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Patto per l'Autonomia | Pat pe Autonomie | Pakt za Avtonomijo | Pakt für die Autonomie

Notizie

120 ML: LO SCONTICINO SUL SALASSO CHE STA DISSANGUANDO LA REGIONE

Nei commenti entusiastici all’accordo siglato con il governo, la presidente Serracchiani dimentica di citare il “suo” capolavoro dell'ottobre 2014 e cioè il suo patto con il ministro Padoan dove, il contributo di 370 milioni annui previsto dal precedente Patto Tondo-Tremonti per il federalismo, diventa “concorso al risanamento del debito pubblico” accettando altresì di rinunciare a tutte le cause della Regione davanti la Corte Costituzionale che, se vinte, avrebbero potuto ridurre l'entità delle precedenti “espropriazioni”. In altre parole, la Serracchaini, con il suo patto, confermava e stabilizzava il salasso dello stato nei confronti della Regione rinunciando anche a contestarlo giuridicamente (e naturalmente anche politicamente) nel tempo. E’ sul riconoscimento e stabilizzazione di quell’espropriazione che oggi viene concesso (e sottoscritto come fosse chissà quale risultato) lo sconticino di 120 milioni! In altre parole, la Serracchiani sventola, quando è in regione, l’assegno di 120 milioni (per due anni) ma dimentica il salasso di miliardi che lei, confermandolo e stabilizzandolo, ha portato trionfalmente a Roma dopo averlo tolto alle tasche dei cittadini del FVG. Dov’è dunque il vantaggio?
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CONFERME INCORAGGIANTI E NUMERI IMPORTANTI...

Seconda uscita di presentazione dei candidati del Patto per l'Autonomia, questa volta in provincia di Udine a San Marco di Mereto di Tomba. Di fronte a un pubblico di quasi 300 persone e alla presenza di Tullio Avoledo, Angelo Floramo e Sergio Cecotti è stata ufficializzata la candidatura alla Camera dei Deputati, di Massimo Moretuzzo, sindaco di Mereto di Tomba, ed esponente del Patto per l’Autonomia. Pur avendo mandato solamente qualche e-mail e un po’ di messaggi, senza allargare troppo gli inviti, il risultato è andato ben oltre ogni aspettativa. Sala strapiena, persone entusiaste, interessate, emozionate, pronte a mettersi in gioco con il Patto per l’Autonomia. Ringraziamo davvero tutti e ci scusiamo con chi non è riuscito ad entrare o avrebbe voluto esserci.
È stato il secondo di una lunga serie di incontri che ci porterà prima alla tornata del 4 marzo e poi a quella del 29 aprile. Noi ci siamo. Perché nessuno disponga di noi senza di noi. #PattoPerLautonomia #MassimoMoretuzzo #SonoSpecialeVotoilPatto #AngeloFloramo #TullioAvoledo #SergioCecotti [gallery ids="848,849,850,851,852,853,854,855,856" type="rectangular"]
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Offriamo agli elettori del Friuli Venezia Giulia una proposta nuova, seria e alternativa per difendere e rilanciare la specialità

Consegnate le firme raccolte, il nuovo partito competerà in tutti i collegi. PATTO PER L’AUTONOMIA in lizza per le politiche
IMG-20180128-WA0008Dopo tanti anni i cittadini del Friuli Venezia Giulia avranno l’occasione per dare il loro consenso a un movimento che ha l’ambizione di rappresentare i loro interessi, e non quelli di partiti che sono legati mani e piedi a Roma e non si fanno scrupolo a catapultare “visitors” umiliando i loro stessi rappresentanti sul territorio. Alle elezioni politiche del 4 marzo sarà infatti presente anche il Patto per l’Autonomia, una forza trasversale nata dall’iniziativa di sindaci ed amministratori e apertasi poi a molti esponenti della società civile, che vuol difendere e rilanciare la specialità del Friuli Venezia Giulia rispondendo alle esigenze di autogoverno delle comunità regionali. Stamani il presidente del Patto, il sindaco di Valvasone Arzene Markus Maurmair, ha depositato in Corte d’Appello a Trieste le firme raccolte per la presentazione delle liste che correranno in tutti i collegi della regione. “Crediamo – sostiene Maurmair - che i cittadini non si lasceranno sfuggire l’occasione di scegliere persone competenti che sono espressione della loro terra e della loro gente. Candidati al di fuori dei giochi di quei partiti che, con il marasma di questi ultimi giorni, fatto di nomi depennati o imposti da Roma o Milano, hanno dimostrato tangibilmente che a comandare in Friuli Venezia Giulia non sono coloro che sono stati eletti, ma le segrete segreterie a cui rispondono”. “Se vogliamo cambiare realmente le cose deve nascere anche in Friuli Venezia Giulia un partito territoriale radicato con testa e cuore in regione, che vada a rinegoziare i patti con lo Stato che stanno di fatto svuotando finanziariamente la nostra autonomia”. Per questo molti cittadini hanno ritenuto di dover dare il proprio sostegno a un nuovo soggetto politico come il Patto, che vuole interpretare questo ruolo come “una proposta seria e alternativa che già sta facendo presa, specie tra chi è stufo di una politica che non lo rappresenta più”. I nostri candidati all'UNINOMINALE: - Camera collegio di Trieste ERIKA FURLANI - Camera collegio di Gorizia LUCIA PERTOLDI - Camera collegio di Udine DIEGO NAVARRIA - Camera collegio di Codroipo MASSIMO MORETUZZO - Camera collegio di Pordenone MARKUS MAURMAIR - Senato collegio di Trieste ELISABETTA BASSO - Senato collegio di Udine TULLIO AVOLEDO Liste del PLURINOMINALE - Camera MARKUS MAURMAIR ROSSELLA MALISAN FEDERICO MONTI ERIKA FURLANI - Senato FEDERICO SIMEONI MIRIAM CAUSERO ANDREA VENIER TIZIANA TELLINI #PattoPerlAutonomia #SonoSpecialeVotoIlPatto #Grazie  
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Il commerciale e il visionario, la vera scissione dei 5 stelle.

Casaleggio padre riuniva in sè la parte visionaria e sognante di un progetto nuovo di democrazia e la parte commerciale ovvero la capacità di tradurre le visioni in prodotti politici vendibili anche se molte volte incomprensibili agli elettori. In sintesi vendeva la protesta. La trasmissione dinastica del potere ha portato Casaleggio figlio a dirigere la sezione vendite, che tramite di Maio commercializza la proposta di un partito sempre più simile a coloro che voleva sostituire. Togliere, togliere, abolire e ancora abolire senza indicare minimamente come e neppure con che scopo finale. Tra le promesse manca solamente la lotteria fra i votanti per vincere una batteria di pentole, in gara continua con il più grande venditore di aspirapolvere conosciuto ovvero Silvio. La parte visionaria è rimasta a Grillo che per quanti sforzi faccia non riesce ad andare oltre una satira sempre più scadente. Nemmeno un lontano ricordo delle lucide elucubrazioni di Casaleggio padre. Indipendentemente dai voti che avranno, i 5S di oggi sono altra cosa del movimento originario, sono un partito che in fretta sta imparando e assimilando il peggio della politica e dei politicanti che voleva sostituire. Come disse Andreotti riferendosi ai leghisti “ lasciateli venire a Roma vedrete che i palazzi e i tappeti delle Camere li ammorbidiranno presto". L'Insonne Moholy-Nagy-A11-43-900_p-1-976x680

LASZLO MOHOLY NAGY, IL VISIONARIO

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Come vengono distribuiti i fondi regionali?

Pregiatissimi, oltre 10 anni or sono, quando ancora lavoravo e avevo un po' più a mano gli strumenti di Office, avevo predisposto un foglio Excel per verificare la distribuzione di allora di certi fondi regionali, per la cultura in generale, per il teatro, ecc.; pochi giorni fa è stata riportata sul MV la distribuzione 2018 dei fondi per la cultura “Alle realtà più rilevanti e strutturate”. In pratica a soggetti tipo Cinemazero, Cec, Cappella Underground; Teatro Verdi Ts, Teatro Verdi PN, Giovanni da udine; Mittelfest, Nico Pepe, Folkest, ecc.  La tavola pubblicata completa degli importi,  il commento e il titolo stesso, fanno intendere che “more solito” “L’infornata da 13 milioni premia Trieste”.  Ma non evidenziano la sproporzione intollerabile che invece balza agli occhi da una opportuna aggregazione e comparazione dei dati e, soprattutto, dal grafico, generato automaticamente, dal foglio Excel.  Avendo rintracciato quello di allora ho aggiornato i dati e ne deriva quanto vedete nel grafico. Io proprio non comprendo come si possa tollerare una cosa del genere ovvero che rispetto al totale regioanle:
  • Al territorio di Trieste venga assegnato il 45,85 del fondo a fronte di una popolazione residente del 19,24% e una produzione di valore aggiunto (da cui le imposte raccolte) del 20,88%;
  • All’Udinese il 29,06% di fondi a fronte di una popolazione del 43,67% e valore aggiunto del 42,61%;
  • Al Friuli occidentale il 12,72% per una popolazione del 25,66% e un valore aggiunto del 25,99%;
  • Ragionevole la sola Gorizia: 12,37% fondi, 11,43 popolazione, 10,86 valore aggiunto.
Buone riflessioni! Fondi Regionali per la Cultura ripartizione 2018 Ubaldo Muzzatti
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IL GRANDE DEMOLITORE

Ieri sulla stampa è stato dato risalto, ad un elenco di importanti aziende della nostra Regione, in cui risulta subito evidente una mancanza: quella della più grande impresa di demolizioni. Con sede e quartier generale a Martignacco, in quella ex provincia di Udine che continua ad esistere solo per la retribuzione del suo presidente, l'impresa in oggetto, viene ingiustamente snobbata. Il suo titolare, conosciuto come il “grande demolitore”, coordina con impegno e passione un evidente tentativo di “suicidio politico”. Capacità ed esperienza non contano, l'obiettivo è individuare candidati incapaci di autonomia decisionale e condizionabili dalla fortuna di aver vinto la lotteria del “totocandidati”. FS (che non significa Ferrovie dello Stato), il “grande demolitore”, ancora una volta scompagina un'alleanza tenuta insieme da convenienze di gestione del potere e non certamente da un programma comune e condiviso.
Il Friuli-Venezia Giulia ancora una volta diventa terra di opportunismo, terreno di scontro e di spartizione territoriale, con candidati inseriti e tolti dagli elenchi, non in base alle loro competenze o alle loro capacità di rappresentare il territorio, ma semplicemente perché meno pericolosi per i grandi manovratori occulti e lontanissimi da noi. Il cosiddetto centrosinistra ha manovratori romani che nei 5 anni appena passati hanno devastato la Regione. I grillini (o dimaini, o pentastellati o chissà cos'altro) hanno manovratori genovesi che fortunatamente possono devastare poco, perché poco hanno prodotto. Il centrodestra invece, ha manovratori milanesi, che passano i comandi al delegato locale alla devastazione. Esempi fin troppo evidenti di come praticano l’autonomia i partiti centralisti romani, genovesi e milanesi. L'insonne #PattoPerlAutonomia #linsonne #LaRubricaDellInsonne #IlGrandeDemolitore #IoSonoSpecialeVotoIlPatto
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Avoledo: «Io, scrittore, vi spiego perché mi metto in gioco»

GAZZETTINO_20180125 AvoledoC’è un film che tutti dovrebbero vedere, non solo perché è splendido, ma perché contiene un messaggio importante. È Dunkirk, diretto da Christopher Nolan. Il film racconta il momento forse più tragico della storia inglese, quando i superstiti del corpo di spedizione britannico in Francia, assediati dalle truppe naziste, si ritrovano bloccati sulla spiaggia di Dunkerque, inermi sotto gli attacchi dei bombardieri e dell’artiglieria nemica. È il giugno del 1940: niente pare poter più fermare le armate di Hitler. L’Inghilterra è rimasta sola a fronteggiarle. Il parlamento è disposto a trattare col nemico, ad arrendersi. Tutto sembra perduto. Ma in quel momento, dal profondo dell’abisso, il popolo inglese ha un sussulto d’orgoglio, rifiuta di piegarsi. In una mobilitazione generale, in uno slancio collettivo senza precedenti, una flotta improvvisata di navigli e barche d’ogni tipo salpa dalle coste britanniche e raggiunge la spiaggia assediata di Dunkerque, riportando in patria 338mila soldati. L’Inghilterra non si arrenderà, e cinque anni più tardi festeggerà il V-Day, il giorno della vittoria sul nazismo. Vorrei che ogni cittadino della mia regione si ispirasse a quell’episodio della storia, a quel momento in cui tutto sembrava perduto e che rappresentava invece l’inizio della strada verso la libertà. Il nostro Paese oggi vive un momento simile. Ci dicono che c’è la crisi, e che se vogliamo sopravvivere dobbiamo arrenderci alla globalizzazione, alla resa sul fronte del lavoro, all’abbandono degli standard di assistenza a cui siamo abituati. Sappiamo benissimo che sono dei bugiardi: che altri Paesi, e persino altre regioni del nostro, sono già usciti o stanno uscendo dalla crisi, perché hanno saputo adottare modalità di governo virtuose, tagliando gli sprechi e combattendo la corruzione. Dimostrando di governare bene con i fatti, insomma, e non con vuote parole. Sappiamo benissimo che la crisi non si combatte tagliando la sanità e le infrastrutture e tassando oltre ogni limite di decenza le regioni virtuose, ma riducendo lo sperpero del denaro che finisce inghiottito da corruzione e interessi clientelari, sprecato per opere senza senso, spesso lasciate incompiute. Sappiamo che la gestione dei migranti non è quell’impresa titanica che vogliono farci credere: è qualcosa che potrebbe essere affrontato facilmente, con onestà e concretezza e con un serio impegno, come avviene in altri Paesi europei. Sappiamo che ricostruire le zone distrutte da un terremoto si può fare. Lo sappiamo per esperienza diretta. Basta solo impiegare meglio il denaro stanziato, evitare che le mafie o i politici corrotti lo incamerino a nostre spese. Perché i soldi, nonostante la crisi che i governi invocano a giustificazione della loro incapacità, continuano ad essere sprecati, un fiume in piena di denaro spremuto dalle nostre tasche semivuote per entrare in quelle dei delinquenti. Sul campo restano i disastri operati dalle loro malefatte. Dopo il terremoto in Emilia-Romagna del 2012, un giornalista televisivo chiese in diretta a un uomo che vagava fra le rovine della sua azienda distrutta: “Cosa chiedete allo Stato?”. E quello rispose, piangendo: “Che ci lasci in pace”. Credo che quelle cinque parole siano il De Profundis per un modo di governare che è giusto venga sepolto con un paletto di frassino nel cuore e che è indecente veder riproporre alle prime elezioni libere dopo tanti anni di disastrosi governi “tecnici”. Per questo ho dato tutta la mia disponibilità e darò il mio cuore alla causa del Patto per l’Autonomia. Per questo, tra le risate di chi dice che non ce la faremo, che non possiamo farcela, dico con orgoglio che possiamo farcela e ce la faremo, perché la nostra è la causa giusta, e le colpe dei nostri avversari sono sin troppo evidenti. Ognuno di noi interroghi il proprio cuore e valuti da che parte stia la ragione e da quale il torto, da quale un passato senza futuro e da quale un domani migliore, per noi e per le generazioni che verranno. Guardate il modo arrogante in cui si spartiscono incarichi e nomine, come feudatari medievali, contando i vostri voti come se fossero già loro, come se non aveste una vostra volontà, una vostra dignità. È giunto il tempo – ora o mai più – di riprendere nelle nostre mani le redini del governo. Cominciando da qui, dalla nostra terra, che conosciamo bene, che amiamo e siamo benissimo in grado di amministrare e far rifiorire da soli, a patto che lo Stato ci lasci in pace. Chiediamo autonomia nelle scelte su come utilizzare la ricchezza che produciamo, con fatica, con onestà, con orgoglio. Chiediamo autonomia nella gestione della scuola, della sanità, dei beni comuni. Chiediamo di non essere più amministrati da proconsoli delle segreterie di partito romane e dai manager incapaci a cui danno delega. Chiediamo ci sia riconosciuto il diritto di ricominciare, di progettare sulla base delle nostre vere esigenze, di ricostruire. Rivogliamo indietro il nostro futuro, e lo vogliamo ora, e lo chiederemo con forza nel giorno delle elezioni nazionali e nel giorno delle elezioni regionali e in ognuno dei singoli giorni che verranno. Non ci stancheremo mai di lottare. Ci aspettiamo che ognuno faccia la sua parte, tra noi e con noi. Il vostro voto non è una piccola cosa. Il vostro voto, assieme a quello delle persone che convincerete a votare per noi, è una delle migliaia di barche che riporteranno in patria un esercito imbattuto e pronto a conquistare la vittoria. Con la nostra regione bloccata sulla spiaggia di Dunkerque da chi pensa di averci già battuti, e sorride di noi, chiediamo a ogni uomo e donna di buona volontà di aiutarci, con il suo voto, a togliere quel sorriso di superiorità dalle facce dei nostri avversari, e a trasformare un assedio in una gloriosa vittoria.
Chiedo alla mia regione di ritrovare lo spirito d’un tempo, quello che tante volte, in passato, le ha consentito di sollevarsi dalle macerie. Chiedo alle donne e agli uomini della mia regione di essere con noi, di credere in noi. Perché l’ora più buia è quella che precede la luce.
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ELEZIONI IN ITALIA. CON L’EUROPA O CONTRO L’EUROPA? Ovvero: PUO’ LA CATALOGNA SALVARE L’EUROPA

