120 ML: LO SCONTICINO SUL SALASSO CHE STA DISSANGUANDO LA REGIONE
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Patto per l'Autonomia | Pat pe Autonomie | Pakt za Avtonomijo | Pakt für die Autonomie
Consegnate le firme raccolte, il nuovo partito competerà in tutti i collegi. PATTO PER L’AUTONOMIA in lizza per le politiche
Dopo tanti anni i cittadini del Friuli Venezia Giulia avranno l’occasione per dare il loro consenso a un movimento che ha l’ambizione di rappresentare i loro interessi, e non quelli di partiti che sono legati mani e piedi a Roma e non si fanno scrupolo a catapultare “visitors” umiliando i loro stessi rappresentanti sul territorio.
Alle elezioni politiche del 4 marzo sarà infatti presente anche il Patto per l’Autonomia, una forza trasversale nata dall’iniziativa di sindaci ed amministratori e apertasi poi a molti esponenti della società civile, che vuol difendere e rilanciare la specialità del Friuli Venezia Giulia rispondendo alle esigenze di autogoverno delle comunità regionali. Stamani il presidente del Patto, il sindaco di Valvasone Arzene Markus Maurmair, ha depositato in Corte d’Appello a Trieste le firme raccolte per la presentazione delle liste che correranno in tutti i collegi della regione.
“Crediamo – sostiene Maurmair - che i cittadini non si lasceranno sfuggire l’occasione di scegliere persone competenti che sono espressione della loro terra e della loro gente. Candidati al di fuori dei giochi di quei partiti che, con il marasma di questi ultimi giorni, fatto di nomi depennati o imposti da Roma o Milano, hanno dimostrato tangibilmente che a comandare in Friuli Venezia Giulia non sono coloro che sono stati eletti, ma le segrete segreterie a cui rispondono”.
“Se vogliamo cambiare realmente le cose deve nascere anche in Friuli Venezia Giulia un partito territoriale radicato con testa e cuore in regione, che vada a rinegoziare i patti con lo Stato che stanno di fatto svuotando finanziariamente la nostra autonomia”. Per questo molti cittadini hanno ritenuto di dover dare il proprio sostegno a un nuovo soggetto politico come il Patto, che vuole interpretare questo ruolo come “una proposta seria e alternativa che già sta facendo presa, specie tra chi è stufo di una politica che non lo rappresenta più”.
I nostri candidati all'UNINOMINALE:
- Camera collegio di Trieste
ERIKA FURLANI
- Camera collegio di Gorizia
LUCIA PERTOLDI
- Camera collegio di Udine
DIEGO NAVARRIA
- Camera collegio di Codroipo
MASSIMO MORETUZZO
- Camera collegio di Pordenone
MARKUS MAURMAIR
- Senato collegio di Trieste
ELISABETTA BASSO
- Senato collegio di Udine
TULLIO AVOLEDO
Liste del PLURINOMINALE
- Camera
MARKUS MAURMAIR
ROSSELLA MALISAN
FEDERICO MONTI
ERIKA FURLANI
- Senato
FEDERICO SIMEONI
MIRIAM CAUSERO
ANDREA VENIER
TIZIANA TELLINI
#PattoPerlAutonomia #SonoSpecialeVotoIlPatto #Grazie
LASZLO MOHOLY NAGY, IL VISIONARIO
Ubaldo Muzzatti
C’è un film che tutti dovrebbero vedere, non solo perché è splendido, ma perché contiene un messaggio importante. È Dunkirk, diretto da Christopher Nolan. Il film racconta il momento forse più tragico della storia inglese, quando i superstiti del corpo di spedizione britannico in Francia, assediati dalle truppe naziste, si ritrovano bloccati sulla spiaggia di Dunkerque, inermi sotto gli attacchi dei bombardieri e dell’artiglieria nemica. È il giugno del 1940: niente pare poter più fermare le armate di Hitler. L’Inghilterra è rimasta sola a fronteggiarle. Il parlamento è disposto a trattare col nemico, ad arrendersi. Tutto sembra perduto. Ma in quel momento, dal profondo dell’abisso, il popolo inglese ha un sussulto d’orgoglio, rifiuta di piegarsi. In una mobilitazione generale, in uno slancio collettivo senza precedenti, una flotta improvvisata di navigli e barche d’ogni tipo salpa dalle coste britanniche e raggiunge la spiaggia assediata di Dunkerque, riportando in patria 338mila soldati. L’Inghilterra non si arrenderà, e cinque anni più tardi festeggerà il V-Day, il giorno della vittoria sul nazismo. Vorrei che ogni cittadino della mia regione si ispirasse a quell’episodio della storia, a quel momento in cui tutto sembrava perduto e che rappresentava invece l’inizio della strada verso la libertà. Il nostro Paese oggi vive un momento simile. Ci dicono che c’è la crisi, e che se vogliamo sopravvivere dobbiamo arrenderci alla