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Notizie

Sanità pubblico-privata: un commento a margine del dibattito

È nostra convinzione che sia fondamentale difendere la natura pubblica ed universalistica del sistema sanitario regionale, nell’esclusivo interesse dei territori e dei cittadini del FVG. Considerando però che una delle principali competenze esclusive della nostra autonomia regionale è proprio la salute, è chiaro che l’attività di Governo in questo settore dovrà anche tener conto della rilevante funzione sociale ed economica degli operatori della sanità privata e del relativo indotto. Per molti anni un Sistema Virtuoso ha integrato insieme pubblico e privato. Serve mantenere l'equilibrio, ma ricordando sempre che al centro dell’azione politica ed amministrativa ci deve essere l’interesse delle Comunità e non il fatturato dei privati. P.s. Se non si fossero regalati a Roma 1,5 miliardi di euro con i patti Tondo-Tremonti e Padoan-Serracchiani la nostra sanità avrebbe qualche risorsa in più e qualche problema in meno...
 
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María Dolores, ovvero della lucidità dell’élite

Ieri è accaduto un fatto divertente, in sé assolutamente irrilevante, ma che ben rappresenta lo stato di confusione mentale delle élite centraliste che governano l’Europa. Se questa è la classe dirigente, lunga vita ai “populisti”. Il fatto è presto detto. Due comici della televisione russa, Alexei Stoliarov e Vladimir Kuznetsov, hanno telefonato alla ministra della difesa spagnola, tale María Dolores de Cospedal, spacciandosi l’uno per il ministro della difesa della Lettonia, l’altro per il suo braccio destro. Le telefonate sono state due, e piuttosto lunghe (circa un quarto d’ora). I due comici hanno spiegato alla ministra spagnola come la situazione in Catalogna sia stata creata “ad arte” dai servizi segreti russi che intendono riprodurre uno scenario simile a quello realizzato in Crimea e nel Donbass. Le hanno “rivelato” che il Presidente catalano, Carles Puigdemont, è un agente russo, nome in codice “cipollino” (personaggio di una fiaba per bambini di Gianni Rodari). L’hanno “informata” che più del 50% dei turisti russi che visita Barcellona sono in realtà agitatori professionali dei servizi segreti russi con la missione di sollevare l’indipendentismo catalano. Il sedicente ministro lettone si è offerto di inviare a Barcellona truppe del Paese baltico per aiutare l’esercito spagnolo a fronteggiare gli indipendentisti e i russi infiltrati. La ministra spagnola ha ringraziato moltissimo il suo presunto omologo lettone, apprezzando in particolare la disponibilità ad inviare truppe. María Dolores ha spiegato ai suoi interlocutori che doveva riferire immediatamente queste cruciali notizie al primo ministro spagnolo Rajoy, assicurando che poi avrebbe richiamato il suo pari grado lettone per assumere decisioni operative. E, in effetti, María Dolores ha richiamato poco dopo i due comici russi, riferendo loro che il primo ministro spagnolo, Mariano Rajoy, si era dichiarato entusiasta delle accurate informazioni provenienti della Lettonia, e che era interessatissimo ad approfondirle. Attraverso la sua ministra, Rajoy ha proposto un incontro a quattr’occhi tra i due primi ministri, spagnolo e lettone, accompagnati dai rispettivi ministri della difesa, da tenersi a Göteborg in Svezia, per uno scambio di informazioni sulle operazioni clandestine russe, nonché per predisporre dettagliati piani per il dispiegamento dell’esercito lettone in Catalogna. In serata l’agenzia di informazioni russa Sputnik ha messo in rete la registrazione delle due telefonate. María Dolores non ha battuto ciglio: ha spiegato che lei aveva subito capito che si trattava di due impostori perché il sedicente ministro lettone si era rifiutato di parlare in inglese, chiedendo che la conversazione si svolgesse con l’ausilio degli interpreti. Non è invece confermata la voce, sparsasi ieri in tarda serata, che i due comici abbiano telefonato anche a Maria Sandra Telesca, spacciandosi per il ministro della sanità dell’Uzbeckistan che si complimentava per la sua eccellente “riforma”. Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata
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Panontin: tutto è lecito in campagna elettorale, ma un po' di modestia non guasterebbe

L’assessore Panontin ha “certificato” che con l’abolizione delle Province e la nuova politica accentratrice dei servizi verso la Regione sono stati risparmiati nel 2016 circa 30 milioni di euro. Una prima tranche, pari a 10 milioni, sarebbero provenienti dal taglio della struttura di base delle Province: organi politici, gestione di sedi, riscaldamenti, cancelleria, macchine di rappresentanza e di servizi e altro ancora. I conti sono probabilmente giusti ma, a parte gli organi politici, cosa è successo alle sedi provinciali e alle altre strutture? Sono forse state smantellate o vendute, o magari in molti casi esistono ancora, in parte, al servizio di qualcosa d’altro, pesano su qualche capitolo pubblico comunque? Ma la cosa più interessante riguarda il personale, tutto passato alla Regione. Qui le indicazioni numeriche sono molto precise: 20 milioni di euro risparmiati per i dipendenti provinciali diventati regionali, il che corrisponde, al netto della rimodulazione di ruoli, funzioni e incarichi dirigenziali, ad almeno 400 dipendenti in meno frutto del blocco della sostituzione dei pensionati e del mancato rinnovo dei contratti a termine con il poco apprezzabile risultato di aver creato dei nuovi disoccupati. In realtà abbiamo molti dubbi che questo corrisponda al vero e, con ogni probabilità, le cifre riportate nascono dal fatto che molto personale provinciale è arrivato in Regione a 2016 inoltrato e la contabilizzazione è piuttosto parziale. E Panontin dovrebbe chiarire soprattutto se le funzioni prima svolte dalle Provincie esistono ancora, come funzionano o chi le svolge e quali sono i loro costi. Da quanto si percepisce circolando lungo le ex strade provinciali, guardando i cigli stradali, entrando nei centri per l’impiego, le cui sedi sono state ridimensionate, oppure chiedendo un’autorizzazione per l’attraversamento di una strada regionale o per un trasporto speciale, ma ancora nell’organizzare eventi culturali o sportivi prima finanziati dalle province, la realtà dei servizi resi è di un drammatico stato di abbandono e un assordante assenza di risposte. E magari la giunta regionale e, in primis il neo candidato presidente Sergio Bolzonello, dovrebbe raccontare come mai con tutti questi esuberi di personale e i conseguenti risparmi non sono stati in  grado di lenire la disperata domanda di personale da parte di Comuni, ormai svuotati e impediti a svolgere funzioni essenziali. Senza dimenticare che si omette di fare una comparazione su quanto stanno costando le UTI, le 18 piccole province, la cui potenziale spesa di funzionamento è tutta ancora da conteggiare, e che dai primi passi, tra direttori generali, assunzioni di personale di staff e costi di avvio, paiono mangiarsi ampiamente tutte le somme risparmiate. La logica della eliminazione delle Province non può rispondere solo a un astratto concetto di risparmio, attuato con tagli lineari conseguenza del mancato turn over, ma deve dimostrare di svolgere meglio e con più efficienza le precedenti funzioni. Non pare proprio sia così. E infine, enorme contraddizione, non ci si può vantare di risparmiare 20 milioni di euro frantumando prassi rodate e nel contempo regalare allo Stato entrale 1,5 miliardi di euro all'anno del bilancio regionale per risanare una finanza di cui gli enti locali del Friuli Venezia Giulia non solo per nulla responsabili.  
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Strafalcioni geografici nel sussidiario, si ponga rimedio

Qui di seguito il comunicato stampa congiunto (con i Manovali per l'Autonomia e Patrie Furlane) inviato ai giornali. Ci sarebbe da ridere, se non venisse da piangere a pensare che ci sono dei bambini che nelle nostre scuole studiano su un sussidiario strapieno di strafalcioni, che fa passare l’Isonzo per Cividale, mostra ancora il Lago del Vajont com’era prima del 1963, sposta le Alpi Giulie al posto delle Prealpi e fa diventare la pianura friulana “veneta”. Non sono i soli errori che si trovano sul testo di un gruppo editoriale adottato anche da molte scuole elementari friulane che stupisce per l’imperizia di chi lo ha redatto. Quando si lavora con le scuole la professionalità di chi confeziona i materiali didattici deve essere assoluta, perché non si scherza con l’istruzione dei nostri figli. Lo abbiamo sottolineato in una lettera formale che inoltreremo al nuovo Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale Igor Giacomini, all’assessore Loredana Panariti e al presidente dell’Assemblea della Comunità Linguistica Friulana Diego Navarria, ai quali chiediamo di farsi parte diligente affinché - salva ovviamente la massima tutela del libero insegnamento - siano verificati accuratamente i testi in uso nelle nostre scuole per evitare che macroscopiche lacune come queste possano entrare nel bagaglio formativo dei nostri studenti. Lo facciamo perché la questione, sollevata ieri sul profilo Fb dei Manovali per l'Autonomia, ha destato un vasto sconcerto. In poche ore il post ha avuto oltre 10 mila visualizzazioni, a dimostrazione che c’è grande attenzione per come vengono educati i nostri giovani, in particolare in riferimento al territorio. E l’approssimazione degli autori di questa cartina stupisce per la grossolanità degli errori, ma anche per la noncuranza che evidentemente si dà all’approfondimento della geografia locale. In questo senso, è esattamente il contrario di quanto servirebbe fare dal punto di vista didattico. Le più evolute tendenze pedagogiche fanno addirittura costruire da soli ai ragazzi le mappe relative al proprio territorio, ampliandole man mano che i ragazzi acquisiscono conoscenze sempre più approfondite: perché, di fronte alla crescente virtualizzazione delle percezioni e degli apprendimenti serve rendere i bambini sempre più capaci di contestualizzare se stessi nel tempo e nello spazio. Invece la deriva del sistema educativo, quella stessa che con la riforma Gelmini ha portato all’eliminazione della geografia (e della storia dell’arte, oltre che di un buon numero di ore di lingua straniera) dal piano di studi di molti indirizzi delle scuole secondarie di secondo grado, oggi permette che non vi siano filtri alla produzione e alla circolazione di materiali inaccurati. C’è da riflettere, quindi, sul fatto che anche nella Scuola c'è molto da ricostruire. Crediamo che siano i nostri insegnanti, con la loro professionalità, quella stessa che permette alla scuola regionale di avere eccellenti rilevazioni nelle scuole nazionali e internazionali, che possano essere i veri protagonisti di questa ricostruzione. La politica deve essere consapevole di questo potenziale e scommettere su queste energie. Perché non prendiamo in mano il nostro destino rivendicando la competenza primaria in materia di istruzione? Sarebbe la maniera per costruire un sistema educativo partendo da fondamenta già solide ma declinandolo in maniera ancor più consapevole della specificità della storia e della cultura di ogni parte della regione: una comunità unica proprio perché plurilingue e ricca di diversità. La scuola regionalizzata potrebbe costruire programmi ad hoc, adattando il curricolo allo spirito del luogo. E per farlo sarebbe opportuno affidare la stesura non solo dei programmi ma anche dei testi agli insegnanti che ogni giorno lavorano nelle nostre aule. In Trentino i ragazzi delle medie studiano su un manuale la storia della loro Provincia, non certo isolata dal resto del mondo ma fiera delle sue specificità. Non esiste motivo al mondo per cui non possiamo farlo anche noi.
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Non sempre le offerte degli shopping days sono le migliori: c'è ancora spazio per il futuro politico di Debora?

Ho completato il lavoro e me ne vado! No, fuggi perché nessuno in Regione ti vuole più tra i piedi! I poli dei commenti oscillano tra queste due considerazioni: anche se a badare ai social sono più gli insulti che i ringraziamenti per i 5 anni di Debora Serracchiani come skipper della Regione F-VG. Non voglio entrare nel merito per un giudizio sulle “riforme” fatte, su quelle trascurate e nemmeno sulla qualità della attività legislativa ed amministrativa. Da sostenitore “attivo” di Debora nel 2013 mi aspettavo di meglio dopo il disgraziato quinquennio di Tondo, ma condizioni oggettive e soggettive ne hanno determinato una sostanziale continuità. Ci si è messa di mezzo anche la sfortuna che ha portato al governo il giovanotto Renzi ed ha costretto la Presidente a fare la spola tra Trieste e Roma sia per dimostrare la fedeltà del F-VG al governo amico, sia per monotone ripetizioni mass mediali del verbo del capo. Di volta in volta neo liberista, centralista dittatoriale, populista, fautore di diritti civili e neo Keynesiano, come l’opportunità del momento sembrava indicare. E chi ripeteva pedissequamente il verbo Renziano non poteva che perdere la sua credibilità anche nei confronti di chi l’aveva sostenuta. Ma veniamo alla Regione. La continuità e l’aggravamento della situazione istituzionale proviene da tre fatti oggettivi: 1. Le entrate di compartecipazione della Regione sono diminuite dal 2010 ad oggi di 1200 milioni annuali, secondo i dati della Corte dei Conti, per prelievi parlamentari e governativi, nonché per “donazione liberale” della Regione stessa. Su un complesso di 5 miliardi questo significa il 25%, aggiungendosi ad altri motivi di riduzione delle entrate e di blocco della spesa pubblica; 2. I decreti attuativi di norme statutarie approvati nel quinquennio attuale (2013-2018) sono stati due, uno voluto dal governo per completare il trasferimento alla Regione della sanità penitenziaria, ed uno in maniera da creare spazio alla regione in materia fiscale, ma solo per le entrate erariali al 100% di competenza della Regione. Praticamente nulla. Analogo giudizio va sulla Presidenza Tondo, mentre diverso significato hanno avuto gli 8 decreti dell’era Illy, pur sempre con governi contrari ad ogni concessione; 3. L’aumento a dismisura della conflittualità tra i territori regionali, a partire da decisioni statali (giustizia, Camere di Commercio, Ufficio  scolastico, etc.) per continuare con scelte regionali anticipatrici (Provincie, ripartizioni sanitarie, enti locali, etc.) secondo logiche talvolta incomprensibili. Con il risultato di convincere gli abitanti di qualsiasi comune (anche di 100 abitanti) che non è il caso di rischiare qualche unificazione. Per non parlare del continuo stillicidio di recriminazioni per le ripartizioni amministrative regionali e per gli interventi direttamente emanati dallo stato. Dire quindi che ci sia stato un vantaggio ricavato dal F-VG dal doppio ruolo della sua Presidente è una assurdità. Anzi oggi, dopo 10 anni di pessima presenza istituzionale, è proprio la natura della specialità del F-VG come strumento adeguato al governo delle diversità di queste terre, ad essere messo in discussione, quasi sempre in nome di privilegi finanziari, che nemmeno più esistono. Il futuro del F-VG è ormai in altre mani, per ora ignote. Ma comunque l’uscita da questo scenario di D. Serracchiani è un fatto triste che rischia di farla uscire di scena e non certo di proiettarla ad una dimensione “nazionale”. Siamo nel centenario di Caporetto e qualcosa quella ritirata ci insegna. Che per proteggere la ritirata si è dovuto combattere anche in condizioni disperate. E credo che per D. Serracchiani la linea del Piave può essere conquistata solo con una vittoria in un collegio uninominale alle prossime elezioni politiche. Giorgio Cavallo
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La gestione dei beni comuni: l'acqua, l'ecosistema locale e la sua tutela

Con la cadenza tipica dei problemi irrisolti che puntualmente si ripresentano in tutta la loro interezza, in Carnia si ripropone il tema delle concessioni per centraline idroelettriche richieste da ditte private. Ora tocca al torrente Fuina, nella splendida cornice della Val Pesarina, diventato l’oggetto del desiderio dell’ennesimo cercatore d’oro della nostra epoca: l’oro blu, quello da cui si può ricavare la nuova ricchezza. Non importa se questo avviene a scapito dell’ambiente naturale, non importa se non viene garantito l’equilibrio dell’ecosistema locale, non importa se il beneficio che ne possono ricavare i cittadini della vallata è ridicolo: business is business… E in tutto ciò, mentre altre Regioni alpine come il Trentino Alto Adige si sono attrezzate per tempo, dotandosi di norme e strumenti propri, come la Società elettrica di totale proprietà regionale, i nostri Sorestans dormono sonni beati, in attesa che chi sta banchettando con i nostri beni comuni abbia un sussulto di carità e ci lasci raccogliere le briciole del lauto pasto. Bene hanno fatto Franceschino Barazzutti e Domenico Romano ad alzare la voce e a denunciare quanto sta succedendo; noi stiamo con loro e con le Comunità della Carnia che non si arrendono a questi scempi. Massimo Moretuzzo Qui sotto l'articolo di oggi del Messaggero Veneto con l'intervento di Franceschino Barazzutti e Domenico Romano:
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Renzi Matteo, “autonomista” involontario

