Sanità pubblico-privata: un commento a margine del dibattito
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Patto per l'Autonomia | Pat pe Autonomie | Pakt za Avtonomijo | Pakt für die Autonomie
Tutto ciò va analizzato seriamente, al fine fondamentale di riattivare una trattativa con lo stato, ma è bene non dimenticare che c’è una domanda politica di fondo a cui rispondere. E’ opportuno o no affidarsi a rappresentanze che sono la pura articolazione nel territorio del sistema politico italiano? I siparietti a cui stiamo assistendo giorno dopo giorno suggeriscono una risposta fortemente negativa così come l’osservazione nella sentenza della Corte Costituzionale n. 188 del 2016 in cui invitava la stessa Regione F-VG a rappresentare meglio gli interessi dei suoi cittadini. Ma probabilmente una ulteriore chiarezza sui conti pubblici e sulla adeguatezza e qualità degli obiettivi perseguiti ci aiuterà molto di più.
Patto Per l'Autonomia
Una valanga travolgente che cambia il paesaggio
Chi legge i commenti giornalistici odierni al voto referendario di domenica rimane colpito dagli innumerevoli sforzi di inquadrare secondo logiche normali quanto è accaduto. E di conseguenza vuole a tutti i costi inquadrare le future evoluzioni nell’ambito del sistema costituzionale italiano.
Non c’è molta differenza tra Zaia, che chiede per il Veneto una specialità come quella di Bolzano, e il solito Bressa che assimila la richiesta di Zaia ad un progetto di secessione. Ma anche i politologi, costituzionalisti e giuristi, di sponda generale o locale, come Pasquino, Coen ed Antonini, sostanzialmente si chiedono, dando risposte diverse, quali modifiche stanno dentro l’attuale ordinamento costituzionale e quali no.
Per capire quanto è successo in Veneto non basta la politica e il diritto. La dimensione del risultato è un fatto mai registrato dopo il farlocco plebiscito del 1866: questa volta, senza nessuno che inquadrasse gli elettori con musiche e gendarmi, il 70% dei cittadini (si, perché bisogna aggiungere il 10% di iscritti all’AIRE) ha votato in maniera univoca.
Mi permetto di utilizzare qualche spicciolo di sociologia ed in particolare il libro postumo di U. Beck. Quello di domenica è stato un “tumulto” che non segnala un semplice atteggiamento sociale verso una trasformazione, ma si è trattato di un evento che ha rivelato una vera e propria “metamorfosi”.
“Metamorfosi di che?”. Di uno stato nazione che non solo non esiste più nelle sue fondamentali funzioni di garante della sicurezza (non solo quella dei confini ma anche quella derivante dai rischi umani e naturali) e di redistribuzione di equilibri tra territori diversi, ma che non ha oggi più alcuna risorsa culturale e politica per affrontare la “rabbia” dei suoi cittadini.
La rabbia si esprime in forme diverse, spesso contro la politica ed i suoi costi, così come verso i flussi migratori, ma nell’ultimo anno ha trovato anche due momenti di espressione e di “dimensionamento” nei referendum del 4 dicembre 2016 e in quello di domenica scorsa, particolarmente nel Veneto.
Questa rabbia ha origine da motivi profondi, situazioni sociali ed economiche, spaesamento rispetto a dinamiche relazionali, perdita di sicurezza nel proprio futuro, paura di doversi difendere da solo dalle aggressioni esterne. Non è un progetto politico ma può essere sfruttata politicamente e determinare valanghe di consensi in qualsiasi direzione, spesso soddisfacendo un desiderio di vendetta, ma può essere instabile e spostarsi quando si avvede del tradimento o del puro opportunismo.
Una saggia indicazione per il futuro
Ma i due momenti acuti della situazione italiana, 4 dicembre e 22 ottobre, possono permettere nel loro insieme una interpretazione positiva che ai più è sfuggita e che rappresenta ben altro che scombinate espressioni di populismo.
All’atto “destruens” del 4 dicembre, contro una “riforma” costituzionale che all’occhio dei cittadini è apparsa un colpo di mano per la conquista del potere, è seguito domenica un atto “costruens” che ha indicato un percorso nuovo per la politica: quello del trasferimento della centralità del potere dallo stato nazione ai territori.
Si tratta di un segnale molto forte la cui trasformazione in progetto istituzionale ed in percorsi reali di attuazione non è facile e deve oggi scontare molti ritardi anche per la mancanza di un solido pensiero teorico che lo possa supportare.
Il nodo di fondo è la scelta della strada principale che questa riappropriazione di comando può prendere. C’è un bivio tra il pensare i territori solo nella loro potenziale competitività nel mercato globale delle economie e della finanza, o il farne luoghi dove i saperi, le conoscenze e le prassi specifiche possano costituire la base per comunità, non isolate né chiuse, in grado di porre in primo piano le caratteristiche durevoli di una condizione umana che dovrà e potrà confrontarsi con la questione del limite.
Il “tumulto” del voto referendario ci indirizza verso questa lettura. E non ci si deve preoccupare che sia avvenuto nel Veneto e che possa avere ricadute non positive da noi. La realtà profonda del Friuli e di Trieste non è molto diversa, ed anzi, come sembrano indicare alcuni sondaggi, la nostra più radicata capacità di conoscere i percorsi autonomistici può meglio permetterci di costruire un confronto politico fuori dalle fitte nebbie del sistema politico italiano.
La funzione politica del Patto per l’Autonomia è oggi quella di prendere atto della “metamorfosi” di uno stato nazione che è “altro” rispetto a quanto abbiamo visto in esso fino ad ieri. Con la possibilità quindi di costruire un dibattito politico significativo sui temi del nostro futuro.
Lo stato italiano non chiuderà né oggi né domani mattina per “fine gestione” ma, in un quadro di incertezza che coinvolgerà la natura degli altri stati nazione dell’Europa, si aprirà una fase di contese e di evoluzioni transitorie, a partire dalle rivendicazioni veneto - lombarde - emiliane. Sarà allora obbligatorio portare sul tappeto gli elementi ri-fondativi e ri-costruttivi di una specialità regionale del F-VG, oggi smantellata sia nelle sue competenze che nelle attribuzioni finanziarie. E qui appare necessaria una lucidità “profetica” di un soggetto politico organizzato quale potrà consolidarsi dalla proposta attuale del Patto per l’Autonomia.
Con una raccomandazione. L’occhio del Patto per l’Autonomia non può rivolgersi solo alle dinamiche interne del Friuli e di Trieste ma deve anche essere in grado di capire e interpretare la “rabbia” territoriale di chi ci è geograficamente vicino e condivide con noi molti comuni problemi. Ben pochi in questi giorni si sono occupati del terzo referendum, quello relativo alla Provincia di Belluno dove agiscono pulsioni e risentimenti istituzionali differenziati da quelli dello stesso Veneto. Non ci si può limitare ad evidenziare possibili elementi di antagonismo sulla questione di Sappada, ma anche quella “rabbia” va compresa ed aiutata nella sua profonda parentela con molti temi che ci riguardano, sul futuro dell’area alpina e dei governi delle comunità locali.
Giorgio Cavallo
Alcune menti eccelse del PD hanno dichiarato che il referendum lombardo-veneto sulla autonomia è stato inutile, e che lo stesso risultato si sarebbe ottenuto, con minor spesa, proponendo un negoziato al Governo centrale, come ha fatto il presidente dell’Emilia-Romagna.
Chiediamoci: qual è la differenza tra mobilitare milioni di elettori, come hanno fatto i presidenti di Lombardia e Veneto, e intavolare un negoziato col Governo nelle segrete stanze, come hanno fatto Tondo (con Tremonti) e la sua gemella Serracchiani (con Padoan)?
La differenza tra i due approcci è presto detta: il primo implica una intimidazione strategica del territorio verso il Governo centrale e i partiti e poteri (più o meno puliti) che lo sostengono. Il secondo implica una intimidazione politica del Governo centrale sui rappresentanti del territorio, rappresentanti minacciati nelle loro personali prospettive di carriera se non si adeguano alle logiche centraliste. Ho più volte ricordato come l’intimidazione strategica rappresenti l’unica prassi politica capace di limitare la rapacità del centralismo romano.