globalizzazione, alla resa sul fronte del lavoro, all’abbandono degli standard di assistenza a cui siamo abituati. Sappiamo benissimo che sono dei bugiardi: che altri Paesi, e persino altre regioni del nostro, sono già usciti o stanno uscendo dalla crisi, perché hanno saputo adottare modalità di governo virtuose, tagliando gli sprechi e combattendo la corruzione. Dimostrando di governare bene con i fatti, insomma, e non con vuote parole. Sappiamo benissimo che la crisi non si combatte tagliando la sanità e le infrastrutture e tassando oltre ogni limite di decenza le regioni virtuose, ma riducendo lo sperpero del denaro che finisce inghiottito da corruzione e interessi clientelari, sprecato per opere senza senso, spesso lasciate incompiute. Sappiamo che la gestione dei migranti non è quell’impresa titanica che vogliono farci credere: è qualcosa che potrebbe essere affrontato facilmente, con onestà e concretezza e con un serio impegno, come avviene in altri Paesi europei. Sappiamo che ricostruire le zone distrutte da un terremoto si può fare. Lo sappiamo per esperienza diretta. Basta solo impiegare meglio il denaro stanziato, evitare che le mafie o i politici corrotti lo incamerino a nostre spese. Perché i soldi, nonostante la crisi che i governi invocano a giustificazione della loro incapacità, continuano ad essere sprecati, un fiume in piena di denaro spremuto dalle nostre tasche semivuote per entrare in quelle dei delinquenti. Sul campo restano i disastri operati dalle loro malefatte. Dopo il terremoto in Emilia-Romagna del 2012, un giornalista televisivo chiese in diretta a un uomo che vagava fra le rovine della sua azienda distrutta: “Cosa chiedete allo Stato?”. E quello rispose, piangendo: “Che ci lasci in pace”. Credo che quelle cinque parole siano il De Profundis per un modo di governare che è giusto venga sepolto con un paletto di frassino nel cuore e che è indecente veder riproporre alle prime elezioni libere dopo tanti anni di disastrosi governi “tecnici”. Per questo ho dato tutta la mia disponibilità e darò il mio cuore alla causa del Patto per l’Autonomia. Per questo, tra le risate di chi dice che non ce la faremo, che non possiamo farcela, dico con orgoglio che possiamo farcela e ce la faremo, perché la nostra è la causa giusta, e le colpe dei nostri avversari sono sin troppo evidenti. Ognuno di noi interroghi il proprio cuore e valuti da che parte stia la ragione e da quale il torto, da quale un passato senza futuro e da quale un domani migliore, per noi e per le generazioni che verranno. Guardate il modo arrogante in cui si spartiscono incarichi e nomine, come feudatari medievali, contando i vostri voti come se fossero già loro, come se non aveste una vostra volontà, una vostra dignità. È giunto il tempo – ora o mai più – di riprendere nelle nostre mani le redini del governo. Cominciando da qui, dalla nostra terra, che conosciamo bene, che amiamo e siamo benissimo in grado di amministrare e far rifiorire da soli, a patto che lo Stato ci lasci in pace. Chiediamo autonomia nelle scelte su come utilizzare la ricchezza che produciamo, con fatica, con onestà, con orgoglio. Chiediamo autonomia nella gestione della scuola, della sanità, dei beni comuni. Chiediamo di non essere più amministrati da proconsoli delle segreterie di partito romane e dai manager incapaci a cui danno delega. Chiediamo ci sia riconosciuto il diritto di ricominciare, di progettare sulla base delle nostre vere esigenze, di ricostruire. Rivogliamo indietro il nostro futuro, e lo vogliamo ora, e lo chiederemo con forza nel giorno delle elezioni nazionali e nel giorno delle elezioni regionali e in ognuno dei singoli giorni che verranno. Non ci stancheremo mai di lottare. Ci aspettiamo che ognuno faccia la sua parte, tra noi e con noi. Il vostro voto non è una piccola cosa. Il vostro voto, assieme a quello delle persone che convincerete a votare per noi, è una delle migliaia di barche che riporteranno in patria un esercito imbattuto e pronto a conquistare la vittoria. Con la nostra regione bloccata sulla spiaggia di Dunkerque da chi pensa di averci già battuti, e sorride di noi, chiediamo a ogni uomo e donna di buona volontà di aiutarci, con il suo voto, a togliere quel sorriso di superiorità dalle facce dei nostri avversari, e a trasformare un assedio in una gloriosa vittoria.