Il ragionamento politico di noi progressisti storici (che i giornali chiamano impropriamente “autonomisti”) parte da un dato di fatto: lo Stato westfaliano* non solo è in crisi, ma è in tremendo ritardo rispetto allo sviluppo storico, ed è perciò fattore di involuzione sociale, politica, culturale ed economica.** L’obsolescenza dello Stato westfaliano non può sorprendere: si tratta di un marchingegno escogitato quattro secoli fa, e che già allora non era considerato questa gran “figata”, ma solo un “male minore” che rappresentava un arretramento rispetto alla visione democratica e locale-globale di Ramon de Penyafort e Marsilio da Padova (pensatori che, immagino, i nostri dottissimi politicanti definirebbero “populisti”). Nella sua funzione di “male minore”, il modello westfaliano ha, in un modo o nell'altro, retto fino a tutto l’ottocento, tant'è che spesso si parla, erroneamente, di Stato “ottocentesco”. Nel corso del novecento il sistema ha manifestato tutte le sue insanabili contraddizioni, provocando alcune delle peggiori tragedie della storia umana, tra cui due guerre mondiali e la Shoah. Istituzioni come le Nazioni Unite e l’Unione Europea nascono per porre rimedio ai drammatici difetti del sistema westfaliano, ma vengono rapidamente fagocitate dal sistema stesso, tant'è che oggi queste Istituzioni sono in crisi e vengono percepite (giustamente!) come inutili dall’opinione pubblica che vede come esse non adempiano affatto alla missione storica per cui sono state create (superare Westfalia!) ma, al contrario, si comportano da “damigelle d’onore” del decrepito sistema. In nessun luogo il rigetto del modello westfaliano è più evidente che in Catalogna. E' una storia che viene da lontano: i catalani rivendicano la visione democratica locale-globale come il maggiore contributo della loro nazione alla civilizzazione umana (i catalani Ramon de Penyafort e Ramon Llull precedono il Defensor pacis di Marsilio di qualche decina d’anni). Pau Casals ha rivendicato questo merito storico di fronte alle Nazioni Unite nel suo celebre discorso “I am a Catalan” (1971). La Repubblica per cui lottano i catalani non è la Repubblica “una e indivisibile” e iper-westfaliana dei giacobini, ma il suo opposto, l’idea universale di Res Publica di Marsilio. Le loro parole d’ordine, e le stesse tecniche di mobilitazione politica, sono penyafordiane più che gandhiane. I catalani sono impegnati in un esperimento storico di portata eccezionale: costituire una Repubblica che non sia uno Stato. Infatti, se la indipendenza si riducesse alla costituzione di uno “Stato catalano”, si tratterebbe pur sempre di un processo tutto dentro la logica di Westfalia, che non aiuterebbe la storia a progredire. Come possiamo essere certi che sia proprio questo il senso profondo dei fatti di Catalogna? Lo sappiamo dal documento fondamentale degli indipendentisti catalani, il piano strategico per la Repubblica. E' il medesimo documento che la magistratura dello Stato spagnolo usa come “prova regina” dei reati di ribellione, sedizione e disobbedienza imputati al Governo catalano; ampi stralci del documento sono riportati nelle motivazioni delle ordinanze di custodia cautelare dei ministri della Generalitat. In questo piano strategico si prefigura una Repubblica priva di Forze armate, elemento costitutivo dello Stato westfaliano, e da cui è lecito distaccarsi esercitando il diritto di autodeterminazione. Se per “separatisti” si intende un gruppo che vuole staccarsi da uno Stato per costituirne uno proprio, i catalani (e gli scozzesi) non lo sono affatto. Loro sono unionisti, da non confondersi con la categoria opposta, gli unitaristi. Nonostante il sistema wesftaliano sia in ritardo rispetto all’evoluzione storica di circa due secoli, esso è ancora molto tenace. Questo perché è un sistema di dominio e Potere. E una regola generale: il Potere perpetua sé stesso ben oltre l’esaurirsi delle motivazioni storiche che lo avevano originato e legittimato. Il penultimo congresso del Partito comunista cinese (il campione mondiale di autoperpetuazione al Potere) ha testualmente stabilito che la dottrina fondamentale della politica estera cinese è la strenua difesa dell’ordine westfaliano in ogni angolo del pianeta. E, infatti, la Cina si è subito premurata di garantire a Mariano Rajoy che farà tutto quanto è in suo potere pur di garantire “l’unità” della Spagna. Noi pensiamo che — a dispetto del Partito comunista cinese — la storia si stia riallineando sul modello democratico, pur tra mille difficoltà e contraddizioni. L’indicatore più evidente del cambio di paradigma è il fatto che in quasi tutti i Paesi europei i partiti del sistema (nelle loro tradizionali articolazioni di “destra” e “sinistra”) non raggiungono, nel loro complesso, il 50% dei voti espressi, ovvero la loro influenza aggregata sulla società è ridotta a meno di un quarto, tenendo conto degli astenuti che certo non sono “pilastri” del sistema. La storia, e quindi la politica, si sta riposizionando sul doppio livello locale e globale (che nel nostro caso significa europeo). L’azione politica giocoforza seguirà la realtà dello sviluppo storico, e anch'essa si riorganizzerà su questi due livelli. Detto in termini rozzi: i partiti “nazionali” (rectius westfaliani) andranno sempre più in crisi, e lasceranno il posto a soggetti politici locali, associati in reti europee, molto meglio attrezzati per affrontare le contraddizioni del presente. Il lettore dirà: “Tutto bello, ma cosa ci azzecca Renzi Matteo? Lui è un westfaliano del tipo più arcaico”. Il punto è che la storia procede secondo il principio di necessità, e anche le azioni di chi pretenderebbe di invertire le lancette dell’orologio (come il segretario del PD) alla fine si rivelano funzionali al corso obbligato degli eventi. Per fare un esempio: i partiti “nazionali” sono destinati a lasciare il passo ai nuovi soggetti globo-locali. Ora chiediamoci: alla fine, quale risultato avrà prodotto Renzi Matteo? Avrà trasformato un primordiale partito “nazionale”, quale il PD, in un moderno partito locale organizzato e votato solo in Toscana. Amici, non parliamo male di Renzi Matteo. Lui non lo sa, ma è anche lui uno dei “nostri”. Sergio Cecotti (C) | Riproduzione riservata 
* Per una storia critica del sistema westfaliano vedi e.g. Henry Kissinger, World Order, Penguin, 2014. ** Il testo base della critica al sistema westfaliano nel pensiero politico del Plaid Cymru, a cui si ispira anche lo Scottish National Party, è la prolusione di Saunders Lewis alla prima Summer school del partito (1926) “Egwyddorion Cenedlaetholdeb”, tradotto in inglese con il titolo Principles of Nationalism, Cardiff, 1975.
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Lo strano concetto di Autonomia di Zaia

Sacrosanto il diritto del Veneto di richiedere autonomia maggiore per il suo territorio, ma può tale richiesta, che chiede il riconoscimento dei propri diritti, negare lo stesso diritto ad altri? L’autonomia a corrente alternata del leghista atipico Zaia è un esempio di come molti richiedenti diritti per sé contemporaneamente neghino gli stessi ad altri. Rivendicare il diritto dell’autonomia del Veneto e contemporaneamente negare il diritto di autonomia decisionale a Sappada è una palese contradizione. Riconoscere il diritto dei popoli di decidere autonomamente con chi stare e come stare assieme è fondamentale per la democrazia, come dare torto al centralismo romano che nega i diritti al Veneto quando il Veneto nega i diritti dei Sappadini. Molti centralisti sono saliti sul carro del federalismo e dell'autonomia guardando solamente al fattore della convenienza economica e pertanto continuano battaglie autonomiste rimanendo intimamente centralisti. Non politici ma semplici gestori del potere, senza progetti di lungo termine, vincolati dalla necessità di essere rieletti. In un paese carente di statisti, il proliferare di capi popolo, comici e improvvisati amministratori è presagio di un disastro imminente.
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Dopo il voto: l'intervista a Sergio Cecotti

Cecotti, guardando i risultati elettorali in Sicilia e a Ostia si direbbe che la sua “profezia” sull’evaporazione del PD si stia avverando. Lei cosa ne pensa? Sul risultato del PD ho poco da dire. Mi riconosco appieno nel giudizio dato dal coordinatore della segreteria nazionale del PD, Lorenzo Guerini: “sconfitta devastante, ma ampiamente prevista”. Prevista da osservatori ben più autorevoli di me. Il risultato del PD non presenta nessuna sorpresa; sappiamo tutti che, con l’eccezione della Toscana e dell’Emilia-Romagna, il PD renziano viaggia su quelle percentuali lì: a riprova, il PD ha preso il 13% tanto in Sicilia come a Ostia. Questo però non significa che il voto siciliano non fornisca indicazioni interessanti: vi sono un paio di lezioni che sarebbe bene non sottovalutare. La Serracchiani però dice che si è trattato di un voto locale. Ha assolutamente ragione. Il voto in Sicilia era connotato da tre elementi locali che non hanno parallelo nel resto del Paese, e tanto meno in Friuli Venezia Giulia. Li elenco: 1) in Sicilia il PD godeva dell’“effetto Orlando”, capace solo pochi mesi fa di stravincere le comunali al primo turno. E' un serbatoio di voti aggiuntivi che il PD non ha nel resto del Paese; 2) la Sicilia è il bastione elettorale del principale alleato del PD, Alfano, che qui ha (nonostante la pesante débacle) percentuali cinque volte superiori a quelle medie: altri voti che mancheranno al PD in FVG; 3) come è noto, la lista fiancheggiatrice del PD “Gattopardi & Affini” ha in Sicilia un radicamento sconosciuto nel resto del Paese. Nel loro insieme, questi tre fattori locali hanno apportato alla coalizione del PD un valore aggiunto del 12,4%. Perciò la Serracchiani fa benissimo a mettere in guardia i suoi colleghi di partito dal lasciarsi prendere da facili entusiasmi sull’onda del risultato siciliano. La Governatrice sa che nel PD regionale qualcuno coltiva l’illusione che le liste Honsel e Tesolat apporteranno il 12,4%, e provvede a disilluderli, prima che vadano a sbattere. Lei parlava di lezioni dal voto siciliano. Quali sono? Forse per deformazione professionale, a me piace estrarre dai risultati elettorali regole aritmetiche più che fumose considerazioni politologiche che, alla fine, lasciano il tempo che trovano. La prima lezione aritmetica riguarda il partito di Alfano. Cosa dice l’aritmetica sul ministro degli esteri? In passato la Sicilia era la roccaforte elettorale di quel partito con percentuali complessive del 10%, e punte in provincia di Agrigento del 40%. Nelle loro strategie, la Sicilia avrebbe dovuto essere il granaio di voti che garantiva al partito di superare la soglia del 3% a livello nazionale, compensando gli “zero virgola” in molte parti del Paese. Ma il partito del ministro degli esteri è sul 4% nello stesso asserito granaio. A questo punto, il raggiungimento della soglia a livello nazionale è matematicamente impossibile. Per entrare in parlamento, gli alfaniani dovranno pietire posti in lista dal PD che, con questi chiari di luna, non avrà molti seggi da regalare a terzi. Veniamo alla seconda lezione. La seconda lezione è più interessante perché è un lemma aritmetico di carattere universale, che si applica a tutti i partiti e a tutte le elezioni regolate da una legge maggioritaria a turno unico. Anche alle elezioni regionali del FVG? Soprattutto alle nostre regionali, ma vediamo di formulare il principio aritmetico in termini generali. In una elezione regionale, il candidato-presidente che parte con lo sfavore dei sondaggi si pone il problema di ridurre il divario con il front runner. Per raggiungere l’obiettivo, spesso non sa far di meglio che “allargare la coalizione” cioè, nel concreto, costruire in laboratorio una pletora di liste di appoggio — una di finta-sinistra, una di finto-centro, una finto-autonomista, etc. — riempiendole di tutti gli ascari che riesce a raccattare. Forse non sarà un metodo elegantissimo, ma è pur sempre una strategia razionale. Non crede? Vediamo cosa dice l’aritmetica. Per mera semplicità di esposizione, uso il PD come esempio. Il punto centrale è che gli ascari prendono pochi voti, ma qualcuno lo prendono. Il meccanismo è semplice: un elettore convinto che il renzismo sia cosa buona vota direttamente PD, mentre uno che ne pensa tutto il male possibile non vota certo gli ascari del PD. Gli ascari però prendono il voto degli elettori filo-renziani a cui i candidati delle liste collegate stanno più simpatici di quelli ufficiali del PD. Con questo meccanismo, ciascuna lista collegata prende pochi voti, ma poiché le liste sono tante, la somma complessiva dei loro voti è comunque un numero apprezzabile. Al 90% sono voti che, in assenza di liste artificiose, sarebbero andati direttamente al PD. Risultato aritmetico: in Sicilia il PD ha preso il 13% guadagnando 11 seggi, “Sicilia Futura” il 6% con 2 seggi, AP il 4,2% con zero seggi e “Arcipelago” il 2,2% con zero seggi. Se le liste collaterali non ci fossero state, nella divisione dei seggi il PD avrebbe pesato per il 25% (o poco meno) non per il 13%, e lo schieramento di “centro-sinistra” avrebbe ottenuto 4 o 5 seggi in più. Seggi del PD che sono stati regalati a centro-destra e MS5. Il paradosso aritmetico è che il centro-destra col 39,9% non avrebbe avuto la maggioranza assoluta nell’Assemblea regionale senza questo grazioso omaggio del PD. La maggioranza assoluta è stata letteralmente regalata a Musumeci dagli strateghi PD. E le pare che una simile strategia possa definirsi razionale? Quindi la regola aritmetica generale è? Se tu, candidato-presidente, e il tuo competitore siete spalla spalla, con uno 0,1% di scarto, allora aggrega tutte le liste fiancheggiatrici che puoi, perché ogni voto può fare la differenza. Ma al contrario, se sei indietro, non devi costruire liste d’appoggio perché il loro effetto sarà quello di regalare parte dei tuoi seggi agli avversari. Finiresti con l’ottenere risultati paradossali. Quali paradossi? Faccio un esempio pratico. Il sindaco di Udine, Honsell, ha dichiarato che alle regionali farà una lista fiancheggiatrice del PD con l’obiettivo, parol testuali, di “arginare la destra e i populisti”. Aritmeticamente, l’unico risultato della sua operazione sarà sottrarre uno, o anche due, seggi al PD per regalarli alla destra o ai “populisti”. La medesima prodezza è già riuscita al sindaco di Palermo. Un perfetto esempio di eterogenesi dei fini. Sergio Cecotti (C) Riproduzione Riservata 
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Il sole radioso della Sicilia illumina le prossime elezioni politiche

Innanzitutto Berlusconi c’è e il centro destra non avrà difficoltà a recuperare qualche seggio per governare la Sicilia, nel caso non bastasse il premio di maggioranza. Le conclusioni politiche sono ovvie e rispecchiano in pieno quanto tutte le elezioni amministrative del 2017 hanno raccontato. Per il PD, non trattandosi di una casuale rotta di Caporetto ma di un continuo cedimento del fronte che rende sempre più improbabile una risalita a breve, si tratta di capire se il Renzismo troverà un Gran Consiglio pronto a tradire il padre nella speranza di trovare nuovi alleati e leader meno antipatici. E’ ancora presto per un ragionamento tecnico che riesca a trovare informazioni nuove nelle elezioni siciliane da utilizzare per meglio interpretare le prossime politiche e regionali in Friuli-Venezia Giulia. Ma qualcosa c’è. Malgrado le apparenze, il M5S è il vero sconfitto di queste elezioni. C’erano infatti tutte le condizioni oggettive per un voto di rottura con le tradizioni e le clientele, in nome di una purezza ormai consolidata da esperienze amministrative importanti. Ma la partecipazione al voto è stata la più bassa di sempre e quindi non è funzionato alcun richiamo alla novità. La percentuale di voto al partito è stata molto più bassa (- 8%) di quella relativa al candidato presidente Cancelleri. L’apporto principale di voti per questa differenza proviene dalle liste del PD e collegate che sembrano aver sistematicamente creduto nella sconfitta del proprio candidato ed aver puntato sulla vittoria del candidato del M5S (probabilmente per poi giocarsi l’alleanza in sede di giunta). Peraltro proiettando i risultati di ieri sui futuri collegi uninominali del Rosatellum per il Parlamento, credo che ben poca polpa potrà rimanere sia per il PD che per i M5S. L’unità del centro destra, anche senza Alfano, sta sistematicamente intorno al 40% e sarà difficile fargli testa anche con accordi post milazziani. E’ proprio questa la lezione da comprendere per il F-VG. Anche qui vi è presumibilmente una distribuzione para siciliana dei consensi ai partiti del sistema politico italiano, con magari qualche diversità all’interno del centro destra, ma con una disperazione dell’elettorato nel doversi confrontare con l’offerta generale che passa il convento. Le motivazioni della presenza elettorale del Patto Per l’Autonomia risiedono nella costruzione di una prospettiva nuova per il F-VG dopo due decenni disastrosi per la stessa esistenza della autonomia speciale. E con essa si vuole marcare una diversità totale da quanto stanno oggi praticando i partiti sul mercato, nella convinzione che solo su queste basi si possa costruire una dimensione politica vera per tutti i cittadini e le comunità del F-VG. Giorgio Cavallo
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D’Alema, informati meglio