I risultati parlano da soli; tutti sappiamo cosa hanno ottenuto i gemelli Tondo-Serracchiani col loro approccio “responsabile”: un fracco di legnate (non per i gemelli, per i cittadini del Friuli Venezia Giulia). Al contrario, il messaggio del referendum lombardo-veneto è arrivato a Roma forte e chiaro: il Governo e i suoi sottopancia hanno immediatamente capito che in una parte importante del Paese il PD, squalificato dalle sue posizioni iper-centraliste, è ormai sulla soglia della irrilevanza assoluta. Il Governo ha subito abbozzato, perché sente minacciata la sopravvivenza stessa del suo potere, l’unica cosa a cui tenga realmente. La concomitante crisi catalana insegna a tutti, perfino ai caporioni PD, che è meglio non sottovalutare milioni di cittadini che si mobilitano in difesa dell’autonomia del proprio territorio, perché altrimenti si rischia la delegittimazione totale del Governo centrale come è capitato a MR.
Questi referendum autonomisti sono il secondo tempo del referendum costituzionale del 4 dicembre. Gli sconfitti sono gli stessi di allora. Il PD e i suoi tirapiedi l’hanno presa nei denti una seconda volta: ben gli sta! MR voleva uno Stato super-centralizzato a propria immagine e somiglianza, uno Stato che era la negazione dello spirito profondo del Paese. E' stato sonoramente bocciato dal popolo sovrano. Tuttavia il senso del pericolo che noi tutti abbiamo corso in quella occasione, e il timore che il PD, nella sua protervia, ritorni alla carica, ha prodotto per reazione una nuova consapevolezza del valore fondamentale delle autonomie, e ha mobilitato il popolo nella battaglia per un nuova Repubblica, basata sulla democrazia autentica e le autonomie, non sul becerume PD.
E' sintomatico che MR non abbia commentato i risultati dei referendum. MR sa bene di essere il grande sconfitto.
Come ha scritto Giorgio Cavallo, questo autunno ha segnato l’esplosione dell’idea autonomista. Paradossalmente, di questo dobbiamo essere grati a un centralista esasperato come MR che l’ha fatta talmente fuori dal vaso da costringere alla mobilitazione tutte le coscienze democratiche. (Ma chi sarà questo MR? Matteo Renzi? Mariano Rajoy? Boh?).
Il risultato è stato particolarmente rotondo in Veneto e, all’interno del Veneto, nella Provincia di Treviso. Questo è interessante in vista delle prossime elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia. Come è noto la sociologia elettorale della (ex)Provincia di Pordenone è perfettamente sovrapponibile a quella della contermine Provincia di Treviso. Dai risultati del referendum possiamo desumere che la percentuale elettorale del PD nel Pordenonese sia oggi molto (ma proprio molto) inferiore al 10%. A Udine, forse vale qualche “zero virgola” in più, ma non chissà cosa.
Un dato emerge con chiarezza assoluta: nella prossima legislatura regionale il Friuli Venezia Giulia dovrà esercitare l’intimidazione strategica verso il Governo centrale con la massima intensità, se vorrà riprendersi dal tracollo provocato dai gemelli Tondo-Serracchiani.
Speriamo solo che non ci tocchi il terzo gemello!! Sarebbe la fine.
Sergio Cecotti
Prima di domenica 22 ottobre si poteva ritenere che solo un miracolo avrebbe potuto permettere il raggiungimento del quorum del 50% in Veneto e nella provincia di Belluno (dove un referendum specifico chiedeva l’attribuzione di poteri alla Provincia). Ragionamenti tecnici relativi alle normali affluenze in elezioni politiche e locali, nonché una alta percentuale di iscritti all’AIRE (10% nella regione e oltre il 20% nel bellunese) facevano pensare difficile il risultato, anche tenendo conto dell’astensione degli scettici e dei contrari.
Il miracolo è avvenuto e la presenza reale dei votanti è arrivata ad un numero molto vicino a quello di una consultazione politica, con un plebiscito per il SI.
I commenti dei partiti politici tenderanno a confondere le acque, ognuno con la speranza di mettere il suo cappello sulla sedia. Zaia è raggiante perché comunque spetterà a lui cercare di incassare il premio.
E magari a Belluno alcuni tenteranno di interpretare il risultato cercando di impedire il passaggio di Sappada al Friuli.
Ma la sostanza della consultazione è ben più profonda: è la domanda secca di ridare ai territori il potere di decidere sui propri destini futuri di fronte ad uno stato non più credibile nella sua pretesa di rappresentare l’interesse generale.
Questo non vuol dire soluzioni pre-costituite di destra, di sinistra o altrove, ma che la discussione politica e quindi la democrazia deve ripartire dal basso, con le sue difficoltà e le sue contraddizioni nell’interpretare la storia e l’economia.
La domanda è prepotente e richiede che le forze politiche che si accingono a rispondervi capiscano che a loro è richiesto di confrontarsi ed “accordarsi” nella ricerca dell’interesse dei propri cittadini, e non a “competere” unicamente per conquistare le fette di potere disponibili.
La domanda che proviene dai referendum non è solo di trasformare le istituzioni per dare più poteri ai territori, oggi massacrati da un centralismo violento e ottuso, ma anche di trasformare le stesse logiche della politica.
Potrà il referendum veneto lombardo rafforzare la domanda di autonomia dei territori dopo la grande ondata centralizzatrice degli anni 2011-2016?
Cosa resterà di questo ottobre 2017? L’indipendenza catalana ed il referendum veneto lombardo sono eventi totalmente separabili ma nel loro insieme hanno profondamente colpito l’opinione pubblica in Italia. Disgrazie democratiche, come le ripetute fiducie sulla legge elettorale o i ripetuti sgambetti di Renzi a Gentiloni, pur avendo riempito le pagine dei quotidiani sono state viste quasi come normali avvenimenti nella commedia politica.
Improvvisamente nell’immaginario collettivo si è presentata l’interesse per il rapporto di potere tra stato centrale e territori.
Non è una novità in sé: da tempo la quasi totalità dell’informazione italiana attribuisce a regioni, provincie e comuni la patente di dissipatori dissoluti oltre che di luoghi dove ristagna inveterata corruzione. Anche alcuni storici seri, cito Crainz, Craveri, Soddu, in opere recenti hanno identificato nella nascita delle Regioni, e nelle proliferazione delle politiche di spesa da esse derivate, una delle cause del crollo della I Repubblica.
Il referendum costituzionale del 2016 con le sue modifiche al Titolo VI era lì allo scopo di mandare in frantumi il tentativo del 2001 di introdurre alcuni parziali elementi di federalismo. Il risultato della consultazione del 4 dicembre 2017, pur non essendo stato letto fin da subito nella sua dimensione di difesa delle autonomie, ha cominciato nel 2017 ad assumere altre sfaccettature alla luce anche di alcuni semplici calcoli. Tra questi l’effetto congiunto di Patto di stabilità e “spending review” che ha provocato una distruzione delle capacità di intervento in diversi campi di competenza dei sistemi locali ed ha causato una cura dimagrante annuale di 25 miliardi di euro nelle possibilità di spesa. A fronte di uno stato centrale che non ha risparmiato un euro ed ha anche significativamente aumentato il proprio debito pubblico.
Le comunità locali si accorgono di essere “cornute e mazziate” ed il gioco ormai in voga da alcuni anni di dare le responsabilità agli amministratori in carica, che vengono quindi regolarmente cacciati via, comincia a puzzare. Si scopre così che “le fedi regalate per la patria” sono andate in ben altre tasche di un centro avido e senza fondo. Si comincia a respirare un nuovo clima con la consapevolezza che stringere la cinghia per gli oligopoli industriali e finanziari con i loro sponsor politici non ci porteranno al di là del guado.
Certo non scompaiono le convinzioni che la politica tutta è fatta da malfattori, e che gli immigrati oltre a portarci via i posti di lavoro ci rubano soldi che servirebbero per i servizi sociali dei cittadini italiani, ma si fa strada l’idea che si può meglio governare le proprie comunità prendendo qui le decisioni che ci riguardano.
Il potere non può essere delegato ad uno stato sostanzialmente in dissoluzione nelle sue strutture fondamentali e che non trova il coraggio di aprirsi a prospettive nuove se non di pura accettazione di quanto gli equilibri finanziari globali propongono.
Il neo sovranismo statale non convince quasi più nessuno così come c’è difficoltà a credere in una Europa futura. E di conseguenza l’autonomia territoriale diventa il “nuovo” spazio da scoprire. L’indipendenza catalana, pur con tutti i rischi che sta correndo, ed i costituzionalmente banali referendum del nord sono comunque l’occasione per cominciare a pensare ad un futuro diverso.