Chiedo alla mia regione di ritrovare lo spirito d’un tempo, quello che tante volte, in passato, le ha consentito di sollevarsi dalle macerie. Chiedo alle donne e agli uomini della mia regione di essere con noi, di credere in noi. Perché l’ora più buia è quella che precede la luce.

Lo diciamo forte, così che capiscano tutti.
Lo diciamo il giorno dopo che l’on. Roberto Morassut del PD ribadisce che il suo partito vuole le macroregioni.
Lo diciamo rileggendo la proposta di legge 862 del Gruppo Parlamentare di Forza Italia.
Lo diciamo ricordando le ondivaghe dichiarazioni di Salvini e dei Grillini (alias 5 stelle) su questo tema.
L’autonomia, vera, speciale, del Friuli – Venezia Giulia è il presupposto indispensabile per immaginare un futuro migliore per le nostre Comunità, per ricostruire spazi di autogoverno, per riportare l’economia al servizio delle persone e non della finanza globale.
Lo dice la nostra Storia, lo dicono le lingue che si parlano nei nostri territori, lo dicono i risultati straordinari che abbiamo ottenuto, ad esempio, nella gestione della Sanità e della Protezione civile; poi è arrivato il doppio renzismo di Tondo (Renzo) e di Serracchiani (vice Renzi) e rischiamo di mettere tutto in discussione.
C’è un’unica strada per difendere con certezza la nostra Specialità e si chiama Patto per l’Autonomia.
Tutto il resto è noia.
L’approvazione del Bilancio dello Stato con la Legge 205/2017 ha di fatto chiuso la partita finanziaria attuale con la Regione autonoma F-VG modificando l’art.49 dello Statuto di autonomia e mantenendo in piedi tutta la normativa che impone alla regione contribuzioni per il risanamento dei conti pubblici e per la riduzione del debito pubblico superiori al miliardo di euro. L’attenzione della pubblica opinione regionale è attualmente rivolta alla interpretazione del significato dei commi dal 817 al 827 dell’art.1 della Legge 205/2017 che stabiliscono la nuova platea di partecipazione regionale alle entrate erariali, il cambiamento della modalità di riscossione su IRPEF, IVA e IRES passando dal riscosso al “maturato” nel territorio regionale, nonché l’abrogazione di alcune leggi di contribuzione dello Stato a Regione ed Enti Locali a compensazione del maggior prevedibile introito della Regione sulla base del “maturato”. Qualche forte dubbio rimane sull’effetto futuro delle nuove aliquote di compartecipazione e dell’universo delle tasse contemplate. In un momento dove tutti parlano di ridurre il peso fiscale generale e in previsione di una crescita economica ridurre l’entrata regionale IVA (che è quindi l’unica gettito che dovrebbe aumentare) dal 91% al 59% non sembra il massimo della vita.