Le prossime elezioni politiche assomigliano sempre più ad un torneo di calcio: non ad una singola partita tra due squadre dove una vince e l’altra perde, magari dopo i rigori; ma ad una specie di girone di qualificazione in attesa di una ipotetica finale, successiva alle elezioni, per la designazione del futuro governo. Le partite di qualificazione cominciano ad essere abbozzate, Berlusconi vuole giocare contro il M5S (non potendo farlo con Salvini), il PD preferisce lo scontro con la Lega, mentre il M5S spera di saltare il turno di qualificazione (per forfait degli avversari) e giocarsi direttamente la finale. Ma quali sono i campi di gioco? Il centro destra predilige le tasse e l’immigrazione, il M5S non ha preferenze certe, l’importante è che tra i tifosi non ci sia gente che sa fare bene i conti, mentre, da poco, sia pure con tentennamenti vari, il PD ha scelto come proprio campo di casa quello dell’Unione Europea. La mossa del PD non è stupida, forse non porterà molti voti adesso, ma sicuramente prenota la partita di finale dopo le elezioni. Come ha ben analizzato Luca Ricolfi, gran parte di quelli che hanno deciso di votare lo fanno contro qualcuno e sono disposti ad ingoiare dosi massicce di demagogia con proposte palesemente false e impraticabili. E questi il PD non li può recuperare, neanche facendo concorrenza alle stesse proposte. Ma ci sono anche fette di elettorato che vorrebbero votare contro la demagogia o l’aria fritta e credere in qualcosa di serio. Il PD, ogni volta che Renzi apre bocca, viene di fatto assimilato ai suoi “competitors”, sia per la poca credibilità di quello che dice ma soprattutto per il tono “fastidioso e petulante”. Giocare sul terreno dell’Europa, far tacere ogni tanto Renzi e dare più visibilità a Gentiloni e Padoan con meno Etruria e più Bruxelles, forse qualche voto il PD lo recupera. L’arruolamento della Bonino ha ulteriormente favorito questa scelta. Mi chiedo. Dietro c’è qualche sostanza o si tratta di pura tattica per rispondere agli accorati appelli di Fabbrini sul Sole 24 Ore (e in generale alla grande informazione) e poter essere accostati al binomio Macron-Merkel? Il tutto viene chiarito dallo slogan: vogliamo costruire gli “Stati Uniti d’Europa”. Conteremo di più e impediremo che “sovranisti” e “euro scettici” distruggano il nostro futuro. Qui casca l’asino perché questa idea governa già l’Europa di oggi: una Europa dove gli stati nazione invece di ritrarsi lottano tra di loro per gestire le egemonie possibili. Una Europa che tiene bordone alla Spagna contro la volontà popolare dei catalani, una Europa che continuerà a privilegiare gli oligopoli economici e finanziari in combutta con i governi dei singoli stati, una Europa dai diritti civili e sociali a geometria variabile fino a farne oggetto di dumping. No. Non è questa l’Europa di cui i cittadini, le comunità, i territori hanno bisogno. La Catalogna non potrà aiutare l’Europa se non scompare la sovranità di Madrid. Le distruttive economie della finanza globalizzata continueranno ad avere via libera fintanto che non saranno costrette a confrontarsi con nuove “sovranità” dei territori. Lo stato sociale, vera identità europea, non potrà salvarsi fintanto che, qua e là, i Berlusconi e Salvini di turno potranno impunemente proporre flat tax e nuove privatizzazioni. L’Europa di Westfalia e quella degli ottocenteschi stati nazione non ha futuro. Deve cominciare a germogliare una idea di fondo per una democrazia europea post nazionale che permetta di confrontarsi realmente con le dinamiche del mondo. Qualcuno, richiamandosi alle fondamenta greche della democrazia, ha iniziato a chiamare questa idea di Europa delle comunità e dei territori con il nome di Repubblica Europea (1), basata sul diritto dei cittadini ad avere una unica legge. Questa per ora è forse una utopia, peraltro molto più vicina all’Europa del Trattato di Roma di quanto lo siano gli “Stati Uniti d’Europa”. Ma a passi successivi possiamo arrivarci. Si cominci a far saltare molte delle attuali incerte pretese di sovranità statali, lavoriamo per far scomparire non solo i confini fisici ma anche quelli mentali e iniziamo a capire che la rappresentanza politica deve potersi proiettare direttamente dai territori all’Europa senza l’interposizione di famelici intermediari statalisti. Per queste elezioniIl il terreno di gioco dell’Europa è importante, ma le squadre che pensano di poterlo praticare sono del tutto inadeguate. La idea di fondo si basa sul testo di “Ulrike Guérot, Warum Europa Eine Republik Werden Muss! - Verlag Dietz, Bonn 2017” e sul “Manifesto for the founding of a European Republic” di Ulrike Guérot e Robert Menasse pubblicato da Bernstein-Verlag, Siegburg 2017. Giorgio Cavallo 22 gennaio 2018 #ElezioniPolitiche2018 iStock-elezioni-1030x615
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Contrassegno depositato a Roma!

Il 19/01/2018 è stato un giorno storico per il Patto per l’Autonomia, il movimento politico che ha l’ambizione di raccogliere le istanze autonomiste del Friuli – Venezia Giulia, perchè è stato depositato negli uffici del Ministero degli Interni a Roma il suo contrassegno in vista delle prossime elezioni politiche e regionali. Il deposito è avvenuto da parte del Presidente del Patto per l’Autonomia Markus Maurmair, sindaco di Valvasone Arzene, accompagnato dall’assessore di Carlino Miriam Causero in qualità di componente del direttivo.
“Un altro passaggio fondamentale nella costituzione – sottolinea Markus Maurmair – del nostro movimento è fatto. Ora ci auguriamo che le procedure vadano a buon fine e nel frattempo iniziamo la raccolta delle firme. I cittadini del Friuli – Venezia Giulia troveranno il nostro simbolo per le competizioni elettorali politiche e regionali. Il nostro primo obiettivo è alzare ancor di più il livello di attenzione e di rivendicazione rispetto i tanti miliardi di euro che negli ultimi anni i nostri cittadini hanno versato, a seguito degli accordi Tondo – Tremonti e Serracchiani – Padoan, allo Stato per compartecipare alla riduzione dell’indebitamento nazionale. Miliardi di euro che dal nostro punto di vista non erano assolutamente dovuti e che riottenuti saranno la base per progetti di reale rilancio dell’economia della nostra Regione.” Nel simbolo, oltre al richiamo al nome del movimento politico “Patto per l’Autonomia”, è rappresentata la sovrapposizione di quattro rettandoli gialli, contornati di blu che richiamano le varie componenti che costituiscono il Friuli – Venezia Giulia, riunite dal nuovo movimento politico dedicato e incentrato per i cittadini della Regione che per gli ispiratori del Patto vengono prima di tutto. #PattoPerlAutonomia #MarkusMaurmair #IoSonoSpecialeVotoIlPatto
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CHI BEN COMINCIA...

[gallery ids="789,790,791,793,794" type="rectangular" orderby="rand"] Prima uscita di presentazione dei candidati del Patto per l'Autonomia, in provincia di Pordenone. Martedì sera, di fronte a un pubblico di oltre 300 persone, è stata ufficializzata la candidatura alla Camera dei Deputati, di Markus Maurmair, sindaco di Valvasone Arzene, ed esponente del Patto per l’Autonomia. Il crescente interesse nei confronti del nostro progetto, dimostrato anche dall’imprenditore che ha messo a disposizione le strutture della sua azienda, ci da forza e convinzione. ...è per le aziende, il lavoro e la nostra gente che noi ci batteremo in Parlamento!
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CHIEDIAMO IL COPYRIGHT!

Evidentemente il Partito Democratico è a corto di slogan, ma soprattutto di idee... Dopo che il candidato #Bolzonello - a corto di tempo per affrontare in modo serio il tema nei 5 anni in cui ha fatto il vicepresidente della Giunta Regionale - ha lanciato il "PATTO per il lavoro", ora la candidata (in fuga) #Serracchiani, dopo aver fatto per 5 anni la PresidenteSSA di una Regione che si trova al penultimo posto in Italia per crescita naturale della popolazione e ha un tasso di invecchiamento doppio rispetto alla media europea, lancia il "PATTO per la natalità".
CHIEDIAMO IL COPYRIGHT E I DIRITTI D’AUTORE! Non a scopo di lucro ovviamente, ma perché considerando la pochezza di idee espresse dai dirigenti congedanti, siamo sicuri che pescheranno ancora nei nostri programmi e siccome la campagna elettorale ce la stiamo totalmente autofinanziando, magari con i diritti d’autore le nostre tasche respiranno un po’. Visto che siamo stati i primi, in tempi non sospetti, a dire che per ricostruire questa Regione serve un PATTO fra i territori del F-VG che si riconoscono nella sua specialità, ci sentiamo in dovere di proporre, al PD e alle altre forze politiche che si contendono il panorama italiano e regionale, una serie di altri patti che potrebbero fare al caso loro: - un Patto per la riabilitazione del Renzismo (necessario dopo le ultime batoste subite e soprattutto per quelle che arriveranno). - un Patto per la tutela della razza padana (necessario al varesotto Fontana e più che mai utile per aiutare i leghisti disorientati dalla svolta salviniana). - un Patto per la detassazione della chirurgia estetica (necessario dopo le recenti apparizioni televisive di Silvio e che devono essergli costate un patrimonio). - un Patto per il trasferimento online degli uffici di collocamento (necessario agli aspiranti candidati 5 stelle, alias grillini, per non fare confusione con gli sportelli). Massimo Moretuzzo #PattoPerLautonomia #MassimoMoretuzzo
Nessun testo alternativo automatico disponibile.
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LA PROGRAMMAZIONE DELLE UTI. MA DOV’È LA RIFORMA?

Qualche anno fa ho sostenuto che le Unioni Territoriali Intercomunali (le famose UTI), per come erano nate e per come erano configurate, non costituivano un nuovo e utile livello di governo del territorio. Il recente piano di investimenti triennale (cfr. MV del 9 gennaio 2018) mi conferma tale ipotesi. L’Intesa di qualche giorno fa, tra Regione e UTI, per 147 milioni di euro in tre anni, permette infatti di fare una prima valutazione dell’utilità delle UTI dal punto di vista programmatico. Si tratta di ben 265 interventi per una media di 120 euro/abitante, 550mila euro a intervento (costo, per capirsi, di una rotatoria stradale), 680mila euro per Comune (costo di una rotatoria un po’ più grande), 8ml per ciascuna UTI. Le dotazioni medie unitarie non sono quindi significative ma potevano comunque innescare una riqualificazione della spesa regionale sul territorio. Se si guarda al tipo di interventi ed alla loro dimensione reale, si scopre, invece, che si tratta di interventi -tutti magari utili-, ma che potevano essere realizzati benissimo dai Comuni (con gli opportuni supporti di personale tecnico, eventualmente). Gli interventi previsti sono, infatti, più numerosi dei Comuni e, per la gran parte, puntiformi: rotatorie e incroci sulla viabilità ordinaria; manutenzioni straordinarie, ristrutturazioni di edifici comunali, riqualificazioni di impianti sportivi, sempre comunali; piccoli percorsi ciclopedonali; recuperi di singoli edifici storici. All’apparenza, nulla di negativo, certo. Ma dov’è l’area vasta? Solo nel “Friuli centrale”, in quella della Carnia e in quella delle Dolomiti friulane, si nota qualche timida intenzionalità di intervento più ampio e sistematico. Per il resto le proposte sono tutte di scala esclusivamente comunale. Le poste più consistenti si trovano naturalmente nelle opere viarie (rotatorie e incroci) e su alcuni interventi di sistemazione idrogeologica (5ml a per un tratto di costa a Muggia) o sugli impianti sportivi (4ml per un intervento nella “Bassa friulana”). Ma si tratta sempre di opere di interesse strettamente comunale. Dunque, qual è la ratio di questo piano di investimenti triennali di “area vasta” visto che si tratta di opere al 90% minuscole e di interesse comunale? Dove sono, per esempio, l’autosufficienza energetica, la gestione dell’acqua a fini idroelettrici, la mobilità sostenibile ed il trasferimento modale dall’auto al trasporto pubblico, i servizi alle famiglie e soprattutto alla residenzialità di anziani e giovani, la riqualificazione delle aree degradate o abbandonate, gli interventi per la sicurezza idrogeologica e l’adattamento al cambiamento climatico, e, perché no, le nuove opportunità di lavoro e occupazione che ne possono derivare? Mi si dirà: “ma i 265 interventi comporteranno anche numerosi cantieri”. Certo! Ma sono cantieri che potevano essere aperti anche dai Comuni (assicurando, ai più piccoli, le strutture tecniche per poterlo fare). Quindi, dov’è la riforma delle UTI se i Comuni sono stati espropriati di proprie “naturali” competenze che potevano esercitare da soli? La conclusione che si potrebbe trarre da questa prima analisi è che, in questa programmazione, non si vede alcuna riforma della spesa pubblica regionale sul territorio e non si vede neppure un “progetto di territorio” da parte della Regione. Come sostenevo qualche anno fa : ”Le 18 UTI della legge regionale 26/2014 non sono né aggregazioni dal basso (anche se la maggioranza dei Comuni vi ha aderito senza particolari resistenze) né aree vaste strutturate per politiche di sviluppo territoriale” perché sono troppe e perché “alcune Unioni includono comuni “esterni” al sistema locale e altre escludono comuni da sempre “interni” al sistema locale. I Comuni si sentono inoltre “espropriati” di loro competenze, a vantaggio delle Unioni, mentre la Regione, di suo, ci ha messo molto poco. L’idea di territorio che emerge da queste UTI è, quindi, quella di un territorio fatto di comunità locali un po’ artificiali, destinate a gestire servizi comunali in riduzione e senza alcuna capacità di incidere sul futuro dei territori” (MV del 21/12/2015). L’analisi fatta in precedenza conferma questa posizione espressa in tempi non sospetti. Per la prossima legislatura bisognerà pensare ad una drastica revisione delle UTI. È oggetto di discussione se rendere facoltativa l’adesione. Ma, in ogni caso, bisognerà ridurle di numero, modificarne, dove non funziona, la composizione e soprattutto rivederne a fondo la missione, nella direzione, in primis, di restituzione di funzioni (e adeguate capacità operative) ai Comuni e di forte trasferimento, alle UTI, di poteri e competenze oggi accentrati nella Regione. Sandro Fabbro http://webgis.simfvg.it/maps/consultazione_web_dati_uti #PattoPerLautonomia #utifvg #SandroFabbro
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NOI NON VOGLIAMO LA MACROREGIONE CON VENETO E TRENTINO ALTO ADIGE!

26730816_1380804132030573_2074324507405674320_nLo diciamo forte, così che capiscano tutti. Lo diciamo il giorno dopo che l’on. Roberto Morassut del PD ribadisce che il suo partito vuole le macroregioni. Lo diciamo rileggendo la proposta di legge 862 del Gruppo Parlamentare di Forza Italia. Lo diciamo ricordando le ondivaghe dichiarazioni di Salvini e dei Grillini (alias 5 stelle) su questo tema. L’autonomia, vera, speciale, del Friuli – Venezia Giulia è il presupposto indispensabile per immaginare un futuro migliore per le nostre Comunità, per ricostruire spazi di autogoverno, per riportare l’economia al servizio delle persone e non della finanza globale. Lo dice la nostra Storia, lo dicono le lingue che si parlano nei nostri territori, lo dicono i risultati straordinari che abbiamo ottenuto, ad esempio, nella gestione della Sanità e della Protezione civile; poi è arrivato il doppio renzismo di Tondo (Renzo) e di Serracchiani (vice Renzi) e rischiamo di mettere tutto in discussione. C’è un’unica strada per difendere con certezza la nostra Specialità e si chiama Patto per l’Autonomia. Tutto il resto è noia.
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IL NUOVO ART. 49 DELLO STATUTO REGIONALE E LA "VARIAZIONE DI BILANCIO ELETTORALE" DI DEBORA SERRACCHIANI.

L’approvazione del Bilancio dello Stato con la Legge 205/2017 ha di fatto chiuso la partita finanziaria attuale con la Regione autonoma F-VG modificando l’art.49 dello Statuto di autonomia e mantenendo in piedi tutta la normativa che impone alla regione contribuzioni per il risanamento dei conti pubblici e per la riduzione del debito pubblico superiori al miliardo di euro. L’attenzione della pubblica opinione regionale è attualmente rivolta alla interpretazione del significato dei commi dal 817 al 827 dell’art.1 della Legge 205/2017 che stabiliscono la nuova platea di partecipazione regionale alle entrate erariali, il cambiamento della modalità di riscossione su IRPEF, IVA e IRES passando dal riscosso al “maturato” nel territorio regionale, nonché l’abrogazione di alcune leggi di contribuzione dello Stato a Regione ed Enti Locali a compensazione del maggior prevedibile introito della Regione sulla base del “maturato”. Qualche forte dubbio rimane sull’effetto futuro delle nuove aliquote di compartecipazione e dell’universo delle tasse contemplate. In un momento dove tutti parlano di ridurre il peso fiscale generale e in previsione di una crescita economica ridurre l’entrata regionale IVA (che è quindi l’unica gettito che dovrebbe aumentare) dal 91% al 59% non sembra il massimo della vita.