I risultati del Veneto e della Lombardia potranno essere interpretati in modi non univoci, personalmente ritengo che per ragioni tecniche sarà un miracolo il raggiungimento del quorum veneto, ma il “mito” delle “regioni speciali” diventerà sempre più polo di attrazione non solo per i soldi ma nella convinzione di poter fare bene quello che vogliono le proprie comunità.
Noi sappiamo che la “specialità”, specie in F-VG, è oggi soprattutto una realtà statutaria da ricostruire nelle sue stesse basi e che i conti differenziali che si presentano in giro sono fantasiosi e non hanno alcuna caratteristica di comparabilità, ma sappiamo anche che senza una “specialità” rapportata alle caratteristiche del territorio non c’è né amministrazione né democrazia. Quindi auguri ai cittadini del Veneto e della Lombardia.
Il gioco delle decadenti forze politiche italiane sta facendo un po’ di tutto per mandare in rovina questo nuovo “vento del nord”, ma credo che né le ambiguità della Lega e dei suoi alleati, né le blandizie del PD con l’accordo burletta tra governo ed Emilia Romagna, né le mentalità centraliste del M5S e di sinistre sparse potranno, per ora, fermare questa spinta.
Giorgio Cavallo
Inauguriamo oggi una nuova rubrica, un commento settimanale a firma di Sergio Cecotti.
Vi ricordate le scempiaggini che dicevano quelli del PD durante la campagna per il referendum?
Dicevano che il Senato alla Boschi-Renzi, camera di "rappresentanza dei territori", avrebbe salvaguardato l'autonomia. Dicevano anche che il loro geniale modello di Senato era quello in vigore nella maggior parte dei Paesi europei, tra cui la Spagna. E, in effetti, la costituzione spagnola sul punto e' molto simile alla Boschi-Renzi e qualifica il Senato come camera di rappresentanza territoriale.
Ora, nel caso della Spagna, questo senato di garanzia delle autonomie territoriali, sta per attivare l'articolo 155 (ovvero la clausola si supremazia boschiana) mentre al congresso dei deputati (la camera Non di garanzia delle autonomie) forse non c'è una maggioranza per l'attivazione (che non importa, visto che solo il senato e' chiamato a votare secondo le logiche alla Boschi via).
AVETE CAPITO QUALI RISCHI ABBIAMO EVITATO?
NON CAPISCO COME QUELLI DEL PD OSINO ANCORA MOSTRARE LA FACCIA IN GIRO.
Mandi, Sergio
La Catalogna
Comunque vada a finire la vicenda catalana è uno spartiacque. E se scenderemo dal versante giusto anche l'attuale moribonda Europa potrà goderne.
Identità e quattrini: la secessione catalana si inquadra qui. Al netto della repressione violenta, a gran parte dei cittadini italiani sembra una cosa assurda che per vecchie storie, per una lingua e per meno di 20 miliardi all’anno, si possa rompere l’unità di uno stato nazione. Una minoranza di cittadini italiani valuta invece che uno stato debba rispettare i suoi territori per le diversità storiche ed economiche che esprime, e che, se non lo si fa, sia giusto ribellarsi anche alle regole di convivenza dettate da una maggioranza.
La vicenda catalana permette anche posizioni grigie, cioè di chi depreca non solo l’uso della forza da parte del governo spagnolo ma anche la forzatura del diritto attuata nel negare richieste normative tutto sommato sensate. E d’altro lato c’è chi ritiene spropositata la deriva indipendentista imboccata da alcune forze politiche e sociali.
Al netto delle mediazioni, la profondità della frattura tra diritti costituzionali vigenti in stati nazione unitari e aspirazioni politiche e sociali di territori, è evidente. E questa frattura è oggi esportabile praticamente in ogni stato europeo.
Le ripercussioni in Italia
Lo stesso referendum previsto per il 22 ottobre in Veneto e Lombardia, che genericamente chiede di applicare una norma prevista dalla costituzione italiana, è visto come potenziale innesco di processi incontrollati che possono attentare alla sacra unità e inviolabilità del territorio “nazionale”. E' ben vero che qui quasi tutti concordano che alla base vi sia soprattutto un problema di “schei” e non di identità storica, ma i pericoli che si intravvedono sono gli stessi. Una “secessione” di fatto dalla responsabilità di pensare lo stato italiano come una cosa unica e quindi dall'obbligo di fornire ad esso le risorse che una “florida” economia produce.
Minore e quasi nulla udienza nell’informazione italiana hanno le spinte “secessioniste” di friulani e triestini, le cui motivazioni, giuridiche, economiche e storico identitarie avrebbero ben più solide fondamenta di quelle veneto lombarde. Il luogo comune ripetuto come un mantra è: cosa vogliono friulani, trentini e tedeschi dell’Alto Adige, visti i soldi garantiti dalle autonomie?
Interpretando un recente sondaggio SWG, va rilevato che questi ragionamenti non appartengono a specifici orientamenti politici, come sembrerebbe di dovere per le concezioni “nazionaliste italiche” di destra, ma sono anche il pensiero comune di una ampia fetta di belle anime di sinistra che continuano a credere nei sacri destini unitari della repubblica democratica. Purtroppo quella non c’è più e i suoi principi sono solo “grida manzoniane”.
Una lezione da studiare con le sue conseguenze
Allora, per chi vuole capire il futuro di quello che nei fatti già oggi è chiaro, cosa insegna la frattura catalana? Quando avvenimenti di questo tipo si palesano vuol dire che qualcosa di cui non ci eravamo accorti è già avvenuto. U. Beck le ha chiamate metamorfosi che improvvisamente riusciamo a percepire. Provo a farne un elenco ed a trarne le conseguenze:
Il mondo della sanità è in subbuglio per le performance poco esaltanti segnalate nei mesi scorsi dal rapporto del Crea che marca la retrocessione del Friuli Venezia Giulia dal 2° al 20° posto fra i sistemi sanitari regionali, e ora anche per il mancato raggiungimento da parte delle Aziende dei target sulle liste d’attesa programmati come obiettivo per il 2016. Ma cosa sta succedendo nella sanità regionale? E che cosa si può fare per riportare questo comparto ai livelli d’eccellenza che gli sono sempre stati propri?
Il Patto per l’Autonomia entra nel vivo del dibattito tentando di dare risposta a questi interrogativi attraverso un convegno pubblico su “Sistema sanità: lo scenario attuale e le strade percorribili”, in programma venerdì 20 ottobre alle 20.30 all’Auditorium comunale di Precenicco. L’occasione sancisce anche l’inizio della collaborazione attiva con Patrie Furlane e Manovali per l’Autonomia, che concorrono all’organizzazione di questo appuntamento.
Ospiti dell’incontro saranno nomi di rilievo come il direttore del Dipartimento di Chirurgia Generale dell’Ospedale di Udine Roberto Petri, il direttore della Struttura Complessa di Radiologia dell’Ospedale di Palmanova-Latisana Stefano Meduri e due ex assessori regionali alla sanità come il biologo Giorgio Mattassi e il Direttore del Dipartimento di Oncologia Ospedale di Udine Gianpiero Fasola.
A tirare le conclusioni del confronto sarà il professor Sergio Cecotti, già presidente della Regione e sindaco di Udine.
L’incontro sarà aperto dal saluto del sindaco di Precenicco Andrea De Nicolò e dall’introduzione del coordinatore del Patto per l'Autonomia Massimo Moretuzzo.
Pubblichiamo qui sotto la seconda parte dell'intervento di Sandro Fabbro* dedicato alle azioni possibili per reagire alla crisi.
Ammesso che siamo ancora in tempo a reagire, cosa dovremmo fare? C’è solo una ricetta: subito una massiccia strategia regionale anti-crisi!
Che significa:
Pubblichiamo qui sotto l'intervento di Sandro Fabbro*.
Provate a domandare a qualche vertice della politica regionale, al presidente di qualche associazione imprenditoriale, a qualche sindacalista in prima linea, a qualche direttore di giornale, a qualche rettore o professorone universitario, a qualche importante sindaco se, in questa regione, c’è o no (o almeno se c’è stata) una crisi economica. Provate! Vi risponderanno che, no! Non c’è stata e che se c’è stata è stata come per tutti (tutta Italia? Tutta Europa?).