Comunque per ora cambia tutto ma i totali per il 2018 dovrebbero essere invariati. A questo si aggiunge un “dono” apparente di 120 milioni di euro quale sconto dei versamenti regionali per il 2018 e 2019 sul Patto Tremonti-Tondo poi Padoan-Serracchiani originariamente di 370 milioni, poi diventati 250-270 negli anni 2015-2017 e ritornati 370 nel 2018 per mancanza di trattativa di rinnovo dello sconto. Il giro sembra vorticoso ma parliamo sempre della stessa cifra. Tra i commi citati c’è però un elemento turbativo. Per poter applicare i nuovi parametri di partecipazione erariale e la nuova serie di entrate fiscali è necessaria la predisposizione da parte del Governo di un Decreto Legislativo delegato (ai sensi dell’art.65 dello statuto regionale) che definisca i criteri con cui si valuta il “maturato” al posto del riscosso per alcune tasse già citate. Questa norma di attuazione è necessaria per i nuovi calcoli che comportano un esubero di esborso dello stato rispetto al modello di calcolo in vigore fino al 2017 (la cifra indicata è di 88,3 milioni di euro). La legge 205/ 2017 prevede che questa norma di attuazione debba entrare in vigore entro il 2018. E’ evidente quindi che la definitiva legge di Bilancio per il 2018 della Regione F-VG si potrà fare solo a norma di attuazione entrata in vigore. Nel frattempo si potrebbe comunque fare una variazione di Bilancio per utilizzare i 120 milioni dello sconto ma non si potrebbe dimenticare di inserire anche le minori entrate di almeno 88,3 milioni di euro determinata dalle norme statali di perequazione rispetto alla previsione del maturato e già entrate in vigore anch’esse a seguito della L. 205/2017. Se vuol fare una bella variante elettorale di spesa Debora Serracchiani deve perciò rapidamente far approvare da un Governo in ordinaria amministrazione il Decreto Legislativo della norma di attuazione relativa ai criteri di calcolo del “maturato” ed è evidente che, se per caso ci fosse qualche elemento utile più alla regione che allo Stato, meglio subire e portare a casa il tutto che regalare la variante al futuri “padroni” della Regione. La frittata per questo anno è fatta e mangiarla calda o fredda non cambierà molto. Ma non sarebbe male evitare di farci abbindolare dallo specchietto per le allodole dei 120 milioni e far capire a Roma che il clima dei rapporti tra Stato e Regione non potrà in futuro avere il senso di sudditanza distruttiva di questo decennio.
Giorgio Cavallo, gennaio 2018
Caro anno ti scrivo... È l’ora di svegliarci dal torpore: «Cari lettori, a 60 anni ho capito che i desideri non si realizzano da soli ma bisogna darsi da fare perché diventino realtà» «Ogni singolo individuo può partecipare al cambiamento: una moltitudine di gocce d’acqua unita dà vita all’oceano»
Caro 2018, non ti scrivo un bel niente. Perché sei solo una misura del tempo, uno di quei trucchi che noi umani ci inventiamo per misurare la realtà. Mica si scrive ai metri, o ai litri. Perché, allora, dovrei scrivere a un anno? Scrivo invece ai lettori di questo giornale. Scrivo per raccontarvi il mio sogno per l’anno che verrà. A 60 anni ho ormai imparato che i desideri non si realizzano da soli. Che devi darti da fare, se vuoi che diventino realtà. Il mio desiderio per il 2018 è che gli uomini e le donne di buona volontà si sveglino dal torpore e decidano di riprendere in mano il loro destino. Si sente spesso dire «cosa può fare un individuo solo? Come può pensare di cambiare le cose? È come lottare contro i mulini a vento». A queste obiezioni rispondo con due battute di dialogo dal libro di David Mitchell, Cloud Atlas. «Qualsiasi vostra azione – dice un personaggio, per convincere un altro a desistere dal battersi contro la tratta degli schiavi – non sarà che una singola goccia in un oceano sconfinato». Ma l’altro risponde, sereno: «E che cos’è l’oceano, se non una moltitudine di gocce?».