Massimo D’Alema ha dichiarato che la colpa di quello che sta succedendo in Catalogna è di due “nazionalismi di destra”, quello dei “leghisti” catalani e quello, “simmetrico”, del PP di Mariano Rajoy. Credo che il leader maximo non abbia fatto caso a un aspetto che illustra in modo estremamente limpido la diversa natura delle due posizioni che si confrontano. “Stranamente” nessun commentatore ha ricordato questo dato. Provvedo io a colmare la lacuna. Una premessa. Il territorio della Comunità Autonoma della Catalogna (corrispondente allo storico Principato di Catalogna) non è tutto di lingua catalana: la valle d’Aran, nei Pirenei, è di lingua occitana come gran parte del Midì francese e alcune valli piemontesi. Gli occitani in Catalogna sono una minoranza riconosciuta e tutelata (dalla Generalitat), a differenza dei loro connazionali che vivono negli Stati francese e italiano. I catalani si sono posti il seguente problema: per effetto della dichiarazione di indipendenza dalla Spagna, la Catalogna avrebbe assurto il ruolo di Stato che domina una porzione di un altro popolo, quello occitano. Per evitare questo rischio, nella medesima legge che ha indetto il referendum sulla propria autodeterminazione, il Parlamento catalano ha esplicitamente riconosciuto il diritto alla autodeterminazione della valle d’Aran, ovvero ha garantito l’inalienabile diritto degli occitani a secedere dalla Catalogna stessa. Veda un po’ D’Alema se questo modo di comportarsi può definirsi “simmetrico” a quello tenuto da Rajoy, come il massimo sembra pensare. L’ironia della vicenda è che il Tribunale Costituzionale spagnolo ha dichiarato nulle tutte le norme della legge sul referendum catalano, tranne quelle che garantiscono il diritto dell’Aran alla sua autodeterminazione nazionale. Perciò la Spagna, attraverso la sua Corte suprema, riconosce il diritto dell’Aran a staccarsi dalla Repubblica Catalana. Ma questo significa, implicitamente, riconoscere la Repubblica Catalana? Sergio Cecotti | Riproduzione riservata (C) 
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L'attesa spasmodica delle elezioni siciliane

Forse c'è qualcosa di sbagliato. Siamo tutti in attesa dei risultati delle elezioni siciliane perché da esse dovrebbero venire delle indicazioni su cosa avverrà a marzo e a maggio anche qui da noi.
Berlusconi promette tutto come da 25 anni, Salvini con le sue quattro battute spera di sfondare al sud per poi precedere FI nel totale, il PD parla di voto utile con una sinistra che nei sondaggi sembra uguagliarlo, e un M5S imperterrito continua a propagandare ad un popolo ansioso di vendetta che i costi della politica sono i principali mali della "nazione".
Insopportabile. Ed ancora più il pensare che da questo dibattito sul nulla possa dipendere anche il nostro futuro.
"Ma mi faccia il piacere" direbbe il principe de Curtis. Usciamo da questo avanspettacolo e costruiamoci un teatro tutto per noi.
 
Giorgio Cavallo
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Destra e sinistra baruffano su chi ha fatto più danni al bilancio in Regione: non sarebbe male fare un po' di conti, sul serio

Molti si stanno domandando da cosa dipende la decadenza della Regione F-VG e della sua specialità. Mentre in giro per l’Italia si continua a pensare ed a descrivere le Regioni autonome come delle galline dalle uova d’oro gestite da politici intrallazzoni e ladri, forse si comincia a capire che lo statuto del 1963 per il F-VG e le norme di attuazione non costituiscono più un insieme di strumenti di per sé sufficienti per l’oggi. La decadenza peraltro ha più motivi: quadro giuridico insufficiente, governanti di bassa qualità e succubi delle consorterie politiche cui appartengono, ma anche forte deficit cognitivo in materia “aritmetica”. Le polemiche di questi giorni tra destra e sinistra sui conti della Regione ne danno conferma in un susseguirsi di affermazioni e risposte che creano una confusione indicibile. Sarebbe ora di fare chiarezza e perlomeno arrivare ad una condivisione dei numeri. Finalmente nel corso del 2017 ci si è accorti dell’effetto devastante per l’economia regionale dei contributi dati dagli enti pubblici territoriali per il risanamento delle finanze dello stato. Le cifre variano in relazione ai modelli di calcolo ma sicuramente in questi anni di “crisi” si è arrivati ad una riduzione della spesa pubblica regionale e locale di almeno 1500 milioni di euro all’anno senza nessun aumento di quella qui effettuata dallo stato e dalle sue “agenzie”. E partire il 1 gennaio con un deficit di PIL del 5% che si cumula a quello degli anni precedenti è di per sé disastroso. C’è quindi una diretta relazione tra questa mancata spesa pubblica, che percentualmente non ha eguali in altre parti d’Italia, e il peggioramento esasperato degli indici economici e sociali. Oggi c’è una certa ripresa legata ad alcuni settori produttivi rivolti alla esportazione, c’è forse anche una maggior fiducia nel futuro, ma i dati strutturali della crisi sono ancora presenti come macigni. Da tempo osservatori indipendenti e lo stesso Patto per l’Autonomia segnalano questa situazione. Ora esponenti del centro destra e della sinistra non più governativa cominciano a chiederne ragione a chi ci ha governato negli ultimi cinque anni, Serracchiani e Peroni in primis. E in questo modo si assolvono da ogni complicità. La campagna elettorale per le elezioni politiche e regionali del 2018 si sta aprendo quindi con due caratteristiche:
  1. quale risposta dare, o meglio negare, alla domanda di trasformazione dello stato italiano così come emerge dal “tumulto” dei territori di cui il referendum veneto è il segnale più appariscente. Ne sono un esempio le considerazioni del solito Rizzo sul sito web di Repubblica del 29 ottobre 2017 a proposito della specialità della Valle d’Aosta e dei suoi improvvidi amministratori.
  2. Un intensificarsi delle beghe di bottega tra (centro) destra e (centro) sinistra in F-VG su chi è da considerarsi responsabile delle perdite di entrate finanziarie alla base del crollo della istituzione Regione. Con una battuta, rivolta all'improntitudine con cui interviene Tondo, si potrebbe dire che si è alla ricerca di una gestione dell’Autonomia Responsabile del disastro, non potendo aspettare che nel nostro caso lo scopra Rizzo.
Il primo tema non è solo una questione italiana, ma in Italia assume aspetti politicamente paradossali per le contraddizioni politiche di una destra e di un M5S che cavalcano di fatto sia elementi di sovranismo che di federalismo come proprio collante politico, e che, essendo da cinque anni all’opposizione possono agitare qualsiasi argomento di fronte a cittadini arrabbiati. E si trovano di fronte una sinistra che, dilaniata da scontri tra leadership e oligarchie  anche economiche, sconfitta al referendum istituzionale del 2016 dove proponeva una sterzata centralizzatrice dei poteri, non sa più dove rivolgersi e oscilla tra una ormai ventennale tradizione neo liberista, una incerta affermazione di diritti civili e una fatale attrazione su aspetti marginali del populismo. In pratica sul piano della politica italiana non c’è oggi nulla di serio che possa rispondere alla domanda di riorganizzazione dello stato che proviene dai territori. La seconda questione, più squisitamente regionale, ha trovato sui quotidiani locali degli ultimi giorni espressione vivace con accuse e contraccuse.  E vengono tirati fuori alcuni spettri dall’armadio, al grido vicendevole di “la colpa è tua”. Il comparto unico dei dipendenti regionali e locali, la partita della terza corsia, il sotto finanziamento della sanità sono alcuni degli argomenti più gettonati. Ma ce ne sono molti altri (vedi nella tabella qui sotto) e vanno capiti sia per il significato sia per le partite di spesa che determinano. Tutto ciò va analizzato seriamente, al fine fondamentale di riattivare una trattativa con lo stato, ma è bene non dimenticare che c’è una domanda politica di fondo a cui rispondere. E’ opportuno o no affidarsi a rappresentanze che sono la pura articolazione nel territorio del sistema politico italiano? I siparietti a cui stiamo assistendo giorno dopo giorno suggeriscono una risposta fortemente negativa così come l’osservazione nella sentenza della Corte Costituzionale n. 188 del 2016 in cui invitava la stessa Regione F-VG a rappresentare meglio gli interessi dei suoi cittadini. Ma probabilmente una ulteriore chiarezza sui conti pubblici e sulla adeguatezza e qualità degli obiettivi perseguiti ci aiuterà molto di più. Patto Per l'Autonomia
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E poi il PD non venga a raccontarci frottole...

Ve li ricordate i vari Serracchiani, Rosato, Iacob, e compagnia piddina, giurare e spergiurare che il PD renziano non è visceralmente contro le Autonomie Speciali? Ahimè, questa è una frottola che il PD non potrà più venirci a raccontare, a meno che non decida di trasformarsi da partito politico in Compagnia del Teatro dell’Assurdo (attività in cui riscuoterebbe un certo successo). L’on. Davide Faraone, siciliano e dirigente di spicco dell’area turbo-renziana del PD, ha proposto un referendum nella sua Regione per chiedere l’abolizione dell’Autonomia speciale e la riduzione della Sicilia a Regione a Statuto ordinario. Per carità, si tratta di una posizione del tutto legittima. Legittima, ma che rende manifesto quale sia la vera “cultura” politica del renzismo: un centralismo becero, destrorso, e anti-storico, che nel migliore dei casi riporta l’orologio indietro all’epoca di Giolitti, nel peggiore imita (male) il generalissimo Francisco Franco. Serracchiani e colleghi non vengano più a raccontarci frottole. La posizione culturale, politica, e (anti)storica del PD è esattamente quella espressa dall’on. Faraone: cancellare tutte le autonomie, a cominciare da quelle speciali. Non sappiamo cosa i siciliani pensino della proposta turbo-renziana. A sentire l’on. Faraone (che certamente ne sa più di noi) sembrerebbe che tutti gli isolani muoiano dalla voglia di rinunciare a trattenere il 100% delle tasse pagate in Sicilia, preferendo riceverne indietro dallo Stato solo il 30%, meglio ancora se di meno. Pensate: in questa “logica” faraonica, perfino l’accordo Serracchiani-Padoan acquisterebbe un senso. La proposta dell’on. Faraone cade a meno di due settimane dalle elezioni regionali siciliane. E' ragionevole pensare che l’onorevole turbo-renziano abbia fatto questa uscita per accrescere il bottino di voti PD, non certo per allontanare gli elettori dal suo partito. Quindi fra una decina di giorni sapremo: se il PD vincerà le elezioni siciliane, dovremo concludere (ahimè!!) che Faraone e Serracchiani hanno ragione, e che il popolo sovrano odia le autonomie quanto le odiano loro. Se invece il PD non vincerà, vorrà dire che il popolo sovrano li ha bocciati per la terza volta consecutiva. (C) Sergio Cecotti  | Riproduzione riservata
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Il “tumulto” veneto e la “metamorforsi" dello stato nazione

Una valanga travolgente che cambia il paesaggio Chi legge i commenti giornalistici odierni al voto referendario di domenica rimane colpito dagli innumerevoli sforzi di inquadrare secondo logiche normali quanto è accaduto. E di conseguenza vuole a tutti i costi inquadrare le future evoluzioni nell’ambito del sistema costituzionale italiano. Non c’è molta differenza tra Zaia, che chiede per il Veneto una specialità come quella di Bolzano, e il solito Bressa che assimila la richiesta di Zaia ad un progetto di secessione. Ma anche i politologi, costituzionalisti e giuristi, di sponda generale o locale, come Pasquino, Coen ed Antonini, sostanzialmente si chiedono, dando risposte diverse, quali modifiche stanno dentro l’attuale ordinamento costituzionale e quali no. Per capire quanto è successo in Veneto non basta la politica e il diritto. La dimensione del risultato è un fatto mai registrato dopo il farlocco plebiscito del 1866: questa volta, senza nessuno che inquadrasse gli elettori con musiche e gendarmi, il 70% dei cittadini (si, perché bisogna aggiungere il 10% di iscritti all’AIRE) ha votato in maniera univoca. Mi permetto di utilizzare qualche spicciolo di sociologia ed in particolare il libro postumo di U. Beck.  Quello di domenica è stato un “tumulto” che non segnala un semplice atteggiamento sociale verso una trasformazione, ma si è trattato di un evento che ha rivelato una vera e propria “metamorfosi”. “Metamorfosi di che?”. Di uno stato nazione che non solo non esiste più nelle sue fondamentali funzioni di garante della sicurezza (non solo quella dei confini ma anche quella derivante dai rischi umani e naturali) e di redistribuzione di equilibri tra territori diversi, ma che non ha oggi più alcuna risorsa culturale e politica per affrontare la “rabbia” dei suoi cittadini. La rabbia si esprime in forme diverse, spesso contro la politica ed i suoi costi, così come verso i flussi migratori, ma nell’ultimo anno ha trovato anche due momenti di espressione e di “dimensionamento” nei referendum del 4 dicembre 2016 e in quello di domenica scorsa, particolarmente nel Veneto. Questa rabbia ha origine da motivi profondi, situazioni sociali ed economiche, spaesamento rispetto a dinamiche relazionali, perdita di sicurezza nel proprio futuro, paura di doversi difendere da solo dalle aggressioni esterne. Non è un progetto politico ma può essere sfruttata politicamente e determinare valanghe di consensi in qualsiasi direzione, spesso soddisfacendo un desiderio di vendetta, ma può essere instabile e spostarsi quando si avvede del tradimento o del puro opportunismo. Una saggia indicazione per il futuro Ma i due momenti acuti della situazione italiana, 4 dicembre e 22 ottobre, possono permettere nel loro insieme una interpretazione positiva che ai più è sfuggita e che rappresenta ben altro che scombinate espressioni di populismo. All’atto “destruens” del 4 dicembre, contro una “riforma” costituzionale che all’occhio dei cittadini è apparsa un colpo di mano per la conquista del potere, è seguito domenica un atto “costruens che ha indicato un percorso nuovo per la politica: quello del trasferimento della centralità del potere dallo stato nazione ai territori. Si tratta di un segnale molto forte la cui trasformazione in progetto istituzionale ed in percorsi reali di attuazione non è facile e deve oggi scontare molti ritardi anche per la mancanza di un solido pensiero teorico che lo possa supportare. Il nodo di fondo è la scelta della strada principale che questa riappropriazione di comando può prendere. C’è un bivio tra il pensare i territori solo nella loro potenziale competitività nel mercato globale delle economie e della finanza, o il farne luoghi dove i saperi, le conoscenze e le prassi specifiche possano costituire la base per comunità, non isolate né chiuse, in grado di porre in primo piano le caratteristiche durevoli di una condizione umana che dovrà e potrà confrontarsi con la questione del limite. Il “tumulto” del voto referendario ci indirizza verso questa lettura. E non ci si deve preoccupare che sia avvenuto nel Veneto e che possa avere ricadute non positive da noi. La realtà profonda del Friuli e di Trieste non è molto diversa, ed anzi, come sembrano indicare alcuni sondaggi, la nostra più radicata capacità di conoscere i percorsi autonomistici può meglio permetterci di costruire un confronto politico fuori dalle fitte nebbie del sistema politico italiano. La funzione politica del Patto per l’Autonomia è oggi quella di prendere atto della “metamorfosi” di uno stato nazione che è “altro” rispetto a quanto abbiamo visto in  esso fino ad ieri. Con la possibilità quindi di costruire un dibattito politico significativo sui temi del nostro futuro. Lo stato italiano non chiuderà né oggi né domani mattina per “fine gestione” ma, in un quadro di incertezza che coinvolgerà la natura degli altri stati nazione dell’Europa, si aprirà una fase di contese e di evoluzioni transitorie, a partire dalle rivendicazioni veneto - lombarde - emiliane. Sarà allora obbligatorio portare sul tappeto gli elementi ri-fondativi e ri-costruttivi di una specialità regionale del F-VG, oggi smantellata sia nelle sue competenze che nelle attribuzioni finanziarie. E qui appare necessaria una lucidità “profetica” di un soggetto politico organizzato quale potrà consolidarsi dalla proposta attuale del Patto per l’Autonomia. Con una raccomandazione. L’occhio del Patto per l’Autonomia non può rivolgersi solo alle dinamiche interne del Friuli e di Trieste ma deve anche essere in grado di capire e interpretare la “rabbia” territoriale di chi ci è geograficamente vicino e condivide con noi molti comuni problemi. Ben pochi in questi giorni si sono occupati del terzo referendum, quello relativo alla Provincia di Belluno dove agiscono pulsioni e risentimenti istituzionali differenziati da quelli dello stesso Veneto. Non ci si può limitare ad evidenziare possibili elementi di antagonismo sulla questione di Sappada, ma anche quella “rabbia” va compresa ed aiutata nella sua profonda parentela con molti temi che ci riguardano, sul futuro dell’area alpina e dei governi delle comunità locali. Giorgio Cavallo 
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Intimidazione strategica

