AUTONOMIA REGIONALE

Il Friuli-Venezia Giulia è una Regione a statuto speciale per ragioni storiche, geografiche, linguistiche e culturali precise. La specialità, però, ha senso solo se viene esercitata: deve essere intesa come possibilità di costruire politiche più vicine ai bisogni dei territori, acquisire nuove competenze, sperimentare soluzioni innovative e organizzare le istituzioni in modo più efficace.
Per il Patto per l’Autonomia occorre quindi rilanciare e aggiornare lo Statuto, rafforzare l’autogoverno regionale e locale e contrastare una tendenza che negli ultimi anni ha concentrato sempre più funzioni e risorse nelle mani della Regione.
1. Una specialità da rafforzare e utilizzare
Essere autonomi significa avere più strumenti per decidere sul proprio territorio. Per questo vogliamo ampliare le competenze legislative della Regione e adeguare lo Statuto del 1963 alle trasformazioni economiche, sociali e ambientali intervenute negli ultimi sessant’anni.
Nel 2026 abbiamo depositato una proposta di legge costituzionale per riformare lo Statuto speciale, intervenendo sulle competenze regionali e sulle procedure per il loro ampliamento. La proposta riprende il percorso avviato nel 2023 dalle Regioni e Province autonome, dal quale il Friuli-Venezia Giulia è rimasto successivamente escluso, a differenza di altri territori come Trento e Bolzano, che hanno continuato a rafforzare la propria autonomia.
Vogliamo inoltre che la Commissione paritetica Stato-Regione, organismo fondamentale per dare attuazione allo Statuto e ottenere nuovi spazi di autonomia, torni ad avere un ruolo centrale e sia regolarmente coinvolta dal Consiglio regionale. Quando nel giugno 2026, dopo ripetute sollecitazioni, la Commissione è stata finalmente audita, è emerso che in oltre due anni erano state approvate appena cinque norme di attuazione, tre delle quali relative a trasferimenti immobiliari.
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L’autonomia deve servire anche a tutelare le specificità della nostra terra: dalle lingue minoritarie all’istruzione, dalla gestione del territorio alle politiche economiche e sociali. È su questi terreni che la specialità può tradursi concretamente in politiche differenti da quelle decise uniformemente a livello statale.
2. Una Regione che programmi, non che accentri tutto
Negli ultimi anni la macchina regionale è cresciuta enormemente, mentre molti Comuni hanno dovuto affrontare una riduzione del personale che ha portato a una minore capacità amministrativa. Per noi occorre invertire questa tendenza: una Regione più snella deve occuparsi soprattutto di programmazione, pianificazione e coordinamento, lasciando ai territori le funzioni che possono essere esercitate più efficacemente a livello locale.
La difficoltà dei Comuni è evidente. Nel marzo 2026 abbiamo denunciato che oltre un miliardo di euro era fermo nei bilanci comunali per opere che gli enti locali non riuscivano a realizzare, anche a causa della carenza di personale e dell’assenza di strutture tecniche condivise. Una risposta può arrivare da gestioni associate e uffici comuni, capaci di mettere insieme competenze e risorse.
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Abbiamo inoltre sostenuto il rinnovo del comparto unico regionale, uno degli strumenti messi a disposizione dalla specialità per costruire un sistema coerente del personale della Regione e degli enti locali e rafforzare la capacità amministrativa dell’intero sistema delle autonomie.
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3. Potenziare i territori, superare le vecchie Province
Il Friuli-Venezia Giulia è una realtà policentrica: l’area metropolitana triestina ha caratteristiche diverse dal Friuli, che a sua volta è composto da territori montani, pedemontani, urbani e rurali con esigenze differenti. L’assetto istituzionale deve riconoscere queste diversità.
Già nel 2024, durante il percorso parlamentare di modifica dello Statuto, abbiamo sostenuto che il ritorno alle vecchie Province avrebbe significato riproporre un modello superato, mentre sarebbe necessario ripensare complessivamente gli enti di area vasta tenendo conto della crisi dei Comuni, del policentrismo regionale e della necessità di decentrare funzioni oggi concentrate in Regione.
Per questo avevamo proposto di suddividere le aree in ambiti territoriali omogenei, costruiti sulla realtà sociale ed economica dei territori e capaci di gestire insieme servizi e funzioni sovracomunali. Non riteniamo invece utile ripristinare semplicemente le quattro vecchie Province
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Nel 2026 ci siamo opposti alla reintroduzione delle Province proposta dalla Giunta perché priva di una definizione chiara delle funzioni e di una visione complessiva dell’assetto istituzionale. Abbiamo inoltre chiesto il coinvolgimento diretto della popolazione attraverso un referendum consultivo, richiamando la previsione dello Statuto secondo cui l’istituzione degli enti di area vasta deve avvenire sentite le popolazioni interessate.
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4. Autonomia significa anche democrazia
La specialità non può essere utilizzata per concentrare il potere. Più autonomia deve significare anche più partecipazione e più responsabilità democratica. Le grandi riforme istituzionali devono essere costruite attraverso il confronto con Comuni, parti sociali, categorie economiche, competenze giuridiche e cittadini.
Per questo abbiamo contestato le modifiche dello Statuto portate avanti senza un vero confronto regionale e, in particolare, l’eliminazione del referendum abrogativo sulle leggi elettorali: uno strumento di garanzia introdotto insieme all’elezione diretta del Presidente proprio per tutelare gli equilibri democratici e le minoranze.
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La nostra idea di autonomia parte dal basso: una Regione forte perché capace di utilizzare fino in fondo la propria specialità, assumersi maggiori responsabilità e costruire istituzioni più vicine alle comunità. Più autonomia significa più possibilità di decidere, ma anche più partecipazione, trasparenza e responsabilità nelle decisioni.
Per approfondire i temi legati all’autonomia e alla specialità della nostra regione, leggi il documento programmatico Per un nuovo assetto istituzionale