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Comunque per ora cambia tutto ma i totali per il 2018 dovrebbero essere invariati. A questo si aggiunge un “dono” apparente di 120 milioni di euro quale sconto dei versamenti regionali per il 2018 e 2019 sul Patto Tremonti-Tondo poi Padoan-Serracchiani originariamente di 370 milioni, poi diventati 250-270 negli anni 2015-2017 e ritornati 370 nel 2018 per mancanza di trattativa di rinnovo dello sconto. Il giro sembra vorticoso ma parliamo sempre della stessa cifra. Tra i commi citati c’è però un elemento turbativo. Per poter applicare i nuovi parametri di partecipazione erariale e la nuova serie di entrate fiscali è necessaria la predisposizione da parte del Governo di un Decreto Legislativo delegato (ai sensi dell’art.65 dello statuto regionale) che definisca i criteri con cui si valuta il “maturato” al posto del riscosso per alcune tasse già citate. Questa norma di attuazione è necessaria per i nuovi calcoli che comportano un esubero di esborso dello stato rispetto al modello di calcolo in vigore fino al 2017 (la cifra indicata è di 88,3 milioni di euro). La legge 205/ 2017 prevede che questa norma di attuazione debba entrare in vigore entro il 2018. E’ evidente quindi che la definitiva legge di Bilancio per il 2018 della Regione F-VG si potrà fare solo a norma di attuazione entrata in vigore. Nel frattempo si potrebbe comunque fare una variazione di Bilancio per utilizzare i 120 milioni dello sconto ma non si potrebbe dimenticare di inserire anche le minori entrate di almeno 88,3 milioni di euro determinata dalle norme statali di perequazione rispetto alla previsione del maturato e già entrate in vigore anch’esse a seguito della L. 205/2017. Se vuol fare una bella variante elettorale di spesa Debora Serracchiani deve perciò rapidamente far approvare da un Governo in ordinaria amministrazione il Decreto Legislativo della norma di attuazione relativa ai criteri di calcolo del “maturato” ed è evidente che, se per caso ci fosse qualche elemento utile più alla regione che allo Stato, meglio subire e portare a casa il tutto che regalare la variante al futuri “padroni” della Regione. La frittata per questo anno è fatta e mangiarla calda o fredda non cambierà molto. Ma non sarebbe male evitare di farci abbindolare dallo specchietto per le allodole dei 120 milioni e far capire a Roma che il clima dei rapporti tra Stato e Regione non potrà in futuro avere il senso di sudditanza distruttiva di questo decennio.

Giorgio Cavallo, gennaio 2018
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Il “PATTO PER IL LAVORO”, perché Bolzonello non l’ha lanciato prima?

[gallery ids="765,766,767" type="rectangular"] Sergio Bolzonello, vicepresidente della Giunta Serracchiani e candidato del PD alle prossime elezioni regionali, lancia, in extremis, un “Patto per il Lavoro”. Bella scoperta! Noi del Patto per l’Autonomia lo diciamo da tempo che la prossima Giunta regionale dovrà necessariamente lanciare un grande piano di investimenti e mettere al centro del suo programma il lavoro, con un’attenzione particolare per i giovani. Ma non si capisce perché Bolzonello dica questo, dopo aver sostenuto che “le politiche economiche della sua giunta hanno prodotto un aumento del PIL e dell'occupazione, dati questi che nessuno può smontare» (Comunicato stampa del 7 ottobre dell’assessore Peroni) e che, quindi, dopo questi straordinari risultati si può, secondo lui, finalmente guardare radiosamente al futuro. Se, ora invece, Bolzonello ha un’altra opinione rispetto a quella della sua Giunta, e riconosce che al F-VG serve una terapia da cavallo che lui con una parola, che chissà dove ha preso, chiama “Patto per il lavoro”, significa che condivide con noi un’analisi e una diagnosi non proprio giulive della regione che si appresta a lasciare. Ma se è così, dobbiamo chiedergli anche cosa ha fatto lui, da vicepresidente, per contrastare in tempo lo stato negativo dell’economia regionale. Per esempio, gli chiediamo cos’ha fatto per: - Evitare di veder partire i giovani talenti all’estero (la nuova emigrazione AIRE - Anagrafe Italiana Residenti Estero - in FVG è pari al doppio della media italiana)? - Evitare di continuare a essere la regione del nord Italia che perde più PIL dal 2008 (-8,2% in FVG a fronte di -6,8% in Italia, fatta eccezione per il Trentino Alto Adige che è cresciuto invece di quasi del 3%)? - Evitare di continuare a bruciare (anche durante il suo mandato) centinaia di imprese ogni anno (e non si dica, con spocchia salottiera, che erano tutte impresa da buttare)? - Evitare di veder crollare gli investimenti pubblici sul territorio (dal 2005 al 2015 la riduzione è stata del 51%, a fronte di una media nazionale del 23%)? Un crollo quantificato in 1 miliardo di euro (come certifica la CGIA di Mestre) che avrebbero potuto attivare altri 2 o 3 miliardi di investimenti privati? Da ultimo il lavoro. Bolzonello dice che dal 2013 i posti di lavoro in FVG sono aumentati passando da 495.000 a 510.00. Vero, ma dimentica dettagli fondamentali. A parte la questione della qualità del lavoro e del monte ore lavorate, entrambe in costante diminuzione, non dice che la ripresa dell’occupazione è, in FVG, più lenta che nel resto d’Italia. Com’è stata utilizzata, allora, la Specialità regionale? Con gli strumenti dell’Autonomia avremmo potuto recuperare più in fretta, invece siamo finiti peggio della media nazionale e stiamo risalendo anche più lentamente. Perché tutto ciò? Forse era distratto e allora glielo spieghiamo noi. Nel periodo 2011-2017, vi è stata una contrazione della spesa pubblica di tutti gli enti locali del F-VG (Regione compresa) pari a, mediamente oltre 1,4 miliardi l’anno! Soldi, in un modo o nell’altro, trattenuti o trasferiti allo Stato per risanare il debito pubblico, ma trattenuti in misura doppia rispetto a quanto dovuto in base alla nostra dimensione demografica! È una spesa pubblica sottratta al territorio e al rilancio dell’economia regionale pari a circa 10 miliardi di euro, che avrebbero potuto mobilitarne altrettanti di privati. Lo sa Bolzonello? Se non lo sa, ci chiediamo cosa stava a fare in Giunta. E se lo sa ci chiediamo perché non ha denunciato per tempo questo stato di cose, quando cioè si potevano ancora tentare operazioni di contrasto alla crisi. Lui, quindi, l’occasione per lanciare un “Patto per il lavoro”, con gli strumenti dell’autonomia, l’ha già avuta e l’ha sprecata. Ora lasci spazio ad altri. Federico Simeoni #PattoPerLautonomia #FedericoSimeoni #UnPattoPerIlLavoro
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Le prossime sfide per il 2018: un commento di Massimo Moretuzzo

Il dado è tratto. Il Patto per l’Autonomia si è costituito in Movimento Politico e parteciperà alle prossime competizioni elettorali. E' una scelta sicuramente azzardata, in tanti penseranno che siamo dei pazzi e che la sfida sia troppo difficile da vincere. Siamo convinti però che ci siano dei momenti nella vita in cui il cuore deve essere gettato oltre l'ostacolo, in cui dobbiamo rivendicare con forza il diritto di sognare. Il nostro sogno è quello di un Friuli capace di diventare un luogo in cui l'economia e il lavoro tornino al servizio delle persone e non della finanza internazionale, in cui i beni comuni siano gestiti dalle comunità e non privatizzati, in cui la nostra Storia fatta di tante diversità che convivono da secoli sia una traccia per l'Europa dei popoli che non può più aspettare. In cui la scuola insegni storia, geografia, valori e lingue del mondo ma anche della nostra terra: e i nostri giovani riscoprano la bellezza e l’orgoglio di vivere qui. Aiutarli a costruire il proprio futuro è un imperativo per chi come noi si è fatto le ossa nei municipi conoscendo ed affrontando giornalmente le emergenze, le sfide e i problemi che la crisi ci ha posto davanti. Una crisi che in Friuli - Venezia Giulia ha picchiato più duro, perché negli ultimi anni lo Stato centrale ha operato prelievi straordinari per un totale di 7 miliardi di euro, sotto forma di contributi per un federalismo fiscale che non si è mai realizzato e per l’abbattimento del debito pubblico che a Roma invece è continuato a crescere. Sono i patti Tondo-Tremonti e Padoan-Serracchiani, due accordi suicidi che i governi regionali hanno firmato per compiacere i leader romani dei partiti che sostengono. Tutelare i cittadini di questa regione è un’altra cosa, e per farlo ci vuole un’altra forza politica indipendente da coloro che hanno deluso negli ultimi dieci anni le aspettative dei loro elettori: non basta starsene a casa a protestare magari dietro a una tastiera. Serve tornare protagonisti: e potete cominciare con un piccolo ma importante gesto, con una firma che ci permetterà di essere presenti alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo per rappresentare gli interessi della nostra gente. I vostri interessi. A giorni inizieremo la raccolta delle firme per presentarci sia in tutti i collegi del Friuli - Venezia Giulia. Avremo solo un mese di tempo poi per farci conoscere sui territori e vi chiediamo di aiutarci a diffondere i nostri messaggi e organizzare incontri nei vostri paesi. Siamo abituati ad ascoltare i nostri concittadini, e la campagna per le politiche servirà anche come sollecitazione e prova generale per la madre di tutte le sfide: le elezioni regionali. Questa Regione non può permettersi un’altra legislatura come le due precedenti: e per cambiarla abbiamo bisogno dell’aiuto di persone come voi! Noi ci crediamo, se ci crediamo in tanti la sfida si può vincere! Massimo Moretuzzo
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La drammatica messa in mora del sistema democratico

Come Patto per l’Autonomia denunciamo l’assenza di qualsiasi forma di trasparenza poiché a, verosimilmente 10 giorni dal deposito dei simboli dei partiti che concorreranno alle prossime elezioni politiche (e il condizionale sui termini è d’obbligo), il Ministero dell’Interno non ha ancora reso noto le procedure per predisporre le istanze di candidatura a coloro che vogliono partecipare alla tornata elettorale. È del tutto evidente che non si intende dare spazio a nuove democratiche forme di partecipazione popolare.
“Come Patto per l’Autonomia ringraziamo i funzionari locali delle Prefetture che, su nostra sollecitazione, si sono prodigati (anche nei giorni di festa) nel cercare di darci delle risposte. L’amara constatazione a poco più di una settimana dal deposito obbligatorio dei simboli elettorali e a meno di 30 giorni dalla presentazione delle liste con le firme da raccogliere, la realtà è che non si sa come preparare la documentazione. I partiti che hanno esponenti in Parlamento dormono sonni tranquilli. Le nuove formazioni politiche rischiano invece di essere escluse per l’inadempienza a una legge che non è ancora stata dettagliata dal Ministero degli Interni. È un fatto di inaudita gravità che dimostra ancora una volta come si voglia allontanare i cittadini dalla politica riservando il potere nelle mani di una oligarchia incarnata dalle segreterie di partito. Tutto ciò ci spinge ancor di più a impegnarci per fare in modo che il Patto per l’Autonomia, slegato da lacci e ricatti delle segreterie di partito, diventi il primo e unico baluardo a difesa degli interessi dei cittadini del Friuli Venezia Giulia. Clicca sul video qui sotto e diffondete il video, condividetelo e aiutateci a fare pressione sul Ministero.
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Politiche per la famiglia, elezioni e bonus bebé

Pubblichiamo nel nostro blog un'interessante nota di Rosario Di Maggio sul tema delle politiche per la famiglia, il lavoro e il bonus bebè. Anche recentemente il Presidente della nostra Regione, Debora Serracchiani, è intervenuta nel dibattito sulla difesa demografica dei nostri territori. In campagna elettorale, quasi sempre, sia per lei che per gli altri contendenti, questo significa, in soldoni, lanciare la promessa di qualche bonus economico, pensando che questo possa essere risolutivo. E, specialmente, sufficientemente appetibile a recuperare consensi. Ma come stanno veramente le cose in Italia, ce lo spiega l'Ispettorato Nazionale del Lavoro, nel suo annuale report. Le dimissioni volontarie per genitori con figli fino a 3 anni d’età sono state 37.738, di cui 29.879 donne. Di queste quasi 30.000 lavoratrici, appena 5.261 sono passate ad altra azienda, mentre tutte le altre (24.618) hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino, per i costi elevati e mancanza di nidi, e/o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Per inciso, per gli uomini la situazione è capovolta: su 7.859 papà che hanno lasciato il lavoro, 5.609 sono passaggi ad altra azienda e solo gli altri hanno deciso di farlo per difficoltà familiari. I dati, lo ripetiamo, si riferiscono al 2016, i più recenti a disposizione per redigere il rapporto. A titolo esemplificativo, in Lombardia, tra le donne dimesse dal lavoro (6.767 in tutto), quasi la metà si sono licenziate per mancato accoglimento al nido, per mancanza di parenti di supporto e per l'elevata incidenza dei costi di assistenza. Analizzando la qualifica delle donne che lasciano l'impiego, le statistiche indicano chiaramente come esista una relazione diretta tra bassi salari e dimissioni. Tra operaie e impiegate si arriva a 28.102 licenziamenti, mentre dirigenti e quadri ammontano a sole 680 unità. Se si assume infatti, come ipotesi, un tipico stipendio da bassa qualifica (attorno ai 1.000 Euro), sottraendo in media 500 euro per baby sitter e asilo, dai 500 euro rimanenti è necessario comunque scomputare anche i costi base (ad esempio i pannolini). Resta talmente tanto poco da indurre alla scelta di restare a casa per dedicarsi solo ai figli. Peraltro, peggiorando la situazione, perché le dimissioni comportano l'automatica esclusione di altri piccoli benefici, come il Bonus baby sitter. Questa è la fotografia reale della situazione. Altro che bonus bebè elettorale.

#quicedalavorare

Rosario Di MaggioClicca qui per scaricare il rapporto integrale
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Simeoni: la memoria del terremoto sia patrimonio di tutti, non materia di propaganda elettorale

Università e Regione nascondono la vera essenza di un momento cardine della nostra storia: la sua custodia andrebbe eretta ad esempio nazionale, per far capire il valore del decentramento e della sussidiarietà. Inascoltati gli appelli dei sindaci e dei consiglieri protagonisti della ricostruzione. La “lingua batte dove il dente duole”. Non c’è espressione più appropriata per spiegare le giravolte di Regione e Università di Udine sui temi, ancora scottanti, della ricostruzione post-terremoto e del “Modello Friuli”. Le due istituzioni, che dovrebbero esser aliene da logiche gerarchiche, autoritarie ed accentratrici nei confronti delle tematiche territoriali cercano ora, “in zona Cesarini” rispetto alle prossime scadenze elettorali, di recuperare il terreno perduto lisciando il pelo al territorio friulano con una “gestione della memoria” rielaborata ad hoc. La Regione, dopo aver mortificato la rappresentatività del territorio friulano, scopre, in campagna pre-elettorale, gli infiniti pregi del “Modello Friuli” e lancia, con una delibera del 14 dicembre 2017, la realizzazione di un “Archivio storico” per il recupero, studio, archiviazione, conservazione e valorizzazione della documentazione della ricostruzione. Benissimo! Ma perché lo fa in periodo pre-elettorale? E perché lo fa in questo modo? Con una Convenzione, cioè, che mette tutto in mano ad un singolo docente del Dipartimento Politecnico dell’Università di Udine, disattendendo così le richieste delle Associazioni dei sindaci e dei consiglieri regionali della ricostruzione che ancora più di un anno fa chiedevano la gestione dell’Archivio da parte di un Comitato scientifico autonomo e allargato? Nulla, ovviamente, contro il singolo docente. Ma la “ricostruzione della memoria” di un simile evento è questione troppo delicata per essere lasciata nelle mani di una singola persona! L’Università, dopo almeno due anni che se ne parla, lancia invece, sempre in questi giorni, non si capisce bene se un “centro” o una “rete di centri”, per lo studio di varie tematiche legate ai terremoti. Anche qui, benissimo! Ma perché promettere un centro (o rete di centri), che dovrà peraltro confluire nel famoso Cantiere Friuli lanciato dal Rettore, proprio sotto elezioni? E perché eliminare -con la chiusura, nel 2016, del Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura-, una struttura permanente che istituzionalmente avrebbe già dovuto fare quelle cose, per sostituirla con qualcosa che ancora non c’è e non si sa bene cosa sarà? Ma ciò che disturba di più -soprattutto perché abbiamo a che fare con la Regione, che è tra gli artefici della ricostruzione, e con l’Università di Udine -che è stata istituita con la legge di ricostruzione-, è il pressapochismo rispetto a una vicenda cardine della nostra storia. Il “Modello Friuli” è un modello di ricostruzione endogeno ed altamente partecipato che nasce da una rottura profonda con i modelli precedenti dove lo Stato si era esercitato in sperimentazioni, spesso anche devastanti, sulla pelle dei sinistrati. Più recentemente, con la Protezione Civile nazionale nel ruolo di pianificatore e gestore della ricostruzione dopo il terremoto dell’Aquila e con l’istituzione di un Commissario alla Ricostruzione dopo i terremoti in Centro Italia, si sta purtroppo tornando a quel modello del tutto esogeno, autoritario e gerarchico di ricostruzione. Se si fa confusione su questo punto non si capisce il Modello Friuli e lo si annacqua! Non risulta, però, che la presidente Serracchiani, né nel corso del 2016, anno del quarantesimo del terremoto, né del 2017, anno della legge nazionale di ricostruzione (che attribuisce alla Regione la delega in materia di ricostruzione) abbia levato un monito, verso il Governo italiano, dicendo che i Commissari alla Ricostruzione, dopo il Modello Friuli, non possono più esistere! Nella proposta dell’Università, si fa invece fatica a districarsi tra tante materie eterogenee, che vanno dalla sismica, alla prevenzione e gestione delle emergenze, all’ingegneria delle costruzioni, alla gestione sociale dei disastri e, financo alla “progettazione di altre rinascite”, da attribuire ad un unico centro studi. Mentre emergenze e normative antisismiche e per la sicurezza è giusto che siano materie prevalentemente statali -e che ci si augura che lo stato svolga bene e fino in fondo-, le ricostruzioni -ed il Modello Friuli, lo insegna-, vanno decise e gestite dai territori interessati! Se non è l’Università di Udine a tracciare questa chiara linea di demarcazione chi lo fa? E a non farlo si fa confusione storica, si confondono politiche di prevenzione, politiche di emergenza e politiche di ricostruzione e, forse non si aiuta neppure l’avanzamento scientifico in materia. Basta, dunque, strumentalizzare il Modello Friuli e la sua memoria! Si faccia l’Archivio ma la Regione ascolti le Associazioni dei Sindaci e dei Consiglieri regionali della ricostruzione quando chiedono di porlo sotto l’egida di un Comitato scientifico autonomo. L’Università, da parte sua, crei una struttura multidisciplinare e di rilievo internazionale, su prevenzione e ricostruzioni, con un suo proprio Dipartimento ad hoc e lo chiami “Modello Friuli”. Questo ci convincerà che non si tratta di operazioni episodiche e un po’ propagandistiche, ma invece di un progetto istituzionalmente inscritto nell’art. 26 della L. 546/1977 che è quella che ha istituito l’Università di Udine. Federico Simeoni
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Una moltitudine di gocce...