Alle volte capita che qualcuno dell’élite dirigente si spinga a citare, come incipit dei suoi discorsi, la “più grave crisi dal dopoguerra”! Ma si accontenta dell’effetto retorico perché difficilmente ne trae conclusioni con effetti pratici, conoscitivi e propositivi. Ma sono soprattutto le massime istituzioni pubbliche, quelle deputate anche a dire alla gente come stanno le cose, che non rispondono, per “non alimentare polemiche populiste”. Ma molti, in questi anni, la crisi l’hanno invece duramente subita perdendo il lavoro o non trovandone, chiudendo l’azienda, vedendosi ridurre o azzerare i risparmi, anche decidendo di andarsene! Sempre a seguito della crisi, molti si sono ammalati, alcuni sono morti di crepacuore o si sono suicidati. Per la verità, qualcuno, in questi anni, ha cercato di dire la verità. Alcuni soggetti privati, spesso a titolo personale, hanno sostenuto pubblicamente che, sul territorio regionale, una crisi c’è stata eccome e che forse c’è ancora. Qualche imprenditore coraggioso, qualche politico fuori dai giochi, qualche sindacalista o qualche studioso in odore di eresia. Ma sono stati trattati come una setta semiclandestina. Il “negazionismo” della crisi (da sinistra e da destra) rimane ancora la lettura dominante. Se poi qualcuno, alla fine, una certa coscienza dei fatti la recupera, è per richiamarti subito ad un acritico ottimismo futurologico del tipo “Cosa vuoi farci! Chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ha dato, scurdammoce 'o passato e guardiamo avanti”.
La mia tesi di fondo è, invece, che:
La spesa pubblica del F-VG viene penalizzata dallo stato per 1,8 miliardi all’anno. Da tempo alcune voci, in particolare in Friuli, AFE e Patto per l’Autonomia, dicono: dobbiamo riprenderci questi soldi. Così dice ora anche Massimiliano Fedriga sul Piccolo del 5 ottobre ed è giusto. Finalmente si comincia a capire che il peggioramento delle condizioni di vita in F-VG non dipende solo dai soldi che spendiamo per i rifugiati.
Per essere più precisi dobbiamo chiarire dove sta la ragione di quegli 1,8 miliardi. Anche perché qualcuno non comprende il senso e la provenienza della cifra, altri dicono “sono cose passate” e la crisi è superata.
a) 1,2 miliardi annuali sono certificati dalla Corte dei Conti in sede di analisi e di parificazione dei Bilanci consuntivi della Regione F-Vg per il 2015 e il 2016. Sono soldi che entrano nel bilancio del F-VG grazie alle compartecipazioni erariali e a fiscalità di competenza e che “devono” essere poi versati a Roma per il risanamento della finanza pubblica. Una parte di questi soldi (370 dal 2010 in poi, e ridotti a 250-260 per gli anni 2015-17) sono stati garantiti dai Patti Tremonti-Tondo e Padoan-Serracchiani, gli altri sono stati definiti da leggi dello Stato.
b) Una altra partita riguarda la riduzione delle entrate erariali causate da norme statali che le hanno indirettamente modificate. Ad es. gli 80 euro di defiscalizzazione per i redditi da lavoro fino a 25.000 euro hanno determinato una perdita di entrate per circa 100 milioni di euro. Cose analoghe sono avvenute per altri casi come IRAP, gettito IMU e così via. Va detto che in alcuni casi queste partite di riduzione determinano maggiori entrate per cittadini ed imprese, in altri no. Una vicenda importante è poi quella che si ripercuote sulla Regione F-VG a causa della gestione in proprio delle spese per la sanità: la partita finanziaria derivata dalle entrate erariali corrispondenti non parifica l’equivalenza con il Fondo sanitario nazionale e determina di fatto un passivo a favore dello Stato. La quantità complessiva di queste partite dovrebbe aggirarsi sui 300 milioni.
c) E’ infine da mettere in conto la mancata spesa di regioni ed Enti Locali per l’applicazione del Patto di Stabilità concordato in ambito europeo. Gli effetti sono stati di due tipi, impossibilità di spendere risorse realmente già disponibili per interventi quali opere pubbliche, e riduzione ossessiva dell’indebitamento passato e futuro, anche a causa della cosiddetta armonizzazione dei bilanci. In genere queste azioni vengono considerate “virtuose” poiché servono a mettere in sicurezza i conti della “famiglia pubblica” ma l’effetto di riduzione della spesa ha forti effetti recessivi. La cifra di 1,8 miliardi di euro è stata talvolta indicata anche da Debora Serracchiani. Rappresenta quindi oggi una dimensione convenzionale che indica il complesso della riduzione della spesa pubblica di Regione ed Enti Locali.
I punti b. e c. di cui sopra non sono esattamente identificabili, ma la realtà non è sicuramente diversa da questa cifra.
In relazione ai due Patti perversi che contribuiscono in maniera significativa al quadro generale vengono spesso portate delle giustificazioni. I difensori di Tondo asseriscono che quei 370 milioni vennero dati per un fondo a favore del federalismo a fronte di una entrata ben superiore proveniente dall’IRPEF delle pensioni per titolari residenti nel F-VG. Ma le entrate derivavano da un obbligo definito da una sentenza della Corte Costituzionale. E Il federalismo non si fece ma il fondo rimase: Tondo non versò nulla per alcuni anni ma poi si dovette provvedere.
I difensori di Serracchiani mettono in evidenza uno sconto di 350 milioni nei tre anni 2015-2018, ma in cambio si rinunciò a cause sulla legittimità delle leggi e atti del governo, cause che altre regioni vinsero. Nel complesso su questa vicenda la classe politica regionale non ha fatto bella figura nel non difendere le entrate del proprio territorio denotando incapacità e subordinazione.
C’è inoltre una considerazione di merito che non va sottovalutata e che risponde a chi osserva che comunque il F-VG doveva contribuire al risanamento dei conti pubblici ed alla riduzione del debito. Si prenda in considerazione la sola cifra certificata di 1,2 miliardi messa in evidenza dalla Corte dei Conti. Questa cifra va confrontata con la cifra ufficiale che i Commissari riferiscono in merito dell’effetto complessivo della “spending review”, cioè a quanto i soggetti pubblici hanno contribuito alla riduzione delle spese.
La cifra italiana è nel suo insieme di 25 miliardi di euro, sostanzialmente tutti derivanti dai tagli effettuati alle regioni ed agli Enti Locali. Va rimarcato che il bilancio di spesa dello stato non si è ridotto e non è diminuita in questi anni la cifra globale dell’indebitamento dello stato. La Regione F-VG conta il 2,1% in peso rispetto all’Italia intera sia in termini di popolazione che, ormai, anche in termini di dimensione economica. La parte spettante di contribuzione avrebbe dovuto essere quindi di circa 525 milioni. 1,2 miliardi sono più del doppio e corrispondono al 4,9%. Perché?
Chiedere indietro una parte dei soldi dati è una pura questione di giustizia. Dal 2011 al 2017 sono andati a Roma qualcosa come 7 miliardi di euro. Si possono fare degli sconti, ma almeno 2-2,5 devono ritornare in F-VG. Poi bisogna anche spenderli bene e ricostruire basi economiche ed occupazionali perdute in questi anni. Ma la scelta dei futuri governanti più capaci di quelli del passato spetta di norma agli elettori.
