L'ottobre dell'autonomismo
Potrà il referendum veneto lombardo rafforzare la domanda di autonomia dei territori dopo la grande ondata centralizzatrice degli anni 2011-2016?
Cosa resterà di questo ottobre 2017? L’indipendenza catalana ed il referendum veneto lombardo sono eventi totalmente separabili ma nel loro insieme hanno profondamente colpito l’opinione pubblica in Italia. Disgrazie democratiche, come le ripetute fiducie sulla legge elettorale o i ripetuti sgambetti di Renzi a Gentiloni, pur avendo riempito le pagine dei quotidiani sono state viste quasi come normali avvenimenti nella commedia politica.
Improvvisamente nell’immaginario collettivo si è presentata l’interesse per il rapporto di potere tra stato centrale e territori.
Non è una novità in sé: da tempo la quasi totalità dell’informazione italiana attribuisce a regioni, provincie e comuni la patente di dissipatori dissoluti oltre che di luoghi dove ristagna inveterata corruzione. Anche alcuni storici seri, cito Crainz, Craveri, Soddu, in opere recenti hanno identificato nella nascita delle Regioni, e nelle proliferazione delle politiche di spesa da esse derivate, una delle cause del crollo della I Repubblica.
Il referendum costituzionale del 2016 con le sue modifiche al Titolo VI era lì allo scopo di mandare in frantumi il tentativo del 2001 di introdurre alcuni parziali elementi di federalismo. Il risultato della consultazione del 4 dicembre 2017, pur non essendo stato letto fin da subito nella sua dimensione di difesa delle autonomie, ha cominciato nel 2017 ad assumere altre sfaccettature alla luce anche di alcuni semplici calcoli. Tra questi l’effetto congiunto di Patto di stabilità e “spending review” che ha provocato una distruzione delle capacità di intervento in diversi campi di competenza dei sistemi locali ed ha causato una cura dimagrante annuale di 25 miliardi di euro nelle possibilità di spesa. A fronte di uno stato centrale che non ha risparmiato un euro ed ha anche significativamente aumentato il proprio debito pubblico.
Le comunità locali si accorgono di essere “cornute e mazziate” ed il gioco ormai in voga da alcuni anni di dare le responsabilità agli amministratori in carica, che vengono quindi regolarmente cacciati via, comincia a puzzare. Si scopre così che “le fedi regalate per la patria” sono andate in ben altre tasche di un centro avido e senza fondo. Si comincia a respirare un nuovo clima con la consapevolezza che stringere la cinghia per gli oligopoli industriali e finanziari con i loro sponsor politici non ci porteranno al di là del guado.
Certo non scompaiono le convinzioni che la politica tutta è fatta da malfattori, e che gli immigrati oltre a portarci via i posti di lavoro ci rubano soldi che servirebbero per i servizi sociali dei cittadini italiani, ma si fa strada l’idea che si può meglio governare le proprie comunità prendendo qui le decisioni che ci riguardano.
Il potere non può essere delegato ad uno stato sostanzialmente in dissoluzione nelle sue strutture fondamentali e che non trova il coraggio di aprirsi a prospettive nuove se non di pura accettazione di quanto gli equilibri finanziari globali propongono.
Il neo sovranismo statale non convince quasi più nessuno così come c’è difficoltà a credere in una Europa futura. E di conseguenza l’autonomia territoriale diventa il “nuovo” spazio da scoprire. L’indipendenza catalana, pur con tutti i rischi che sta correndo, ed i costituzionalmente banali referendum del nord sono comunque l’occasione per cominciare a pensare ad un futuro diverso.
I risultati del Veneto e della Lombardia potranno essere interpretati in modi non univoci, personalmente ritengo che per ragioni tecniche sarà un miracolo il raggiungimento del quorum veneto, ma il “mito” delle “regioni speciali” diventerà sempre più polo di attrazione non solo per i soldi ma nella convinzione di poter fare bene quello che vogliono le proprie comunità.
Noi sappiamo che la “specialità”, specie in F-VG, è oggi soprattutto una realtà statutaria da ricostruire nelle sue stesse basi e che i conti differenziali che si presentano in giro sono fantasiosi e non hanno alcuna caratteristica di comparabilità, ma sappiamo anche che senza una “specialità” rapportata alle caratteristiche del territorio non c’è né amministrazione né democrazia. Quindi auguri ai cittadini del Veneto e della Lombardia.
Il gioco delle decadenti forze politiche italiane sta facendo un po’ di tutto per mandare in rovina questo nuovo “vento del nord”, ma credo che né le ambiguità della Lega e dei suoi alleati, né le blandizie del PD con l’accordo burletta tra governo ed Emilia Romagna, né le mentalità centraliste del M5S e di sinistre sparse potranno, per ora, fermare questa spinta.
Giorgio CavalloProssimi appuntamenti
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