Un contributo di Tullio Avoledo sul Gazzettino di oggi: una riflessione sulla modernità e sull'attualità dell'autonomismo.

Caro anno ti scrivo... È l’ora di svegliarci dal torpore: «Cari lettori, a 60 anni ho capito che i desideri non si realizzano da soli ma bisogna darsi da fare perché diventino realtà» «Ogni singolo individuo può partecipare al cambiamento: una moltitudine di gocce d’acqua unita dà vita all’oceano»

Caro 2018, non ti scrivo un bel niente. Perché sei solo una misura del tempo, uno di quei trucchi che noi umani ci inventiamo per misurare la realtà. Mica si scrive ai metri, o ai litri. Perché, allora, dovrei scrivere a un anno? Scrivo invece ai lettori di questo giornale. Scrivo per raccontarvi il mio sogno per l’anno che verrà. A 60 anni ho ormai imparato che i desideri non si realizzano da soli. Che devi darti da fare, se vuoi che diventino realtà. Il mio desiderio per il 2018 è che gli uomini e le donne di buona volontà si sveglino dal torpore e decidano di riprendere in mano il loro destino. Si sente spesso dire «cosa può fare un individuo solo? Come può pensare di cambiare le cose? È come lottare contro i mulini a vento». A queste obiezioni rispondo con due battute di dialogo dal libro di David Mitchell, Cloud Atlas. «Qualsiasi vostra azione – dice un personaggio, per convincere un altro a desistere dal battersi contro la tratta degli schiavi – non sarà che una singola goccia in un oceano sconfinato». Ma l’altro risponde, sereno: «E che cos’è l’oceano, se non una moltitudine di gocce?».

In un mondo come il nostro, ognuno di noi può sentirsi così, un’insignificante goccia tra miliardi di gocce. Può provare un senso d’impotenza, di sconforto. Ma l’oceano è fatto di gocce. Ogni nostra azione ha riflessi sulle vite di altre persone, ogni nostro pensiero pronunciato ad alta voce innesca un processo di comunicazione che può portare a grandi cambiamenti. E il cambiamento che mi auguro per il 2018 è che il nostro Paese – e il Friuli per primo – ritrovino dignità e onestà.

A chi rimpiange il mondo del passato, un mondo povero di beni materiali ma ricco di dignità e di interazioni personali, faccio presente che la dignità non ti viene da fuori, dagli altri. La dignità - quella vera - nasce dentro di noi. Si può essere poveri, infermi, maltrattati dalla vita, ma essere grandi nella dignità. Un esempio nobile e commovente ce l’ha dato il poeta Pierluigi Cappello, la cui vita è stata una parabola luminosa di come l’anima possa superare ogni difficoltà terrena. Ma Pierluigi era un santo. Noi siamo uomini normali. La nostra forza viene dall'unione con gli altri. Il mondo d’oggi, il neofeudalesimo imposto da chi ci comanda, non a caso tende a favorire il nostro isolamento. Magari abbiamo (o crediamo di avere…) centinaia di “amici” su Facebook ma non sappiamo chi viva nell'appartamento accanto al nostro. Trascuriamo la politica, perché “tanto non si può cambiare niente”. Pensiamo, ben che vada, al nostro lavoro, alla famiglia, alla nostra casa, e intanto lasciamo che il mondo intorno si deteriori e s’incanaglisca. Abbiamo ormai delegato tutto ai manager, di ogni tipo. Se potessimo, la nostra pigrizia affiderebbe a loro anche il compito di pensare per noi.

I manager amministrano le imprese, le banche, la politica. Non hanno timore di farlo, perché non fanno parte della comunità su cui le loro decisioni impattano. Non sono guidati dalla ricerca del benessere sociale o della giustizia, ma solo dall'ingordigia, loro e delle entità che rappresentano, siano esse una multinazionale o un governo. Quando li vediamo, quando li sentiamo parlare, risultano spesso evidenti la loro incompetenza e la loro disonestà, eppure deleghiamo a loro le scelte che decidono delle nostre vite, del nostro futuro. Io mi auguro che il 2018 faccia piazza pulita di tutto questo.

Chiedo a chi mi sta leggendo di convincersi che noi, e solo noi, possiamo cambiare il mondo. Per la nostra Regione, le prossime elezioni non sono un’occasione qualunque: rappresentano l’ultima possibilità di cambiare le cose, di fermare il degrado prima che si trasformi in collasso. È l’ultima chiamata per tutti gli uomini e le donne di buona volontà perché escano dal guscio del privato e s’impegnino in politica. Anni di governi “tecnici” hanno distrutto il Paese. Le fabbriche chiudono, i pezzi più pregiati della nostra realtà produttiva sono stati svenduti a multinazionali straniere. La ripresa di cui si riempiono tanto la bocca non c’è o, se c’è, non è certo per tutti. Il degrado dell’ambiente e della convivenza sociale si respirano, si toccano. Aria e acqua sono contaminati, il suolo viene sprecato. Il divario tra chi ha e chi non ha diventa di giorno in giorno più grande. Per la prima volta dagli anni ‘70 la nostra regione è tornata, tristemente, a essere terra di emigrazione.

A livello nazionale non sembriamo più in grado di fare nulla: né di realizzare infrastrutture decenti, né di ricostruire i paesi devastati dalle calamità naturali e nemmeno di accogliere in modo civile i profughi che lasciamo entrare e vagare per il Paese. È tempo di dire basta. Di gridare un sonoro NO in faccia a chi, come avrebbe detto Gaber, ha come slogan “far finta di essere sani”. Ecco, vorrei che il 2018 fosse un anno di impegno politico. Per me lo sarà. Bisogna sconfiggere i manager di un sistema fallimentare e bugiardo e al tempo stesso evitare che un voto di pura protesta ci consegni nelle mani di incapaci come quelli che pullulano in certi movimenti populisti. Dobbiamo votare non con la pancia, ma con la mente e col cuore, eleggendo donne e uomini onesti e capaci.

Ma soprattutto dobbiamo ricordarci che le pulizie cominciano in casa propria. Che quello che sarebbe difficile, se non impossibile, realizzare subito a livello nazionale, possiamo farlo qui, ora, in Friuli. Bisogna ridare alla Regione un governo di persone libere, oneste e capaci, che sappia usare al meglio quel meraviglioso documento che è il nostro Statuto di regione autonoma. Leggetelo e vi stupirete per le possibilità che offre. Senza bisogno di fare rivoluzioni, semplicemente applicando lo Statuto, che gli ultimi governi hanno calpestato e ignorato ma fortunatamente non ancora abolito, saremmo in grado di rendere la nostra Regione autonoma di fatto nelle scelte fondamentali: il controllo del demanio pubblico e delle acque, le politiche industriali, la sanità, la scuola. Potremmo rovesciare le scelte fatte da manager pubblici idioti, quelle che stanno affossando il nostro sistema sanitario e attuando riforme territoriali costose, inutili e inconcludenti. Uomini e donne di buona volontà lottano ogni giorno nelle fabbriche, nelle aule scolastiche, nelle corsie degli ospedali, per lenire, con il loro impegno quotidiano, i guasti provocati da scelte sbagliate imposte dall’alto. Le elezioni del 2018 rappresentano la linea del Piave. È tempo di reagire, di battersi per quello che è giusto. Per usare le parole di Primo Levi: “Se non ora, quando?”. Il Friuli può decidere - ma deve farlo adesso, prima che sia troppo tardi - di riprendere nelle proprie mani il suo destino, diventando un esempio virtuoso per tutto il Paese. Insieme possiamo farcela. E’ tempo che il buon senso torni a guidare le nostre azioni e le nostre scelte. E’ tempo di costruire, di progettare il futuro, con amore e con gioia, con fiducia e senso di responsabilità. E’ tempo di curare le ferite della nostra terra, di ridare speranza ai nostri giovani. Il 2018 sarà l’anno in cui il voto di ognuno di noi avrà un peso formidabile, se dato con intelligenza e non sprecato. Possiamo realizzare un’autonomia virtuosa, un progetto inclusivo che ridia dignità e un futuro migliore a ogni abitante della nostra regione.

Ecco, io ho solo questo desiderio, per l’anno che verrà. Ma è un desiderio grande come il mondo. Mi impegnerò, non da solo, perché possa realizzarsi, e spero - è questo il mio augurio - che molti altri si uniscano a noi. Perché cos’è un oceano, se non una moltitudine di gocce?

Tullio Avoledo | Il Gazzettino

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Elezioni regionali e politiche: conferenza stampa domattina a Udine

Domani, Sabato 30 dicembre alle ore 11.30 al Caffè Caucigh in Via Gemona a Udine, si svolgerà una conferenza stampa in cui il Patto Per l'Autonomia renderà note le proprie determinazioni a proposito delle future consultazioni elettorali, dalle elezioni politiche a quelle regionali. Per approfondire questi nuovi scenari prenderanno parte all’incontro:
  • Massimo Moretuzzo, sindaco di Mereto di Tomba - Patto per l’Autonomia 
  • Federico Simeoni, consigliere provinciale di Udine e segretario di Patrie Furlane
  • Rosario Di Maggio, portavoce dei Manovali per l'Autonomia
  • Markus Maurmair, sindaco di Valvasone Arzene - Patto per l’Autonomia.
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Bon cop de falç, defensors de la terra!

Il mio primo impulso nello scrivere questa confusa noterella era di intitolarla Homage to Catalonia come il celebre libro in cui George Orwell racconta le sue esperienze di volontario nella guerra civile spagnola sul fronte dell’Aragona. Alla fine ho scelto come titolo il verso centrale del ritornello dell’inno nazionale catalano Els segadors (i mietitori): Buon colpo di falcetto, difensori della Terra! L’inno celebra una delle prime sollevazioni della Catalogna contro l’oppressione della monarchia spagnola, la Guerra dels segadors (1640-1659). L’allora re di Spagna, Filippo IV, aveva annullato l’autogoverno della Catalogna, come poi farà Filippo V nel 1707, e Filippo VI nel 2017 (sì è vero: il nome Filippo porta una jella tremenda ai sovrani spagnoli). Il 7 giugno 1640, giorno del Corpus Domini, i contadini catalani impegnati nella mietitura entrarono, armati di falci, in Barcellona e ne scacciarono le truppe spagnole. In seguito alla liberazione della città, il Presidente della Generalitat Pau Claris proclamò la (prima) Repubblica Catalana. Nella sua meccanica, il Corpus de sang catalano è stato una replica della nostra Zoiba Grassa del 1511 ma con Strumieri e Zamberlani in ruoli invertiti. Nei giorni di Filippo IV la libertà della Catalogna è stata riconquistata (per un breve periodo) dai contadini, ovvero dalla base della piramide sociale. Lo stesso è accaduto adesso, al tempo di Filippo VI. I politici dei partiti catalanisti hanno commesso i loro errori (anche se non proprio tutti quelli che gli attribuiscono i giornali italiani). La causa della Catalogna pareva compromessa, e il governo renziano di Madrid ne ha approfittato per dare un’ulteriore stretta alla repressione: ha sospeso l’autonomia della Catalogna, commissariato la Generalitat, arrestato o costretto all’esilio il Governo legittimo, introdotto la censura preventiva ai mezzi di comunicazione sospetti di indipendentismo, costretto ad andarsene alcune imprese per poter gridare alla sciagura economica in caso di vittoria catalanista, scatenato contro i “secessionisti” tutti i giornali e le tivù e mobilitata ogni possibile risorsa del centralismo: il tutto senza farsi alcun scrupolo né morale né legale. I catalani, hanno affrontato l’impari sfida con mani e bocche legate, e con tutti i leader in carcere o in esilio. Si è trattato di una prova di resistenza in condizioni estreme. Ma i catalani hanno vinto: mantengono la maggioranza assoluta nel Parlament. E stato un miracolo, ma i suoi artefici non sono le (pur ottime) persone che dirigono i partiti catalanisti in assenza dei capi. È stato il popolo, la gente spicciola che si è mobilitata e non ha mai smesso di inviare sms e tweet ad amici e vicini, che ha organizzato migliaia di incontri, cene, manifestazioni culturali, esibizioni musicali, ripetendo senza sosta poche parole d’ordine ma di una chiarezza estrema: #FemRepública, o #LlibertatPresosPolítics. È stata la mobilitazione capillare e spontanea di centinaia di migliaia di cittadini semplici che ha sconfitto la (per nulla gioiosa) macchina da guerra dello Stato. A livello della politica-spettacolo tra leader hanno vinto i centralisti (che schieravano una graziosa candidata), ma nelle urne ha prevalso il popolo cosciente di esserlo. I leader catalanisti, poverini, neppure c’erano (M. Rajoy si è vantato di avere “decapitato” l’indipendentismo). La prima lezione è questa: è la gente che fa la Storia, non le élite, non le Leopolde e neppure le Genoveffe. La nostra deferente ammirazione va all’attivista ignoto che si è mobilitato da sé, senza attendere direttive da un “alto” che non c’era, e ha lavorato senza posa per settimane perché nel suo paesino o nel suo quartiere nessun voto mancasse alla Repubblica: Bon cop de falç! Si merita una segnalazione anche il partito renziano di M. Rajoy. In Catalogna i renziani hanno perso i 3/4 dei loro seggi. Ne avevano 11 (lo stesso numero dei parlamentari PD in FVG nel 2016) ora ne hanno 3 (il numero di parlamentari PD-FVG previsti dai sondaggi). Male! Sono sempre 3 in più di quelli che si meritano. Le categorie della politica a volte sembrano possedere un senso dell’ironia. Penso alla teoria della “Repubblica una e indivisibile” dei giacobini. Parrà strano a chi non è avvezzo alle sottigliezze della Storia, ma in questo momento quella teoria è rivendicata dagli indipendentisti catalani, non dai renziani di Madrid che difendono la “unità” del regno di Spagna. No, i catalani non sono impazziti (e non lo sono neppure io). Il punto è che i giacobini, avendo la pretesa di essere espressione della “volontà della Nazione”, e volendo al contempo negare alle minoranze linguistiche il diritto a esprime una loro “volontà della Nazione” di separarsi dallo Stato giacobino per formarne uno proprio, sono stati costretti a formulare una teoria della “Nazione” opposta a quella storico-naturalista secondo cui la nazione è una realtà oggettiva determinata dalla comunanza di lingua, tradizioni, etc. Se si accetta l’idea che l’esistenza di una nazione sia un fatto “oggettivo”, basato in primo luogo sulla lingua, diventa impossibile negare, per esempio, che i friulani formino una nazione — “Non c’è nulla di più scientifico della glottologia”, rispondeva Pasolini ai comunisti “scientifici” che negavano questo ovvio sillogismo. Ma i giacobini non possono certo accettare questa conclusione; ecco allora che si inventano una teoria alternativa della “Nazione” sintetizzata nella famosa formula: “La Nazione è un plebiscito di ogni giorno”. Per i giacobini, la Nazione esiste in quanto ciascun cittadino si riconosce, in ogni suo atto della vita quotidiana, nell’appartenenza alla comunità politica scegliendo di condividerne il “destino storico”. Questo sentirsi parte della comunità politica, della Repubblica, è il referendum implicito che si tiene ogni giorno, e che dà legittimità alle Istituzioni politiche. Per i giacobini, questa è la Costituzione sostanziale della Repubblica, che è “una e indivisibile” perché (e finché) unica  è la coscienza dei cittadini. Pier Paolo Pasolini ha espresso lo stesso concetto nello scritto Il Friuli Autonomo (1948): L’appartenenza ad una data Patria non è un fatto, ma un atto di coscienza. Ora, dicono i catalani, se l’essenza della Repubblica è l’esistenza di milioni di cittadini che in essa si riconoscono e che si sentono impegnati a costruirne il futuro, allora la Repubblica Catalana esiste ed è una realtà molto più solida e concreta del Regno di Spagna o dell’Impero di Renzonia. La Catalogna ha i suoi cittadini – coscienti e impegnati – e finché la Catalogna avrà i suoi cittadini, nessun Renzi di Spagna riuscirà a cancellarla. Ancora Pasolini, nell’ultimo testo che ha scritto, con l’intento che fosse il suo Testamento spirituale (Saluto e augurio, 1974): La Repùblica a è drenti, tal cuàrp da la mari. La Repubblica è dentro di noi cittadini coscienti e costruttori di futuro, non nei Palazzi di Roma e tanto meno nella reggia di Re Borbone a Madrid. Visca la terra lliure! Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata 
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Regione, soffocata l'autonomia finanziaria