Patto Per l'Autonomia
Mattia Pertoldi ha tentato oggi sul MV una operazione difficilissima. Descrivere un possibile percorso di unificazione dell’autonomismo friulano verso le elezioni regionali. Ed anche, in linea di massima, valutarne le possibilità di successo. Mi pare di poter dire che si è trattato di un lavoro più che dignitoso. Sono sfuggiti alcuni rivoli carsici, come ad es. Un Friûl Diferent che appoggiò la candidatura Serracchiani nel 2013, il MAF (Movimento Autonomista Friulano) che invece sempre nel 2013 appoggiò Tondo in Regione e Fontanini alle provinciali, e alcune importanti iniziative associative di carattere autonomista e friulanista molto attive anche su un piano di cultura politica come il “Comitât pe Autonomie e pal Rilanç dal Friûl” e Identità e Innovazione (fondate rispettivamente da Arnaldo Baraccetti e Marzio Strassoldo ed ancora ben attive). Il giornalismo quotidiano non è saggistica e quindi il lavoro di Pertoldi diventa utile anche ai lettori non frettolosi che non si accontentano del titolo. Probabilmente siamo di fronte ad un possibile momento di svolta del ruolo politico dell’autonomismo friulano la cui vivacità viene resa sempre più evidente nell’ambito della crisi “identitaria” e propositiva che colpisce le forze del sistema politico italiano. Così come non sono estranei a questo rinnovato interesse per punti di vista territoriali le agitazioni che colpiscono anche i consolidati stati nazione europei sempre più destrutturati dalla globalizzazione economica e finanziaria. Dalla Catalogna e Scozia al Veneto, tanto per intenderci. Ma proprio questo quadro di riferimento nuovo impone alle soggettività del territorio, nelle variegate realtà del Friuli così come a Trieste, di “ripensare” il proprio autonomismo calandolo in questo momento storico e nella dinamica dei conflitti sociali ed istituzionali che lo contraddistinguono. Vetero nazionalismi italici così come centralizzazioni del potere spacciate per efficienze sono l’obiettivo principale da sconfiggere. Ricostruire la Regione F-VG dando respiro alla complessità delle relazioni tra le sue varie componenti guardando dal proprio campanile quello che succede nel mondo ed intervenirvi è una operazione tutta proiettata verso il futuro di cui si vuole essere protagonisti e non “sotans”. Penso che questo sia il nocciolo principale del messaggio lanciato da S. Cecotti nella sua disponibilità a “servire” un progetto politico. E credo sia questo il senso del rapporto tra soggetti autonomisti di diversa origine e in parte ancora in fieri nel loro cammino verso una presenza elettorale ( Patrie Furlane, Manovali per l’Autonomia e Patto per l’Autonomia) ad accogliere il messaggio di Cecotti per la costruzione di una organizzazione funzionale ad esprimere forza di rappresentanza. Mattia Pertoldi suggerisce un motto per questo percorso con riferimento al Sud Africa ai tempi di Giorgio V di Inghilterra: “ex unitate vires”, la forza (deriva) dall’unità. Molti in Friuli ragionano in maniera più semplice e vorrebbero rifarsi al messaggio costitutivo degli USA “e pluribus unum”, da molti uno soltanto. A me è venuto in mente un ricordo giovanile, oggetto di una domanda all’esame di maturità. La scritta che intitola la biblioteca di M. Leopardi a Recanati: “ex viribus unum”, dalle forze l’unità. L’unità non è un puro processo meccanico ma il risultato della conoscenza, del dibattito e dell’approfondimento. E non rappresenta la scomparsa delle differenze e dei punti di vista ma la loro capacità di confronto e di trovare la soluzione di problemi complessi: tradotto in maniera semplice, l’unità deve venire da un modo serio e rispettoso di fare politica.
Giorgio Cavallo - 4 ottobre 2017
La vicenda catalana ha scatenato le reazioni più diverse in tutte le forze politiche italiane ed ha messo a nudo la fragilità di concezioni radicate come quella della immutabilità dei confini degli stati nazione europei. Molti ragionano: se è capitato in Spagna può capitare anche da noi. Zaia è lì come un avvoltoio. Il diritto interno agli stati va rispettato altrimenti ci troveremo di fronte alla balcanizzazione dell’Europa.
Da qui parte poi l’appello o il rimprovero all'UE per non aver fatto capire ai catalani che non c’è aria per la loro indipendenza o per non aver cercato di favorire una mediazione tra le parti. Per molti, anche a sinistra, c’è l’esecrazione del comportamento della “guardia civil” ma in fin dei conti quando “ci vuole, ci vuole”.
Certo, anche parte dell’opinione pubblica italiana è convinta del “diritto alla autodeterminazione dei popoli”, sancita da accordi internazionali, ma, si sa, il “popolo” è una definizione un po’ sfuggente, spesso variabile come quella di nazione, e fin che non prende le armi non si è mai sicuri.
L’impressione è che la Catalogna, con la sua aspirazione storica ed economica, abbia aperto una questione irrisolvibile con le logiche della politica e del diritto attuale.
Ma è proprio così? Sicuramente, se continuiamo a considerare esistente una sovranità assoluta degli stati nazione ed una UE che non può far altro che prendere atto di essere solo una federazione di stati nazione. Quindi dai confini intoccabili.
Il XXI secolo tuttavia è ormai altro. Forse non ce ne siamo accorti ma alcune metamorfosi sono davanti a noi. Le sovranità politiche storiche sono scomparse e, là dove va bene, è rimasta un po’ di sovranità amministrativa. L’Unione Europea può sperare, a determinate condizioni, di poter ancora esprimere una qualche sovranità politica nel complesso del gioco globale.
Tutte le costituzioni dei singoli stati europei prevedono la possibilità di modificare i confini delle proprie istituzioni territoriali, regioni, comuni, distretti. E ne stabiliscono precise procedure, magari defatiganti come nel caso di Sappada per la loro realizzazione. E non dimentichiamo il Molise.
Perché non pensare che, se l’attuale confronto sul futuro della UE si concluderà con il fare di essa una vera sovranità politica (democratica) in grado di contare nel mondo, si debba considerare tutte le sue componenti interne nella loro prevalente funzione amministrativa, prendendo atto di ciò che già oggi è la realtà. Le nazioni non scompariranno di certo ma assumeranno un significato ben più importante sul piano sociale, culturale e formativo.
A quel punto ogni assoluta sovranità territoriale apparirà per quello che effettivamente è: uno sbiadito ricordo di un retaggio assurdo e spesso “criminale” del secolo passato.
Ci dovrà essere una Costituzione Europea e in essa, così come oggi per quelle relative ai singoli stati, la possibilità di modificare i confini delle istituzioni “amministrative” attraverso procedure democratiche e rispettose della volontà popolare.
Ragionando su questo terreno si aprono prospettive incredibili di saggezza territoriale che permetteranno di affrontare i problemi nella loro sostanza. La Catalogna potrà così diventare una “regione-stato” dell’UE, ma pure realtà trans nazionali come l’intero Tirolo potranno avere una loro collocazione non conflittuale.
E, per quel che riguarda il Friuli, anche Gorizia potrà pensare ad un suo futuro nella direzione di quanto da sempre la geografia e la storia indicano, lungo l’intero corso dell’Isonzo, il Collio ed il Carso.
Giorgio Cavallo - 3 ottobre 2017
Alcune migliaia di individui inquadrati in gruppi organizzati, vestiti di scuro, con il capo protetto da simil caschi, e armati con oggetti e dispositivi atti a fracassare quello che veniva a tiro sono stati visti in azione ieri a Barcellona e in tutta la Catalogna. Recavano una probabilmente falsa dicitura “guardia civil” sicuramente recuperata da venditori di ricordi del franchismo.
Hanno tentato di provocare disordini all’interno di pacifiche manifestazioni ma sono stati isolati dal servizio d’ordine dei manifestanti Oltre ai danni materiali si parla di centinaia di feriti curati negli ospedali e pronto soccorso della zona.
Qualcuno ha ipotizzato si trattasse di Black Bloc anarchici provenienti dall’estero, infatti parlavano un altra lingua, che la polizia non era riuscita a intercettare e fermare prima dell’arrivo in città. La notizia non è tuttavia attendibile.
Nessun procedimento giudiziario risulta in corso, nè si sa se qualcuno dei facinorosi sia stato arrestato.
Con la conferenza stampa del 25 febbraio 2017 il Patto per l’Autonomia ha commentato la proposta di legge per l’elezione della Camera dei Deputati allora all’esame del Parlamento.
In quella occasione ha posto all’attenzione della opinione pubblica alcuni problemi di discriminazione delle possibilità di rappresentanza delle minoranze linguistiche del F-VG sia nella legislazione in vigore che in quella proposta. Il Patto per l’Autonomia fece pure delle proposte emendative che potevano superare la situazione esistente. La stessa questione venne anche sollevata dalla Assemblea della Comunità Linguistica Friulana. Poi tutto si è bloccato quando la Camera dei Deputati votò l’emendamento che abrogava la legislazione speciale per il Trentino-Sudtirolo. Oggi alcune forze politiche ci riprovano ora con un testo che viene giornalisticamente chiamato Rosatellum 2 ma che noi preferiamo identificare come Truffaldellum2.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio... Si tratta di un mix di maggioritario e proporzionale, con valore doppio dei voti utilizzati dai vincenti nel maggioritario, quindi dilatando la rappresentanza delle liste più votate. Per quanto ci riguarda, nella sostanza in questo nuovo testo vengono modificate le norme per il Trentino-Sudtirolo confezionando un vestito che comunque salvaguarda la Sudtiroler Volkspartei, rimangono le specifiche disposizioni per la Valle d’Aosta, ma tutte le altre minoranze definite dalla L. 482/1999 vengono discriminate.