In un mondo come il nostro, ognuno di noi può sentirsi così, un’insignificante goccia tra miliardi di gocce. Può provare un senso d’impotenza, di sconforto. Ma l’oceano è fatto di gocce. Ogni nostra azione ha riflessi sulle vite di altre persone, ogni nostro pensiero pronunciato ad alta voce innesca un processo di comunicazione che può portare a grandi cambiamenti. E il cambiamento che mi auguro per il 2018 è che il nostro Paese – e il Friuli per primo – ritrovino dignità e onestà.
A chi rimpiange il mondo del passato, un mondo povero di beni materiali ma ricco di dignità e di interazioni personali, faccio presente che la dignità non ti viene da fuori, dagli altri. La dignità - quella vera - nasce dentro di noi. Si può essere poveri, infermi, maltrattati dalla vita, ma essere grandi nella dignità. Un esempio nobile e commovente ce l’ha dato il poeta Pierluigi Cappello, la cui vita è stata una parabola luminosa di come l’anima possa superare ogni difficoltà terrena. Ma Pierluigi era un santo. Noi siamo uomini normali. La nostra forza viene dall'unione con gli altri. Il mondo d’oggi, il neofeudalesimo imposto da chi ci comanda, non a caso tende a favorire il nostro isolamento. Magari abbiamo (o crediamo di avere…) centinaia di “amici” su Facebook ma non sappiamo chi viva nell'appartamento accanto al nostro. Trascuriamo la politica, perché “tanto non si può cambiare niente”. Pensiamo, ben che vada, al nostro lavoro, alla famiglia, alla nostra casa, e intanto lasciamo che il mondo intorno si deteriori e s’incanaglisca. Abbiamo ormai delegato tutto ai manager, di ogni tipo. Se potessimo, la nostra pigrizia affiderebbe a loro anche il compito di pensare per noi.
I manager amministrano le imprese, le banche, la politica. Non hanno timore di farlo, perché non fanno parte della comunità su cui le loro decisioni impattano. Non sono guidati dalla ricerca del benessere sociale o della giustizia, ma solo dall'ingordigia, loro e delle entità che rappresentano, siano esse una multinazionale o un governo. Quando li vediamo, quando li sentiamo parlare, risultano spesso evidenti la loro incompetenza e la loro disonestà, eppure deleghiamo a loro le scelte che decidono delle nostre vite, del nostro futuro. Io mi auguro che il 2018 faccia piazza pulita di tutto questo.
Chiedo a chi mi sta leggendo di convincersi che noi, e solo noi, possiamo cambiare il mondo. Per la nostra Regione, le prossime elezioni non sono un’occasione qualunque: rappresentano l’ultima possibilità di cambiare le cose, di fermare il degrado prima che si trasformi in collasso. È l’ultima chiamata per tutti gli uomini e le donne di buona volontà perché escano dal guscio del privato e s’impegnino in politica. Anni di governi “tecnici” hanno distrutto il Paese. Le fabbriche chiudono, i pezzi più pregiati della nostra realtà produttiva sono stati svenduti a multinazionali straniere. La ripresa di cui si riempiono tanto la bocca non c’è o, se c’è, non è certo per tutti. Il degrado dell’ambiente e della convivenza sociale si respirano, si toccano. Aria e acqua sono contaminati, il suolo viene sprecato. Il divario tra chi ha e chi non ha diventa di giorno in giorno più grande. Per la prima volta dagli anni ‘70 la nostra regione è tornata, tristemente, a essere terra di emigrazione.
A livello nazionale non sembriamo più in grado di fare nulla: né di realizzare infrastrutture decenti, né di ricostruire i paesi devastati dalle calamità naturali e nemmeno di accogliere in modo civile i profughi che lasciamo entrare e vagare per il Paese. È tempo di dire basta. Di gridare un sonoro NO in faccia a chi, come avrebbe detto Gaber, ha come slogan “far finta di essere sani”. Ecco, vorrei che il 2018 fosse un anno di impegno politico. Per me lo sarà. Bisogna sconfiggere i manager di un sistema fallimentare e bugiardo e al tempo stesso evitare che un voto di pura protesta ci consegni nelle mani di incapaci come quelli che pullulano in certi movimenti populisti. Dobbiamo votare non con la pancia, ma con la mente e col cuore, eleggendo donne e uomini onesti e capaci.