Per sudditanza nei confronti del potere centrale, l’assenso rilasciato al Governo dalla Regione alla riscrittura dei patti finanziari grava il bilancio F-VG di prelievi inaccettabili da parte dello Stato. L’emendamento Morando alla legge di stabilità finanziaria nazionale riscrive i rapporti finanziari tra Stato e Regione F-VG, creando illusioni e strumentalizzazioni. Le aliquote di compartecipazione ai tributi erariali verranno modificate in maniera sostanziale e complessiva, riducendo la misura di alcune quote (v.Iva) ed ampliando la platea dei tributi a cui attingere rispetto a quanto finora previsto. I criteri di gestione della nuova normativa dovranno essere specificati nell’ambito di decreti attuativi da convenire tra Stato e Regione secondo le procedure previste dallo Statuto. Analizzando le conseguenze dell’emendamento Morando per il F-VG i flussi di entrata e uscita da e per Roma rimarranno gli stessi degli ultimi anni, con un prelievo da parte dello Stato (calcolato con precisione da parte della Corte dei Conti in occasione dei giudizi di parificazione relativi ai consuntivi 2015 e 2016) di 1,1-1,2 miliardi all’anno per obiettivi di risanamento della finanza pubblica e di abbattimento del debito pubblico. Di fatto su un insieme di entrate, tra tributi propri e quelli di compartecipazione, di 5,2-5,4 miliardi di euro, il 25% viene prelevato dallo Stato riducendo drasticamente la potenzialità di spesa della stessa regione. Questa situazione è iniziata a partire dal 2010 aggravandosi ogni anno fino al 2015 per poi stabilizzarsi sul livello più alto di esproprio. Il Patto Per l'Autonomia ritiene che gli investimenti non effettuati per questa enorme voragine nella nostra spesa pubblica, dilatata da altre norme relative al patto di stabilità ed anche operanti nei confronti degli enti locali, siano la concausa principale della crisi economica che ha colpito in questo decennio la Regione F-VG: e lo ha fatto in termini più forti che da altre parti dell’Italia, in termini di PIL e disoccupazione, anche perché la quota di prelievo statale per l’abbattimento del debito pubblico nella nostra Regione è del tutto spropositata in relazione alla sua popolazione e dimensione. La riduzione della spesa pubblica e di quella attivabile da essa per i privati ha superato i due miliardi di euro all’anno su un PIL complessivo di 35 miliardi di euro. C’è quindi massima necessità di rinegoziare i rapporti finanziari con lo Stato, determinati anche dalla scadenza nel 2017 del patto di contribuzione Padoan-Serracchiani. Ma l’assenso dato nello spazio di un giorno alla proposta dell’emendamento Morando dimostra esplicitamente la totale sudditanza al governo centrale ed una incapacità di esprimere da parte delle forze politiche del F-VG le ragioni di un profondo disagio territoriale. Il tutto è stato reso ancora più ridicolo dalla pantomima sui 120 milioni di euro di “sconto” che lo Stato dichiara di averci fatto e che saranno l’occasione per una finanziaria elettorale di spesa che la Giunta regionale gestirà nei prossimi mesi. In realtà si è trattato di uno “sconto” su un ingiustificato aumento, che fu di 370 milioni con Tondo e di “soli” 250 pagati da Serracchiani negli ultimi anni, in un quadro dove quello che conta è l’enorme cifra complessiva del taglio di entrate. Di fatto una solenne presa in giro. Va anche segnalata la grave infrazione istituzionale commessa nella procedura di attribuzione del “consenso” all’emendamento Morando tenendo all’oscuro di tutto ciò il Consiglio Regionale. Su questo terreno, si è aperto un vero e proprio baratro di legittimità costituzionale, come è stato segnalato in questi giorni sulla stampa dal dottor Giovanni Bellarosa. Se la Regione deve essere sentita, può farlo da solo la Giunta o addirittura il Presidente? Sulla ipotetica trattativa che dovrà aprirsi con il Governo chi e come agirà per conto della Regione? Va ricordato che gran parte delle leggi finanziarie dello Stato, che hanno ridotto le entrate della Regione F-VG negli ultimi anni per il risanamento della finanza pubblica, sono state approvate senza alcun assenso da parte della Regione e che la Corte Costituzionale con la sentenza 188/2016 ha richiamato con forza i nostri amministratori alla necessità di una INTESA, arrivando ad abrogare la normativa sul sovra-gettito IMU per questo motivo. Ed ha invitato la stessa Giunta Regionale ad occuparsi meglio degli interessi della società regionale. Per il Patto Per l'Autonomia siamo di fronte ad una vicenda politica determinante per il futuro della Regione. Al di sopra di ogni ragionamento tecnico, deve emergere come discriminante per la Regione F-VG l’intenzione di richiedere con forza la revisione con un drastico ribasso delle attuali contribuzioni allo Stato ed un recupero parziale ma sostanzioso delle disastrose contribuzioni di questi ultimi anni. Tutto il resto è fuffa, propaganda che però rischia di costare cara a noi e ai nostri figli. Questo difatti è un accordo che aiuta ad ingabbiare definitivamente l’autonomia finanziaria della Regione, già gravemente compromessa dal Patto Tondo-Tremonti, e ridurla ai minimi termini: con le conseguenze sui servizi per i cittadini che tutto questo comporta.  
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15 Dicembre 2017: una data decisiva per la distruzione della specialità del F-VG

Mentre il Consiglio regionale ieri stava discutendo del Bilancio per il 2018, è giunta notizia che in Parlamento era stato presentato un emendamento del Governo alla legge di “stabilità nazionale” che aveva ottenuto “l’intesa” con la Regione F-VG. Questo emendamento riorganizza tutto il sistema di compartecipazione del F-VG per le entrate fiscali, diminuendo il singolo peso (ad es. per l’IVA non avrà più il 91% ma il 59%) ed aumentando le tipologie di tributi (ad es. bolli, ecc.) a cui accedere. Il tutto viene detto “ad invarianza di entrate per la Regione e costo per lo Stato”. Come regalo per l’intesa viene standardizzato a 250 milioni annui il contributo che la Regione deve allo stato in conseguenza degli accordi passati Tondo-Tremonti e Serracchiani-Padoan, che a partire dal 2018 avrebbe potuto ritornare ai 370 previsti inizialmente. Cosa significa ciò? E come si ripercuote sul bilancio regionale? Sui giornali si trova che le spese del bilancio regionale per il 2018 sono di circa 4 miliardi di euro suddivisi nelle varie voci. L’informazione non spiega quanto sono le entrate complessive, dalle compartecipazioni e dalle altre voci, che nella realtà attualmente sono di circa 5300 milioni di euro. Di questi circa 1300 vengono ritornati allo Stato in seguito a norme diverse (emanate dal 2011 in poi) che definiscono il contributo della Regione F-VG al risanamento della finanza pubblica dello Stato (debito, disavanzo,...). Tra questi ci sono anche i 370 milioni (o 250) del Patto prima descritto. Questi soldi oggi compaiono nel bilancio regionale. Con “l’intesa” della Giunta Serracchiani sull’emendamento governativo alla legge di stabilità questi soldi spariranno per sempre dalle entrate del bilancio regionale poiché le nuove aliquote di competenza sono calibrate sull’attuale spesa regionale dei 4 miliardi. Rimane da capire se i 120 milioni di cui molto si parla sono già nell’attuale bilancio regionale (con previsione di contribuzione allo Stato di 250) o se potranno essere inseriti solo dopo l’approvazione della manovra all’esame del Parlamento. Raccontare quanto è avvenuto ieri, come fanno i giornali regionali di oggi, come un risultato positivo è una “fake” colossale. Di fatto così si concludono 10 anni disastrosi per la specialità regionale. Giorgio Cavallo
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La Corsica dimenticata

Sulla Catalogna è calato il silenzio, vietato parlare, guai ricordare le battaglie democratiche di quel popolo. Sul 56% degli indipendentisti Corsi silenzio totale, guai ricordare che l’Europa possibile è sempre più quella dei popoli e non quella dei fallimentari "stati nazione" attuali. La conquista di 41 seggi su 63 ovvero della maggioranza assoluta da parte degli indipendentisti non ha diritto di essere ricordata come una affermazione di autonomia dalla Francia. Il figlio di un combattente storico del movimento indipendentista (Edmond Simeoni) Gilles Simeoni assieme a Guy Talamoni storico indipendentista in una coalizione "pé a Corsica" hanno dimostrato che senza dimenticare o rinnegare il passato si può democraticamente e civilmente proporre  un progetto di rinnovamento che vada oltre la semplice richiesta di autonomia. Hanno vinto con una proposta rassicurante di riaffermazione della propria identità ma soprattutto con un progetto di ricostruzione e recupero del territorio. Pensando alla Corsica mi ritorna in mente un menu di un ristorante di quell’isola, che alla fine riportava la dicitura “buchi” e il prezzo di riferimento, certificava uno strano modo di festeggiare le ricorrenze, sparare sul soffitto. Contemporaneamente a quel ricordo mi venne in mente la frase pronunciata durante un incontro a Roma dall’allora ministro per gli affari regionali, durante un incontro con i rappresentanti Friulani che rivendicavano i loro diritti, dicendo: ma voi non siete come i SudTirolesi, non siete pericolosi per l’integrità dello stato, che tradotto voleva dire voi non mettete bombe non siete pericolosi quindi le vostre richieste possono essere disattese. Strano concetto di democrazia, ma a pensarci bene è il fattore unificante di tutte le democrazie centraliste. Certo i baschi avevano scelto la lotta armata e quindi la loro pericolosità implicava una concessione di maggiore autonomia e diritti conseguenti. I Catalani avendo scelto la via pacifica si possono reprimere con la violenza. Semplici ricordi di chi ha avuto la fortuna di incontrare persone che avevano dedicato la loro vita alla difesa del loro popolo, nessuna giustificazione della violenza ma una semplice considerazione per capire i risultati ottenuti in quei paesi e i conseguenti successi elettorali. Il coraggio è il filo conduttore, non il coraggio di usare la violenza, ma il coraggio di difendere le proprie idee fino in fondo.  Come possiamo rivendicare diritti e autonomia se ai nostri figli diciamo che la coerenza è meno importante della convenienza, se ci preoccupiamo della loro voglia di cambiare chiedendogli di lottare per i loro diritti, ma in maniera morbida accontentando tutti ovvero non scontentando nessuno, “no si sa mai di cui ca si a bisugna”. Come possiamo pretendere maggiore autonomia senza rompere gli schemi classici delle rivendicazioni autonomiste locali, preoccupati della difesa di un passato e incapaci di un progetto per il futuro. Tradizione e novità devono e possono coesistere in un progetto che superi i personalismi. La paura di chiedere, la paura di rivendicare i diritti, la discrezione che ci fa chiedere meno di quello che ci serve è il vero handicap da superare, e il vero coraggio come sappiamo non è non avere paura, ma superarla. Roberto Visentin  
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Un’altra scemenza renziana nella pattumiera della storia

Ve le ricordate le leggi “renzianissime”? Sono le leggi che il PD ha approvato sul presupposto (errato) che la de-forma costituzionale Renzi-Boschi sarebbe stata “ovviamente” approvata dal popolo sovrano. Lo scopo delle leggi “renzianissime” era allineare la legislazione dei singoli settori al nuovo modello di Stato iper-centralizzato e totalmente renzianizzato. Per definizione, si tratta di leggi in palese contraddizione con lo spirito e la lettera della Costituzione vigente, leggi fondate sulla presunzione che il Senato e le Province sarebbero state soppresse e sostituite dal dominio personale del Signore di Palazzo Chigi. Per far felici i gonzi, le leggi “renzianissime” erano state presentate come provvedimenti utili ad accrescere “l’efficienza” delle Istituzioni, ma nella realtà erano unicamente finalizzate a blindare la presa del Giglio Magico sui gangli vitali del Potere: sul piano degli effetti concreti sul sistema-Paese erano norme disastrose, autentiche scemenze. Il popolo sovrano ha spazzato via la de-forma costituzionale Renzi-Boschi, mandando gambe all’aria il disegno autoritario. Ma, purtroppo, le leggi “renzianissime” ci sono rimaste sul groppone, a mo’ di punizione per non esserci piegati ai voleri del Signore. Le leggi “renzianissime” fondamentali erano tre: la legge elettorale Italicum (un plebiscito peronista che presupponeva l’assenza di una seconda Camera), la de-forma Del Rio delle Autonomie Locali, e la legge Madia di “riordino” della Pubblica Amministrazione. L’Italicum è stato dichiarato incostituzionale e sconfessato dagli stessi renziani che lo hanno sostituito con un’altra legge elettorale tarocca, il Rosatellum. A suo tempo Renzi aveva proclamato che tutta Europa ci invidiava l’Italicum, e che presto tutti i Paesi l’avrebbero adottato. Meno di due anni dopo lo stesso Renzi ha gettato la sua geniale de-forma nella pattumiera. La de-forma Del Rio si è arenata nelle sue insanabili contraddizioni, e ha già raggiunto l’Italicum nel contenitore dei rifiuti non più riciclabili. Il terzo testo “renzianissimo”, la legge Madia, è una raccolta davvero completa di tutte le assurdità e scemenze che si possono dire e fare nella Pubblica Amministrazione. L’avessero intitolata “I 1001 errori da non compiere mai”, sarebbe stata un utile catalogo dei provvedimenti da evitare; invece i renziani hanno preteso di implementarla. Male gliene incorse, a loro e a questo disgraziato Paese. Un riassunto sommario delle assurdità della Madia richiederebbe decine di pagine. Per brevità mi limito a quella all’attenzione delle cronache di questi giorni. Tra le varie norme “renzianissime” vi è il “riordino” delle Camere di Commercio. Nella sostanza, la norma cancella il principio della coincidenza territoriale tra Camera di Commercio e Provincia, sul presupposto (rivelatosi poi infondato) dell’eliminazione della stessa Provincia dal novero degli Enti costituzionalmente necessari. Risultato: alcune Camere di Commercio venivano soppresse per essere accorpate ad altre. Con quale criterio? “Con quello dell’efficienza” – rispondono i renziani. “Ma come dell’efficienza” – risponde chi conosce la materia – “Sopprimete la Camera di Pordenone che è tra le più efficienti d’Italia (basta vedere l’andamento delle esportazioni), e tenete in piedi indegni baracconi clientelari”. Evidentemente i criteri di “efficienza” della Madia sono diversi dagli indicatori di performance economica (e imperscrutabili). Alcune Regioni ordinarie (Lombardia, Liguria, e Puglia) hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro questo uso fazioso e centralista del Potere. Le Regioni hanno lamentato che il provvedimento “renzianissimo” viola la loro autonomia. Sottolineo che si tratta di Regioni a Statuto ordinario, le cui competenze in materia di economia e ordinamento della Pubblica Amministrazione sono infinitamente inferiori a quelle della Regione a Statuto speciale Friuli Venezia Giulia. Se la legge Madia viola le loro scarse competenze ordinarie, significa che è un autentico stupro di quelle speciali della nostra Regione. Ma la Giunta del FVG si è guardata bene dal ricorrere alla Consulta in difesa della nostra Autonomia speciale. Come sempre, la Giunta Serracchiani è rimasta in ginocchio, in muta adorazione dell’Idolo di Rignano sull’Arno. Il ricorso delle Regioni ordinarie è stato accolto. La legge Madia, come le sue sorelle “renzianissime” è stata ufficialmente dichiarata incostituzionale (in parte quo). I caporioni della nostra Regione hanno commentato più o meno con queste parole – “è andata come si voleva. Avete visto che abbiamo fatto bene e restarcene zitti e in ginocchio?”. È una buona notizia. A onta del nulla che occupa le Poltrone della nostra Regione, la realtà si è imposta sul delirio di onnipotenza renziano: il popolo sovrano ha bocciato il progetto del PD e la Corte costituzionale cancella le de-forme “renzianissime”. A questo punto tutto il “pensiero politico” e l’intera “opera storica” del renzismo sono stati archiviati nella famosa pattumiera. Ottimo, ma c’è un rammarico. A livello statale, il popolo sovrano ha avuto la possibilità di esprimersi e urlare in faccia a Renzi: “vonde monadis”. A livello regionale, dove si è data la stura a molte nefande de-forme “renzianissime”, è stato negato il diritto di parola al popolo sovrano, proibendo i referendum sulla de-forma delle UTI e su quella della sanità, pur richiesti dai comitati. La maggioranza del Consiglio regionale, ovvero l’autore stesso dei misfatti “renzianissimi”, ha arrogantemente tappato la bocca agli elettori. Dite quello che volete, ma non mi convincerete mai del contrario: la de-forma delle UTI è stata prima di tutto una rivolta dell’élite casualmente al Potere contro il principio stesso della sovranità popolare. Renzi, almeno, a questo non è mai arrivato. Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata
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Regione FVG, autonomia e riforma delle Camere di Commercio