Alcune menti eccelse del PD hanno dichiarato che il referendum lombardo-veneto sulla autonomia è stato inutile, e che lo stesso risultato si sarebbe ottenuto, con minor spesa, proponendo un negoziato al Governo centrale, come ha fatto il presidente dell’Emilia-Romagna. Chiediamoci: qual è la differenza tra mobilitare milioni di elettori, come hanno fatto i presidenti di Lombardia e Veneto, e intavolare un negoziato col Governo nelle segrete stanze, come hanno fatto Tondo (con Tremonti) e la sua gemella Serracchiani (con Padoan)? La differenza tra i due approcci è presto detta: il primo implica una intimidazione strategica del territorio verso il Governo centrale e i partiti e poteri (più o meno puliti) che lo sostengono. Il secondo implica una intimidazione politica del Governo centrale sui rappresentanti del territorio, rappresentanti minacciati nelle loro personali prospettive di carriera se non si adeguano alle logiche centraliste. Ho più volte ricordato come l’intimidazione strategica rappresenti l’unica prassi politica capace di limitare la rapacità del centralismo romano. I risultati parlano da soli; tutti sappiamo cosa hanno ottenuto i gemelli Tondo-Serracchiani col loro approccio “responsabile”: un fracco di legnate (non per i gemelli, per i cittadini del Friuli Venezia Giulia). Al contrario, il messaggio del referendum lombardo-veneto è arrivato a Roma forte e chiaro: il Governo e i suoi sottopancia hanno immediatamente capito che in una parte importante del Paese il PD, squalificato dalle sue posizioni iper-centraliste, è ormai sulla soglia della irrilevanza assoluta. Il Governo ha subito abbozzato, perché sente minacciata la sopravvivenza stessa del suo potere, l’unica cosa a cui tenga realmente. La concomitante crisi catalana insegna a tutti, perfino ai caporioni PD, che è meglio non sottovalutare milioni di cittadini che si mobilitano in difesa dell’autonomia del proprio territorio, perché altrimenti si rischia la delegittimazione totale del Governo centrale come è capitato a MR. Questi referendum autonomisti sono il secondo tempo del referendum costituzionale del 4 dicembre. Gli sconfitti sono gli stessi di allora. Il PD e i suoi tirapiedi l’hanno presa nei denti una seconda volta: ben gli sta! MR voleva uno Stato super-centralizzato a propria immagine e somiglianza, uno Stato che era la negazione dello spirito profondo del Paese. E' stato sonoramente bocciato dal popolo sovrano. Tuttavia il senso del pericolo che noi tutti abbiamo corso in quella occasione, e il timore che il PD, nella sua protervia, ritorni alla carica, ha prodotto per reazione una nuova consapevolezza del valore fondamentale delle autonomie, e ha mobilitato il popolo nella battaglia per un nuova Repubblica, basata sulla democrazia autentica e le autonomie, non sul becerume PD. E' sintomatico che MR non abbia commentato i risultati dei referendum. MR sa bene di essere il grande sconfitto. Come ha scritto Giorgio Cavallo, questo autunno ha segnato l’esplosione dell’idea autonomista. Paradossalmente, di questo dobbiamo essere grati a un centralista esasperato come MR che l’ha fatta talmente fuori dal vaso da costringere alla mobilitazione tutte le coscienze democratiche. (Ma chi sarà questo MR? Matteo Renzi? Mariano Rajoy? Boh?). Il risultato è stato particolarmente rotondo in Veneto e, all’interno del Veneto, nella Provincia di Treviso. Questo è interessante in vista delle prossime elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia. Come è noto la sociologia elettorale della (ex)Provincia di Pordenone è perfettamente sovrapponibile a quella della contermine Provincia di Treviso. Dai risultati del referendum possiamo desumere che la percentuale elettorale del PD nel Pordenonese sia oggi molto (ma proprio molto) inferiore al 10%. A Udine, forse vale qualche “zero virgola” in più, ma non chissà cosa. Un dato emerge con chiarezza assoluta: nella prossima legislatura regionale il Friuli Venezia Giulia dovrà esercitare l’intimidazione strategica verso il Governo centrale con la massima intensità, se vorrà riprendersi dal tracollo provocato dai gemelli Tondo-Serracchiani. Speriamo solo che non ci tocchi il terzo gemello!! Sarebbe la fine. Sergio Cecotti
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Referendum veneto, lombardo e bellunese. La vittoria del territorio contro il centralismo e la domanda di una nuova politica

Prima di domenica 22 ottobre si poteva ritenere che solo un miracolo avrebbe potuto permettere il raggiungimento del quorum del 50% in Veneto e nella provincia di Belluno (dove un referendum specifico chiedeva l’attribuzione di poteri alla Provincia). Ragionamenti tecnici relativi alle normali affluenze in elezioni politiche e locali, nonché una alta percentuale di iscritti all’AIRE (10% nella regione e oltre il 20% nel bellunese) facevano pensare difficile il risultato, anche tenendo conto dell’astensione degli scettici e dei contrari.

Il miracolo è avvenuto e la presenza reale dei votanti è arrivata ad un numero molto vicino a quello di una consultazione politica, con un plebiscito per il SI.

I commenti dei partiti politici tenderanno a confondere le acque, ognuno con la speranza di mettere il suo cappello sulla sedia. Zaia è raggiante perché comunque spetterà a lui cercare di incassare il premio.

E magari a Belluno alcuni tenteranno di interpretare il risultato cercando di impedire il passaggio di Sappada al Friuli.

Ma la sostanza della consultazione è ben più profonda: è la domanda secca di ridare ai territori il potere di decidere sui propri destini futuri di fronte ad uno stato non più credibile nella sua pretesa di rappresentare l’interesse generale.

Questo non vuol dire soluzioni pre-costituite di destra, di sinistra o altrove, ma che la discussione politica e quindi la democrazia deve ripartire dal basso, con le sue difficoltà e le sue contraddizioni nell’interpretare la storia e l’economia.

La domanda è prepotente e richiede che le forze politiche che si accingono a rispondervi capiscano che a loro è richiesto di confrontarsi ed “accordarsi” nella ricerca dell’interesse dei propri cittadini, e non a “competere” unicamente per conquistare le fette di potere disponibili.

La domanda che proviene dai referendum non è solo di trasformare le istituzioni per dare più poteri ai territori, oggi massacrati da un centralismo violento e ottuso, ma anche di trasformare le stesse logiche della politica.

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Trieste, abbiamo un problema: meglio non ammalarsi nella nostra Regione

Tensioni fra territori per l’eliminazione di presidi essenziali, persistenza dei doppioni che si diceva di voler eliminare e un allontanamento della sanità dai cittadini, che finisce per creare forti disagi nella popolazione: sono solo alcuni degli strascichi che lascia la riforma sanitaria regionale ormai entrata a regime. Un regime non proprio virtuoso se l’analisi del CREA, organismo indipendente che ruota intorno all’Università di Tor Vergata, nel benchmarking dei sistemi sanitari regionali colloca la sanità friulana al 20° posto su 21 (e meno male che c’è il Molise).   Mentre la Giunta regionale rilancia sulla stampa amica rapporti datati e scientificamente non asseverati che dimostrerebbero l’eccellenza assoluta del sistema nel 2015, il rapporto performance del CREA mostra impietosamente che la sanità friulana nel 2016 è precipitata in tutta una serie di indicatori. Per completezza di informazione lo stesso CREA poneva nel 2014 il FVG al 2° posto in Italia. Quindi l’eccellenza c’era, ma poi un abisso chiamato “riforma” ha inghiottito il settore. Lo ha dimostrato l’approfondimento voluto da Patto per l’Autonomia, Patrie Furlane e Manovali per l’Autonomia che si è svolto venerdì sera a Precenicco alla presenza di oltre 200 persone in un auditorium gremito ed attento, ed ha visto confrontarsi professionisti di grande competenza ed indipendenza di giudizio, che hanno mostrato cosa vuol dire oggi lavorare in trincea nella Caporetto della sanità regionale. Un fiore all’occhiello fino all’altro ieri, e che tale deve tornare ad essere domani: ma serve superare i tanti problemi di organizzazione che oggi, nella realtà delle nostre corsie, impediscono di assicurare servizi di qualità a tempi e costi accettabili. Bisogna farlo: perché fra i rischi concreti c’è anche quello che, viste le carenze del sistema e dati ancora i buoni livelli medi di reddito della popolazione, la nostra Regione possa diventare terreno di conquista per i colossi della sanità privata. In questo momento, infatti, l’incoerenza nella gestione dei percorsi, la dislocazione illogica dei reparti (ad es. nella Bassa punto nascita e pediatria sono separati da un’autostrada spesso bloccata), l’utilizzo poco razionale della tecnologia e la poca attenzione ad una selezione autenticamente meritocratica del personale fanno del sistema sanitario regionale un colosso dai piedi d’argilla. Che si può rifondare a patto di rinsaldarlo alle fondamenta. I tempi stringono e forse è già troppo tardi. Ma farlo è interesse di tutti. Anche di coloro che hanno svenduto al ribasso le risorse della Regione sottoscrivendo Patti irresponsabili con i governi di Roma, salvo poi venirci a dire che “bisognava pensare a garantire le coperture” 20 anni fa quando la Regione si è assunta l’onere del settore sanitario. Quella competenza primaria è servita a costruire un sistema d’eccellenza che nessuno ha il diritto di portare allo sfascio. E le coperture ci sarebbero se qualcuno (tipo gli ultimi due presidenti FVG) non avesse regalato allo Stato un miliardo e mezzo di euro utili a garantire servizi ai cittadini di questa Regione. In particolare nella sanità: un settore che è un patrimonio di tutti e non si governa con gli slogan o con l’intimidazione sistematica degli operatori, ma col buon senso, l’ascolto, la premialità del merito e la qualità del management. Cose di cui in questi anni non si è visto granché… Qui sotto pubblichiamo l'articolo del Messaggero Veneto di ieri:
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L'ottobre dell'autonomismo

Potrà il referendum veneto lombardo rafforzare la domanda di autonomia dei territori dopo la grande ondata centralizzatrice degli anni 2011-2016? Cosa resterà di questo ottobre 2017? L’indipendenza catalana ed il referendum veneto lombardo sono eventi totalmente separabili ma nel loro insieme hanno profondamente colpito l’opinione pubblica in Italia. Disgrazie democratiche, come le ripetute fiducie sulla legge elettorale o i ripetuti sgambetti di Renzi a Gentiloni, pur avendo riempito le pagine dei quotidiani sono state viste quasi come normali avvenimenti nella commedia politica. Improvvisamente nell’immaginario collettivo si è presentata l’interesse per il rapporto di potere tra stato centrale e territori. Non è una novità in sé: da tempo la quasi totalità dell’informazione italiana attribuisce a regioni, provincie e comuni la patente di dissipatori dissoluti oltre che di luoghi dove ristagna inveterata corruzione. Anche alcuni storici seri, cito Crainz, Craveri, Soddu, in opere recenti hanno identificato nella nascita delle Regioni, e nelle proliferazione delle politiche di spesa da esse derivate, una delle cause del crollo della I Repubblica. Il referendum costituzionale del 2016 con le sue modifiche al Titolo VI era lì allo scopo di mandare in frantumi il tentativo del 2001 di introdurre alcuni parziali elementi di federalismo. Il risultato della consultazione del 4 dicembre 2017, pur non essendo stato letto fin da subito nella sua dimensione di difesa delle autonomie, ha cominciato nel 2017 ad assumere altre sfaccettature alla luce anche di alcuni semplici calcoli. Tra questi l’effetto congiunto di Patto di stabilità e “spending review” che ha provocato una distruzione delle capacità di intervento in diversi campi di competenza dei sistemi locali ed ha causato una cura dimagrante annuale di 25 miliardi di euro nelle possibilità di spesa. A fronte di uno stato centrale che non ha risparmiato un euro ed ha anche significativamente aumentato il proprio debito pubblico. Le comunità locali si accorgono di essere “cornute e mazziate” ed il gioco ormai in voga da alcuni anni di dare le responsabilità agli amministratori in carica, che vengono quindi regolarmente cacciati via, comincia a puzzare. Si scopre così che “le fedi regalate per la patria” sono andate in ben altre tasche di un centro avido e senza fondo. Si comincia a respirare un nuovo clima con la consapevolezza che stringere la cinghia per gli oligopoli industriali e finanziari con i loro sponsor politici non ci porteranno al di là del guado. Certo non scompaiono le convinzioni che la politica tutta è fatta da malfattori,  e che gli immigrati oltre a portarci via i posti di lavoro ci rubano soldi che servirebbero per i servizi sociali dei cittadini italiani, ma si fa strada l’idea che si può meglio governare le proprie comunità prendendo qui le decisioni che ci riguardano. Il potere non può essere delegato ad uno stato sostanzialmente in dissoluzione nelle sue strutture fondamentali e che non trova il coraggio di aprirsi a prospettive nuove se non di pura accettazione di quanto gli equilibri finanziari globali propongono. Il neo sovranismo statale non convince quasi più nessuno così come c’è difficoltà a credere in una Europa futura. E di conseguenza l’autonomia territoriale diventa il “nuovo” spazio da scoprire. L’indipendenza catalana, pur con tutti i rischi che sta correndo, ed i costituzionalmente banali referendum del nord sono comunque l’occasione per cominciare a pensare ad un futuro diverso. I risultati del Veneto e della Lombardia potranno essere interpretati in modi non univoci, personalmente ritengo che per ragioni tecniche sarà un miracolo il raggiungimento del quorum veneto, ma il “mito” delle “regioni speciali” diventerà sempre più polo di attrazione non solo per i soldi ma nella convinzione di poter fare bene quello che vogliono le proprie comunità. Noi sappiamo che la “specialità”, specie in F-VG, è oggi soprattutto una realtà statutaria da ricostruire nelle sue stesse basi e che i conti differenziali che si presentano in giro sono fantasiosi e non hanno alcuna caratteristica di comparabilità, ma sappiamo anche che senza una “specialità” rapportata alle caratteristiche del territorio non c’è né amministrazione né democrazia. Quindi auguri ai cittadini del Veneto e della Lombardia. Il gioco delle decadenti forze politiche italiane sta facendo un po’ di tutto per mandare in rovina questo nuovo “vento del nord”, ma credo che né le ambiguità della Lega e dei suoi alleati, né le blandizie del PD con l’accordo burletta tra governo ed Emilia Romagna, né le mentalità centraliste del M5S e di sinistre sparse potranno, per ora, fermare questa spinta. Giorgio Cavallo
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Una noterella a margine della Catalogna

Inauguriamo oggi una nuova rubrica, un commento settimanale a firma di Sergio Cecotti. Vi ricordate le scempiaggini che dicevano quelli del PD durante la campagna per il referendum? Dicevano che il Senato alla Boschi-Renzi, camera di "rappresentanza dei territori", avrebbe salvaguardato l'autonomia. Dicevano anche che il loro geniale modello di Senato era quello in vigore nella maggior parte dei Paesi europei, tra cui la Spagna. E, in effetti, la costituzione spagnola sul punto e' molto simile alla Boschi-Renzi e qualifica il Senato come camera di rappresentanza territoriale. Ora, nel caso della Spagna, questo senato di garanzia delle autonomie territoriali, sta per attivare l'articolo 155 (ovvero la clausola si supremazia boschiana) mentre al congresso dei deputati (la camera Non di garanzia delle autonomie) forse non c'è una maggioranza per l'attivazione (che non importa, visto che solo il senato e' chiamato a votare secondo le logiche alla Boschi via). AVETE CAPITO QUALI RISCHI ABBIAMO EVITATO? NON CAPISCO COME QUELLI DEL PD OSINO ANCORA MOSTRARE LA FACCIA IN GIRO. Mandi, Sergio  
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Costituzionalismo e Stati nazionali: dopo la vicenda catalana nulla sarà più come prima