Ma soprattutto dobbiamo ricordarci che le pulizie cominciano in casa propria. Che quello che sarebbe difficile, se non impossibile, realizzare subito a livello nazionale, possiamo farlo qui, ora, in Friuli. Bisogna ridare alla Regione un governo di persone libere, oneste e capaci, che sappia usare al meglio quel meraviglioso documento che è il nostro Statuto di regione autonoma. Leggetelo e vi stupirete per le possibilità che offre. Senza bisogno di fare rivoluzioni, semplicemente applicando lo Statuto, che gli ultimi governi hanno calpestato e ignorato ma fortunatamente non ancora abolito, saremmo in grado di rendere la nostra Regione autonoma di fatto nelle scelte fondamentali: il controllo del demanio pubblico e delle acque, le politiche industriali, la sanità, la scuola. Potremmo rovesciare le scelte fatte da manager pubblici idioti, quelle che stanno affossando il nostro sistema sanitario e attuando riforme territoriali costose, inutili e inconcludenti. Uomini e donne di buona volontà lottano ogni giorno nelle fabbriche, nelle aule scolastiche, nelle corsie degli ospedali, per lenire, con il loro impegno quotidiano, i guasti provocati da scelte sbagliate imposte dall’alto. Le elezioni del 2018 rappresentano la linea del Piave. È tempo di reagire, di battersi per quello che è giusto. Per usare le parole di Primo Levi: “Se non ora, quando?”. Il Friuli può decidere - ma deve farlo adesso, prima che sia troppo tardi - di riprendere nelle proprie mani il suo destino, diventando un esempio virtuoso per tutto il Paese. Insieme possiamo farcela. E’ tempo che il buon senso torni a guidare le nostre azioni e le nostre scelte. E’ tempo di costruire, di progettare il futuro, con amore e con gioia, con fiducia e senso di responsabilità. E’ tempo di curare le ferite della nostra terra, di ridare speranza ai nostri giovani. Il 2018 sarà l’anno in cui il voto di ognuno di noi avrà un peso formidabile, se dato con intelligenza e non sprecato. Possiamo realizzare un’autonomia virtuosa, un progetto inclusivo che ridia dignità e un futuro migliore a ogni abitante della nostra regione.
Ecco, io ho solo questo desiderio, per l’anno che verrà. Ma è un desiderio grande come il mondo. Mi impegnerò, non da solo, perché possa realizzarsi, e spero - è questo il mio augurio - che molti altri si uniscano a noi. Perché cos’è un oceano, se non una moltitudine di gocce?
Tullio Avoledo | Il Gazzettino
Una scuola autonoma “made in Friuli” come antidoto ai guasti della “Buona Scuola” del Governo Renzi? Alla Conferenza regionale di valutazione della legge sulla tutela della lingua friulana Sergio Bolzonello è parso appoggiare questa tesi quando ha detto testualmente “Da quando ho lanciato il tema della regionalizzazione della scuola tutti mi sono venuti dietro. C’è da chiedersi perché finora nessuno ci avesse pensato”: peccato che solo due mesi fa Debora Serracchiani a Villa Manin sosteneva che «Acquisire la competenza sulla scuola è una proposta concreta che abbiamo fatto solo noi, aprendo una trattativa con lo Stato». Verrebbe da dire “Mettetevi d’accordo”, perché fanno un po’sorridere presidente e vice che si arrogano a vicenda l’una il merito di qualcosa di avviato, l’altro la primogenitura di qualcosa di mai prima rivendicato. E si sarebbe portati a dire “Meglio tardi che mai”, se non ci fosse il sospetto che si tratti di una boutade ormai quasi fuori tempo massimo. Si parla di competenza, ma quanto fatto dalla Giunta sinora è solo l’avvio della richiesta di regionalizzazione dell’Ufficio Scolastico Regionale (Usr) del FVG. Cosa ben diversa, e tuttavia avviata tardivamente.