La posizione del Patto per l’Autonomia era chiara a febbraio e viene ribadita oggi. Al di là dei tecnicismi, la legge elettorale deve prevedere che vi sia una parità di trattamento tra i voti necessari per ottenere un seggio da parte dei partiti “italiani” e quelli che servono in una particolare regione per rappresentare le minoranze linguistiche che lì vivono. La questione riguarda certamente il Friuli-Venezia Giulia e la Sardegna. Il limite esistente del raggiungimento del 20% nelle Circoscrizioni regionali (oltre ad ambigue condizioni di dettaglio) è assurdo e discriminante: a suo tempo è nato unicamente per salvaguardare la SVP rispetto ad altri partiti della minoranza tedesca. La proposta Rosatellum-Truffaldellum 2 inoltre prevede per ogni regione, sia alla Camera che al Senato, collegi uninominali e plurinominali. Il numero e le dimensioni di questi collegi, a partire dal 1993, dovrebbe essere rapportati alle caratteristiche delle minoranze linguistiche presenti.
Purtroppo in F-VG questo è diventato un trucco per favorire la rappresentanza di una parte del territorio (in questo caso #Trieste) a scapito del resto. Anche ciò non può essere accettato in #Friuli e con adeguato emendamento si può rimediare, come dalle proposte del Patto elaborate a febbraio. C’è infine una novità clamorosa che mai prima le “aquile” romane avevano osato.
Il Truffaldellum 2 “omogeinizza” il meccanismo di elezione del Senato a quello della Camera affinché vi sia lo stesso risultato. Per poter accedere al riparto dei seggi nei collegi plurinominali del Senato è necessario superare determinate soglie di voto a livello statale (10% per le coalizioni e 3% per le liste singole), salvo il quasi impossibile risultato regionale per le minoranze linguistiche (20% o la vittoria in 2 collegi uninominali). Il tentativo di assimilare l’elezione del Senato a quello della Camera è del tutto contraria alla lettera ed al senso della Costituzione repubblicana che prevede per il Senato il dimensionamento regionale. E’ questa una violazione gravissima da parte del Truffaldellum 2 che il Capo dello Stato Mattarella dovrebbe immediatamente segnalare.
All’avvio in Commissione parlamentare sono stati presentati alcuni emendamenti secondo la logica di salvaguardia per le minoranze linguistiche ma pare che i 4 (PD, centristi, Forza Italia e Lega Nord) vogliano marciare spediti alla meta. Hanno fatto i loro calcoli. Ma hanno dimenticato che la Corte Costituzionale ha bocciato la legge in vigore nel 2013 per uno spropositato premio di maggioranza. Non ci siamo proprio. Con l’attuale proposta, applicata ad es. al risultato delle elezioni tedesche, la CDU-CSU della Merkel con il 30% dei voti avrebbe ottenuto il 54% dei voti.
Debora Serracchiani ha chiamato a raccolta ieri a Palmanova i resti delle sue truppe dopo quattro anni e mezzo di governo regionale devastante non solo per alcune scelte di gestione del territorio e delle sue necessità ma proprio nei confronti di chi precedentemente l’ha sostenuta e del PD in particolare.
Ancora una volta nessuna autocritica e, se il messaggio sulla riforma sanitaria riportato dal MV è vero, “è il nostro Obamacare che nessuno potrà modificare”, vuol dire che non è solo Facebook il luogo ideale delle “fakes”. E’ giusto motivare i propri fedeli ma non è corretto prenderli in giro.
Quella di Palmanova era una conferenza programmatica da costruire con il metodo di tanti piccoli tavoli di confronto: di questo i giornali non riferiscono ma speriamo che i militanti siano stati più saggi dei loro roboanti capi ed abbiano saputo anche analizzare gli errori del governo di questi anni e non solo esprimere i loro sogni.
Bolzonello ha dichiarato: “nel 2013 abbiamo trovato una regione devastata economicamente e politicamente”. E’ vero, di Tondo nessuno può avere nostalgia. Ma oggi la devastazione del bilancio regionale è sotto gli occhi di tutti. Almeno 1500 milioni di meno all’anni per i tagli del governo sulle entrate di competenza e misure di repressione della spesa. Un sistema di partiti italiani incapaci di cosruire prospettive ed alla ricerca spasmodica del consenso spesso in contraddizione con le proprie caratteristiche sociali e culturali.
Sembrerebbe che Debora Serracchiani abbia evocato la figura di S. Cecotti per verificarne la disponibilità ad un percorso comune dopo il muro contro muro del referendum costituzionale. Ma forse non ha capito che questa non è una delle tante guerriciole a sinistra ma rappresenta la necessità di un modo nuovo di difendere e costruire un futuro per il territorio del Friuli-Venezia Giulia.
Se vuole diventare credibile e forse un interlocutore di chi ha a cuore la prospettiva dell’autonomia regionale, Il PD può rompere con il soffocante sistema dei partiti politici italiani e diventare realmente una forza “socialdemocratica europea” al servizio delle necessità delle comunità e dei popoli che vivono in questa terra.
Il vice ministro De Vincenti ha affermato che “ D. Serracchiani ha già avviato la discussione per la stipula di un nuovo Patto con lo Stato che consolidi l’autonomia del territorio con il doveroso spirito dell’unità nazionale”. Vorremmo sapere quanti euro degli sproporzionati 7 miliardi portati via in questi ultimi 7 anni potranno tornare a casa anche per dare respiro ad un sistema economico distrutto proprio anche da questa esagerata contribuzione. E vorremmo anche capire se le competenze in materia scolastica di cui tanto si parla siano qualcosa di diverso dalla semplice gestione dello stipendio di insegnanti e bidelli.
La magistratura ha in questi giorni annunciato l’apertura di una inchiesta su molte operazioni (150) effettuate da Mediocredito FVG, particolarmente negli anni iniziali della grande crisi. In altre parole Mediocredito ha dato molti soldi a imprese che non li hanno restituiti. Pare soprattutto venete. I giornali si diffondono in particolari ma non danno le cifre complessive. Nella realtà si tratta di circa 300 milioni di euro di crediti deteriorati.
Questi crediti sono stati da poco “venduti” per circa il 15-20% del loro valore a società specializzate nel recupero dei crediti stessi. Il business di queste società è riuscire a recuperarli con “maniere legalmente forti”: in genere arrivano al 30-40% del valore grazie alla caccia dei beni di chi ha firmato le fidejussioni o da vendite di pezzi di impresa magari ancora appetibili, etc. La partita è quindi della dimensione di circa 90-120 milioni di euro. Così è il mercato. Non è certo possibile alcuna “pietà” per risvolti sociali.
La domanda spontanea è: le perdite di Mediocredito sono dovuta alla ineluttabilità della crisi che ha colpito il “nord-est” dopo il 2008, alla poca capacità degli istruttori nel valutare realmente le pratiche, o magari ad una leggerezza “guidata” nell’assumersi dei rischi che altri istituti di credito non volevano tra i piedi? Non sarà facile alla magistratura fare luce su questo aspetto e probabilmente dovrà limitarsi più alle vicende procedurali che a quelle sostanziali.
Ma il tema politico della “distruzione” del quasi unico strumento regionale di intervento sul sistema produttivo pesa come un macigno.
La parte di popolo Curdo arbitrariamente annessa allo stato iracheno ha potuto votare per la propria #indipendenza. Le logiche coloniali, storiche ed attuali, nulla hanno potuto nei confronti del diritto di un popolo ad esprimersi sul proprio futuro. Che in Irak esista uno stato democratico può essere oggetto di discussione ma molti danno per scontato che tutti gli stati europei sono democrazie. Che dire del governo centralista spagnolo che impedisce un referendum democraticamente indetto, nostalgia del Franchismo o paura della libertà di espressione. I popoli ed i territori che compongono la nostra Europa sono molti e non sempre corrispondono agli stati nazione attuali, l’Europa che vogliamo è quella dei popoli e delle loro diversità. Il patrimonio più prezioso dell’Europa è la diversità che deve essere confronto, e non scontro, quale stimolo migliore per lo sviluppo culturale ed economico di comunità, popoli, territori, liberi di decidere a casa propria, che scelgono spontaneamente di collaborare.
Il ruolo del porto di Trieste è una grande opportunità per tutta la regione ma solo se la Regione lo saprà governare in un’ottica di rilancio dell’intero territorio regionale. La presidente Seracchiani cita spesso la visione del “porto-regione” -elaborata peraltro in area friulana-, con lo scopo di dimostrare che oggi, un porto internazionale, non può essere inteso come un settecentesco porto-città ma come un porto dai complessi legami infrastrutturali, logistici, produttivi e di governance con sistemi territoriali vasti alle volte come grandi regioni.