La Catalogna Comunque vada a finire la vicenda catalana è uno spartiacque. E se scenderemo dal versante giusto anche l'attuale moribonda Europa potrà goderne. Identità e quattrini: la secessione catalana si inquadra qui. Al netto della repressione violenta, a gran parte dei cittadini italiani sembra una cosa assurda che per vecchie storie, per una lingua e per meno di 20 miliardi all’anno, si possa rompere l’unità di uno stato nazione. Una minoranza di cittadini italiani valuta invece che uno stato debba rispettare i suoi territori per le diversità storiche ed economiche che esprime, e che, se non lo si fa, sia giusto ribellarsi anche alle regole di convivenza dettate da una maggioranza. La vicenda catalana permette anche posizioni grigie, cioè di chi depreca non solo l’uso della forza da parte del governo spagnolo ma anche la forzatura del diritto attuata nel negare richieste normative tutto sommato sensate. E d’altro lato c’è chi ritiene spropositata la deriva indipendentista imboccata da alcune forze politiche e sociali. Al netto delle mediazioni, la profondità della frattura tra diritti costituzionali vigenti in stati nazione unitari e aspirazioni politiche e sociali di territori, è evidente. E questa frattura è oggi esportabile praticamente in ogni stato europeo. Le ripercussioni in Italia Lo stesso referendum previsto per il 22 ottobre in Veneto e Lombardia, che genericamente chiede di applicare una norma prevista dalla costituzione italiana, è visto come potenziale innesco di processi incontrollati che possono attentare alla sacra unità e inviolabilità del territorio “nazionale”. E' ben vero che qui quasi tutti concordano che alla base vi sia soprattutto un problema di “schei” e non di identità storica, ma i pericoli che si intravvedono sono gli stessi. Una “secessione” di fatto dalla responsabilità di pensare lo stato italiano come una cosa unica e quindi dall'obbligo di fornire ad esso le risorse che una “florida” economia produce. Minore e quasi nulla udienza nell’informazione italiana hanno le spinte “secessioniste” di friulani e triestini, le cui motivazioni, giuridiche, economiche e storico identitarie avrebbero ben più solide fondamenta di quelle veneto lombarde. Il luogo comune ripetuto come un mantra è: cosa vogliono friulani, trentini e tedeschi dell’Alto Adige, visti i soldi garantiti dalle autonomie? Interpretando un recente sondaggio SWG, va rilevato che questi ragionamenti non appartengono a specifici orientamenti politici, come sembrerebbe di dovere per le concezioni “nazionaliste italiche” di destra, ma sono anche il pensiero comune di una ampia fetta di belle anime di sinistra che continuano a credere nei sacri destini unitari della repubblica democratica. Purtroppo quella non c’è più e i suoi principi sono solo “grida manzoniane”. Una lezione da studiare con le sue conseguenze Allora, per chi vuole capire il futuro di quello che nei fatti già oggi è chiaro, cosa insegna la frattura catalana? Quando avvenimenti di questo tipo si palesano vuol dire che qualcosa di cui non ci eravamo accorti è già avvenuto. U. Beck le ha chiamate metamorfosi che improvvisamente riusciamo a percepire. Provo a farne un elenco ed a trarne le conseguenze:
  • Gli stati nazione non sono più soggetti sovrani nel gestire le condizioni di vita sociali, economiche, culturali e relazionali dei propri cittadini e comunità, E non hanno più nulla a che fare con il progetto fondativo di solidarietà tra territori, base costitutiva per una “crescita” comune garantita dalla espansione della “modernità” con l’allargamento e la parificazione di servizi e delle opportunità di accesso ad un mercato condiviso.
  • La macchina statale diventa sempre più un regolatore amministrativo di leggi esterne che sancisce gli interessi prevalenti. Il confronto politico non ha come obiettivo la definizione dialettica di un “interesse generale”, che ormai viene individuato unicamente nella crescita del PIL, ma la definizione delle condizioni di prevalenza.  In questo quadro diventa sempre più pressante impedire alle diversità territoriali di esprimersi e di gestire le risorse che producono.
  • Lo scontro sull’uso delle risorse disponibili tra centralismo statale nazionale  e territori diventa esasperato poiché da esso dipende il dominio dello stato centrale nella gestione dei rapporti di potere e di scambio, anche elettorale. Nei territori, come è successo in Italia dalla crisi del 2008, ciò si è tradotto in impoverimento e di fatto frustrazione delle potenzialità di intervento. A questa guerra ha contribuito un fronte costituito da storici, studiosi di diritto, politologi, che ha cercato di scaricare sulle rappresentanza politiche locali di Regioni e Comuni la responsabilità di una gestione dissipativa della cosa pubblica, con il prevalere delle occasioni di clientelismo e corruzione. L’informazione si è fatta portatrice di tale tragica mistificazione il cui prodotto finale è stata la distruzione di potenzialità democratiche e l’indicazione di una centralizzazione del potere nelle mani di oligarchie politiche, burocratiche e finanziarie.
  • Il disinnesco delle conflittualità che si sono aperte (e continuano ad aprirsi) tra stati nazione e territori non verrà dai muscoli e dalla repressione; anzi il conflitto continuerà  e non solo potrà rifarsi a identità storiche e differenziazioni esistenti, ma ne produrrà delle nuove, costruendo pericolosità estreme in un mondo dove altri conflitti potranno svilupparsi anche attraverso forme di guerra o di insurrezione-terrorismo.
Conclusioni Il tema storico che abbiamo davanti deve vedere gli stati nazione saper gestire una propria trasformazione. Rinuncino ai presupposti ottocenteschi che li hanno connotati nel secolo XX: si autodistruggano nella loro convinzione di portatori di sovranità assoluta e valorizzino alcuni portati ancora gestibili della loro esperienza: servizi formativi e culturali, modalità di gestione del sociale e del welfare, della sicurezza e delle tradizioni giuridiche, etc. Ne deriverà una macchina statale più snella e sostanzialmente costituita da reti che si possano connettere a nuovi protagonismi dei territori capaci, per conto loro, di selezionare i propri rapporti con la globalizzazione secondo gli interessi e le visioni interpretative delle proprie comunità. Questo percorso può perciò anche essere la base per una rifondazione e ricostruzione della Unione Europea, non più prigioniera di veti basati su sovranità inesistenti ma capace di rappresentare la sintesi democratica sia della nuova organizzazione leggera e duttile degli stati, sia il portato dei territori. Le costituzioni storiche degli stati nazione erano un patto tra una pluralità di cittadini, con le loro aspettative di miglioramento delle prospettive di vita, e le strutture istituzionali a cui venivano affidati i compiti di governo. Ora il quadro potrà cambiare individuando nella Unione Europea la sovranità praticabile in un sistema mondiale dove sono determinanti i rapporti di forza. Ed attribuendo all’intreccio tra stati e territori, con strumenti elastici nella loro connessione multi livello e nella definizione dei confini interni, le regolamentazioni applicative. Naturalmente tutto questo potrà produrre del panico nei docenti ed esperti di diritto costituzionale, singolo o comparato. Ma la scienza cambia spesso i propri paradigmi e mi pare che valga la pena di accettare la scommessa. Tradurre in una nuova “carta costituzionale europea” nuovi principi non è impossibile, anche se al momento tutto ciò appare lontano dalle visioni tedesca e francese sul tappeto. Ma la paura di una moltiplicazione della “crema” catalana può fare il miracolo e salvare l’Europa. Autore: Giorgio Cavallo
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Sistema sanità: lo scenario attuale e le strade percorribili

Il mondo della sanità è in subbuglio per le performance poco esaltanti segnalate nei mesi scorsi dal rapporto del Crea che marca la retrocessione del Friuli Venezia Giulia dal 2° al 20° posto fra i sistemi sanitari regionali, e ora anche per il mancato raggiungimento da parte delle Aziende dei target sulle liste d’attesa programmati come obiettivo per il 2016. Ma cosa sta succedendo nella sanità regionale? E che cosa si può fare per riportare questo comparto ai livelli d’eccellenza che gli sono sempre stati propri? Il Patto per l’Autonomia entra nel vivo del dibattito tentando di dare risposta a questi interrogativi attraverso un convegno pubblico su “Sistema sanità: lo scenario attuale e le strade percorribili”, in programma venerdì 20 ottobre alle 20.30 all’Auditorium comunale di Precenicco. L’occasione sancisce anche l’inizio della collaborazione attiva con Patrie Furlane e Manovali per l’Autonomia, che concorrono all’organizzazione di questo appuntamento. Ospiti dell’incontro saranno nomi di rilievo come il direttore del Dipartimento di Chirurgia Generale  dell’Ospedale di Udine Roberto Petri, il direttore della Struttura Complessa di Radiologia  dell’Ospedale di Palmanova-Latisana Stefano Meduri e due ex assessori regionali alla sanità come il biologo Giorgio Mattassi e il Direttore del Dipartimento di Oncologia Ospedale di Udine Gianpiero Fasola. A tirare le conclusioni del confronto sarà il professor Sergio Cecotti, già presidente della Regione e sindaco di Udine. L’incontro sarà aperto dal saluto del sindaco di Precenicco Andrea De Nicolò e dall’introduzione del coordinatore del Patto per l'Autonomia Massimo Moretuzzo.
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La crisi: una cura da ‘cavallo’ per reagire

Pubblichiamo qui sotto la seconda parte dell'intervento di Sandro Fabbro* dedicato alle azioni possibili per reagire alla crisi. Ammesso che siamo ancora in tempo a reagire, cosa dovremmo fare? C’è solo una ricetta: subito una massiccia strategia regionale anti-crisi! Che significa:
  1. fermare subito l’emorragia di risorse pubbliche dai bilanci regionali e locali;
  2. rimettere in piedi “il malato” con una cura da cavallo;
  3. rompere la gabbia con una «grande spinta» e cioè puntare a sfruttare, con un massiccio piano di investimenti pubblici e privati, tutti i possibili effetti di sinergia economica nel breve (entro 5 anni) ma con un occhio anche al lungo termine.
Come e dove? Nelle filiere economiche a più alto moltiplicatore occupazionale, che attirano più finanziamenti privati e che, contemporaneamente, rinnovano le prestazioni e l’attrattività del territorio ed elevano la qualità del capitale umano e sociale complessivo. La filiera dell’edilizia (antisismica, della riqualificazione energetica, della sicurezza idrogeologica, del recupero, bonifica e anche rinaturalizzazione di aree dismesse) ha tutte le caratteristiche per accendere ed avviare i motori. Complessivamente, la dimensione dell’intervento anticrisi dovrebbe essere pari a di 5/6 miliardi di euro circa. Comparabile, cioè, con quanto è venuto a mancare, nelle casse regionali e nel PIL regionale, negli ultimi anni. Non devono essere tutti miliardi pubblici, ovviamente. L’intervento pubblico regionale dovrebbe essere pari a circa ¼ del totale e cioè a circa 250 milioni all’anno per cinque anni (pari, appunto ad 1-1,5 miliardi, cifra che è del tutto compatibile con l’attuale bilancio regionale). Parte di queste risorse pubbliche rientrerebbero poi, nelle casse regionali, attraverso l’IVA. Queste risorse pubbliche regionali devono fare da leva finanziaria per attivare le altre risorse provenienti dai privati (essenzialmente risparmi delle famiglie da indirizzare verso la riqualificazione del bene durevole della casa). Insomma si tratta di un piano anticrisi certamente impegnativo ma fattibile! Una domanda finale è però d’obbligo: c’è, almeno in potenza, la volontà politica necessaria? Al momento viene da dire di no, perché, se si continua a negare che una crisi sia mai esistita o a dire che, se è esistita, ha riguardato tutti e che comunque oggi ne siamo largamente fuori, è chiaro che nessuno si impegnerà mai per un massiccio piano anticrisi. Non riconoscendo il male, anche una cura diventa inconcepibile. E qui il problema assume un'altra natura e da economico diventa culturale e morale. * Sandro Fabbro è professore di politiche urbane e regionali presso l’Università di Udine.
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La crisi? Ma quale crisi? Anatomia della crisi economica regionale e del “negazionismo” che impedisce di contrastarla

Pubblichiamo qui sotto l'intervento di Sandro Fabbro*. Provate a domandare a qualche vertice della politica regionale, al presidente di qualche associazione imprenditoriale, a qualche sindacalista in prima linea, a qualche direttore di giornale, a qualche rettore o professorone universitario, a qualche importante sindaco se, in questa regione, c’è o no (o almeno se c’è stata) una crisi economica. Provate! Vi risponderanno che, no! Non c’è stata e che se c’è stata è stata come per tutti (tutta Italia? Tutta Europa?). Alle volte capita che qualcuno dell’élite dirigente si spinga a citare, come incipit dei suoi discorsi, la “più grave crisi dal dopoguerra”! Ma si accontenta dell’effetto retorico perché difficilmente ne trae conclusioni con effetti pratici, conoscitivi e propositivi. Ma sono soprattutto le massime istituzioni pubbliche, quelle deputate anche a dire alla gente come stanno le cose, che non rispondono, per “non alimentare polemiche populiste”. Ma molti, in questi anni, la crisi l’hanno invece duramente subita perdendo il lavoro o non trovandone, chiudendo l’azienda, vedendosi ridurre o azzerare i risparmi, anche decidendo di andarsene!  Sempre a seguito della crisi, molti si sono ammalati, alcuni sono morti di crepacuore o si sono suicidati. Per la verità, qualcuno, in questi anni, ha cercato di dire la verità. Alcuni soggetti privati, spesso a titolo personale, hanno sostenuto pubblicamente che, sul territorio regionale, una crisi c’è stata eccome e che forse c’è ancora. Qualche imprenditore coraggioso, qualche politico fuori dai giochi, qualche sindacalista o qualche studioso in odore di eresia. Ma sono stati trattati come una setta semiclandestina. Il “negazionismo” della crisi (da sinistra e da destra) rimane ancora la lettura dominante. Se poi qualcuno, alla fine, una certa coscienza dei fatti la recupera, è per richiamarti subito ad un acritico ottimismo futurologico del tipo “Cosa vuoi farci! Chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ha dato, scurdammoce 'o passato e guardiamo avanti”. La mia tesi di fondo è, invece, che:
  1. in FVG, su una preesistente cattiva situazione demografica, si sono accaniti anche gli effetti recessivi della crisi degli ultimi dieci anni rischiando di portare la regione su una china inarrestabile;
  2. che, dalla “gabbia” della contrazione recessiva regionale, non si esce con politiche regionali ordinarie, ancorché buone e mirate, ma che
  3. ci vorrebbe una “grande spinta” per uscire dalla gabbia nella quale siamo intrappolati, basata sia su grandi energie morali sia su un massiccio piano di investimenti pubblici e privati.
La cattiva situazione demografica pone già, il FVG, tra le cosiddette «regioni in contrazione» (gli studi in merito dicono il problema è internazionale e riguarda l’altra faccia, quella perdente, della globalizzazione): il tasso di crescita naturale della popolazione è da tempo negativo e colloca il FVG al 19esimo posto (su 20 regioni) in Italia. L’invecchiamento è quasi il doppio rispetto alla media europea. Lo spopolamento di città (Trieste: -26% e Gorizia -17% in 40 anni) e della montagna friulana (-30% circa, a seconda delle delimitazioni, in 40 anni), continua. Ma ciò che preoccupa di più oggi è l’emigrazione dei giovani migliori. La nuova emigrazione registrata all’anagrafe italiana residenti estero (Aire), è raddoppiata in Italia dal 2006 al 2015 ed è composta per la maggior parte da giovani. Questa però, in FVG, è pari al doppio (14%) di quella del Veneto (7%) e molto superiore alla media italiana (8%). Il FVG, quindi, non solo si spopola ma ha smesso di attrarre popolazione e, ora, anche di trattenere in loco la popolazione residente più giovane.  Su questa situazione e in un contesto produttivo che, già dai primi anni duemila, appariva piuttosto statico, si sono abbattuti gli effetti della crisi e della successiva recessione. È la regione del nord Italia che ha perso più Pil dal 2008 al 2015 (-11% a fronte di -8% in Italia ma dove il Trentino AA è cresciuto invece del 2,7) (dati Istat). Ha perso 34 posizioni per livello di Pil pro capite in Europa (è passata, dal 2008 al 2015, dalla 49esima posizione alla 83esima, su 275 regioni europee) (dati Eurostat). Il saldo imprese nate/morte, che fino al 2007 è sempre stato positivo, dal 2007 al 2016 diventa negativo per 7 anni su dieci (anche gli ultimi tre sono negativi): è una perdita complessiva di 6mila imprese (7% delle imprese regionali) (dati Unioncamere) che costituisce, a meno che non ci sia stato un grande processo di concentrazione che ha assorbito, in poche grandi, una  marea di piccole imprese (ma di cui non ci siamo accorti), una perdita secca di capitale imprenditoriale e che forse certamente non era tutto da buttare. Il saldo occupazionale (differenza tra assunzioni e cessazioni), nel periodo 2008-2016, è sempre negativo. Ma in FVG è anche molto peggio della media italiana (-3,8% in FVG; - 1,4% in Italia) e, in provincia di Udine, è peggiore (-6,5%) delle regioni del mezzogiorno (-5,9%) (dati Istat). Il giudizio finale che diamo qui forse contrasta con la narrazione dominante secondo cui vivremmo nel migliore dei mondi possibili, ma non è un’opinione, è un fatto: siamo andati peggio della media italiana e siamo crollati rispetto alle precedenti posizioni in Europa! I fondamentali, quindi, non paiono essere per nulla a posto: meno reddito, meno imprese, meno occupati ma anche meno qualità ed attrattività complessiva del territorio. Il noto ciclo economico negativo impatta anche sulle famiglie, sulla comunità e sul territorio generando la “contrazione” complessiva del sistema regionale. Se il FVG è una «regione in contrazione” (e di ciò, sia chiaro, non siamo affatto contenti), la prognosi è di una regione:
  1. più vecchia e meno dinamica (contrazione del capitale umano);
  2. meno capace di innovazione (contrazione del capitale sociale);
  3. con un territorio meno attrattivo e più vulnerabile ai rischi (del cambiamento climatico ma anche di immigrazione incontrollata) e più costoso da gestire (contrazione del capitale territoriale). E dove anche la politica rischia di avvitarsi su sé stessa perché, più passa il tempo, più diventa difficile reagire a questa situazione. Situazione, questa, che rende inevitabili i conflitti tra territori per dividersi una torta in riduzione!
Non è per colpa di un infausto destino! Da calcoli pubblicati (**) si può constatare che, nel periodo 2011-2017, si somma, a quanto detto, anche una contrazione della spesa pubblica degli enti locali e del bilancio regionale mediamente di oltre 1,4 miliardi l’anno. Tutti soldi, in un modo o nell’altro, trattenuti o trasferiti allo Stato per risanare il suo debito. È una spesa mancata, in regione, pari a circa 10 miliardi di euro (tra cui 3 miliardi circa “regalati” a Roma con i noti patti Tremonti-Tondo e Padoan-Serracchiani) di entità pari al doppio di quello che ci sarebbe spettato in termini di peso demografico nel Paese e che potrebbe spiegare la perdita di diversi dei punti di PIL regionale avvenuta in questi anni e la posizione, del FVG, peggiore della media italiana. E non si tratta solo di risorse in meno nella spesa pubblica regionale. La colpa vera è che nessuno, di coloro che dovevano farlo, si è accorto che eravamo in grave recessione e ha detto che le risorse regionali dovevano andare primariamente a finanziare massicce politiche anticrisi: dalle politiche di forte sostegno alla domanda interna e di rilancio dell’occupazione, alle politiche di forte sostegno alle famiglie, dalle politiche di rilancio dell’attrattività del territorio (turistiche, culturali, dell’agroalimentare ecc.) a quelle per organizzare e indirizzare un nuovo modello di sviluppo. Il nodo politico di fondo è, quindi, che i tagli ai bilanci pubblici locali hanno molto impoverito la regione (senza aiutare la riduzione del debito pubblico dello Stato che, nel frattempo, non è diventato più virtuoso di prima) ed hanno impedito anche il finanziamento di una forte politica di reazione alla crisi in atto. * Sandro Fabbro è professore di politiche urbane e regionali presso l’Università di Udine. ** Fonte: Associazione Friuli Europa. Clicca qui per visualizzare il documento.
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Ridateci il malloppo! La rapina dello Stato centrale alla finanza locale del F-VG