Come volevasi dimostrare, a suon di abdicare all’esercizio dell’autonomia si finisce per credere che lo Stato abbia ragione anche quando l’ultima parola spetterebbe a noi. E’ la triste conclusione a cui si giunge dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale che in merito alla riforma delle Camere di Commercio ha sancito l’illegittimità procedurale dell’iter seguito dal Mise nel decretare gli accorpamenti degli enti camerali. Andava sentita la Regione, ma il Governo non lo ha fatto. E la Regione non ha voluto nemmeno resistere in giudizio, dando per scontata la sconfitta. Il Friuli Venezia Giulia ha voluto essere più realista del re e mentre altre Regioni (non solo guidate dal centrodestra) reclamavano il diritto di essere consultate, la nostra taceva. Con l’aggravante che le ricorrenti sono Regioni a Statuto ordinario, mentre la nostra è a Statuto speciale e su questo terreno aveva ed ha precisi doveri nei confronti del sistema camerale e dei cittadini. Le imprese hanno diritto a un punto di riferimento efficiente e vicino e il sistema imprenditoriale pordenonese: e la collettività ha diritto ad avere personale politico che difende le prerogative della sua Regione, soprattutto quando il sistema territoriale glielo chiede. Lo abbiamo già detto: se c’è la volontà politica di farlo, gestire in forma autonoma la materia delle Camere di Commercio si può. Due sono le strade percorribili. Lo evidenzia ciò che già è stato attuato in Trentino Alto Adige che ha richiesto e ottenuto competenza primaria su questi temi. Primo, è necessario chiedere l'attribuzione della competenza legislativa primaria in materia, da inserire nell'art. 4 del nostro Statuto: in questo caso la richiesta nella legge-voto non può che essere "secca", con l'eventuale accompagnamento della clausola per cui la Regione si accolla gli oneri derivanti dalla nuova attribuzione. Secondo, nel frattempo serve utilizzare le norme di attuazione per ottenere almeno le competenze amministrativa in materia: in questo caso si fa leva sul norme già presenti nel nostro Statuto nel senso che la delega dell'esercizio delle funzioni amministrative statali alla Regione può essere fatta anche con norme di attuazione che, formalmente, sono una fonte statale (decreto legislativo). Quanto al contenuto, la Regione è titolata a chiederle perché trattasi di una "materia" che, sebbene assente dagli elenchi dello Statuto, è comunque riconducibile all'agricoltura, industria e commercio e artigianato, che invece ci sono (restano ovviamente esclusi i profili civilistici e tributari). Dal punto di vista della realizzabilità in concreto, si tratterebbe di una strada più percorribile. E il fatto che la Consulta sostenga la necessità dell’intesa Stato-Regione mostra che gli spiragli per ottenere queste competenze ci sono. Quindi, anziché dipendere dalla volontà centrale dello Stato, in una logica di reale valorizzazione della nostra Autonomia, slegandosi dagli obblighi conseguenti dai partiti nazionali, si può rivendicare la competenza sulle Camere di commercio e decidere noi stessi sul loro destino. Personalmente sono poi convinto che ci sono tutti i presupposti di salvaguardare le tre camere attualmente esistenti, e in particolare quella di Pordenone: ma ciò lo si potrà fare solo dopo aver fatto un reale esercizio della nostra Autonomia Speciale attraverso il Consiglio Regionale. Markus Maurmair   Qui sotto l'articolo de Il Gazzettino:
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Scuola regionale, serve la competenza primaria

Una scuola autonoma “made in Friuli” come antidoto ai guasti della “Buona Scuola” del Governo Renzi? Alla Conferenza regionale di valutazione della legge sulla tutela della lingua friulana Sergio Bolzonello è parso appoggiare questa tesi quando ha detto testualmente “Da quando ho lanciato il tema della regionalizzazione della scuola tutti mi sono venuti dietro. C’è da chiedersi perché finora nessuno ci avesse pensato”: peccato che solo due mesi fa Debora Serracchiani a Villa Manin sosteneva che «Acquisire la competenza sulla scuola è una proposta concreta che abbiamo fatto solo noi, aprendo una trattativa con lo Stato». Verrebbe da dire “Mettetevi d’accordo”, perché fanno un po’sorridere presidente e vice che si arrogano a vicenda l’una il merito di qualcosa di avviato, l’altro la primogenitura di qualcosa di mai prima rivendicato. E si sarebbe portati a dire “Meglio tardi che mai”, se non ci fosse il sospetto che si tratti di una boutade ormai quasi fuori tempo massimo. Si parla di competenza, ma quanto fatto dalla Giunta sinora è solo l’avvio della richiesta di regionalizzazione dell’Ufficio Scolastico Regionale (Usr) del FVG. Cosa ben diversa, e tuttavia avviata tardivamente.

Ben difficilmente questo percorso, attualmente al vaglio della Paritetica, sarà infatti portato a compimento nel breve spazio che resta fino alla fine della legislatura da un governo già in palese crisi di operatività dovuta alle manfrine prelettorali dei partiti romani. Vien da chiedersi se fosse necessario aspettare quattro anni e mezzo di legislatura per porre sul tavolo la questione, se davvero c’era la convinzione che questa fosse la strada giusta. Ma lo è?

Va fugato subito un equivoco di fondo, perché andrebbe spiegato in cosa consiste esattamente la “regionalizzazione” di cui si parla e in che modo concorrerebbe a risolvere la situazione drammatica nella quale si dibatte la scuola friulana tra carenze di organici, dirigenze vacanti e reggenze a macchia di leopardo, ora pure la difficoltà nel coprire i ruoli di Direttore dei servizi generali amministrativi (Dsga) che sono nevralgici per ogni istituzione scolastica. Solo l’abnegazione e la preparazione del personale scolastico a tutti i livelli (dirigenti, docenti e personale tecnico-amministrativo Ata) permettono oggi alla nostra scuola di primeggiare nei test Ocse Pisa a livello europeo, ma è difficile pensare che si possa incidere ulteriormente sulla qualità del sistema con il semplice trasferimento della competenza sull’Usr, se essa dovesse configurarsi come il mero trasferimento degli stipendi dei dipendenti dallo Stato alla Regione e poco altro.

Questa regionalizzazione dell’Usr, qualora si conseguisse a tempo di record, porterebbe sicuramente vantaggi diretti in materia di dimensionamento degli istituti, di ridefinizione degli orari scolastici, di formazione dei docenti e di integrazione degli alunni stranieri. Ma il reclutamento degli insegnanti, la copertura delle dirigenze e delle direzioni amministrative e degli organici Ata, l’adozione di programmi più mirati al territorio e la creazione di un sistema di valutazione indipendente? Resterebbero comunque tutti problemi aperti. E a farne le spese sono gli studenti e le famiglie.

Invece di mirare basso a nostro parere è nevralgico volare alto, e partire dal presupposto che se la scuola regionale vuol essere speciale non deve essere indifferente al territorio. E solo uno strumento potrebbe darci la possibilità di un effettivo autogoverno della scuola: la competenza primaria sull’istruzione. Sarebbe una soluzione efficace a più livelli: organizzativo, gestionale e didattico. Invece questa Regione, salvo assistere a tentativi maldestri di lanciarla a sei mesi dalle elezioni da parte di chi per 4 anni non ne a voluto sentir parlare, ha finora sempre mancato di rivendicarla. Perché? In Friuli Venezia Giulia non c’è per ora la cornice istituzionale per creare una vera e propria scuola regionale, ma per superare i limiti istituzionali fissati dallo Statuto occorre avere una visione politica chiara che finora è mancata. Bene che si porti la questione in Paritetica, ma si poteva e si doveva essere più ambiziosi e puntare più in alto, se non altro a livello di rivendicazione.

Le altre Regioni possono farci da modello: ad esempio in Trentino Alto Adige le scuole dell’infanzia sono provinciali e i programmi li decidono loro. E nella scuola superiore si studia un manuale di storia trentina nel programma curricolare ordinario. Non solo: i trentini hanno il loro sistema di valutazione, che è già considerato un fiore all’occhiello della scuola italiana. In Val d’Aosta poi la cornice della lingua francese serve a creare un sistema dell’istruzione fortemente differenziato. Bravi loro? Ma anche da noi i modelli ci sono, a partire dalle scuole slovene delle province di Gorizia e Trieste e dall’Istituto Bilingue di San Pietro al Natisone. Sono modelli che funzionano, anche se la maggior parte dei cittadini della Regione magari nemmeno sa che esistono. Eppure costituiscono un modello per una scuola regionale plurilingue che deve ottimizzare le lingue del territorio per poi aprirsi a tutte le altre, come sta avvenendo in Valcanale per il nuovo progetto di una scuola plurilingue a servizio di tutto il Tarvisiano. Frutto di amministratori coraggiosi che andrebbero sostenuti in ogni modo.

Per poter diffondere capillarmente questi esempi sul territorio, le competenze che si dovrebbero richiedere allo Stato centrale sono tante: a partire da quella sul governo del personale scolastico che Roma dovrebbe cedere, ovviamente con le relative risorse. Quindi bisognerebbe ottenere la competenza sulla programmazione dei curricoli e sul governo del sistema paritario. E serve anche che la dotazione  dell’assessorato regionale non si limiti al personale amministrativo ma comprenda un’equipe scientifica di alto livello per  affrontare al meglio questa sfida. Insomma, non basta cambiare la targhetta sulla porta dell’Ufficio scolastico per cambiare la scuola della Regione. Serve rivendicare con forza la competenza primaria e anche le risorse. In un convegno da noi organizzato nel 2015 a Casarsa Daniele Galasso, membro della Paritetica Stato- Regione, quantificava il costo della gestione autonoma dell’istruzione in Regione in qualcosa meno di 800 milioni, ovvero la stessa cifra del patto Serracchiani-Padoan: se lo Stato ci restituisse questa parte di maltolto, ecco che la scuola regionale diventerebbe realtà. In pochissimi anni.

Mario Battistuta e Walter Tomada

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Il principio di sussidiarietà e dell'autonomia tra crisi della democrazia rappresentativa e ricerca di nuove forme di partecipazione

La legge di revisione costituzionale che nel 2001 ha introdotto nella Costituzione il principio di sussidiarietà orizzontale, ha utilizzato questa formulazione: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” (art. 118, ultimo comma). Il tema delle forme di partecipazione dei cittadini alla vita politica e amministrativa dei nostri territori è una delle questioni che stanno diventando ogni giorno più importanti. Siamo in un periodo di crisi evidente della democrazia rappresentativa, resa manifesta non solo dal costante calo dei votanti nelle varie tornate elettorali, ma anche dalla situazione delle istituzioni locali che con la scelta dell’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti della Regione sono sempre più verticistiche e meno “popolari”. A questa crisi la risposta non può essere quella della politica dei tweet e dell’accentramento dei poteri nelle mani di chi ha suonato le danze negli ultimi decenni. Serve uno sforzo comune, dal basso, per cui le persone che hanno passione civile e senso di appartenenza al proprio territorio, partecipino alla costruzione di una nuova democrazia, basata innanzitutto sulla gestione condivisa dei beni comuni, sulla possibilità di incidere in modo forte e reale sulle scelte economiche e ambientali che riguardano le proprie Comunità. Ci sono tante esperienze locali che ci dicono che tutto questo è possibile; storie di persone e associazioni che stipulano un “Patto” con le amministrazioni locali impegnandosi a prendersi cura di una parte del proprio territorio, sia essa un’area verde o un parco pubblico o una scuola da ritinteggiare. Così come ci sono “Patti territoriali” che hanno messo attorno a un tavolo Comuni, imprese di produzione e di trasformazione, reti distributive e cittadini/consumatori, per costruire in modo partecipato delle filiere economiche locali, sostenibili e solidali, capaci di superare i limiti di una visione dello sviluppo e della crescita vincolata esclusivamente ai parametri del mercato globale. Un percorso politico e amministrativo che si pone obiettivi di questo tipo e tiene presente un orizzonte etico che fa del coinvolgimento attivo dei cittadini e dell’autogoverno delle Comunità dei capisaldi irrinunciabili, deve trovare degli strumenti coerenti con questi scopi. In questa fase storica, sicuramente complicata e per molti aspetti affascinante, i principi di Sussidiarietà e Partecipazione possano trovare casa solo in proposte politiche che si radicano nei territori e puntano a una nuova e creativa stagione dell’Autonomia. Massimo Moretuzzo
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L'intervista de Il Piccolo a Sergio Cecotti

Pubblichiamo qui sotto il testo integrale dell'articolo-intervista di oggi a Sergio Cecotti, pubblicato nel giornale "Il Piccolo" (a cura di Marco Ballico).  Purtroppo il titolo dato all'intervista non rende bene l'idea di Sergio Cecotti, anzi la distorce. Non fatevi fuorviare dal titolo malizioso: se si leggerà in modo completo il domanda-risposta si comprenderà come l'attestato di stima è sulla oggettiva superiorità politica di Riccardo Illy rispetto agli attuali due competitor di centrosinistra e centrodestra: Bolzonello e Riccardi.
 
«A volte succede che sei costretto a partire anche tu». Non è il «mi candido» della scorsa estate, ma pare comunque un altro segnale: Sergio Cecotti è pronto a candidarsi alle regionali alla guida del Patto per l'Autonomia. Ma l'ex presidente del Friuli Venezia Giulia e sindaco di Udine, in vista del 2018, aggiunge un clamoroso endorsement a favore di Riccardo Illy: una possibile soluzione per il dopo Tondo-Serracchiani.
Cecotti, come procede il percorso verso le regionali del Patto?
Sta lavorando bene: lasciano ad altri la politica chiacchierata e si concentrano sul mettere radici profonde nel territorio e nella società, ambiti lasciti sguarniti dal ceto politico. Il tema però ha carattere storico, non elettorale. Questa regione vuole la discontinuità col decennio Tondo-Serracchiani, oppure è già rassegnata a una terza legislatura all'insegna di un declino sempre più rapido?
Che cosa auspica?
L'unità di tutti quelli che vogliono archiviare questo desolante decennio. Non parlo solo dei soggetti politici, ma anche sociali, sindacali, professionali, culturali, territoriali. L'intera coscienza civile del Friuli Venezia Giulia.
Perché è sempre così critico verso Tondo e Serracchiani?
(Sorride). A suo tempo sono stato critico verso la giunta Illy. Dopo averlo comparato ai successori, oggi Illy mi appare un gigante illuminato d'immenso.
Sarebbe un buon candidato presidente?
Non ho né titolo né velleità di suggerire candidature. Ma è vero che oggi Illy gode di una forte carica simbolica: è il presidente precedente al decennio maledetto, rappresenta la continuità con la Regione com'era prima di venire dirottata su un binario morto. Verrebbe vissuto da molti come la prova provata che il decennio 2008-2018 è stato rimosso come errore della storia.
Quali sono i punti programmatici che lei ha suggerito al Patto?
Più che suggerire, ho orecchiato il loro dibattito. La lista dei temi da affrontare è lunga e impegnativa. Ricostruire la sanità pubblica che è stata terremotata. Ricucire la coesione sociale e territoriale che è stata lacerata. Bloccare le leggi "renzianissime", come la soppressione della Camera di commercio di Pordenone, una delle più efficienti d'Italia. Farsi restituire dallo Stato i soldi che Tondo-Serracchiani gli hanno indebitamente regalato. Ridare alla Regione la funzione per cui era nata: essere il luogo istituzionale dove si elabora un progetto di futuro per il territorio e si governano i processi con coerenza per trasformare quel futuro in realtà. Si è lasciato il processo ingovernato, col risultato che siamo tra i sistemi territoriali maggiormente penalizzati dalla globalizzazione.
Le porte sono chiuse a qualsiasi intesa? L'hanno cercata centrodestra o Pd per aprire una trattativa?
Credo che i dirigenti del Patto parlino con tutti quelli che hanno qualcosa da dire in buona fede. Per quanto riguarda me, non mi ha cercato né il centrodestra né il Pd. Del resto, perché mai dovrebbero farlo?
È pronto a guidare il Patto alle regionali?
Egoisticamente, mi piacerebbe poter dire ai tanti che vogliono rompere col Tondo-Serracchianismo: "armiamoci e partite". Ma a volte succede che poi sei costretto a partire anche tu.
Pd, sinistra, centrodestra, M5S. Qual è il male minore?
Non ha senso disquisire su chi sia il male minore tra il clone di Tondo e il clone della Serracchiani. La lista di sinistra non sembra competitiva per il governo, ma ha il merito di denunciare il Tondo-Serracchianismo. Sul M5S mi mancano alcuni dati cruciali per esprimere un giudizio: vogliono la discontinuità con questi dieci anni o no? Sono disposti a impegnarsi per impedire la terza legislatura del declino? Intendono mettere in campo una proposta competitiva di governo, o si accontentano di presentare una lista per assicurarsi un certo numero di consiglieri d'opposizione?
Che ne pensa di Honsell federatore della sinistra?
Vedi alla voce Pisapia.
Il suo ex vicesindaco Martines può continuare la serie di vittorie del centrosinistra a Udine? Io penso che la città sia profondamente insoddisfatta di come è stata governata dal Pd. A Martines ho detto che può sperare di vincere solo se tutti gli altri si suicidano. Confortato dai precedenti, lui ci spera; ma è spes contra spem.
Come giudica l'addio di Serracchiani dopo un solo mandato?
Non mi permetto di esprimere giudizi, posso solo riferire l'impressione che ne ho ricevuto. Mi è sembrata una triplice fuga: dal giudizio degli elettori, dalle responsabilità delle scelte fatte e dalla realtà. Verrebbe da dirle: cara presidente, se sei tanto convinta di aver governato bene, perché non resti a prenderti gli applausi dei cittadini? D'altra parte, se non ne è convinta lei, perché dovremmo esserne convinti noi elettori?
 