Tuttavia le politiche del porto di Trieste, soprattutto dopo il rilancio del punto franco, rimangono “settecentesche” e rischiano di diventare sempre più politiche centrate sulla sola città di Trieste! Anche l’Autorità portuale, che è diventata “di sistema”, è sempre e solo incentrata su Trieste. E, di un tanto, il caso Seleco è solo una prova che più evidente di così non si poteva.
Va detto chiaramente, o il porto viene inteso e governato come “porto-regione” e, quindi, con indirizzi strategici ed attuativi che siano in capo alla Regione (l’attuale Titolo V della Costituzione afferma la concorrenza, tra Stato e Regione, sulla materia dei “porti e grandi reti di trasporto”) o il punto franco rischia di trasformarsi in un boomerang, prima per il Friuli e poi per Trieste stessa perché non potrà assolvere, contemporaneamente, a due ruoli in conflitto tra di loro e cioè punto franco e capitale regionale. Ma, in fin dei conti, si trasformerà in un boomerang per l’esistenza stessa dell’intera regione.
La Regione, quindi, intervenga subito e non a chiacchiere, con un disegno di governo della portualità e delle logistica che riequilibri, integrandolo e rilanciandolo, tutto il complesso di funzioni che definiscono e generano il “porto-regione”, compresi i ruoli di Monfalcone e Porto Nogaro. Inoltre, gli interporti di Cervignano e di Pordenone, la ferrovia Pontebbana e tutta la rete stradale friulana non siano intese solo come un “retroporto” inerte di sole infrastrutture “di servizio”.
Il livello va alzato e spostato dal piano economico e infrastrutturale a quello logistico, politico e giuridico: il “porto-regione” deve diventare un quadro unitario atto a rilanciare la regione nel suo complesso. Ma intanto, la vicenda dimostra come il destino della Regione sia oggi in mano ad apprendisti stregoni pronti a farne strame per obiettivi spesso personali e dimostra, infine, come vada al più presto “riscritto” il Patto che lega tra di loro i territori della Regione.
Nel Kurdistan iracheno si è già votato. Affluenza intorno al 70%, i si all’indipendenza al 95%. L’Irak non riconosce la legittimità del #referendum ma la cosa è piuttosto ininfluente. Il potere territoriale dei curdi iracheni è forte, così come le relazioni estere e soprattutto la ricchezza petrolifera. Il vero problema è che i curdi (30 milioni) stanno anche nella ex Siria, con il controllo di un ampio territorio autogovernato, “Rojava”, in una parte minore dell’Iran, e soprattutto in #Turchia (10 milioni). Tra le componenti curde delle diverse parti non c’è unità politica, ma è sempre presente il sogno di uno stato nazione curdo che le grandi potenze non hanno voluto alla fine del primo conflitto mondiale. Risolvere “diplomaticamente” la questione curda in medio oriente sarà quindi molto complicato. In Catalogna il referendum sull’indipendenza deve ancora farsi. Il governo spagnolo, a norma della costituzione, lo considera illegittimo e sta usando ogni mezzo per impedirlo. L’aspirazione alla indipendenza dei catalani fino a poco tempo fa non era maggioritaria (tra il 20 e il 30%) e non aveva un preciso fronte politico di riferimento. L’iniziativa popolare ha convinto alcuni partiti politici ad approfittarne, soprattutto per dare forza alla trattativa con Madrid per un riequilibrio di poteri e risorse finanziarie alla Catalogna. Ma l’ottusa risposta del governo centrale e una impetuosa crescita “top down” dell’istanza indipendentista ha ribaltato il tavolo.
Oggi soluzioni di mediazione sembrano quasi impossibili. E la questione, ancor più di quanto è avvenuto per la #Scozia, sta massacrando l’Unione Europea, incapace di concepire qualcosa di più che un insieme di stati nazione immobilizzati dagli Accordi di Helsinky del 1975. Il #Veneto (e la #Lombardia) andrà al voto referendario il 22 ottobre. Non chiede l’indipendenza ma di applicare seriamente il titolo V della Costituzione italiana per quanto riguarda poteri e risorse al territorio. Probabilmente non siamo molto lontani da quanto chiedeva all’inizio la Catalogna. I riferimento storici sono però del tutto differenti. La #Catalogna è diventata suo malgrado parte dello stato spagnolo ed ha sempre evidenziato le proprie differenze storiche e linguistiche. Il Veneto ha avuto il ruolo di un elemento fondante dello Stato nazione italiano, sia come geografia che come lingua. Ma questa differenza permette ancora più di valorizzare la modernità della questione veneta (e lombarda). Depurata da romanticismi e sentimentalismi è una chiara questione di “schei” e permette di mettere in evidenza la differenza di un punto di vista territoriale sui temi del governo del territorio, dell’economia e della socialità, non più gestibili dalla concezione centralizzatrice dello stato nazione Italia. Il ruolo dello stato nazione non riesce più ad essere quello di una redistribuzione di risorse tra territori e quindi di riequilibrio di differenze, ma è ormai identificabile come quello di una macchina dissipatrice che gira a vuoto. La questione del Nord #Veneto e #Lombardo, ma anche dell’Emilia, è tutta qui. Speriamo che la lezione politica che verrà tratta da questo referendum non si traduca in una farsa a causa delle ambiguità che sono ormai il “marchio di fabbrica” delle forze politiche italiane. Un PD che invita a votare si dopo essere stato il perno di una centralizzazione statalista con la proposta di riforma della Costituzione. Ed una Lega (Nord) che da un lato presenta Zaia come campione riconosciuto dell’autonomismo e dall’altro tuona con Salvini per conquistare ad un neo sovranismo italico anche il sud, assieme ai Fratelli vetero nazionalisti.
E’ bene che il #Friuli e #Trieste guardino con serenità e simpatia a quanto sta avvenendo ad ovest ma sappiano rivendicare in pieno le proprie differenze. E, per salvaguardare la propria salute, comincino seriamente a liberarsi del sistema politico italiano.
Giorgio Cavallo

Dopo le prime notizie dei giorni scorsi, oggi la certezza. Il PICCOLO di TS spiega la decisione della proprietà del marchio SELECO, a suo tempo storica azienda produttrice di televisori ed elettronica nata a PN dalla Zanussi e con un importante stabilimento anche a Campoformido, di collocarsi in un Punto Franco del Porto di Trieste per un suo rilancio produttivo. Nei mesi passati c’erano stati degli accordi per una riapertura a Vallenoncello ma oggi la scelta è diversa.
A Pordenone non l’hanno presa bene anche perchè la sua nomenclatura, a partire da Agrusti e Ciriani, uno scherzo simile se lo sarebbero aspettato dagli udinesi e non certo dai triestini. Va detto che il Punto Franco permette ad una attività produttiva di ricevere merci semilavorate dall’estero, lavorarle ed assemblarle, e poi rispedirle all’estero in totale esenzione doganale e senza che lo stato italiano metta il becco nei risvolti finanziari. Probabilmente nel settore dell’elettronica e del digitale questo è un grosso vantaggio.
Ma se questo avviene a spese del settore produttivo regionale non ci siamo proprio. Dopo la questione della Camera di Commercio questo è il secondo sgarbo che viene fatto a PN. Nell’insieme un ulteriore brutto segnale per una Regione che deve cominciare a capire che il rispetto dei territori è un suo dato costitutivo e non un opzional.
Piccinin Edi – Sindaco di PASIANO DI PORDENONE (PN), Vaccher Christian – Sindaco di FIUME VENETO (PN), Mario Della Toffola – Sindaco di POLCENIGO (PN), Andrea Attilio Gava – Sindaco di CANEVA (PN), Clarotto Lavinia – Sindaco di CASARSA DELLA DELIZIA (PN), Leon Michele – Sindaco di SAN GIORGIO DELLA RICHINVELDA (PN).