La spesa pubblica del F-VG viene penalizzata dallo stato per 1,8 miliardi all’anno. Da tempo alcune voci, in particolare in Friuli, AFE e Patto per l’Autonomia, dicono: dobbiamo riprenderci questi soldi. Così dice ora anche Massimiliano Fedriga sul Piccolo del 5 ottobre ed è giusto. Finalmente si comincia a capire che il peggioramento delle condizioni di vita in F-VG non dipende solo dai soldi che spendiamo per i rifugiati. Per essere più precisi dobbiamo chiarire dove sta la ragione di quegli 1,8 miliardi. Anche perché qualcuno non comprende il senso e la provenienza della cifra, altri dicono “sono cose passate” e la crisi è superata. a) 1,2 miliardi annuali sono certificati dalla Corte dei Conti in sede di analisi e di parificazione dei Bilanci consuntivi della Regione F-Vg per il 2015 e il 2016. Sono soldi che entrano nel bilancio del F-VG grazie alle compartecipazioni erariali e a fiscalità di competenza e che “devono” essere poi versati a Roma per il risanamento della finanza pubblica. Una parte di questi soldi (370 dal 2010 in poi, e ridotti a 250-260 per gli anni 2015-17) sono stati garantiti dai Patti Tremonti-Tondo e Padoan-Serracchiani, gli altri sono stati definiti da leggi dello Stato. b) Una altra partita riguarda la riduzione delle entrate erariali causate da norme statali che le hanno indirettamente modificate. Ad es. gli 80 euro di defiscalizzazione per i redditi da lavoro fino a 25.000 euro hanno determinato una perdita di entrate per circa 100 milioni di euro. Cose analoghe sono avvenute per altri casi come IRAP, gettito IMU e così via. Va detto che in alcuni casi queste partite di riduzione determinano maggiori entrate per cittadini ed imprese, in altri no. Una vicenda importante è poi quella che si ripercuote sulla Regione F-VG a causa della gestione in proprio delle spese per la sanità: la partita finanziaria derivata dalle entrate erariali corrispondenti non parifica l’equivalenza con il Fondo sanitario nazionale e determina di fatto un passivo a favore dello Stato. La quantità complessiva di queste partite dovrebbe aggirarsi sui 300 milioni. c) E’ infine da mettere in conto la mancata spesa di regioni ed Enti Locali per l’applicazione del Patto di Stabilità concordato in ambito europeo. Gli effetti sono stati di due tipi, impossibilità di spendere risorse realmente già disponibili per interventi quali opere pubbliche, e riduzione ossessiva dell’indebitamento passato e futuro, anche a causa della cosiddetta armonizzazione dei bilanci. In genere queste azioni vengono considerate “virtuose” poiché servono a mettere in sicurezza i conti della “famiglia pubblica” ma l’effetto di riduzione della spesa ha forti effetti recessivi. La cifra di 1,8 miliardi di euro è stata talvolta indicata anche da Debora Serracchiani. Rappresenta quindi oggi una dimensione convenzionale che indica il complesso della riduzione della spesa pubblica di Regione ed Enti Locali. I punti b. e c. di cui sopra non sono esattamente identificabili, ma la realtà non è sicuramente diversa da questa cifra. In relazione ai due Patti perversi che contribuiscono in maniera significativa al quadro generale vengono spesso portate delle giustificazioni. I difensori di Tondo asseriscono che quei 370 milioni vennero dati per un fondo a favore del federalismo a fronte di una entrata ben superiore proveniente dall’IRPEF delle pensioni per titolari residenti nel F-VG. Ma le entrate derivavano da un obbligo definito da una sentenza della Corte Costituzionale. E Il federalismo non si fece ma il fondo rimase: Tondo non versò nulla per alcuni anni ma poi si dovette provvedere. I difensori di Serracchiani mettono in evidenza uno sconto di 350 milioni nei tre anni 2015-2018, ma in cambio si rinunciò a cause sulla legittimità delle leggi e atti del governo, cause che altre regioni vinsero. Nel complesso su questa vicenda la classe politica regionale non ha fatto bella figura nel non difendere le entrate del proprio territorio denotando incapacità e subordinazione. C’è inoltre una considerazione di merito che non va sottovalutata e che risponde a chi osserva che comunque il F-VG doveva contribuire al risanamento dei conti pubblici ed alla riduzione del debito. Si prenda in considerazione la sola cifra certificata di 1,2 miliardi messa in evidenza dalla Corte dei Conti. Questa cifra va confrontata con la cifra ufficiale che i Commissari riferiscono in merito dell’effetto complessivo della “spending review”, cioè a quanto i soggetti pubblici hanno contribuito alla riduzione delle spese. La cifra italiana è nel suo insieme di 25 miliardi di euro, sostanzialmente tutti derivanti dai tagli effettuati alle regioni ed agli Enti Locali. Va rimarcato che il bilancio di spesa dello stato non si è ridotto e non è diminuita in questi anni la cifra globale dell’indebitamento dello stato. La Regione F-VG conta il 2,1% in peso rispetto all’Italia intera sia in termini di popolazione che, ormai, anche in termini di dimensione economica. La parte spettante di contribuzione avrebbe dovuto essere quindi di circa 525 milioni. 1,2 miliardi sono più del doppio e corrispondono al 4,9%. Perché? Chiedere indietro una parte dei soldi dati è una pura questione di giustizia. Dal 2011 al 2017 sono andati a Roma qualcosa come 7 miliardi di euro. Si possono fare degli sconti, ma almeno 2-2,5 devono ritornare in F-VG. Poi bisogna anche spenderli bene e ricostruire basi economiche ed occupazionali perdute in questi anni. Ma la scelta dei futuri governanti più capaci di quelli del passato spetta di norma agli elettori.

Patto Per l'Autonomia

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Fedriga, provincie, cantoni e cantonate

L'intervista di Fedriga al Piccolo del 5 ottobre va letta con attenzione e “devozione”. Ma prima riteniamo urgente informarlo che il F-VG è già una regione autonoma, si tratta quindi di difenderla e rafforzarla, non di chiederla. Esiste, è moribonda e circondata da molti nemici, anche del suo partito, ma è ancora viva. Chi si candida a Presidente di questa Regione dovrebbe saperlo. Veneto e Lombardia giustamente rivendicano il diritto all'autonomia, ma preoccupa non poco che il futuro candidato del centro destra (forse) creda di avere le stesse problematiche loro. Oggi tutti replicano a Fedriga parlando dell’inutilità di un referendum come nel Veneto, ma dimenticano che il massacro della operatività del F-VG non è solo di chi governa o di chi pensa che basti qualche decreto attuativo per mettere tutto a posto. 1,8 miliardi di risorse pubbliche in meno all’anno per la Regione: il 7% di quanto risparmia l’intera Italia. Come possiamo non condividere la frase "riprendiamoci quanto Roma ci ha tolto", ma chi ha fatto parte degli scippatori può dirlo solo dopo adeguato pentimento. Memoria corta caro Fedriga? Esiste l'accordo Serracchiani-Padoan, ma prima c'è stato il patto Tondo-Tremonti. Il peccato originale è anche di chi ha lanciato la prima pietra. Un consiglio, ricordi il buon Gasparri, che a domanda sulla legge delle telecomunicazioni che portava il suo nome sembra abbia risposto: "mica ho scritto io quella roba". Una morale: è lecito condividere analisi e proposte con altri, ma se non si è realmente credibili si possono fare più danni che utilità. Qui sotto l'articolo de Il Piccolo di ieri (clicca sopra per visualizzarlo interamente):
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Un motto efficace per l'autonomismo 4.0

Mattia Pertoldi ha tentato oggi sul MV una operazione difficilissima. Descrivere un possibile percorso di unificazione dell’autonomismo friulano verso le elezioni regionali. Ed anche, in linea di massima, valutarne le possibilità di successo. Mi pare di poter dire che si è trattato di un lavoro più che dignitoso. Sono sfuggiti alcuni rivoli carsici, come ad es. Un Friûl Diferent che appoggiò la candidatura Serracchiani nel 2013, il MAF (Movimento Autonomista Friulano) che invece sempre nel 2013 appoggiò Tondo in Regione e Fontanini alle provinciali, e alcune importanti iniziative associative di carattere autonomista e friulanista molto attive anche su un piano di cultura politica come il “Comitât pe Autonomie e pal Rilanç dal Friûl” e Identità e Innovazione (fondate rispettivamente da Arnaldo Baraccetti e Marzio Strassoldo ed ancora ben attive). Il giornalismo quotidiano non è saggistica e quindi il lavoro di Pertoldi diventa utile anche ai lettori non frettolosi che non si accontentano del titolo. Probabilmente siamo di fronte ad un possibile momento di svolta del ruolo politico dell’autonomismo friulano la cui vivacità viene resa sempre più evidente nell’ambito della crisi “identitaria” e propositiva che colpisce le forze del sistema politico italiano. Così come non sono estranei a questo rinnovato interesse per punti di vista territoriali le agitazioni che colpiscono anche i consolidati stati nazione europei sempre più destrutturati dalla globalizzazione economica e finanziaria. Dalla Catalogna e Scozia al Veneto, tanto per intenderci. Ma proprio questo quadro di riferimento nuovo impone alle soggettività del territorio, nelle variegate realtà del Friuli così come a Trieste, di “ripensare” il proprio autonomismo calandolo in questo momento storico e nella dinamica dei conflitti sociali ed istituzionali che lo contraddistinguono. Vetero nazionalismi italici così come centralizzazioni del potere spacciate per efficienze sono l’obiettivo principale da sconfiggere. Ricostruire la Regione F-VG dando respiro alla complessità delle relazioni tra le sue varie componenti guardando dal proprio campanile quello che succede nel mondo ed intervenirvi è una operazione tutta proiettata verso il futuro di cui si vuole essere protagonisti e non “sotans”. Penso che questo sia il nocciolo principale del messaggio lanciato da S. Cecotti nella sua disponibilità a “servire” un progetto politico. E credo sia questo il senso del rapporto tra soggetti autonomisti di diversa origine e in parte ancora in fieri nel loro cammino verso una presenza elettorale ( Patrie Furlane, Manovali per l’Autonomia e Patto per l’Autonomia) ad accogliere il messaggio di Cecotti per la costruzione di una organizzazione funzionale ad esprimere forza di rappresentanza. Mattia Pertoldi suggerisce un motto per questo percorso con riferimento al Sud Africa ai tempi di Giorgio V di Inghilterra: “ex unitate vires”, la forza (deriva) dall’unità. Molti in Friuli ragionano in maniera più semplice e vorrebbero rifarsi al messaggio costitutivo degli USA “e pluribus unum”, da molti uno soltanto. A me è venuto in mente un ricordo giovanile, oggetto di una domanda all’esame di maturità. La scritta che intitola la biblioteca di M. Leopardi a Recanati: “ex viribus unum”, dalle forze l’unità. L’unità non è un puro processo meccanico ma il risultato della conoscenza, del dibattito e dell’approfondimento. E non rappresenta la scomparsa delle differenze e dei punti di vista ma la loro capacità di confronto e di trovare la soluzione di problemi complessi: tradotto in maniera semplice, l’unità deve venire da un modo serio e rispettoso di fare politica.

Giorgio Cavallo - 4 ottobre 2017

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La lezione di Forni: acqua, diritto o profitto?

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Apprendiamo dalla stampa che un Comune della montagna friulana, Forni di Sotto, è stato citato al Tribunale superiore delle acque pubbliche da parte di una azienda privata, la Edipower spa. Il reato contestato al Comune è quello di voler realizzare un acquedotto per portare l’acqua potabile nelle case dei propri cittadini, utilizzando la sorgente del rio Chiaradia; invece la suddetta impresa ritiene che le acque di questo rio montano debbano essere prioritariamente disponibili per i propri fini di produzione di energia  idroelettrica. Quindi siamo nella situazione in cui un’Amministrazione comunale, democraticamente eletta a rappresentanza di una Comunità, che intende garantire ai suoi cittadini un diritto fondamentale come quello dell’accesso all’acqua potabile, utilizzando una risorsa che è presente sul suo territorio e che è innanzitutto un bene comune, viene citata in giudizio da parte di una impresa privata quotata in borsa che utilizza questo bene comune per produrre profitto e dividendi da spartire ai propri soci, che nulla hanno a che fare con i cittadini e le comunità di Forni di Sotto e della Carnia. Ritengo che questo sia inaccettabile da qualunque punto di vista. Non è accettabile perché ancora una volta alle comunità della Carnia e del Friuli viene negata la possibilità di utilizzare liberamente le risorse del proprio territorio, nel rispetto dei bisogni primari dei cittadini e della sostenibilità ambientale. Non è accettabile perché ancora una volta il profitto di pochi viene anteposto al diritto di molti. Non è accettabile perché si tratta dell’ennesima dimostrazione di come le nostre comunità stiano pagando le conseguenze di una politica regionale che sui temi dell’acqua e dell’energia è stata ed è tuttora impresentabile. Negli ultimi anni le centrali idroelettriche della Carnia sono state oggetto di scambi di pacchetti azionari fra società come A2A, multi utility lombarda cui appartiene Edipower, e SEL, Società elettrica altoatesina, che hanno trattato i nostri “tesori” montani come le proprietà di un cinico monopoli.Ora non serve essere ferocemente autonomisti per capire che a queste spregiudicate mosse industriali e finanziarie di player “foresti” sarebbe dovuta seguire una reazione forte da parte della Regione F-VG, anche in forza del proprio statuto di autonomia.Basterebbe copiare quanto altri, evidentemente più svegli dei nostri sorestans, hanno fatto: costituire una società pubblica regionale che gestisca le centrali idroelettriche del nostro territorio. Rivendicare la nostra autonomia non sulla carta ma nella gestione diretta delle nostre risorse, a beneficio delle nostre comunità e non di qualche azionista lombardo o tedesco. Invece chi ha guidato la regione negli ultimi dieci anni ha preferito tacere, per non dispiacere ai padroni che nelle segreterie dei partiti romani decidono chi deve guadagnare e chi deve subire.
Massimo Moretuzzo
Coordinatore Patto per l'Autonomia
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Sappada ieri, oggi la Catalogna, domani Gorizia