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Europa svegliati!

Ieri, 7 dicembre, al Parlamento Europeo si è svolto un seminario di studio dal titolo “Can Catalonia save Europe?” La risposta alla domanda la ha data nelle sue conclusioni George Kerevan (SNP): “If they can’t, no one and nothing else can!”. La tesi di Kerevan è convincente. A riprova, nella stessa giornata di ieri a Bruxelles si è anche svolta la manifestazione “Wake up, Europe! Democracy for Catalonia” a cui hanno partecipato quasi 50.000 catalani. È stata una manifestazione commovente e stupefacente di “people power”. Il Presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, ha dichiarato che il tema della giornata non era se la Catalogna deve o non deve essere indipendente, ma cosa deve essere l’Europa. Nella sua visione (che condivido) l’Europa attuale è un club di anziane signore incartapecorite (gli Stati-nazione “ottocenteschi”) che si riuniscono per il tè delle cinque attorno a un tavolino ricoperto di vecchi merletti. Un gruppo di vegliarde sempre più distaccate dalla realtà, ignare del fatto che fuori dal loro salottino coperto di polvere c’è una storia e una società in vorticoso movimento. I catalani sono andati a gridarlo sotto le finestre delle vegliarde, cercando di smuoverle dal loro intorpidimento. Al club delle decrepite, Puigdemont contrappone una Unione politica europea fondata non sulla sovranità dei vecchi Stati ma sulla sovranità popolare: “The Europe that we are helping to build from Catalonia, is the same Europe that is being built from other points, Slovenia, Estonia, Wales, Flanders, a new Europe is in construction, of peace and democracy”. Il maggiordomo delle vecchie signore, Jean-Claude Juncker, gli ha risposto che “tutti hanno il diritto di manifestare, ma non si può ignorare la legge in nome della democrazia” (cioè della sovranità popolare). Oibò, noi credevamo fossero le leggi a essere dettate dalla sovranità popolare, non viceversa. Evidentemente nel salottino la pensano diversamente. Presidente Puigdemont, anche in Friuli Venezia Giulia c’è chi lavora alla costruzione di una nuova Europa. Un secolo e mezzo fa, il grande linguista goriziano Graziadio Isaia Ascoli scriveva nell’introduzione ai suoi fondamentali Studi Ladini che i friulani erano “mezzo milione di europei, e tra i più consapevoli di esserlo”. Presidente Puigdemont, non dubiti, siamo ancora tra gli europei più consapevoli e ancora impegnati a dare un futuro a questo continente. Isabella De Monte è un caso isolato, una residuale renziana, non infierisca. Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata
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Avevamo capito ed eravamo orgogliosamente malfidenti: per questo abbiamo votato no

Ad un anno di distanza dal referendum costituzionale Salvatore Spitaleri intervenendo sul Messaggero Veneto del 5 dicembre 2017 si chiede se “quegli saputi” di autonomisti abbiano capito il grande errore fatto allora e se quella scelta fu dovuta al “non aver capito o all’essere in malafede”. Poiché nel corso del 2016 mi sono trovato a guidare il comitato “Sono Speciale Voto No” e ad espandere il pensiero dei molti cittadini regionali che avevano annusato la truffa per anziani denominata “Carta di Udine”, mi pare doveroso interpretare le affermazioni di Spitaleri che, magari così non fosse, rappresentano con ogni probabilità un residuo pensiero di quell’area politica PD che ai contenuti di quel referendum aveva creduto. Se effettivamente molti della sua parte politica la pensano in questo modo mi pare rappresentino una pericolosità sociale da esorcizzare. Al di là di alcune considerazioni che vorrebbero mettere in conflitto la esperienza della specialità del F-VG con quelle delle regioni ordinarie che oggi hanno cominciato a ribellarsi alla centralizzazione, mi stimola l’affermazione testuale che “oggi è certo più complesso attivare percorsi per nuove e più aggiornate competenze e soprattutto il rapporto tra Regione e Stato è rimasto un impari braccio di ferro”, peraltro da non lasciare alle “irose manine di bambini beccati in fallo” che “sbattono pugni sui tavoli romani”. Che tali appunto sono gli autonomisti. Dice lo Spitaleri: vi avevamo proposto un bel po’ di modifiche della Costituzione che avrebbero risolto tutti i problemi fondamentali dello stato italiano, dalla governabilità alla messa in riga delle dissipatrici autonomie locali, e voi le avete rifiutate. Oggi a causa del NO andiamo di male in peggio e tutti i problemi sono rimasti in piedi, compreso quello di salvaguardare e allargare l’autonomia speciale del F-VG. Dovreste, voi autonomisti del Friuli, cospargervi di cenere e dichiarare di non aver capito la bontà del prodotto e pentirvi di non averlo comprato. A queste argomentazioni rispondo: “errare è umano, perseverare è diabolico!” Hanno cercato di venderci una “patacca” per sostituire con norme raffazzonate e contraddittorie un impianto che arrancava per mancanza di manutenzione, ed oggi ci vengono a dire che abbiamo fatto male a sbattere la porta in faccia al piazzista. E nel frattempo i proprietari-concessionari dell’impianto hanno continuato a distruggerlo a martellate come è avvenuto con il “rosatellum”. Mi limito alla questione dei rapporti tra stato centrale e territori. La proposta referendaria del 2016 era una pietra tombale ad ogni reale autonomia delle regioni in generale ed una ambigua norma transitoria rimandava al futuro le procedure di revisione delle specialità, attizzando ancor più il clima generale che voleva farne piazza pulita. Spitaleri forse non ha capito che i “friulanisti” non si battevano solo per la loro specialità, da ridefinire, ampliare e riscrivere, ma in difesa dell’intero Titolo V della Costituzione e della sua applicazione, devastata da 15 anni di governi nemici dell’autonomia regionale e locale così come definita nel 2001. Un vento impetuoso da nord ha cambiato il clima. Il referendum dell’ottobre 2017 in Veneto ha fatto piazza pulita della volontà centralizzatrice delle modifiche costituzionali del 2016 ed ha aperto una fase nuova di ricontrattazione tra territori e stato per la ripartizione dei poteri di competenza. Il referendum veneto non ha distrutto le specialità ma ha fatto diventare la specialità un obiettivo generale. Se abbiamo delle carte da giocare, il voto del Veneto permette al F-VG ed alle altre speciali di uscire dalla dannazione in cui erano state cacciate da una “pubblica opinione” deviata. Chi ha a cuore il futuro dell’autonomia speciale del F-VG non è preoccupato per quanto riuscirà a strappare il Veneto al Governo ed al Parlamento, ma piuttosto dalla incapacità delle forze politiche, che in Regione F-VG si collegano al sistema politico italiano, di interpretare adeguatamente la rinnovata specialità di cui ha bisogno il Friuli - Venezia Giulia. Negli ultimi anni il F-VG ha subito un salasso di risorse finanziarie che oggi tagliano il bilancio regionale del 25%, 1,2 miliardi su 5, ha visto il governo distruggere molte leggi approvate in regione contestandone la legittimità di competenza, e praticamente non ha portato a casa uno straccio di norma di attuazione che ampliasse il suo spazio di azione. Forse come dice Spitaleri non abbiamo avuto sufficienti  “bambini che sbattessero i pugni sui tavoli romani”, ma ci siamo affidati a puri legami politici di sudditanza. Un consiglio a quanti condividono quanto dice Spitaleri. Quando viene a mancare una cosa a cui eravamo affezionati dispiace, ma prima o poi ce ne facciamo una ragione. Ad un anno di distanza mi pare che il PD non abbia ancora rielaborato il lutto del 4 dicembre 2016. E appellarsi alla “macumba” è un po’ da primitivi. Giorgio Cavallo
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Acqua ed energia: Regione, se ci sei batti un colpo!

Massimo Moretuzzo
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I nodi storici vengono al pettine

Il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, ha dichiarato che tra Di Maio e Berlusconi lui sceglie il secondo. Molti suoi estimatori si sono meravigliati e/o scandalizzati delle sue parole. A me sembra che Scalfari esprima una posizione perfettamente razionale dal suo punto di vista (che non è il mio). Per capire la razionalità dell’asserzione bisogna partire da una lettura non convenzionale (ma proprio per questo realistica) della storia politica europea degli ultimi trenta, quaranta anni. All’inizio di questo periodo, le élite politiche eredi della classe dirigente che aveva gestito la Guerra Fredda erano ancora saldamente al comando in tutti i Paesi dell’Europa occidentale. Suddivisi nelle tradizionali articolazioni di centro-destra (i partiti aderenti al PPE e i liberali) e centro-sinistra (quelli affiliati al PSE), i partiti dell’élite assommavano, nel loro complesso, dal 80% al 98% dei voti in ciascun Paese europeo. Nella loro “narrazione” ad uso dei rispettivi elettorati nazionali, centro-destra e centro-sinistra si protestavano alternativi tra loro, ma la realtà era che le scelte di quadro generale – quelle decisive – venivano assunte a livello europeo, e l’Europa nel suo insieme era governata dalla grande coalizione permanente PPE-PSE-Liberali, il blocco storico che ha sempre espresso la Commissione europea, il Consiglio dell’Unione, e dettato tutte le scelte strategiche. Le differenze tra le politiche dei governi di supposto centro-destra e di supposto centro-sinistra, quando non meramente declamatorie, erano confinate a scelte di impatto simbolico ma che non mettevano in questione le scelte fondamentali di sistema. Anche se era una messinscena, la manfrina del centro-sinistra contro centro-destra ha avuto un grande potere evocativo ai fini della fidelizzazione delle rispettive tifoserie. La perversa genialità del marchingegno consisteva nell’“alternanza”: le due metà del blocco storico, centro-destra e centro-sinistra, si ruotavano periodicamente gli incarichi tra loro, ben sapendo che il giro dopo sarebbe di nuovo toccato a loro. Lo scopo del meccanismo era garantire il monopolio del Potere all'élite ma dando l’illusione ai cittadini di poter cambiare qualcosa con il loro voto, mentre le elezioni avviavano solo un altro giro di giostra dell’eterno ritorno del sempre uguale. I cittadini coscienti avevano un unico modo di ribellarsi: astenersi dal voto. E infatti la percentuale di votanti calava a ogni tornata elettorale. La commedia, per quanto ben congeniata, funziona solo se è data una precisa condizione aritmetica: la somma dei voti dei partiti dell’élite deve essere sufficientemente vicina al 100% di modo che la metà di quello schieramento che di volta in volta prende qualcosina di più si ritrovi con una maggioranza di seggi in Parlamento e sia “autosufficiente” come prevede la narrazione dell’“alternanza”. All’inizio del periodo in considerazione questa condizione aritmetica era data in tutti i Paesi europei. Col passare del tempo la percentuale elettorale del raggruppamento PPE-PSE-Liberali è calata ovunque, rapidamente nei Paesi deboli, lentamente in quelli forti. Il meccanismo, nella sua forma originaria, si blocca nel momento che la percentuale aggregata dei partiti dell’élite scende al 70%.  Quando, in un determinato Paese, questa soglia critica veniva raggiunta, il connubio destra- sinistra si inventava la “riforma elettorale” ovvero un marchingegno legislativo capace di trasformare artificialmente una minoranza (la metà meno debole dell’élite) in maggioranza parlamentare, permettendo di tirare avanti con la narrazione tradizionale. In questa fase intermedia, in Italia abbiamo avuto qualcosa come otto riforme elettorali, tutte con la medesima finalità, garantire a minoranze sempre più piccole di essere maggioranze in Parlamento (alle politiche 2013 il PD prese il 25,43%, ovvero il 18% dell’elettorato, che gli valse il 48% dei seggi alla Camera). Ma anche il meccanismo “riformato” ha la sua soglia aritmetica. Entra in crisi quando il voto aggregato dell’élite scende significativamente sotto il 60%.  A quel punto gli artifici della legge elettorale non aiutano più, anzi rischiano di complicare la vita all’élite, favorendo i “populisti” (termine che designa chiunque non sia partecipe del blocco storico destra-sinistra). In questa terza fase (l’attuale) l’élite riscopre il “valore” del proporzionale (seppur in versione tarocca) ed è costretta a mettere in campo soluzioni nuove. La più ovvia è rendere esplicita la grande coalizione destra-sinistra: quasi tutti i Paesi europei oggi sono governati da grandi coalizioni che uniscono la cosiddetta sinistra con la cosiddetta destra (Germania, Francia, Spagna, Italia,...). Quasi ovunque le due parti contraenti ancora pretendono di rappresentarsi come “non-alleate” cercando di tenere in piedi il loro show tradizionale; a questo fine utilizzano un vasto ventaglio di tartufismi verbali: in Spagna si tratta di un semplice “sostegno esterno”, in Francia Macron nega di essere l’unificazione dell’élite e si propone come un essere nuovo partorito dalla mente di Giove, l’Italia invece rigurgita di statisti responsabili (Alfano, Verdini, Casini,...), e così via narrando e chi più ne ha più ne metta.  La seconda manovra (più intelligente) è portata avanti da Angela Merkel: mira ad allargare il patto storico oltre i tradizionali confini PPE- PSE-Liberali. La cancelliera vorrebbe accogliere i Verdi nella confraternita. Con le sue dichiarazioni Eugenio Scalfari prende semplicemente atto della realtà: la narrazione “sinistra contro destra” non è più funzionale ai fini del mantenimento del Potere nelle mani dei “soliti noti”, quindi è ciarpame da buttare.  Il problema (dal suo punto di vista) è fermare i “populisti”, cioè chiunque non sia parte dell’accordo spartitorio. I “populisti” piu` pericolosi (per l’élite) sono quelli che iniziano a farsi chiamare “post-statalisti”, quelli che pensano che l’ordine mondiale costruito sulla sovranità assoluta degli Stati (l’equilibrio westfaliano) non solo sia storicamente obsoleto ma anche in crisi irreversibile (in Occidente). Quel modello era stato costruito su un assunto preciso sintetizzato dalla nota formula della Pace di Augusta, confermata dai trattati di Westfalia: cuius regio, eius religio, formula che assegna allo Stato la missione storica di uniformare al proprio interno coscienze, fedi, ideologie e culture, sradicando ogni possibile non-conformismo, e affermando un’artificiale “morale di Stato” (la ragion di Stato). E` evidente come questa missione sia oggi impraticabile nel “Villaggio globale” popolato da società laiche e disincantate le cui coscienze non è facile manipolare.  Perciò lo Stato va superato a norma dell’articolo 2484 del Codice Civile: per sopravvenuta impossibilità di conseguire il proprio oggetto sociale. I “populisti post-statalisti” (tra cui mi metto anch’io) vorrebbero rifondare l’ordine europeo su basi nuove, e costruire una Europa che in grado di adempiere alle missioni che la Storia assegna oggi, non nel 1648. In nessun luogo la crisi dello Stato è oggi più manifesta che in Catalogna. Si tratta di una vicenda storica “nuova” che ha analogie solo superficiali con altri eventi che abbiamo visto in passato e a cui osservatori disattenti l’associano. Il motore degli eventi non sono i dirigenti dei partiti catalanisti, ottime persone che si muovono dentro un solco già segnato, quanto la “pancia” della società catalana che è molto più avanti della propria dirigenza politica.  Sotto questa spinta sociale la Questione Catalana sta mutando natura: il significato del termine “Repubblica Catalana”, e la stessa percezione della sua esistenza o meno nella realtà, sta evolvendo rapidamente in direzioni inesplorate. Teniamo gli occhi aperti.  La Catalogna è un laboratorio storico interessantissimo, i cui esiti sono al momento imprevedibili. Se confrontiamo quello che accade oggi tra Catalogna e Fiandre con la sequenza di eventi che portarono a Westfalia, non possiamo non notare come la Storia sia dotata di un notevole senso dell’ironia. Ma non ditelo a Eugenio Scalfari. Sergio Cecotti (c) Riproduzione riservata.
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Quel che significa perdere un miliardo...