La necessità di rinnovare il sistema di organizzazione dello Stato e, in particolare, delle Autonomie Locali è un dato di fatto che deriva direttamente dalla situazione economica oltre che dalla volontà di offrire nuovi servizi e opportunità ai cittadini. In questo processo di cambiamento ed evoluzione dell’organizzazione delle Autonomie Locali è comunque opportuno rilevare che a livello regionale i Comuni, principali protagonisti della riforma, hanno, nella attuale fase di avvio, diversità profonde sia dal punto di vista dello spazio geografico che nelle risposte organizzative individuate nel tempo. Infatti, è del tutto palese la complessità di un territorio che va dal mare alla montagna, nella distanza di poco più di 100 chilometri, e la capacità autonoma di costruirsi delle soluzioni amministrative distinte portata avanti nel tempo. Pertanto, immaginare un reticolo normativo che inquadri e imponga una soluzione omogenea comporta rilevanti criticità che possono essere risolte solo consentendo una reale flessibilità. La forza principale dell’organizzazione attuale degli enti locali sta nella vicinanza, garantita dalla figura del Sindaco e degli altri amministratori comunali, ai fruitori dei servizi. L’amministratore locale rappresenta un’interfaccia per il cittadino con la pubblica amministrazione che consente un effettivo controllo sui servizi erogati messa in discussione dalla creazione di un ente molto più grande che svuoterebbe di significato il concetto di prossimità attribuendo valore centrale alla struttura burocratica che sfugge al controllo diretto dell’utente. Il processo di cambiamento delle Autonomie Locali, incardinato con la riforma costituzionale, che porterà alla chiusura delle Province, già anticipato in Friuli Venezia Giulia, impone l’individuazione di soluzioni concrete per la gestione delle tematiche di area vasta. La scelta di prevedere un percorso obbligato per tutti i Comuni, con la programmazione calendarizzata delle attività e dei tempi di applicazione della riforma introdotta con la legge regionale 26/2014, e la contrapposizione politica che essa ha avuto, con metodi e forme forti di contrarietà, hanno portato a uno slittamento dell’effettiva attuazione e nascita delle Unioni Territoriali Intercomunali. In una fase di stallo, come quella in cui ci troviamo, ci preme avanzare delle proposte di rimodulazione di alcuni punti della riforma al fine di favorire un dialogo che porti alla ripartenza del processo rinnovatore, mantenendo fisso l’obiettivo finale di riorganizzare la struttura del sistema delle Autonomie Locali, ma aggiornandola alle effettive necessità di buona amministrazione e di ampliamento qualitativo e quantitativo dei servizi per i cittadini, oltre ad avere un compito per lo sviluppo di territori più estesi del singolo comune. Rispetto ai contenuti della riforma prevista con la legge regionale 26/2014, alcune premesse chiarificatrici sono opportune: Deve essere chiara l’irreversibilità del processo in corso: un ente che compie determinate scelte non potrà più ritornare sui suoi passi. È opportuno che nasca un ente di secondo livello autonomo e con una sua personalità giuridica. Vi sono dei servizi che devono essere gestiti insieme, per motivi legati alla convenienza di sviluppare delle strategie condivise in ragione dell’interdipendenza tra tutti gli enti interessati (esempio la pianificazione sovracomunale del territorio) o per l’alto potenziale di risparmio che potrebbe derivare dalla gestione aggregata in ragione delle economie di scala (gestione del personale). Rispetto ai contenuti della riforma prevista con la legge regionale 26/2014, alcuni punti fondanti sono vissuti con grande difficoltà: L’obbligatorietà di individuare per tutti i Comuni raggruppati nelle UTI dei servizi/funzioni da gestire direttamente o per tramite dell’UTI stessa quando ci sono enti che, per dimensione od organizzazione, possono garantire una buona gestione degli stessi e, al contrario, la loro esternalizzazione potrebbe peggiorarne le performance. Le tempistiche troppo strette nell’avvio delle procedure anche in ragione dell’assenza di omogeneità dei servizi informativi (software diversi e assenza di connessione diretta tra i comuni). L’impossibilità a che un Comune decida di rimanere fuori dalle UTI se ha una determinata dimensione territoriale e di popolazione (ad esempio potrebbero essere i Comuni con più di 10.000 abitanti). La funzione puramente di coordinamento dei subambiti. Grandi incertezze in merito alle disponibilità del personale necessario a far partire le funzioni associate o all’eventuale assunzione di nuove figure non presenti in pianta organica dei Comuni interessati alle singole UTI. Le proposte avanzate partono dal presupposto di adeguatezza che una riforma troppo “rigida” nei suoi schemi sacrifica insieme a un’effettiva gradualità. In sintesi si propone di: Consentire che all’interno di ciascuna UTI non tutti i servizi siano gestiti da parte di tutti i Comuni coinvolti, prevedendo anche che alcuni Comuni possano continuare a farlo in via autonoma senza alcuna penalizzazione né dichiarata né celata nella riforma della finanza locale e dei conseguenti trasferimenti. Potrebbe altresì essere previsto che non vi siano servizi o funzioni gestiti in forma autonoma al di sotto di un certo numero di abitanti o che, anche se non raggiungono il numero minimo di abitanti, siano almeno un certo numero di Comuni a farlo. Con riferimento al punto precedente anche i subambiti potrebbero assumere un ruolo significativo e tangibile con una quantificazione puntuale di risorse assegnate e una forma organizzativa propria, questo permetterebbe ad alcuni Comuni, che sono pronti a un’integrazione maggiore, a poter procedere in tempi più spediti. Si potrebbe stabilire a priori gli obiettivi di budget sui quali misurarsi sull’efficacia della riforma in chiave di risparmi da produrre. Rivedere le funzioni assegnate attraverso una maggiore flessibilità e autonomia decisionale interna alle singole UTI. I principi ispiranti sono l’adeguatezza e la sussidiarietà, con lo sfruttamento delle economie di scala soprattutto sul piano dei servizi generali in capo alle UTI mentre le prestazioni dirette rimarrebbero in capo ai Comuni. Auspicabile è altresì la salvaguardia della possibilità di convenzionarsi per alcune funzioni che non sono obbligatoriamente gestite in UTI e che i Comuni potrebbero comunque voler gestire assieme. Le convenzioni restino strumento valido anche per i Comuni che non aderiscono a una UTI. Con riferimento a tale dirimente questione si propone la seguente distribuzione tra Comuni e UTI. FUNZIONI IN CAPO ALLE UNIONI TERRITORIALI INTERCOMUNALI Ambito socio assistenziale Pianificazione intercomunale Progettazione europea Gestione autorizzazioni ambientali e attività di controllo delle stesse Gestione e formazione del personale Avvocatura e ufficio legale Centrale unica di committenza Sportello unico attività produttive Gestione dell’informatizzazione, sia in termini hardware che software, con la creazione di un sistema di georeferenziazione uniforme Controllo di gestione Gestione del marketing territoriale e, in particolare, dell’incoming turistico Polizia locale (corpo unico ma gestito in sub-ambiti omogenei) FUNZIONI IN CAPO AI COMUNI CON POSSIBILITA' DI GESTIONE IN FORMA ASSOCIATA SU BASE VOLONTARIA IN RAGIONE DEI PRINCIPI DELL’ADEGUATEZZA E DELLA SUSSIDIARIETÀ Area tecnica (Opere pubbliche, edilizia privata e urbanistica) Tributi Protezione civile (Va prestata attenzione alla circostanza che è un servizio dipendente dal volontariato e sul quale le leve decisionali della pubblica amministrazione non incidono o incidono marginalmente) Servizi bibliotecari (possono però esserci delle aggregazioni sovracomunali diverse e su base più ampia, anche per preservare le sinergie e gli importanti investimenti che nel tempo sono stati realizzati dai sistemi bibliotecari esistenti) Sportello energia e politiche collegate FUNZIONI IN CAPO AI COMUNI Ragioneria Servizi scolastici Cultura Infine, si pongono due ulteriori temi di riflessione. L’opportunità di far coincidere gli esercizi amministrativi dei Comuni, dal 1° gennaio al 31 dicembre, con quelli del nuovo ente, e cioè far partire la vita amministrativa delle UTI con il 1° gennaio 2017 anche in considerazione della difficoltà di gestione dei bilanci previsionali 2016 dei Comuni, che ancora non prevedono trasferimenti e flussi finanziari verso Unioni). La previsione di non riconoscere un’indennità al Presidente del UTI rappresenta un’ulteriore riduzione della forma democratica di controllo dell’ente, in quanto si dà maggiore possibilità di conduzione dell’ente in capo agli amministratori dei Comuni più popolosi che, vista la differenziazione delle indennità, possono garantire in via preferenziale la possibilità di ricoprire tale ruolo. La soluzione potrebbe essere il riconoscimento al Presidente dell’UTI di un’indennità pari a quella prevista per il sindaco del Comune con maggior popolazione. Tale compenso sarebbe a carico dell’UTI ma al netto di quanto al sindaco nominato presidente competerebbe per il ruolo che ricopre nel proprio comune che rimarrebbe a carico di quest’ultimo. Rimanendo a disposizione per approfondire i contenuti delle proposte avanzate e per un costruttivo confronto, anche mediante un tavolo di lavoro, si porgono cordiali saluti.