139314-mdLa vicenda catalana ha scatenato le reazioni più diverse in tutte le forze politiche italiane ed ha messo a nudo la fragilità di concezioni radicate come quella della immutabilità dei confini degli stati nazione europei. Molti ragionano: se è capitato in Spagna può capitare anche da noi. Zaia è lì come un avvoltoio. Il diritto interno agli stati va rispettato altrimenti ci troveremo di fronte alla balcanizzazione dell’Europa. Da qui parte poi l’appello o il rimprovero all'UE per non aver fatto capire ai catalani che non c’è aria per la loro indipendenza o per non aver cercato di favorire una mediazione tra le parti. Per molti, anche a sinistra, c’è l’esecrazione del comportamento della “guardia civil” ma in fin dei conti quando “ci vuole, ci vuole”. Certo, anche parte dell’opinione pubblica italiana è convinta del “diritto alla autodeterminazione dei popoli”, sancita da accordi internazionali, ma, si sa, il “popolo” è una definizione un po’ sfuggente, spesso variabile come quella di nazione, e fin che non prende le armi non si è mai sicuri. L’impressione è che la Catalogna, con la sua aspirazione storica ed economica, abbia aperto una questione irrisolvibile con le logiche della politica e del diritto attuale. Ma è proprio così? Sicuramente, se continuiamo a considerare esistente una sovranità assoluta degli stati nazione ed una UE che non può far altro che prendere atto di essere solo una federazione di stati nazione. Quindi dai confini intoccabili. Il XXI secolo tuttavia è ormai altro. Forse non ce ne siamo accorti ma alcune metamorfosi sono davanti a noi. Le sovranità politiche storiche sono scomparse e, là dove va bene, è rimasta un po’ di sovranità amministrativa. L’Unione Europea può sperare, a determinate condizioni, di poter ancora esprimere una qualche sovranità politica nel complesso del gioco globale. Tutte le costituzioni dei singoli stati europei prevedono la possibilità di modificare i confini delle proprie istituzioni territoriali, regioni, comuni, distretti. E ne stabiliscono precise procedure, magari defatiganti come nel caso di Sappada per la loro realizzazione. E non dimentichiamo il Molise. Perché non pensare che, se l’attuale confronto sul futuro della UE si concluderà con il fare di essa una vera sovranità politica (democratica) in grado di contare nel mondo, si debba considerare tutte le sue componenti interne nella loro prevalente funzione amministrativa, prendendo atto di ciò che già oggi è la realtà. Le nazioni non scompariranno di certo ma assumeranno un significato ben più importante sul piano sociale, culturale e formativo. A quel punto ogni assoluta sovranità territoriale apparirà per quello che effettivamente è: uno sbiadito ricordo di un retaggio assurdo e spesso “criminale” del secolo passato. Ci dovrà essere una Costituzione Europea e in essa, così come oggi per quelle relative ai singoli stati, la possibilità di modificare i confini delle istituzioni “amministrative” attraverso procedure democratiche e rispettose della volontà popolare. Ragionando su questo terreno si aprono prospettive incredibili di saggezza territoriale che permetteranno di affrontare i problemi nella loro sostanza. La Catalogna potrà così diventare una “regione-stato” dell’UE, ma pure realtà trans nazionali come l’intero Tirolo potranno avere una loro collocazione non conflittuale. E, per quel che riguarda il Friuli, anche Gorizia potrà pensare ad un suo futuro nella direzione di quanto da sempre la geografia e la storia indicano, lungo l’intero corso dell’Isonzo, il Collio ed il Carso.

Giorgio Cavallo - 3 ottobre 2017

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Squadroni di black bloc in azione ieri a Barcellona

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Alcune migliaia di individui inquadrati in gruppi organizzati, vestiti di scuro, con il capo protetto da simil caschi, e armati con oggetti e dispositivi atti a fracassare quello che veniva a tiro sono stati visti in azione ieri a Barcellona e in tutta la Catalogna. Recavano una probabilmente falsa dicitura “guardia civil” sicuramente recuperata da venditori di ricordi del franchismo.

Hanno tentato di provocare disordini all’interno di pacifiche manifestazioni ma sono stati isolati dal servizio d’ordine dei manifestanti Oltre ai danni materiali si parla di centinaia di feriti curati negli ospedali e pronto soccorso della zona.

Qualcuno ha ipotizzato si trattasse di Black Bloc anarchici provenienti dall’estero, infatti parlavano un altra lingua, che la polizia non era riuscita a intercettare e fermare prima dell’arrivo in città. La notizia non è tuttavia attendibile.

Nessun procedimento giudiziario risulta in corso, nè si sa se qualcuno dei facinorosi sia stato arrestato.

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La nuova proposta di legge elettorale: (Rosatellum) Truffaldellum 2

C_2_infografica_1001043_0_imageCon la conferenza stampa del 25 febbraio 2017 il Patto per l’Autonomia ha commentato la proposta di legge per l’elezione della Camera dei Deputati allora all’esame del Parlamento.

In quella occasione ha posto all’attenzione della opinione pubblica alcuni problemi di discriminazione delle possibilità di rappresentanza delle minoranze linguistiche del F-VG sia nella legislazione in vigore che in quella proposta. Il Patto per l’Autonomia fece pure delle proposte emendative che potevano superare la situazione esistente. La stessa questione venne anche sollevata dalla Assemblea della Comunità Linguistica Friulana. Poi tutto si è bloccato quando la Camera dei Deputati votò l’emendamento che abrogava la legislazione speciale per il Trentino-Sudtirolo. Oggi alcune forze politiche ci riprovano ora con un testo che viene giornalisticamente chiamato Rosatellum 2 ma che noi preferiamo identificare come Truffaldellum2.

Il lupo perde il pelo ma non il vizio... Si tratta di un mix di maggioritario e proporzionale, con valore doppio dei voti utilizzati dai vincenti nel maggioritario, quindi dilatando la rappresentanza delle liste più votate. Per quanto ci riguarda, nella sostanza in questo nuovo testo vengono modificate le norme per il Trentino-Sudtirolo confezionando un vestito che comunque salvaguarda la Sudtiroler Volkspartei, rimangono le specifiche disposizioni per la Valle d’Aosta, ma tutte le altre minoranze definite dalla L. 482/1999 vengono discriminate.

La posizione del Patto per l’Autonomia era chiara a febbraio e viene ribadita oggi. Al di là dei tecnicismi, la legge elettorale deve prevedere che vi sia una parità di trattamento tra i voti necessari per ottenere un seggio da parte dei partiti “italiani” e quelli che servono in una particolare regione per rappresentare le minoranze linguistiche che lì vivono. La questione riguarda certamente il Friuli-Venezia Giulia e la Sardegna. Il limite esistente del raggiungimento del 20% nelle Circoscrizioni regionali (oltre ad ambigue condizioni di dettaglio) è assurdo e discriminante: a suo tempo è nato unicamente per salvaguardare la SVP rispetto ad altri partiti della minoranza tedesca. La proposta Rosatellum-Truffaldellum 2 inoltre prevede per ogni regione, sia alla Camera che al Senato, collegi uninominali e plurinominali. Il numero e le dimensioni di questi collegi, a partire dal 1993, dovrebbe essere rapportati alle caratteristiche delle minoranze linguistiche presenti.

Purtroppo in F-VG questo è diventato un trucco per favorire la rappresentanza di una parte del territorio (in questo caso #Trieste) a scapito del resto. Anche ciò non può essere accettato in #Friuli e con adeguato emendamento si può rimediare, come dalle proposte del Patto elaborate a febbraio. C’è infine una novità clamorosa che mai prima le “aquile” romane avevano osato.

Il Truffaldellum 2 “omogeinizza” il meccanismo di elezione del Senato a quello della Camera affinché vi sia lo stesso risultato. Per poter accedere al riparto dei seggi nei collegi plurinominali del Senato è necessario superare determinate soglie di voto a livello statale (10% per le coalizioni e 3% per le liste singole), salvo il quasi impossibile risultato regionale per le minoranze linguistiche (20% o la vittoria in 2 collegi uninominali). Il tentativo di assimilare l’elezione del Senato a quello della Camera è del tutto contraria alla lettera ed al senso della Costituzione repubblicana che prevede per il Senato il dimensionamento regionale. E’ questa una violazione gravissima da parte del Truffaldellum 2 che il Capo dello Stato Mattarella dovrebbe immediatamente segnalare.

All’avvio in Commissione parlamentare sono stati presentati alcuni emendamenti secondo la logica di salvaguardia per le minoranze linguistiche ma pare che i 4 (PD, centristi, Forza Italia e Lega Nord) vogliano marciare spediti alla meta. Hanno fatto i loro calcoli. Ma hanno dimenticato che la Corte Costituzionale ha bocciato la legge in vigore nel 2013 per uno spropositato premio di maggioranza.  Non ci siamo proprio. Con l’attuale proposta, applicata ad es. al risultato delle elezioni tedesche, la CDU-CSU della Merkel con il 30% dei voti avrebbe ottenuto il 54% dei voti.

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Non basta la propaganda per nascondere la realtà, il PD "marcia" verso le elezioni regionali

imageDebora Serracchiani ha chiamato a raccolta ieri a Palmanova i resti delle sue truppe dopo quattro anni e mezzo di governo regionale devastante non solo per alcune scelte di gestione del territorio e delle sue necessità ma proprio nei confronti di chi precedentemente l’ha sostenuta e del PD in particolare.

Ancora una volta nessuna autocritica e, se il messaggio sulla riforma sanitaria riportato dal MV è vero, “è il nostro Obamacare che nessuno potrà modificare”, vuol dire che non è solo Facebook il luogo ideale delle “fakes”. E’ giusto motivare i propri fedeli ma non è corretto prenderli in giro.

Quella di Palmanova era una conferenza programmatica da costruire con il metodo di tanti piccoli tavoli di confronto: di questo i giornali non riferiscono ma speriamo che i militanti siano stati più saggi dei loro roboanti capi ed abbiano saputo anche analizzare gli errori del governo di questi anni e non solo esprimere i loro sogni.

Bolzonello ha dichiarato: “nel 2013 abbiamo trovato una regione devastata economicamente e politicamente”. E’ vero, di Tondo nessuno può avere nostalgia. Ma oggi la devastazione del bilancio regionale è sotto gli occhi di tutti. Almeno 1500 milioni di meno all’anni per i tagli del governo sulle entrate di competenza e misure di repressione della spesa. Un sistema di partiti italiani incapaci di cosruire prospettive ed alla ricerca spasmodica del consenso spesso in contraddizione con le proprie caratteristiche sociali e culturali.

Sembrerebbe che Debora Serracchiani abbia evocato la figura di S. Cecotti per verificarne la disponibilità ad un percorso comune dopo il muro contro muro del referendum costituzionale. Ma forse non ha capito che questa non è una delle tante guerriciole a sinistra ma rappresenta la necessità di un modo nuovo di difendere e costruire un futuro per il territorio del Friuli-Venezia Giulia.

Se vuole diventare credibile e forse un interlocutore di chi ha a cuore la prospettiva dell’autonomia regionale, Il PD può rompere con il soffocante sistema dei partiti politici italiani e diventare realmente una forza “socialdemocratica europea” al servizio delle necessità delle comunità e dei popoli che vivono in questa terra.

Il vice ministro De Vincenti ha affermato che “ D. Serracchiani ha già avviato la discussione per la stipula di un nuovo Patto con lo Stato che consolidi l’autonomia del territorio con il doveroso spirito dell’unità nazionale”. Vorremmo sapere quanti euro degli sproporzionati 7 miliardi portati via in questi ultimi 7 anni potranno tornare a casa anche per dare respiro ad un sistema economico distrutto proprio anche da questa esagerata contribuzione. E vorremmo anche capire se le competenze in materia scolastica di cui tanto si parla siano qualcosa di diverso dalla semplice gestione dello stipendio di insegnanti e bidelli.

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Sotto il vestito… niente. Lega Nord dove sei?

Molti paragonano la Lega e la sue molte contraddizioni alla estrema destra tedesca e francese. Ma questo è offensivo nei confronti dei tedeschi e dei francesi. Si può non condividere e deprecare le posizioni di quei partiti ma è difficile contestare la loro coerenza. Tutt’altra cosa è la Lega odierna, nazionalista e sovranista al sud, pseudo autonomista e quasi federalista al nord. Bossi sosteneva che l’apparente zigzagare della lega tra destra e sinistra, tra centralismo e autonomismo non corrispondeva al vero in quanto una visione del percorso troppo vicina dava la sensazione di una linea non ben definita, ma che una visione da distanze adeguate faceva sembrare la linea politica della Lega retta e non ondivaga. Bossi è stato emarginato ma le spiegazioni fantasiose hanno lasciato spazio alla spudoratezza delle contraddizioni attuali. Sostegno al referendum veneto, contemporaneamente difesa dell’italianità alla faccia della chiarezza e della coerenza. Non dimentichiamo poi che Zaia cavalca con abilità un referendum originato da richieste di indipendentisti Veneti che nulla hanno a che fare con la Lega Nord. I diritti dei veneti sono giustamente da sostenere, ma una parolina in più su Catalani e Curdi no? Lega dove sei? Gli amori con i Fratelli d’italia hanno fatto dimenticare alla Lega le ragioni e gli ideali che portarono alla nascita di quello che doveva essere il partito della questione settentrionale. In sintesi, sotto l’opposizione agli immigrati niente, ovvero un perfetto esempio di successo elettorale e fallimento ideale.
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Mediocredito FVG: sfortuna, incompetenza o "manita"?

La magistratura ha in questi giorni annunciato l’apertura di una inchiesta su molte operazioni (150) effettuate da Mediocredito FVG, particolarmente negli anni iniziali della grande crisi. In altre parole Mediocredito ha dato molti soldi a imprese che non li hanno restituiti. Pare soprattutto venete. I giornali si diffondono in particolari ma non danno le cifre complessive. Nella realtà si tratta di circa 300 milioni di euro di crediti deteriorati.imageQuesti crediti sono stati da poco “venduti” per circa il 15-20% del loro valore a società specializzate nel recupero dei crediti stessi. Il business di queste società è riuscire a recuperarli con “maniere legalmente forti”: in genere arrivano al 30-40% del valore grazie alla caccia dei beni di chi ha firmato le fidejussioni o da vendite di pezzi di impresa magari ancora appetibili, etc. La partita è quindi della dimensione di circa 90-120 milioni di euro. Così è il mercato. Non è certo possibile alcuna “pietà” per risvolti sociali.

La domanda spontanea è: le perdite di Mediocredito sono dovuta alla ineluttabilità della crisi che ha colpito il “nord-est” dopo il 2008, alla poca capacità degli istruttori nel valutare realmente le pratiche, o magari ad una leggerezza “guidata” nell’assumersi dei rischi che altri istituti di credito non volevano tra i piedi? Non sarà facile alla magistratura fare luce su questo aspetto e probabilmente dovrà limitarsi più alle vicende procedurali che a quelle sostanziali.

Ma il tema politico della “distruzione” del quasi unico strumento regionale di intervento sul sistema produttivo pesa come un macigno.

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La democrazia non è un elastico: in Iraq come in Spagna

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La parte di popolo Curdo arbitrariamente annessa allo stato iracheno ha potuto votare per la propria #indipendenza. Le logiche coloniali, storiche ed attuali, nulla hanno potuto nei confronti del diritto di un popolo ad esprimersi sul proprio futuro. Che in Irak esista uno stato democratico può essere oggetto di discussione ma molti danno per scontato che tutti gli stati europei sono democrazie. Che dire del governo centralista spagnolo che impedisce un referendum democraticamente indetto, nostalgia del Franchismo o paura della libertà di espressione. I popoli ed i territori che compongono la nostra Europa sono molti e non sempre corrispondono agli stati nazione attuali, l’Europa che vogliamo è quella dei popoli e delle loro diversità. Il patrimonio più prezioso dell’Europa è la diversità che deve essere confronto, e non scontro, quale stimolo migliore per lo sviluppo culturale ed economico di comunità, popoli, territori, liberi di decidere a casa propria, che scelgono spontaneamente di collaborare.