Ben difficilmente questo percorso, attualmente al vaglio della Paritetica, sarà infatti portato a compimento nel breve spazio che resta fino alla fine della legislatura da un governo già in palese crisi di operatività dovuta alle manfrine prelettorali dei partiti romani. Vien da chiedersi se fosse necessario aspettare quattro anni e mezzo di legislatura per porre sul tavolo la questione, se davvero c’era la convinzione che questa fosse la strada giusta. Ma lo è?
Va fugato subito un equivoco di fondo, perché andrebbe spiegato in cosa consiste esattamente la “regionalizzazione” di cui si parla e in che modo concorrerebbe a risolvere la situazione drammatica nella quale si dibatte la scuola friulana tra carenze di organici, dirigenze vacanti e reggenze a macchia di leopardo, ora pure la difficoltà nel coprire i ruoli di Direttore dei servizi generali amministrativi (Dsga) che sono nevralgici per ogni istituzione scolastica. Solo l’abnegazione e la preparazione del personale scolastico a tutti i livelli (dirigenti, docenti e personale tecnico-amministrativo Ata) permettono oggi alla nostra scuola di primeggiare nei test Ocse Pisa a livello europeo, ma è difficile pensare che si possa incidere ulteriormente sulla qualità del sistema con il semplice trasferimento della competenza sull’Usr, se essa dovesse configurarsi come il mero trasferimento degli stipendi dei dipendenti dallo Stato alla Regione e poco altro.
Questa regionalizzazione dell’Usr, qualora si conseguisse a tempo di record, porterebbe sicuramente vantaggi diretti in materia di dimensionamento degli istituti, di ridefinizione degli orari scolastici, di formazione dei docenti e di integrazione degli alunni stranieri. Ma il reclutamento degli insegnanti, la copertura delle dirigenze e delle direzioni amministrative e degli organici Ata, l’adozione di programmi più mirati al territorio e la creazione di un sistema di valutazione indipendente? Resterebbero comunque tutti problemi aperti. E a farne le spese sono gli studenti e le famiglie.
Invece di mirare basso a nostro parere è nevralgico volare alto, e partire dal presupposto che se la scuola regionale vuol essere speciale non deve essere indifferente al territorio. E solo uno strumento potrebbe darci la possibilità di un effettivo autogoverno della scuola: la competenza primaria sull’istruzione. Sarebbe una soluzione efficace a più livelli: organizzativo, gestionale e didattico. Invece questa Regione, salvo assistere a tentativi maldestri di lanciarla a sei mesi dalle elezioni da parte di chi per 4 anni non ne a voluto sentir parlare, ha finora sempre mancato di rivendicarla. Perché? In Friuli Venezia Giulia non c’è per ora la cornice istituzionale per creare una vera e propria scuola regionale, ma per superare i limiti istituzionali fissati dallo Statuto occorre avere una visione politica chiara che finora è mancata. Bene che si porti la questione in Paritetica, ma si poteva e si doveva essere più ambiziosi e puntare più in alto, se non altro a livello di rivendicazione.
Le altre Regioni possono farci da modello: ad esempio in Trentino Alto Adige le scuole dell’infanzia sono provinciali e i programmi li decidono loro. E nella scuola superiore si studia un manuale di storia trentina nel programma curricolare ordinario. Non solo: i trentini hanno il loro sistema di valutazione, che è già considerato un fiore all’occhiello della scuola italiana. In Val d’Aosta poi la cornice della lingua francese serve a creare un sistema dell’istruzione fortemente differenziato. Bravi loro? Ma anche da noi i modelli ci sono, a partire dalle scuole slovene delle province di Gorizia e Trieste e dall’Istituto Bilingue di San Pietro al Natisone. Sono modelli che funzionano, anche se la maggior parte dei cittadini della Regione magari nemmeno sa che esistono. Eppure costituiscono un modello per una scuola regionale plurilingue che deve ottimizzare le lingue del territorio per poi aprirsi a tutte le altre, come sta avvenendo in Valcanale per il nuovo progetto di una scuola plurilingue a servizio di tutto il Tarvisiano. Frutto di amministratori coraggiosi che andrebbero sostenuti in ogni modo.