Oggi, dura prese di posizione della presidente Serracchiani in difesa delle sue “riforme”, delle sue grandi opere e del partito di maggioranza dei “Cittadini” contro la fake news degli oppositori. La prima sostiene, davanti a una platea di imprenditori, che le sue sono state riforme e opere vere che hanno inciso a fondo nel tessuto socio-economico. I secondi sostengono che le riforme hanno fatto risparmiare soldi (31 milioni di euro quella delle UTI) ed offerto migliori servizi ai cittadini.  Meritano una risposta perché queste non sono fake news ma “prese per i fondelli”. Le riforme di Serracchiani hanno inciso indubbiamente sul tessuto socio-economico ma, dai dati Istat, in modo disastroso: il saldo delle imprese (tra nate e morte) negli ultimi tre anni è sempre molto negativo: abbiamo perso, a saldo, 889 imprese nel 2014, 187 nel 2015, 642 nel 2016 (tra l’altro, con un tessuto imprenditoriale regionale che perde 1700 imprese negli ultimi tre anni, non si capiscono gli applausi degli imprenditori alle parole della Serracchiani). Gli occupati sono cresciuti sì, negli ultimi due anni, ma dello 0,6%,  in una misura cioè che è percentualmente meno della metà di quella nazionale dove invece la crescita è dell’1,3%. Ciò vuol dire che, se si è avuto qualche occupato in più, è solo perché si è goduto di un po’ di trascinamento nazionale. Le grandi opere citate, in ultima analisi, non hanno migliorato per nulla la situazione occupazionale rispetto al resto del Paese. Questo perché non ci sono state vere politiche economiche anticrisi diffuse sul territorio! Infatti, è noto che la riduzione degli investimenti pubblici, in FVG (dai dati CGIA di Mestre per il periodo 2005-2015), è stata più del doppio (-51%) di quella, già drasticamente ridotta, di livello nazionale (-23%). Ma, invece di contrastare questo arretramento degli investimenti, il governo Serracchiani, come già quello Tondo in precedenza, ha proseguito nella auto-mutilazione del bilancio regionale e nella decurtazione degli investimenti pubblici, con quella convinta “devoluzione al contrario” che si chiama “patto” Serracchiani-Padoan e che ha regalato 1 md di euro, della Regione, allo Stato! Un miliardo che, quindi, non è andato a finanziare opere pubbliche e private diffuse e a rilanciare vera occupazione e qualità della vita sul territorio. Come fanno, quindi, i nostri “Cittadini” a decantare, di fronte a questa voragine, il risparmio di 31 ml di euro. Se gli altri fanno fake news, questo in italiano si chiama “prendere la gente per i fondelli”.  
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Dalla Conferenza una nuova valorizzazione per la lingua friulana

Venerdì 1 e sabato 2 dicembre, a Udine, si terrà la seconda Conferenza regionale sulla tutela, la valorizzazione e la promozione della lingua friulana. Il programma del primo giorno, nell'Auditorium del palazzo della Regione in via Sabbadini, sarà dedicato al dibattito e all'approfondimento delle relazioni dei quattro gruppi di lavoro - pubblica amministrazione, politica linguistica, istruzione, media - mentre il giorno dopo, in quella che può essere definita la sessione plenaria che si terrà nel Salone del Parlamento al Castello di Udine, le relazioni verranno presentate nella loro veste definitiva, cui seguiranno le conclusioni. La Conferenza è un importante momento di verifica e di proposta e proprio da ciò che ne uscirà si potrà valutare cosa ha fatto l'attuale Giunta regionale per la tutela e la valorizzazione della lingua friulana. Dalla Conferenza, prevista ogni 5 anni, usciranno anche le proposte per la prossima Amministrazione regionale. Riteniamo che il prossimo sarà un quinquennio decisivo per la lingua friulana. Infatti, dopo le evidenti lacune della attuale Giunta (lo provano le relazioni preparatorie che sono già on-line), sarà necessario guardare avanti, perché tutelare e valorizzare le lingue come friulano, sloveno e tedesco, per il Friuli-Venezia Giulia significa tutelare, valorizzare e rafforzare la sua specialità. Oltre che momento di verifica, la Conferenza sarà quindi anche in luogo di proposta e chiunque potrà partecipare e così portare il suo contributo. Puoi trovare tutte le info sul sito di ARLeF.
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La questione della rappresentanza elettorale delle minoranze linguistiche dopo le truffe di Porcellum e Rosatellum

La questione della rappresentanza elettorale delle minoranze linguistiche è una cosa seria che il Rosatellum e le leggi elettorali che lo hanno preceduto hanno svilito sulla base di interessi politici di parte.

Finora in Italia, per quanto riguarda il Parlamento, tutte le norme dichiarate per le minoranze linguistiche sono state costruite unicamente su misura per la Sudtiroler Volkspartei in “Alto Adige/Trentino” e per gli eredi del PCI dal 1994 in poi in F-VG. Fino al Rosatellum in F-VG lo schema non turbava il risultato elettorale per quanto riguarda l’attribuzione dei seggi tra le diverse forze politiche.

Con il collegio impropriamente detto “sloveno” del Rosatellum si è disegnato, selezionando accuratamente i comuni non slovenofoni che di quel collegio fanno parte, un collegio di dimensioni limitate che potrebbe permettere al PD (o alla sua coalizione) di ottenere una vittoria nell’uninominale. Dal prevedibile 5 a 0 si può così passare ad un possibile 4 a 1. Gli sloveni c’entrano unicamente poiché il premier del PD si è impegnato a presentare in quel collegio un candidato “sloveno”.

Tutto ciò dimostra, al di là dei giochi sporchi attuabili nelle leggi elettorali, che una volta per tutte va affrontata seriamente la questione di quale rappresentanza parlamentare possano avere i territori dove la presenza di minoranze linguistiche determina un possibile diverso approccio alla politica rispetto alla generalità del resto d’Italia.

Non entro qui nel merito del problema della rappresentanza della minoranza linguistica slovena in Italia che evidentemente ormai mostra la corda. Il modello applicato per la minoranza italiana in Slovenia e Croazia potrebbe essere preso in esame ma con difficoltà senza dichiarazione di appartenenza.

Ma questo non ha nulla a che vedere con l’individuazione di un sistema elettorale per minoranze linguistiche come quella friulana e quella sarda che costituiscono una parte significativa della popolazione nella propria regione di appartenenza. Qui attiene al dibattito politico poter decidere se la rappresentanza del territorio debba avvenire tramite partiti di “dimensione italiana” o tramite formazioni politiche che identificano nel territorio il proprio esaustivo spazio politico.

Questo dibattito deve essere libero e non obbligato da una legge che di fatto impedisce la rappresentanza del territorio dove vive la minoranza.

Il sistema elettorale proporzionale della I Repubblica permetteva questo spazio politico, e addirittura la norma costituzionale sull’elezione del Senato a base regionale lo permetterebbe tuttora. Norme della II Repubblica hanno di fatto massacrato questo spazio per l’elezione della Camera dei Deputati ed il Rosatellum anche quello per il Senato.

Ma ormai la democrazia rappresentativa è in Italia un optional, giornalisti, giuristi, presidenti di repubblica, tutti appassionatamente alla ricerca di una maggioranza che “governi”. E come ha spiegato bene Roberto Morelli sul Piccolo esaltando Rosato per aver abbindolato tutti, la legge in vigore, se ben usata, è un ottimo maggioritario.

Giorgio Cavallo 
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Qualcuno ricorda la “Carta di Udine”?

Ricordate la gloriosa “Carta di Udine”? Probabilmente l’avete completamente rimossa dalla vostra memoria, vista la sua assoluta irrilevanza. Permettetemi di ricordarvi di cosa si trattava. Erano gli infuocati giorni della campagna referendaria sulla de-forma costituzionale Renzi-Boschi; il PD del Friuli Venezia Giulia si trovava nelle scomodissime vesti di chi propone il ritorno allo Stato centralista postrisorgimentale, con lo svuotamento di tutte le autonomie, a iniziare dalle Speciali. I dirigenti locali del PD avevano subito capito che tirava un bruttissimo vento per i neo-centralizzatori. Pensa che ti pensa, hanno avuto un’idea brillante: “Organizziamo una grande vetrina propagandistica sull’autonomia” — si sono detti — “Una convention in cui diamo fondo a tutte le nostre riserve di banalità e aria fritta, diamo fiato ai tromboni, e riempiamo le pagine dei giornali amici per due settimane”. Hanno quindi organizzato un convegno in pompa magna (derogando alla legge sulla par condicio) il cui piatto forte era appunto la proclamazione della storica “Carta di Udine”. Purtroppo per il PD, la messinscena è risultata troppo smaccatamente propaganda stile venditore di pentole, e non ha convinto i friulani, come ben si è visto nelle urne. A onor del vero, qualcuno è rimasto affascinato dalla “Carta”. E non parlo del solito Bastian Contrario, bensì delle innumerevoli schiere del Partito di Angelino Alfano, che si è mobilitato sul tema come un sol uomo (ma erano in due). Perché ritorno su questa insulsa pagina di propaganda renziana? In quella occasione Serracchiani e amici avevano incoronato quale “supremo garante” dell’autonomia della nostra Regione il sottosegretario Giancarlo Bressa. Io, che ho una lingua affilata, commentai: “Seguo l’on. Bressa da un quarto di secolo, e so quanto egli odi l’autonomia in generale e l’autonomia speciale del FVG in particolare”. Mi spinsi anche più in là e aggiunsi: “Invitare l’on. Bressa come ospite d’onore a una manifestazione in difesa della autonomia della nostra Regione è come invitare il capo dei neo-nazisti a tenere la commemorazione ufficiale della Shoah”. Apriti cielo: tutti a dire che ero il solito esagerato, uno che parla per iperboli. Esagerazioni? Iperboli? Leggetevi quello che l’on. Bressa ha dichiarato in questi giorni sul passaggio di Sappada alla nostra Regione (passaggio che lui ha ostacolato in ogni modo): vedete quanto veleno ci vomita contro! Del resto la sua storia politica è questa: l’onorevole si è costruito una carriera politica fomentando l’invidia (immotivata) dei bellunesi contro i friulani. Lo si può accusare di molte cose, ma non di non essere una persona coerente: sono venticinque anni che ripete lo stesso mantra! Su Sappada però gli è andata male. L’on. Bressa si è trovato di fronte un piddino ancora più potente di lui, l’on. Ettore Rosato, con interessi di carriera diametralmente opposti ai suoi. L’onorevole triestino non è uno sciocco:  è lucidamente consapevole del fatto che, dopo cinque anni di Serracchiani, per il PD del FVG le elezioni (politiche e regionali) sono un passaggio alquanto impervio. Rosato ha capito che il PD doveva sbrigarsi a produrre un qualche risultato da sventolare in campagna elettorale, qualcosa da dare in pasto a una opinione pubblica convinta che in questi cinque anni il PD abbia svenduto e deriso gli interessi del Friuli Venezia Giulia. Il voto finale sulla legge che riconosce il diritto dei sapaddini a ritornare nella loro Regione d’origine è caduta al momento giusto: l’astuto Rosato non  se l’è fatta scappare. Bravo! Anche se le sue motivazioni sono tutte politicistiche, alla fine è il risultato che conta. Ma non facciamoci illusioni. La stragrande maggioranza del PD è sulla linea di Bressa. Anche se ogni tanto qualcuno di loro sembra rinsavire, ma solo quando mancano meno di due mesi alle elezioni. Sergio Cecotti (C) Riproduzione riservata
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Sappada, la questione veneta e il Friuli-Venezia Giulia

Pubblichiamo qui sotto alcune riflessioni sul tema a cura di Giorgio Cavallo.

Oggi canederli e champagne

Salvo pasticci burocratico-amministrativi e qualche cavillo giurisprudenziale il Comune di Sappada/Plodn è entrato a far parte della Regione F-VG, sulla base di una iniziativa popolare partita 10 anni fa. Tutto è bene quel che finisce bene. La vicenda tuttavia negli ultimi tempi ha assunto significati più estesi di quelli iniziali che personalmente ho sempre inquadrato nella logica di far coincidere confini istituzionali con quelli storico diocesani.  Molto del passato di Sappada è legata al Patriarcato, così come molto del presente ha avuto come riferimento non solo il turismo triestino ma anche via Treppo. E, detto per inciso, non sarebbe male se la Regione F-VG nel riorganizzare il suo rapporto con i territori prendesse a riferimento come parametro la storia religiosa al pari di altre forniture di servizi e pianificazioni. Il festeggiare questo avvenimento deve andare però di pari passo all’interpretare quanto sta succedendo nel Veneto in conseguenza del referendum sul “rinvigorimento” dell’autonomia. Proprio da qui sono nate alcune difficoltà interpretative che hanno messo in difficoltà una vicenda tutto sommato banale, creando un clima conflittuale tra F-VG e Veneto ad uso e consumo dei personaggi politici che nelle due realtà rappresentano i partiti che si contendono il futuro potere. Così Rosato e Fedriga possono rimettersi una aureola di santità dopo il fattaccio del Rosatellum. e tutto sommato a Salvini fa comodo aver mandato un segnale di non onnipotenza a Zaia. Ma aprendo gli occhi su un campo più vasto, c’è da domandarsi quale è la prospettiva che aspetta la Regione F-VG sulla base degli avvenimenti dell’ultimo anno.

Una prospettiva di default per il F-VG

Quando la storia si mette in moto in maniera evidente travolge tutto. E stare fermi ad aspettare gli eventi non è mai cosa saggia. La richiesta legittima del Veneto di vedersi riconoscere più competenze e risorse rispetto a quelle attualmente godute dal F-VG apre scenari da valutare. Non si tratta di criticare le pretese del Veneto, ma di capire cosa determinano su un piano più generale e quali elementi di azione possono incidere sul F-VG. Per qualcuno può valere questo ragionamento: se l’autonomia è un valore per il territorio e se il treno veneto viaggia celermente forse conviene che il vagone del F-VG si agganci a quel convoglio. Il processo è avviato ed i risultati delle prossime elezioni politiche determineranno una situazione del tutto nuova sul piano della riorganizzazione territoriale dello stato italiano. Se non mancheranno i profeti di sventura che si stracciano le vesti per i “privilegi” delle speciali e per la necessità di sfoltire il numero delle regioni in nome dell’efficienza, ci saranno anche gli emergenti ras del territorio che dovranno portare a casa risultati concreti. E al nord questa può essere una miscela propellente molto forte. Si lasci perdere per il momento il Sud Tirolo le cui garanzie internazionali, pur blande e forse giuridicamente inesistenti dopo la liberatoria degli anni 80, saranno comunque messe sul tappeto in ogni occasione. Ma non appare improbabile che le tre entità del Veneto, della Provincia di Trento e del F-VG si trovino ad essere inquadrate in modalità autonomistiche tra loro comparabili, magari con il F-VG nel ruolo di fratello povero. Diventa allora abbastanza logico pensare ad un ulteriore passo di integrazione differenziata tra le tre entità che assimili le caratteristiche montane della Provincia di Belluno a quella di Trento, che riconosca a Trieste il ruolo di città metropolitana, e che magari dia qualche strumento di rappresentanza identitaria all’unità del Friuli. La proposta di “tuttiperilfriuli”, che riscalda molto il cuore e agita i sentimenti del Friuli profondo, non mi pare confliggere molto con questa visione. La nuova macro regione del nord est può così molto intelligentemente essere servita in tavola. Una macro regione “speciale” con possibilità di graduare poteri e competenze al suo interno. Con Doge e luogotenenti eletti democraticamente.

C’è una alternativa?

Ma è questo quanto serve al Friuli oggi? O meglio, è questa l’unica prospettiva che si può intravvedere nel futuro del Friuli? Oggi il legame tra territori e centralità statale è in contrastata trasformazione. Gli scossoni “regionali” in Italia come altrove non possono restare privi di conseguenze e prima o dopo, con l’Europa o senza, daranno luogo a scenari diversi. La trattativa Veneto-Governo sarà la prima fase di questa trasformazione con al centro la richiesta del Veneto non solo di soldi e competenze ma della “mano libera a nord est”. Il Friuli può accettare questa logica già vissuta dal 1420 al 1797, o può tentare di guardare un po’ più indietro, al 1077 non solo per l’affidamento al Patriarca di Aquileia del Ducato del Friuli ma anche per averne legato le sorti alla Carniola e all’Istria. I Patriarchi, maciullati dalle beghe tra i “sorestans” dell’epoca non ce la fecero mai a introdurre un efficace governo dell’area e dopo Bertrando il leone marciano si mangiò quello che interessava per il controllo dei traffici di terra verso il nord. Se il progetto del grande Veneto ha la sua logica, altrettanta può averne la visione del Friuli all’interno di una Regione europea di Alpe Adria che chiuda definitivamente con le disgrazie del XX secolo e dia alle comunità coinvolte gli strumenti per governare “specificatamente” i problemi di fondo del territorio: le Alpi, il mare nord Adriatico e l’organizzazione del sistema logistico dell’area. Non c’è nessun conflitto da guerra con il progetto Veneto, ma solo l’avvio di una concorrenza competitiva tra territori limitrofi sulla qualità del governo del territorio, sulle dinamiche sociali ed economiche, sulle rispettive crescite culturali. Diventa vitale per la comunità friulana, in tutte le sue componenti, mantenere aperta una propria libertà di connessioni e relazioni, rivendicando in una fase storica ambigua come quella attuale il rafforzamento della sua dimensione istituzionale che, per la prima volta, ha permesso un luogo unitario di sintesi e di compensazione: la Regione F-VG. Per il Friuli e le sue tribù va inoltre compreso che la questione di Trieste non è un fastidio da esorcizzare ma uno strumento centrale in questa prospettiva, da governare e condividere con gli altri attori dello scenario. Dove Slovenia e Croazia non stanno certo ad aspettare il nostro consenso per rispondere alle celestiali musiche che le sirene della globalità stanno suonando. La rottura, a qualsiasi titolo, della Regione F-VG  oggi null'altro è che un passo più o meno decisivo per un nuovo 1420. E’ quindi necessario farlo capire anche alle “famiglie” che si combattono per il controllo di Trieste, e lavorare affinché nel breve-medio periodo si costruisca in F-VG un nuovo Patto tra territori che permetta di salvare e rifondare una sua particolare specialità, sostanzialmente distrutta da 10 anni di governi “amici” della destra e della sinistra. Giorgio Cavallo 
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