata a un’agenzia. In questo senso, gli obiettivi della legge 15 sono stati perduti. E la responsabilità è politica, di chi guida la Giunta».
La consigliera comunale di Udine con delega all’identità friulana e al plurilinguismo Stefania Garlatti-Costa ha richiamato il clima di entusiasmo che è seguito all’approvazione della legge. «Fu un momento di grande speranza, si percepiva una progettualità positiva e concreta che faceva ben sperare per la sopravvivenza della lingua friulana – ha spiegato –. Attorno alla norma nacque una piccola imprenditoria e l’Università di Udine attivò un percorso di laurea per traduttori e interpreti in friulano. Dopo trent’anni, però, quella spinta si è affievolita. Pur con molti passi avanti – dagli strumenti informatici all’insegnamento del friulano a scuola – è evidente che non basta per garantirne il futuro. La strada? Ce la indica il Galles, che ha saputo mettere in campo buone pratiche risollevando una situazione di partenza ben peggiore della nostra».
Lorenzo Fabbro, già presidente dell’Agenzia regionale per la lingua friulana, ha offerto una fotografia aggiornata della situazione, evidenziando la necessità di una «politica linguistica di valore», capace di incidere realmente sulla società. Una politica che «deve essere condivisa con il maggior numero possibile di soggetti, sia nella fase di definizione sia in quella di attuazione». Per questo, ha sottolineato, «servono sostegno politico e legislativo e il ruolo attivo di enti di riferimento che non si limitino a pianificare, ma coordinino, organizzino, dialoghino, convincano, condividano e sollecitino con continuità», monitorando l’applicazione delle misure e sostenendo gli attori coinvolti. «Servono azioni radicali – ha concluso – che però non sembrano nei radar di chi oggi ha la responsabilità di decidere».
«La legge regionale 15 del 1996 rappresenta ancora oggi un passaggio politico e istituzionale di straordinaria rilevanza – ha affermato Massimo Moretuzzo, capogruppo del Patto per l’Autonomia- Civica FVG, cui sono state affidate le conclusioni –. Una norma coraggiosa, frutto di un lavoro d’aula approfondito e trasversale, reso possibile da una classe politica capace di guardare oltre le appartenenze. A trent’anni di distanza è necessario riprendere quel percorso: riconoscere i risultati raggiunti, ma anche la necessità di fare molto di più per invertire il trend che vede diminuire costantemente il numero dei parlanti». Moretuzzo ha ribadito che la tutela delle lingue minorizzate è strettamente legata agli spazi di autonomia che la Regione sceglie di esercitare. «Per questo – ha concluso – è indispensabile una nuova norma di attuazione dello Statuto di Autonomia che ampli le competenze regionali in materia di lingue minoritarie. Una richiesta approvata quasi all’unanimità dal Consiglio regionale oltre due anni fa, ma che la Giunta non ha ancora tradotto in una proposta da sottoporre alla Commissione paritetica Stato-Regione».