Per poter diffondere capillarmente questi esempi sul territorio, le competenze che si dovrebbero richiedere allo Stato centrale sono tante: a partire da quella sul governo del personale scolastico che Roma dovrebbe cedere, ovviamente con le relative risorse. Quindi bisognerebbe ottenere la competenza sulla programmazione dei curricoli e sul governo del sistema paritario. E serve anche che la dotazione dell’assessorato regionale non si limiti al personale amministrativo ma comprenda un’equipe scientifica di alto livello per affrontare al meglio questa sfida. Insomma, non basta cambiare la targhetta sulla porta dell’Ufficio scolastico per cambiare la scuola della Regione. Serve rivendicare con forza la competenza primaria e anche le risorse. In un convegno da noi organizzato nel 2015 a Casarsa Daniele Galasso, membro della Paritetica Stato- Regione, quantificava il costo della gestione autonoma dell’istruzione in Regione in qualcosa meno di 800 milioni, ovvero la stessa cifra del patto Serracchiani-Padoan: se lo Stato ci restituisse questa parte di maltolto, ecco che la scuola regionale diventerebbe realtà. In pochissimi anni.
Mario Battistuta e Walter Tomada
La questione della rappresentanza elettorale delle minoranze linguistiche è una cosa seria che il Rosatellum e le leggi elettorali che lo hanno preceduto hanno svilito sulla base di interessi politici di parte.
Finora in Italia, per quanto riguarda il Parlamento, tutte le norme dichiarate per le minoranze linguistiche sono state costruite unicamente su misura per la Sudtiroler Volkspartei in “Alto Adige/Trentino” e per gli eredi del PCI dal 1994 in poi in F-VG. Fino al Rosatellum in F-VG lo schema non turbava il risultato elettorale per quanto riguarda l’attribuzione dei seggi tra le diverse forze politiche.
Con il collegio impropriamente detto “sloveno” del Rosatellum si è disegnato, selezionando accuratamente i comuni non slovenofoni che di quel collegio fanno parte, un collegio di dimensioni limitate che potrebbe permettere al PD (o alla sua coalizione) di ottenere una vittoria nell’uninominale. Dal prevedibile 5 a 0 si può così passare ad un possibile 4 a 1. Gli sloveni c’entrano unicamente poiché il premier del PD si è impegnato a presentare in quel collegio un candidato “sloveno”.
Tutto ciò dimostra, al di là dei giochi sporchi attuabili nelle leggi elettorali, che una volta per tutte va affrontata seriamente la questione di quale rappresentanza parlamentare possano avere i territori dove la presenza di minoranze linguistiche determina un possibile diverso approccio alla politica rispetto alla generalità del resto d’Italia.
Non entro qui nel merito del problema della rappresentanza della minoranza linguistica slovena in Italia che evidentemente ormai mostra la corda. Il modello applicato per la minoranza italiana in Slovenia e Croazia potrebbe essere preso in esame ma con difficoltà senza dichiarazione di appartenenza.
Ma questo non ha nulla a che vedere con l’individuazione di un sistema elettorale per minoranze linguistiche come quella friulana e quella sarda che costituiscono una parte significativa della popolazione nella propria regione di appartenenza. Qui attiene al dibattito politico poter decidere se la rappresentanza del territorio debba avvenire tramite partiti di “dimensione italiana” o tramite formazioni politiche che identificano nel territorio il proprio esaustivo spazio politico.
Questo dibattito deve essere libero e non obbligato da una legge che di fatto impedisce la rappresentanza del territorio dove vive la minoranza.
Il sistema elettorale proporzionale della I Repubblica permetteva questo spazio politico, e addirittura la norma costituzionale sull’elezione del Senato a base regionale lo permetterebbe tuttora. Norme della II Repubblica hanno di fatto massacrato questo spazio per l’elezione della Camera dei Deputati ed il Rosatellum anche quello per il Senato.
Ma ormai la democrazia rappresentativa è in Italia un optional, giornalisti, giuristi, presidenti di repubblica, tutti appassionatamente alla ricerca di una maggioranza che “governi”. E come ha spiegato bene Roberto Morelli sul Piccolo esaltando Rosato per aver abbindolato tutti, la legge in vigore, se ben usata, è un ottimo maggioritario.
Giorgio Cavallo