Scuola regionale, serve la competenza primaria
Una scuola autonoma “made in Friuli” come antidoto ai guasti della “Buona Scuola” del Governo Renzi? Alla Conferenza regionale di valutazione della legge sulla tutela della lingua friulana Sergio Bolzonello è parso appoggiare questa tesi quando ha detto testualmente “Da quando ho lanciato il tema della regionalizzazione della scuola tutti mi sono venuti dietro. C’è da chiedersi perché finora nessuno ci avesse pensato”: peccato che solo due mesi fa Debora Serracchiani a Villa Manin sosteneva che «Acquisire la competenza sulla scuola è una proposta concreta che abbiamo fatto solo noi, aprendo una trattativa con lo Stato». Verrebbe da dire “Mettetevi d’accordo”, perché fanno un po’sorridere presidente e vice che si arrogano a vicenda l’una il merito di qualcosa di avviato, l’altro la primogenitura di qualcosa di mai prima rivendicato. E si sarebbe portati a dire “Meglio tardi che mai”, se non ci fosse il sospetto che si tratti di una boutade ormai quasi fuori tempo massimo. Si parla di competenza, ma quanto fatto dalla Giunta sinora è solo l’avvio della richiesta di regionalizzazione dell’Ufficio Scolastico Regionale (Usr) del FVG. Cosa ben diversa, e tuttavia avviata tardivamente.
Ben difficilmente questo percorso, attualmente al vaglio della Paritetica, sarà infatti portato a compimento nel breve spazio che resta fino alla fine della legislatura da un governo già in palese crisi di operatività dovuta alle manfrine prelettorali dei partiti romani. Vien da chiedersi se fosse necessario aspettare quattro anni e mezzo di legislatura per porre sul tavolo la questione, se davvero c’era la convinzione che questa fosse la strada giusta. Ma lo è?
Va fugato subito un equivoco di fondo, perché andrebbe spiegato in cosa consiste esattamente la “regionalizzazione” di cui si parla e in che modo concorrerebbe a risolvere la situazione drammatica nella quale si dibatte la scuola friulana tra carenze di organici, dirigenze vacanti e reggenze a macchia di leopardo, ora pure la difficoltà nel coprire i ruoli di Direttore dei servizi generali amministrativi (Dsga) che sono nevralgici per ogni istituzione scolastica. Solo l’abnegazione e la preparazione del personale scolastico a tutti i livelli (dirigenti, docenti e personale tecnico-amministrativo Ata) permettono oggi alla nostra scuola di primeggiare nei test Ocse Pisa a livello europeo, ma è difficile pensare che si possa incidere ulteriormente sulla qualità del sistema con il semplice trasferimento della competenza sull’Usr, se essa dovesse configurarsi come il mero trasferimento degli stipendi dei dipendenti dallo Stato alla Regione e poco altro.
Questa regionalizzazione dell’Usr, qualora si conseguisse a tempo di record, porterebbe sicuramente vantaggi diretti in materia di dimensionamento degli istituti, di ridefinizione degli orari scolastici, di formazione dei docenti e di integrazione degli alunni stranieri. Ma il reclutamento degli insegnanti, la copertura delle dirigenze e delle direzioni amministrative e degli organici Ata, l’adozione di programmi più mirati al territorio e la creazione di un sistema di valutazione indipendente? Resterebbero comunque tutti problemi aperti. E a farne le spese sono gli studenti e le famiglie.
Invece di mirare basso a nostro parere è nevralgico volare alto, e partire dal presupposto che se la scuola regionale vuol essere speciale non deve essere indifferente al territorio. E solo uno strumento potrebbe darci la possibilità di un effettivo autogoverno della scuola: la competenza primaria sull’istruzione. Sarebbe una soluzione efficace a più livelli: organizzativo, gestionale e didattico. Invece questa Regione, salvo assistere a tentativi maldestri di lanciarla a sei mesi dalle elezioni da parte di chi per 4 anni non ne a voluto sentir parlare, ha finora sempre mancato di rivendicarla. Perché? In Friuli Venezia Giulia non c’è per ora la cornice istituzionale per creare una vera e propria scuola regionale, ma per superare i limiti istituzionali fissati dallo Statuto occorre avere una visione politica chiara che finora è mancata. Bene che si porti la questione in Paritetica, ma si poteva e si doveva essere più ambiziosi e puntare più in alto, se non altro a livello di rivendicazione.
Le altre Regioni possono farci da modello: ad esempio in Trentino Alto Adige le scuole dell’infanzia sono provinciali e i programmi li decidono loro. E nella scuola superiore si studia un manuale di storia trentina nel programma curricolare ordinario. Non solo: i trentini hanno il loro sistema di valutazione, che è già considerato un fiore all’occhiello della scuola italiana. In Val d’Aosta poi la cornice della lingua francese serve a creare un sistema dell’istruzione fortemente differenziato. Bravi loro? Ma anche da noi i modelli ci sono, a partire dalle scuole slovene delle province di Gorizia e Trieste e dall’Istituto Bilingue di San Pietro al Natisone. Sono modelli che funzionano, anche se la maggior parte dei cittadini della Regione magari nemmeno sa che esistono. Eppure costituiscono un modello per una scuola regionale plurilingue che deve ottimizzare le lingue del territorio per poi aprirsi a tutte le altre, come sta avvenendo in Valcanale per il nuovo progetto di una scuola plurilingue a servizio di tutto il Tarvisiano. Frutto di amministratori coraggiosi che andrebbero sostenuti in ogni modo.
Per poter diffondere capillarmente questi esempi sul territorio, le competenze che si dovrebbero richiedere allo Stato centrale sono tante: a partire da quella sul governo del personale scolastico che Roma dovrebbe cedere, ovviamente con le relative risorse. Quindi bisognerebbe ottenere la competenza sulla programmazione dei curricoli e sul governo del sistema paritario. E serve anche che la dotazione dell’assessorato regionale non si limiti al personale amministrativo ma comprenda un’equipe scientifica di alto livello per affrontare al meglio questa sfida. Insomma, non basta cambiare la targhetta sulla porta dell’Ufficio scolastico per cambiare la scuola della Regione. Serve rivendicare con forza la competenza primaria e anche le risorse. In un convegno da noi organizzato nel 2015 a Casarsa Daniele Galasso, membro della Paritetica Stato- Regione, quantificava il costo della gestione autonoma dell’istruzione in Regione in qualcosa meno di 800 milioni, ovvero la stessa cifra del patto Serracchiani-Padoan: se lo Stato ci restituisse questa parte di maltolto, ecco che la scuola regionale diventerebbe realtà. In pochissimi anni.
Mario Battistuta e Walter Tomada