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Il Porto di Trieste è una opportunità che non deve diventare una minaccia

IMG-20170929-WA0000Il ruolo del porto di Trieste è una grande opportunità per tutta la regione ma solo se la Regione lo saprà governare in un’ottica di rilancio dell’intero territorio regionale. La presidente  Seracchiani cita spesso la visione del “porto-regione” -elaborata peraltro in area friulana-, con lo scopo di dimostrare che oggi, un porto internazionale, non può essere inteso come un settecentesco porto-città ma come un porto dai complessi legami infrastrutturali, logistici, produttivi e di governance con  sistemi territoriali vasti alle volte come grandi regioni. Tuttavia le politiche del porto di Trieste, soprattutto dopo il rilancio del punto franco,  rimangono “settecentesche” e rischiano di diventare sempre più politiche centrate sulla sola città di Trieste! Anche l’Autorità portuale, che è diventata “di sistema”, è sempre e solo incentrata su Trieste. E, di un tanto, il caso Seleco è solo una prova che più evidente di così non si poteva. Va detto chiaramente, o il porto viene inteso e governato come “porto-regione” e, quindi, con indirizzi strategici ed attuativi che siano in capo alla Regione (l’attuale Titolo V della Costituzione afferma la concorrenza, tra Stato e Regione, sulla materia dei “porti e grandi reti di trasporto”) o il punto franco rischia di trasformarsi in un boomerang, prima per il Friuli e poi per Trieste stessa perché non potrà assolvere, contemporaneamente, a due ruoli in conflitto tra di loro e cioè punto franco e capitale regionale. Ma, in fin dei conti, si trasformerà in un boomerang per l’esistenza stessa dell’intera regione. La Regione, quindi, intervenga subito e non a chiacchiere, con un disegno di governo della portualità e delle logistica che riequilibri, integrandolo e rilanciandolo, tutto il complesso di funzioni che definiscono e generano il “porto-regione”, compresi i ruoli di Monfalcone e Porto Nogaro. Inoltre, gli interporti di Cervignano e di Pordenone, la ferrovia Pontebbana e tutta la rete stradale friulana non siano intese solo come un “retroporto” inerte di sole infrastrutture “di servizio”. Il livello va alzato e spostato dal piano economico e infrastrutturale a quello logistico, politico e giuridico: il “porto-regione” deve diventare un quadro unitario atto a rilanciare la regione nel suo complesso. Ma intanto, la vicenda dimostra come il destino della Regione sia oggi in mano ad apprendisti stregoni pronti a farne strame per obiettivi spesso personali e dimostra, infine, come vada al più presto “riscritto” il Patto che lega tra di loro i territori della Regione.
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Kurdistan, Catalogna e Veneto: tre referendum, tre storie diverse, una lezione unica

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Nel Kurdistan iracheno si è già votato. Affluenza intorno al 70%, i si all’indipendenza al 95%. L’Irak non riconosce la legittimità del #referendum ma la cosa è piuttosto ininfluente. Il potere territoriale dei curdi iracheni è forte, così come le relazioni estere e soprattutto la ricchezza petrolifera. Il vero problema è che i curdi (30 milioni) stanno anche nella ex Siria, con il controllo di un ampio territorio autogovernato, “Rojava”, in una parte minore dell’Iran, e soprattutto in #Turchia (10 milioni). Tra le componenti curde delle diverse parti non c’è unità politica, ma è sempre presente il sogno di uno stato nazione curdo che le grandi potenze non hanno voluto alla fine del primo conflitto mondiale. Risolvere “diplomaticamente” la questione curda in medio oriente sarà quindi molto complicato. In Catalogna il referendum sull’indipendenza deve ancora farsi. Il governo spagnolo, a norma della costituzione, lo considera illegittimo e sta usando ogni mezzo per impedirlo. L’aspirazione alla indipendenza dei catalani fino a poco tempo fa non era maggioritaria (tra il 20 e il 30%) e non aveva un preciso fronte politico di riferimento. L’iniziativa popolare ha convinto alcuni partiti politici ad approfittarne, soprattutto per dare forza alla trattativa con Madrid per un riequilibrio di poteri e risorse finanziarie alla Catalogna. Ma l’ottusa risposta del governo centrale e una impetuosa crescita “top down” dell’istanza indipendentista ha ribaltato il tavolo.

Oggi soluzioni di mediazione sembrano quasi impossibili. E la questione, ancor più di quanto è avvenuto per la #Scozia, sta massacrando l’Unione Europea, incapace di concepire qualcosa di più che un insieme di stati nazione immobilizzati dagli Accordi di Helsinky del 1975. Il #Veneto (e la #Lombardia) andrà al voto referendario il 22 ottobre. Non chiede l’indipendenza ma di applicare seriamente il titolo V della Costituzione italiana per quanto riguarda poteri e risorse al territorio. Probabilmente non siamo molto lontani da quanto chiedeva all’inizio la Catalogna. I riferimento storici sono però del tutto differenti. La #Catalogna è diventata suo malgrado parte dello stato spagnolo ed ha sempre evidenziato le proprie differenze storiche e linguistiche. Il Veneto ha avuto il ruolo di un elemento fondante dello Stato nazione italiano, sia come geografia che come lingua. Ma questa differenza permette ancora più di valorizzare la modernità della questione veneta (e lombarda). Depurata da romanticismi e sentimentalismi è una chiara questione di “schei” e permette di mettere in evidenza la differenza di un punto di vista territoriale sui temi del governo del territorio, dell’economia e della socialità, non più gestibili dalla concezione centralizzatrice dello stato nazione Italia. Il ruolo dello stato nazione non riesce più ad essere quello di una redistribuzione di risorse tra territori e quindi di riequilibrio di differenze, ma è ormai identificabile come quello di una macchina dissipatrice che gira a vuoto. La questione del Nord #Veneto e #Lombardo, ma anche dell’Emilia, è tutta qui. Speriamo che la lezione politica che verrà tratta da questo referendum non si traduca in una farsa a causa delle ambiguità che sono ormai il “marchio di fabbrica” delle forze politiche italiane. Un PD che invita a votare si dopo essere stato il perno di una centralizzazione statalista con la proposta di riforma della Costituzione. Ed una Lega (Nord) che da un lato presenta Zaia come campione riconosciuto dell’autonomismo e dall’altro tuona con Salvini per conquistare ad un neo sovranismo italico anche il sud, assieme ai Fratelli vetero nazionalisti.

E’ bene che il #Friuli e #Trieste guardino con serenità e simpatia a quanto sta avvenendo ad ovest ma sappiano rivendicare in pieno le proprie differenze. E, per salvaguardare la propria salute, comincino seriamente a liberarsi del sistema politico italiano.

Giorgio Cavallo

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Uno scippo con destrezza che apre una assurda guerra tra territori

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Dopo le prime notizie dei giorni scorsi, oggi la certezza. Il PICCOLO di TS spiega la decisione della proprietà del marchio SELECO, a suo tempo storica azienda produttrice di televisori ed elettronica nata a PN dalla Zanussi e con un importante stabilimento anche a Campoformido, di collocarsi in un Punto Franco del Porto di Trieste per un suo rilancio produttivo. Nei mesi passati c’erano stati degli accordi per una riapertura a Vallenoncello ma oggi la scelta è diversa.

A Pordenone non l’hanno presa bene anche perchè la sua nomenclatura, a partire da Agrusti e Ciriani, uno scherzo simile se lo sarebbero aspettato dagli udinesi e non certo dai triestini. Va detto che il Punto Franco permette ad una attività produttiva di ricevere merci semilavorate dall’estero, lavorarle ed assemblarle, e poi rispedirle all’estero in totale esenzione doganale e senza che lo stato italiano metta il becco nei risvolti finanziari. Probabilmente nel settore dell’elettronica e del digitale questo è un grosso vantaggio.

Ma se questo avviene a spese del settore produttivo regionale non ci siamo proprio. Dopo la questione della Camera di Commercio questo è il secondo sgarbo che viene fatto a PN. Nell’insieme un ulteriore brutto segnale per una Regione che deve cominciare a capire che il rispetto dei territori è un suo dato costitutivo e non un opzional. 

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Una richiesta di stop alla riforma per un confronto costruttivo.

Pubblichiamo il testo integrale della lettera aperta sulla riforma delle Autonomie Locali - Modifiche Legge Regionale 26/2014 -  inviata al Presidente della Regione, ai Componenti della Giunta Regionali, ai Capigruppo e Consiglieri Regionali del Friuli - Venezia Giulia da cinque sindaci che appartengono a PATTO PER L'AUTONOMIA,  Bossi Battista Giovanni – Sindaco di BICINICCO (UD),  Mario Battistuta – Sindaco di BERTIOLO (UD),   Maurmair Markus – Sindaco di VALVASONE ARZENE (PN),  Moretuzzo Massimo – Sindaco di MERETO DI TOMBA (UD) e   Navarria Diego – Sindaco di CARLINO (UD) ,  assieme ai colleghi Sindaci.jpgPiccinin Edi – Sindaco di PASIANO DI PORDENONE (PN), Vaccher Christian – Sindaco di FIUME VENETO (PN), Mario Della Toffola – Sindaco di POLCENIGO (PN), Andrea Attilio Gava – Sindaco di CANEVA (PN), Clarotto Lavinia – Sindaco di CASARSA DELLA DELIZIA (PN), Leon Michele – Sindaco di SAN GIORGIO DELLA RICHINVELDA (PN).
La necessità di rinnovare il sistema di organizzazione dello Stato e, in particolare, delle Autonomie Locali è un dato di fatto che deriva direttamente dalla situazione economica oltre che dalla volontà di offrire nuovi servizi e opportunità ai cittadini. In questo processo di cambiamento ed evoluzione dell’organizzazione delle Autonomie Locali è comunque opportuno rilevare che a livello regionale i Comuni, principali protagonisti della riforma, hanno, nella attuale fase di avvio, diversità profonde sia dal punto di vista dello spazio geografico che nelle risposte organizzative individuate nel tempo. Infatti, è del tutto palese la complessità di un territorio che va dal mare alla montagna, nella distanza di poco più di 100 chilometri, e la capacità autonoma di costruirsi delle soluzioni amministrative distinte portata avanti nel tempo. Pertanto, immaginare un reticolo normativo che inquadri e imponga una soluzione omogenea comporta rilevanti criticità che possono essere risolte solo consentendo una reale flessibilità. La forza principale dell’organizzazione attuale degli enti locali sta nella vicinanza, garantita dalla figura del Sindaco e degli altri amministratori comunali, ai fruitori dei servizi. L’amministratore locale rappresenta un’interfaccia per il cittadino con la pubblica amministrazione che consente un effettivo controllo sui servizi erogati messa in discussione dalla creazione di un ente molto più grande che svuoterebbe di significato il concetto di prossimità attribuendo valore centrale alla struttura burocratica che sfugge al controllo diretto dell’utente. Il processo di cambiamento delle Autonomie Locali, incardinato con la riforma costituzionale, che porterà alla chiusura delle Province, già anticipato in Friuli Venezia Giulia, impone l’individuazione di soluzioni concrete per la gestione delle tematiche di area vasta. La scelta di prevedere un percorso obbligato per tutti i Comuni, con la programmazione calendarizzata delle attività e dei tempi di applicazione della riforma introdotta con la legge regionale 26/2014, e la contrapposizione politica che essa ha avuto, con metodi e forme forti di contrarietà, hanno portato a uno slittamento dell’effettiva attuazione e nascita delle Unioni Territoriali Intercomunali. In una fase di stallo, come quella in cui ci troviamo, ci preme avanzare delle proposte di rimodulazione di alcuni punti della riforma al fine di favorire un dialogo che porti alla ripartenza del processo rinnovatore, mantenendo fisso l’obiettivo finale di riorganizzare la struttura del sistema delle Autonomie Locali, ma aggiornandola alle effettive necessità di buona amministrazione e di ampliamento qualitativo e quantitativo dei servizi per i cittadini, oltre ad avere un compito per lo sviluppo di territori più estesi del singolo comune. Rispetto ai contenuti della riforma prevista con la legge regionale 26/2014, alcune premesse chiarificatrici sono opportune: Deve essere chiara l’irreversibilità del processo in corso: un ente che compie determinate scelte non potrà più ritornare sui suoi passi. È opportuno che nasca un ente di secondo livello autonomo e con una sua personalità giuridica. Vi sono dei servizi che devono essere gestiti insieme, per motivi legati alla convenienza di sviluppare delle strategie condivise in ragione dell’interdipendenza tra tutti gli enti interessati (esempio la pianificazione sovracomunale del territorio) o per l’alto potenziale di risparmio che potrebbe derivare dalla gestione aggregata in ragione delle economie di scala (gestione del personale). Rispetto ai contenuti della riforma prevista con la legge regionale 26/2014, alcuni punti fondanti sono vissuti con grande difficoltà: L’obbligatorietà di individuare per tutti i Comuni raggruppati nelle UTI dei servizi/funzioni da gestire direttamente o per tramite dell’UTI stessa quando ci sono enti che, per dimensione od organizzazione, possono garantire una buona gestione degli stessi e, al contrario, la loro esternalizzazione potrebbe peggiorarne le performance. Le tempistiche troppo strette nell’avvio delle procedure anche in ragione dell’assenza di omogeneità dei servizi informativi (software diversi e assenza di connessione diretta tra i comuni). L’impossibilità a che un Comune decida di rimanere fuori dalle UTI se ha una determinata dimensione territoriale e di popolazione (ad esempio potrebbero essere i Comuni con più di 10.000 abitanti). La funzione puramente di coordinamento dei subambiti. Grandi incertezze in merito alle disponibilità del personale necessario a far partire le funzioni associate o all’eventuale assunzione di nuove figure non presenti in pianta organica dei Comuni interessati alle singole UTI. Le proposte avanzate partono dal presupposto di adeguatezza che una riforma troppo “rigida” nei suoi schemi sacrifica insieme a un’effettiva gradualità. In sintesi si propone di: Consentire che all’interno di ciascuna UTI non tutti i servizi siano gestiti da parte di tutti i Comuni coinvolti, prevedendo anche che alcuni Comuni possano continuare a farlo in via autonoma senza alcuna penalizzazione né dichiarata né celata nella riforma della finanza locale e dei conseguenti trasferimenti. Potrebbe altresì essere previsto che non vi siano servizi o funzioni gestiti in forma autonoma al di sotto di un certo numero di abitanti o che, anche se non raggiungono il numero minimo di abitanti, siano almeno un certo numero di Comuni a farlo. Con riferimento al punto precedente anche i subambiti potrebbero assumere un ruolo significativo e tangibile con una quantificazione puntuale di risorse assegnate e una forma organizzativa propria, questo permetterebbe ad alcuni Comuni, che sono pronti a un’integrazione maggiore, a poter procedere in tempi più spediti. Si potrebbe stabilire a priori gli obiettivi di budget sui quali misurarsi sull’efficacia della riforma in chiave di risparmi da produrre. Rivedere le funzioni assegnate attraverso una maggiore flessibilità e autonomia decisionale interna alle singole UTI. I principi ispiranti sono l’adeguatezza e la sussidiarietà, con lo sfruttamento delle economie di scala soprattutto sul piano dei servizi generali in capo alle UTI mentre le prestazioni dirette rimarrebbero in capo ai Comuni. Auspicabile è altresì la salvaguardia della possibilità di convenzionarsi per alcune funzioni che non sono obbligatoriamente gestite in UTI e che i Comuni potrebbero comunque voler gestire assieme. Le convenzioni restino strumento valido anche per i Comuni che non aderiscono a una UTI. Con riferimento a tale dirimente questione si propone la seguente distribuzione tra Comuni e UTI. FUNZIONI IN CAPO ALLE UNIONI TERRITORIALI INTERCOMUNALI Ambito socio assistenziale Pianificazione intercomunale Progettazione europea Gestione autorizzazioni ambientali e attività di controllo delle stesse Gestione e formazione del personale Avvocatura e ufficio legale Centrale unica di committenza Sportello unico attività produttive Gestione dell’informatizzazione, sia in termini hardware che software, con la creazione di un sistema di georeferenziazione uniforme Controllo di gestione Gestione del marketing territoriale e, in particolare, dell’incoming turistico Polizia locale (corpo unico ma gestito in sub-ambiti omogenei) FUNZIONI IN CAPO AI COMUNI CON POSSIBILITA' DI GESTIONE IN FORMA ASSOCIATA SU BASE VOLONTARIA IN RAGIONE DEI PRINCIPI DELL’ADEGUATEZZA E DELLA SUSSIDIARIETÀ Area tecnica (Opere pubbliche, edilizia privata e urbanistica) Tributi Protezione civile (Va prestata attenzione alla circostanza che è un servizio dipendente dal volontariato e sul quale le leve decisionali della pubblica amministrazione non incidono o incidono marginalmente) Servizi bibliotecari (possono però esserci delle aggregazioni sovracomunali diverse e su base più ampia, anche per preservare le sinergie e gli importanti investimenti che nel tempo sono stati realizzati dai sistemi bibliotecari esistenti) Sportello energia e politiche collegate FUNZIONI IN CAPO AI COMUNI Ragioneria Servizi scolastici Cultura Infine, si pongono due ulteriori temi di riflessione. L’opportunità di far coincidere gli esercizi amministrativi dei Comuni, dal 1° gennaio al 31 dicembre, con quelli del nuovo ente, e cioè far partire la vita amministrativa delle UTI con il 1° gennaio 2017 anche in considerazione della difficoltà di gestione dei bilanci previsionali 2016 dei Comuni, che ancora non prevedono trasferimenti e flussi finanziari verso Unioni). La previsione di non riconoscere un’indennità al Presidente del UTI rappresenta un’ulteriore riduzione della forma democratica di controllo dell’ente, in quanto si dà maggiore possibilità di conduzione dell’ente in capo agli amministratori dei Comuni più popolosi che, vista la differenziazione delle indennità, possono garantire in via preferenziale la possibilità di ricoprire tale ruolo. La soluzione potrebbe essere il riconoscimento al Presidente dell’UTI di un’indennità pari a quella prevista per il sindaco del Comune con maggior popolazione. Tale compenso sarebbe a carico dell’UTI ma al netto di quanto al sindaco nominato presidente competerebbe per il ruolo che ricopre nel proprio comune che rimarrebbe a carico di quest’ultimo. Rimanendo a disposizione per approfondire i contenuti delle proposte avanzate e per un costruttivo confronto, anche mediante un tavolo di lavoro, si porgono cordiali saluti.
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